Concetta Iolanda Candido

Prima di tutto mi sento di ringraziare mille e mille volte Gad Lerner. Con il suo  libro ha tenuto in vita la storia di Concetta Iolanda Candido, storia che, altrimenti, sarebbe durata il tempo di un flash al TG di mezza sera, di un trafiletto in cronaca. Concetta Iolanda Candido, appunto. Operaia.  Un giorno, esasperata, entra in una sede INPS di Torino e si da’ fuoco. Non voleva morire, Concetta. No (anche se ancora oggi percorre una strada difficile di riabilitazione fisica e morale, dopo aver rischiato la vita per mesi). Voleva essere, il suo, un gesto estremo di protesta di tutti quelli che avevano deluso le sue aspettative, dai datori di lavoro, alle istituzioni. Si sentiva presa in giro, Concetta, lei che con infinita dignità e riservatezza aveva deciso di tenere nascosta anche alla famiglia la sua difficile situazione economica a seguito del licenziamento avvenuto qualche mese prima. Così, quando per un intoppo burocratico si è vista accreditare sul suo conto una cifra irrisoria rispetto a quanto le spettava e si aspettava, come arretrati sulla NASPI, per tirare a campare qualche mese e saldare qualche debito, quella mattina del 27 giugno, tra le persone attonite dell’ufficio nel quale tante volte era entrata per chiarire la propria situazione, ha tirato fuori le bottiglie di alcool che aveva in borsa e si è accesa.

Nel libro ci sono anche le storie dei salvatori di Concetta, Anas e Roberto, gli unici che hanno avuto la prontezza di prendere in mano un estintore e spegnerla, salvandole la vita.  Anas e Roberto che hanno vissuto la stessa disperazione e solitudine di Concetta, senza arrivare al suo gesto estremo Ci sono le storie delle colleghe di Concetta, che con lei si chiamavano “vendicatrici”, licenziate anche loro, ma che fortunatamente la NASPI l’avevano avuta tutta intera. Ma soprattutto nel libro c’è la storia di ciò che è diventato il lavoro, il suo mercato, nell’Italia di oggi. E la storia delle incapacità della politica, del sindacato, della società di interpretare le dinamiche del lavoro che cambia e di dare rappresentanza a chi oggi non ha voce, ai deboli.

Io non so se dietro alla svalorizzazione dei diritti, all’isolamