Patrick Zaki, ragazzo

Oggi #PatrickZaki compie trent’anni.
Li passa chiuso in una cella di un carcere speciale egiziano, che è molto ma molto ma infinitamente peggio di Rebibbia o di Poggioreale o di qualsiasi carcere possiate immaginare.
Sta là dentro non perché sia un pericoloso criminale, che già sarebbe una condanna durissima, visto che dove sta lui i carcerati muoiono come mosche e sono sistematicamente torturati, ma semplicemente perché ha espresso una opinione di dissenso rispetto al regime criminale che regna nel suo Paese.
Adesso provate ad immaginare vostro figlio chiuso in carcere, senza un processo, torturato solo perché ha espresso un’opinione.
Ci riuscite?
No vero?
E che è, figlio a me ‘sto Patrick?
Fatti suoi, se la sarà cercata.
Come Giulio Regeni, come Stefano Cucchi, come Federico Aldrovandi.
Ecco, a me della storia di Patrick, e degli altri, oltre che la storia in sé colpisce l’indifferenza. L’indifferenza dell’opinione pubblica, che non è la bolla di ‘sti social che già basta e avanza per le schifezze che ci si trovano scritte e dette, e che, anzi, visto che ciascuno alla fine si sceglie gli amici più affini può anche sembrare che dopotutto i social sono molto attenti a certe questioni che ci stanno a cuore. No, è il menefreghismo che senti a pelle quando magari ti trovi a parlare con qualcuno realmente e capisci che di ‘ste cose a chi ti sta di fronte non gliene frega proprio niente, e che possiamo rinunciare ai commerci con l’Egitto per due che se la sono andata a cercare?
E la stessa indifferenza sostanzialmente ce l’hai in chi governa il Paese, perché a chiacchiere sono tutti bravi, ma i fatti, per Patrick, stanno a zero.
Insomma, provateci ogni tanto a camminare nelle scarpe di qualcun altro.

Scelgo Giovanni Caudo

Le primarie per la scelta del candidato a Sindaco di Roma del cosiddetto centrosinistra si avvicinano.
Il 20 giugno si potrà votare on line oppure di persona personalmente.
I candidati sono sette, immagino che chi è interessato alla cosa sa chi sono.
Ho messo la mia firma sulla candidatura di Giovanni Caudo e ovviamente voterò per lui.
Un’altra candidatura che apprezzo è quella di Stefano Fassina, che sostenni e aiutai alle scorse elezioni comunali, uno dei pochi che in questi anni ha sempre messo la sua faccia in tutti i luoghi di conflitto della città a sostegno dei più deboli. Ma a questo giro non ho capito la sua scelta. Cioè, la capisco ma non mi piace. Non mi piace perché tutto ciò che a sinistra si aggiunge a Caudo porta acqua al mulino di Gualtieri. Do per scontato che Smeriglio e co. giochino ‘sta partita, li considero da sempre una costola del PD che gioca in un altro campo per favorire la casa madre. Mi sarei aspettato da Fassina una posizione diversa in questa circostanza, ma gli voglio bene lo stesso.
Dicevo, l’acqua al mulino di Gualtieri, del PD. Ecco, il PD continua ad essere un enorme problema per la città. Come ho sempre avuto modo di dire, e lo ribadisco anche oggi, ho una grande stima per chi, di sinistra e da sinistra, come militante ha deciso di rimanere nel PD nonostante tutto, nonostante i mal di pancia, le delusioni, le mazzate che prendono in continuazione su tutti i temi possibili e immaginabili. Ne ho molta meno per la maggior parte della classe dirigente del PD romano (e nazionale). Pd romano che ha avallato la cacciata di un sindaco eletto dai cittadini con l’infamia e la vigliaccheria di una firma dal notaio, e chi si rese protagonista di quella infamia e di quella vigliaccheria sta ancora al suo posto, o è stato promosso in regione, e magari sarà anche ricandidato a ottobre perché le preferenze piacciono a tutti. Adesso si sente parlare di scuse a Marino. Sarebbero tardive e soprattutto ipocrite, visto che a distanza di anni poi le persone restano le stesse, le teste e i metodi sono sempre i medesimi.
PD Romano che continua ad essere guidato da capi e capetti, con correnti e correntine, con i metodi di sempre. Basta citare la vicenda del candidato alle primarie per il minisindaco del I Municipio, Emiliano Monteverde, che raccoglie firme e tutto, costretto a ritirarsi dal capobastone di turno che esce dal cilindro, e tutto cambia nel giro di poche ore, con le firme ovviamente già pronte, raccolte chissà come. Resto convinto del fatto che la migliore soluzione percorribile per la scelta del Sindaco di Roma sarebbe stata quella suggerita varie volte da Walter Tocci, ossia niente simbolo del PD, un passo indietro di tutti, lista/liste ispirate alle migliori esperienze ed energie diffuse in città. Ma Walter è da tempo una voce tanto lucida quanto poco ascoltata nel desolante panorama cittadino, quindi le sue parole sono rimaste nel vento.
Fatte queste premesse, il prossimo Sindaco di Roma dovrà intervenire in maniera radicale sui problemi della città.
Il primo si chiama disuguaglianze.
Il secondo, diritti.
Il terzo, lavoro,
il quarto, criminalità organizzata.
Il quinto, cultura diffusa.
Tutto fa parte di una visione del futuro della città.
Poi vengono la monnezza, i trasporti, le buche, le doppie file, il cosiddetto decoro. O meglio, è tutto incluso nella più ampia accezione di visione del futuro della città, un futuro, appunto di eguaglianza, di diritti, di lavoro, di lotta alla criminalità organizzata, di comprensione del valore della cultura, dell’istruzione, della scuola, della ricerca. Da quello che vedo dal mio personale osservatorio, un osservatorio che in questi mesi si è potuto allargare a realtà fino a poco fa a me meno note grazie a quel po’ di attività di volontariato che faccio con Baobab Experience, semplicemente il PD su questi temi non ci sta, non ci sta a livello cittadino e non ci sta a livello nazionale. Il PD è un partito vagamente centrista che ogni tanto si ricorda che qualcuno che sta là dentro ha una storia di sinistra e prova, tra mille compromessi al ribasso, ad introdurre un mezzo diritto là, un aiuto ai più deboli qua, sempre attenti a non inimicarsi troppo Confindustria, chi campa di rendita, chi fa impresa sfruttando i lavoratori.
Lo schema delle primarie con il PD quindi non mi piace, ma capisco che è l’unico che potrebbe consentire ad un aspirante Sindaco di sinistra di avere qualche chance di vittoria delle elezioni.
Quindi il mio voto convinto a Caudo (e a Paolo Emilio Marchionne che corre alle primarie per la scelta del candidato alla presidenza del Municipio in cui vivo), ma personalmente non sento di dover sottostare ad alcun vincolo di coalizione nel caso in cui fosse vincitore delle primarie Gualtieri (la partita è tra loro due, gli altri fanno solo ammuina). Se sarà così mi riservo di decidere cosa fare al primo e al secondo turno, anche in base ai risultati dei fascisti e della Sindaca attuale.

p.s. lo so che i blog non si portano più, ma per me va così

La città che ci rende vivi, nonostante tutto

La città dei vivi non è un romanzo. È un reportage di Nicola Lagioia feroce molto di più de La Ferocia. Perché riporta un fatto di cronaca nerissima, l’omicidio insensato, assurdo, efferatissimo, crudele all’inverosimile di Luca Varani ad opera di Manuel Foffo e Marco Prato. Perché oltra alla narrazione della cronaca attraverso la voce dei protagonisti, delle vittime, degli investigatori, dei parenti, degli amici, dei cronisti, La città dei vivi ci parla di noi, del nostro lato oscuro, del lato oscuro dei nostri figli.

Questo il passaggio che riassume il libro.

E sia chiaro, l’autore non assolve nessuno. Non offre giustificazione alcuna all’orrore, cerca piuttosto di capire da dove provenga questo buio nella mente. Qualcosa in più Nicola Lagioia lo spiega in questa bella intervista.

Sullo sfondo, una Roma fetida, sporca, indifferente, cinica, violenta, corrotta, fatalista, arresa.

Una Roma eterna, che tutto guarda e tutto tollera, tanto io, la Città Eterna, ci sono ieri, ci sono oggi, ci sarò domani.

Una Roma dalla quale tutti abbiamo pensato di scappare, tanto è innaturale viverci senza servizi, senza opportunità, senza futuro.

Una Roma che però ci ha irretiti, Roma maliarda, seduttrice, mignotta dalla quale non riusciamo a separarci. Chi fugge via da lei ne sente immediatamente nostalgia, cammina dolente per le sue strade come un profugo, e poi ci torna, nonostante tutto.

 

Renoir astrofisico by Stefano Pezzola

 

Tra le persone che conosco di persona personalmente e che si dilettano a scrivere libri Stefano è quello che posso dire di conoscere più di tutti. Se non altro perché è stato tra quelli che mi ha insegnato il mestiere che svolgo attualmente (e i suoi “concetti forti” me li rivendo quotidianamente), perché ci si incrocia (incrociava, in smart un po’ meno) spesso durante la settimana e con l’occasione ci si scambia un saluto, una chiacchiera, una battuta. Quindi quando mi ha parlato del suo progetto partito su Bookabook (https://bookabook.it/libri/renoir-astrofisico/) non ho esitato nemmeno un attimo a dirgli ok, ci sono. E ho aspettato pazientemente per avere il suo Renoir Astrofisico tra le mani, perché ancora nutro la passione per la carta, il formato digitale non ha avuto il sopravvento e non credo ce lo avrà mai.
Della trama non vi dirò nulla di particolare, ma sappiate che Renoir Astrofisico è un libro delizioso, delicato, pieno di speranza, autentico, solare, positivo, scanzonato. Stefano-Renoir sa essere bambino, e con i loro occhi vedere il mondo; scienziato, e con la sapienza raccontare le stelle, il cielo e la loro grande bellezza; persona curiosa, sempre attenta a coltivare i rapporti umani, anche quelli che nascono da un incontro casuale con sconosciuti e che può cambiarti la vita; cittadino, consapevole della delicatezza del nostro ecosistema e della responsabilità che tutti abbiamo per preservare il mare, il cielo, l’acqua, la terra e tutti i suoi frutti: amico sincero, capace di coltivare i rapporti con le persone importanti della vita, anche nei momenti di grande, enorme sofferenza personale.
Il libro è stato realizzato grazie ad una campagna di crowdfunding e i diritti di autore sono stati devoluti per un progetto di riforestazione in Australia.

https://store.ecofactory.eu/renoir-astrofisico

Motivo in più per comprarlo.
Se avrete modo di leggerlo, poi mi direte.
https://www.facebook.com/Renoir-Astrofisico-101798561393415/

La verità di Dario e Massimo

Angelo.

Legalità.

Verità.

Giustizia.

Dolore.

Pazzia.

Falsità.

Opportunismo.

Queste le parole chiave del libro di Dario Vassallo “La Verità Negata”.

Leggetelo il libro di Dario. Troverete tutto quello che Dario, Massimo, la Fondazione, gli amici hanno fatto in questi anni, a partire dal quel maledetto 5 settembre del 2010. Le persone che hanno incontrato, i progetti che hanno portato avanti, le follie che sono diventate realtà, i tradimenti, le delusioni, i silenzi, i ripensamenti, le seconde possibilità. E troverete anche la soluzione giudiziaria al caso dell’assassinio di Angelo Vassallo. Dario non fa i nomi, ma se leggerete le pagine del suo libro fino alla fine, la soluzione sarà lì, sotto gli occhi di tutti. E toccherà a chi di dovere mettere insieme tutto ciò che è avvenuto per arrivare alla verità e alla giustizia.

Dario, e Massimo, hanno un dono, raro di questi tempi. Sono persone sincere, leali e generose che chiedono a chi gli sta davanti altrettanta sincerità, lealtà e generosità. Per il periodo nel quale abbiamo condiviso un pezzo di strada mi sono sentito davanti a Dario nudo, felicemente nudo, consapevole del fatto che l’unico modo per avere la sua fiducia incondizionata fosse quello di essere leale e sincero come sa essere lui. Io credo che la capacità di “fiutare” le persone sia il frutto degli anni passati in mare a capire le difficoltà della navigazione, a sapersi muovere tra le onde, a combattere con i pesci, a pensare come riportare a casa la pelle dopo aver lavorato duro. Cose semplici, condivise con persone altrettanto semplici, ma che in qualche modo ti sensibilizzano rispetto al mondo che ti circonda, mettono in moto altri sensi.

Nel libro anche Dario si mette a nudo, e non ha alcun pudore parlare del suo dolore per l’assassinio di Angelo, della delusione provocata dai falsi amici, dalla disillusione dovuta all’inerzia e alla insensibilità delle istituzioni e delle personalità politiche, soprattutto quelle del PD, che non dimentichiamo era il partito al quale Angelo era iscritto quando fu ucciso.

Non ha alcun pudore, Dario, a confessare quanto abbia sottratto agli affetti, alla famiglia, coltivando anche il dubbio della pazzia, per soddisfare la sua sete di giustizia e di verità, in nome di Angelo e della sua idea di politica, fatta di valorizzazione della bellezza, di amore per il bene comune, di legalità come principio cardine dell’agire di un amministratore, di un Sindaco, di un uomo.

E queste sue debolezze diventano la sua forza, quella forza che ha fatto superare i momenti difficili, i momenti neri, i momenti in cui tutto è in discussione, anche la tua stessa vita.

Perché poi c’è la speranza, e non a caso la festa che si celebra ogni anno per Angelo si chiama proprio Festa della Speranza, quella speranza che tutto tiene insieme, che spinge a continuare così (mai fermi, mai domi è il mantra della Fondazione) nella consapevolezza che solo in questo modo si potrà tenere in vita Angelo e le sue idee.

Grazie Dario, grazie Massimo, grazie a tutte le persone che avete incontrato in questi anni e che vi hanno sostenuto.

Memoriale della Resistenza Italiana

Ho appena finto di leggere questo libro.

Che poi sarebbe la versione stampata delle testimonianze ascoltate dalla viva voce dei protagonisti su Rai 3, in una trasmissione andata in onda fino a qualche settimana fa.

Un grazie infinito a Gad Lerner e ai suoi collaboratori per il lavoro che stanno facendo. Le testimonianze di chi ha partecipato alla Resistenza costituiscono un patrimonio per l’intero Paese e non si dovrà mai smettere di raccontare le storie di uomini e donne che hanno fatto la storia dell’Italia, e se siamo oggi qui a vivere in piena libertà lo dobbiamo principalmente ai protagonisti di quella stagione.

Come già mi era successo guardando queste donne e questi uomini in televisione, leggendo le loro parole non puoi che commuoverti. Per i loro gesti eroici, per la fermezza dei loro convincimenti, per i sacrifici fatti per noi, generazioni successive. E penso che vorrei avere un po’ del loro coraggio, che se ciascuno di noi, oggi, avesse un briciolo del coraggio che hanno avuto non solo a combattere nella Resistenza tra il 1943 e il 1945, ma anche ad opporsi alle leggi razziali, al fascismo, alle ingiustizie nelle fabbriche e nei campi, ai soprusi subiti durante il ventennio, alle deportazioni, e se quel coraggio a nostra volta riuscissimo a trasmetterlo ai nostri figli e ai nostri nipoti, beh, vivremmo in un mondo un po’ più giusto.

Nelle pagine del libro poi ci sono altri spunti di riflessione.

Il ruolo delle donne, staffette, combattenti, senza le quali semplicemente la Resistenza non sarebbe esistita. Un ruolo riconosciuto in quel periodo ma negato successivamente, anche da chi aveva combattuto con loro nelle varie formazioni partigiane. E della questione della parità di genere se ne continua ahinoi a parlare ancora a 75 anni di distanza.

La qualità della classe dirigente venuta fuori dalla Resistenza, si pensi non solo ai nomi più noti, che so, Luciano Lama, Tina Anselmi, Sandro Pertini solo per citare i primi che mi vengono in mente, ma anche a tutti i protagonisti della lotta partigiana che nel tempo hanno avuto la possibilità di sedersi in Parlamento. E ogni confronto con la classe dirigente attuale è semplicemente improponibile.

E poi la memoria per i morti, dai singoli eroici combattenti ai tanti innocenti delle stragi nazifasciste, orrore nell’orrore della guerra, orrore che tanti, troppi, vorrebbero edulcrorare nell’oblio del volemòse bene, del riconoscimento delle ragioni dei vinti, della riappacificazione collettiva, del minestrone storico che accomuna torti e ragioni.

Mai.

Mai.

 

Storia di tradizioni, di sapori e di sentimenti

Questa storia parte da qui.

Anzi no.

Questa storia parte materialmente da Valledolmo, in provincia di Palermo. Ma ha una genesi molto più profonda, che ha a che fare si con la terra, ma soprattutto con le radici dei sentimenti. E se avrete la pazienza di leggere, qualcosa lo intuirete.

La materia prima

Dicevamo, Valledolmo, provincia di Palermo, dove viene coltivato il pomodoro siccagno. Se ne volete sapere di più guardate qui.

Il primo pensiero va a chi raccoglie il pomodoro. La fatica che sa fa a spaccarsi la schiena noi comuni mortali, fortunati a non dover fare lavori manuali massacranti per campare, possiamo solo immaginarla. E quindi tutto il mio rispetto ai lavoratori dei campi, agli operai agricoli, ai coltivatori onesti che non sfruttano mano d’opera, che non riducono le persone in schiavitù come purtroppo ancora oggi nel nostro Paese capita troppo, troppo spesso.

Nel caso specifico un piccolo produttore locale ha fornito la materia prima, raccolta il giorno precedente l’acquisto con le sue stesse mani nelle ore più fresche (si fa per dire) della giornata.

Caricata la macchina, si torna verso casa, si scaricano i 300 kg di pomodori e si aspetta il giorno fatidico per fare la salsa (anzi i giorni fatidici, perché il giorno dopo la salsa tocca ai pelati, ma questo lo vediamo poi).

GIORNO 1 – LA SALSA

Che poi c’è un giorno -1, quello della selezione dei pomodori: quelli perfetti, senza ammaccature, senza puntini che lasciano presagire la possibilità della presenza di qualche difetto interno, destinati ai pelati. Gli altri, invece, buoni per la salsa. Su 300 kg di prodotto, lo scarto, i frutti marciti, ammuffiti, andati a male, sarà stato di un paio di kg al massimo. Quando si dice la qualità della materia prima.

Il tutto fatto da chi sa, dal capo.

Che poi c’è anche un giorno zero, che è quello durante il quale si lava il pomodoro, si asciuga per bene e si sistema nelle cassettine pronto per l’indomani.

Si parte da qui, dalla cassetta scaricata. E poi a seguire.

L’oro di Valledolmo

Lavaggio in tinozza

Lavaggio con acqua corrente

Asciugatura

Mani sapienti ripongono i pomodori, perfettamente asciutti, nelle ceste, pronti per il giorno dopo.

La deposizione

Dicevo, perfettamente asciutti. La prima cosa che si impara è che l’acqua è nemica del pomodoro, della salsa, dei pelati, del lavoro che stai facendo e della fatica che stai per compiere. L’acqua, croce e delizia della Sicilia dei serbatoi sui tetti delle case, centellinata in un regione ricca d’acqua che però non arriva alle case dei suoi abitanti, anno del Signore 2020.

E quindi, il giorno 1 sveglia alle 5.30, ancora un po’ a poltrire poi si sale in terrazza, il tempo di vedere sorgere il sole dallo spicchio di visuale che ancora consente di vedere il mare, tra le case costruite senza senso, pensate apposta da menti malate per deturpare il paesaggio, un caffè e via, alle 6.30 tutti operativi.

Prima operazione, il taglio dei pomodori. Per due motivi: eliminare eventuali imperfezioni che potrebbero sempre nascondersi all’interno, e poi per facilitare la prima cottura.

Ok, il taglio, ma come tagliare? E qui interviene la sapienza, l’esperienza, la tradizione. Di chi ha fatto questo lavoro prima di te e che a sua volta l’ha imparato dai suoi genitori, le cose belle che si tramandano, che si insegnano ai meno esperti. E tu, alle primissime armi, non puoi che farti un bagno di umiltà e ascoltare, guardare come si fa, provare a replicare l’esempio. All’inizio tra qualche cenno di dissenso, la necessità di ulteriori spiegazioni per chiarire il concetto. Poi inizi timidamente a prendere la mano, come in tutte le operazioni che seguiranno, e il silenzio diventa approvazione, e sai che stai facendo bene, allora vai, e arrivi a questo.

Il pomodoro tagliato

Che poi questo vuol dire una pentola da 30 litri nella quale ci sono una quindicina di kg di pomodori fatti diciamo a metà ma ancora belli sodi che devono, per quanto possibile, essere ridotti in poltiglia per poi essere avviati al fuoco, operazione fondamentale perché se si mettesse tutta la mappazza subito sul fuoco il calore farebbe attaccare tutto e addio salsa, invece con la prima spremitura esce quel quantitativo di polpa e di liquido che consente di procedere alla prima cottura con un po’ più di tranquillità. Allora, chinato sul pentolone ho immerso le mie mani e iniziato a spremere, e spremere, e spremere. Rimestare e spremere. Dopo cinque minuti (vabbè, sono fuori allenamento, lo so), dico 5 minuti, avevo le mani anchilosate e le braccia mi stavano per cadere e pensi alle nonne, a quelle loro braccia che pure dopo averne viste e fatte tante per decenni stanno ancora là a impastare, e pensi alle donne in generale e alle cose di fatica che spesso solo loro fanno e tu ti chiedi come fanno a farle, e insomma ti chiedi tutto questo, senti il dolore sulle tue di braccia e ti senti tanto una merda.

Detto questo, arriva fortunatamente subito l’automazione, che ha la forma salvifica di un trapano da muro al quale viene attaccata anziché una puntazza un attrezzo per impastare calce, gesso, cemento, tipo frusta di quelle che si hanno in casa per fare i dolci ma molto più grande, e il gioco è fatto. Una innovazione introdotta quest’anno che riduce la fatica fisica tanto nello schiacciare i pomodori quanto nel mescolarli nel pentolone che sta sul fuoco per non fare attaccare tutto. In questo modo, a detta di chi sa, tutto diventa una babbiata. E, vi garantisco, le mie braccia stanno ancora ringraziando.

A questo punto le cose procedono abbastanza spedite. Abbastanza. Da quando inizia a bollire l’intruglio (ciascuno fa il suo, da queste parti al pomodoro in cottura si aggiunge solo una cipolla e basta) si aspettano altri venti minuti, dopodiché si può passare alla fase successiva, ossia la spremitura con annessa separazione delle bucce.

Maxi pentola a bollire

Spremitura

Dai, chi non ha mia visto un arnese del genere in vita sua alzi la mano!

Tutto fatto? manco pe’ niente. Prima dell’imbottigliamento si rimette tutto sul fuoco e si aspettano altri venti minuti da quando la salsa riprende a bollire, venti minuti che possono essere di più o di meno a seconda di quanto è liquida la salsa. E la liquidità della salsa dipende da quanta acqua ha preso il pomodoro, e tenendo conto che da quando viene piantato il siccagno non viene mai innaffiato, basta una pioggia abbondante fuori stagione (vedi l’alluvione a Palermo e zone limitrofe di luglio) e ti ritrovi con un pomodoro molto più ricco di acqua.

Ri-bollitura della salsa

Ora si può passare all’imbottigliamento, operazione delicata prima perché bolle tutto che pare lava fusa e non ti puoi distrarre un attimo (anche le bottiglie sono riscaldate fino ad essere roventi in formo primo per sterilizzare ancora il tutto, secondo perché lo shock termico tra bottiglia fredda e salsa bollente spaccherebbe la bottiglia e immaginate il macello) e poi perché fare casini dopo tutta la fatica sarebbe davvero un peccato. Prima di versare, però, non ci si può dimenticare una fogliolina di re basilico, il re degli aromi per il principe pomodoro, connubio inscindibile del mangiare semplice ma con un gusto indimenticabile.

Re basilico

Imbottigliamento

A questo punto che fine fanno le bottiglie? Da queste parti dice che si fa la salsa ammantata. Che vor’ di’? Che le bottiglie roventi si mettono sotto le coperte, al caldo, protette da qualsiasi spiffero d’aria, dove la salsa continuerà la sua cottura fino al naturale raffreddamento.

Le bottiglie ammantate

A questo punto si sono fatte le 17.30, 11 ore circa di lavoro continuo, pausa pranzo sul luogo di lavoro a base di arancina, pezzi di tavola calda, birra attorronata. La tradizione vuole che fitusi  per come si è si vada direttamente a mare per un bagno, e le tradizioni vanno rispettate. Così dritti dritti a mare, per un bagno ristoratore, e vi assicuro che dopo ore e ore in piedi la sensazione di mancanza di peso che si ha in acqua, unita alla frescura del mare, è poesia allo stato puro.

Al giorno 1 manca però una cosa: si può aspettare per assaggiare com’è venuta la salsa? E certo che no. E quindi, la sera, niente di meglio di un piatto di pasta con salsa freschissima, melanzane fritte, ricotta salata, basilico.  Che ve lo dico a ffa’?

La soddisfazione della sera

Diciamo che si può andare a letto soddisfatti, stracchi abbastanza. Che domani si riparte.

GIORNO 2 – I PELATI

Levataccia ma non come il giorno prima, alle 7.30 tutti operativi.

Il lavoro è completamente diverso rispetto al giorno prima, meno faticoso ma più ripetitivo, a catena di montaggio proprio.

Sciacquare rapidamente i pomodori.

Pomodori lavati

Scottare i pomodori per poter togliere la buccia facilmente.

L’ebollizione perpetua

Pelare i pomodori e aprirli in due per togliere i semi all’interno (e controllare che non ci siano imperfezioni).

Tranquilli, non è sangue

Riempire e chiudere i vasetti (cosa viene messo nel vasetto? Il basilico, come ti sbagli?).

Sempre lui

Siam tre piccoli vasettin…

Tutto rigorosamente a mano

Vedere le file di barattoli che si popolano è fonte di immensa soddisfazione.

I soldatini

Red and Gold

Alle 13.30 la prima fase 1 è finita, le mani diventano così ma passa subito.

Non ho ucciso nessuno 2

La mano-spugna

Questa la prima fase.

Come passa il tempo, mentre si lavora? Un po’ si parla del futuro, l’anno prossimo facciamo questo e quello, si prova a capire come migliorare la produzione, quale arnese potrebbe facilitare le operazioni. Un po’ si chiacchiera del presente, di quello che stai facendo, di come lo stai facendo, ci si prende allegramente in giro per i passaggi del controllo di qualità, che ogni tanto ti ricorda come tagliare, cosa tagliare, cosa è buono e cosa no. E in fondo, nel bene e nel male tutte le attività produttive funzionano così, e il pensiero non può che andare a chi in fabbrica o in qualcosa del genere ci lavora davvero, conoscendo esattamente quello che farà il giorno dopo e il giorno dopo e il giorno dopo ancora, per anni, per la vita. Timbri un altro giorno e tiri avanti, così cantano i fratelli Severini. E poi si parla del passato, si ricordano aneddoti, storie, ma soprattutto persone: sai cosa avrebbe detto la nonna se ti avesse visto a fare ‘sta cosa? Ti ricordi quella volta che la nonna…Perché in fondo parte tutto da lì, dalle persone care che non ci sono più ma è come se ci fossero sempre, stanno da qualche parte e tu lo sai, lo senti, ed è bello e confortevole ricordare con gioia le persone della tua vita, perché è esattamente così che ci vorrebbero guardare da dove stanno.

La seconda fase del pelato consiste essenzialmente nella bollitura dei vasetti.

Pronti per essere bolliti

Si sistemano accuratamente i vasetti nei pentoloni, in maniera tale da farli muovere. Due strati intervallati da pezze che attutiscono eventuali movimenti durante il sobollimento, un disco di acciaio a coprire il tutto e un bel mattone a fare da peso, coperchio e via col fuoco. Venti minuti di ebollizione e poi una operazione delicatissima. I vasetti bollenti vanno estratti dal pentolone con una pinza e riposti in un altro contenitore con la massima attenzione perché il minimo urto potrebbe spaccare tutto. Quindi si versa l’acqua bollente nel recipiente così la cottura dei pelati può continuare. Tempo un paio di giorni e si possono togliere i vasetti dall’acqua, pronti per essere consumati. Poi vi faccio sapere come è andato il primo assaggio.

Siamo alla fine di questa storia, e magari vi starete chiedendo perché raccontare tutto questo.

Da tempo ho sviluppato una mia personale necessità che è quella di scrivere semplicemente per fissare i concetti, perché davvero inizio a perdere colpi e se non scrivo non ricordo quasi niente. Quindi se volessi replicare tutto il procedimento, trovarlo già scritto mi aiuterebbe a non perdermi pezzi. Una esigenza tutta mia e puramente materiale, se così possiamo dire.

Però poi c’è anche l’esigenza del ricordo, della memoria, del racconto, del rinnovo della tradizione, perché senza memoria del passato, senza le radici, il futuro diventa maledettamente complicato.

Leggere Francesca Mannocchi, oggi per domani

Lasciate stare le menate complottiste, i libri che parlano di teorie fantascientifiche, tipo che lo scanner per la temperatura fa male al cervello o che il grande fratello mondiale del club Bilderberg ci dirà come cucinare la pasta.

Scendete nel mondo reale e sporcatevi le mani con la brutalità della guerra, di cosa ha generato i conflitti e di cosa li genererà domani.

Del libro se ne parla con molta più cognizione di causa su Minimaetmoralia, qui,

Se invece volete avere idea visiva di quello che Francesca descrive nel suo libo e che potete solo immaginare, trovate bellissime fotografie di Alessio Romenzi qui.

Nell’articolo di Minimaetmoralia sono evidenziati i passaggi fondamentali del libro, tanto fondamentali che coincidono con i punti nei quali faccio l’orecchio alla pagina, per ricordarmi di dove stavano le cose da rileggere, da mandare a memoria.

La vendetta, Kill ‘em all. 

E questi bambini figli di Isis di pochi anni, 5, 6, 8, di cui non si cura nessuno. Per i quali nessuno ha previsto uno straccio di percorso di de-radicalizzazione, non foss’altro per evitare ulteriori guai in futuro.

E poi però ci sono le cose che colpiscono ciascuno di noi in maniera diversa. Personalmente mi sono rimasti impressi i racconti di uomini e donne nel campo profughi di Al Jaddah, dove sono accampate migliaia di persone sfollate da Mosul e dove i soprusi perpetrati ai danni dei familiari di Isis coltivano il seme dell’odio e lo fortificano, ahinoi, per il futuro.

In generale però pensavo ai campi profughi, agli innumerevoli campi profughi sparsi tra Medio Oriente e Africa, e ai campi dove si ammassano gli esseri umani che provano a fuggire a guerre e a miseria, in Grecia, nei Balcani, a Calais, alla frontiera tra USA e Messico, alle condizioni disumane nelle quali le persone sono costrette a vivere per il solo fatto di desiderare una vita migliore. E al voltarsi dall’altra parte di molti, troppi, a tutti i livelli.

A questo pensavo.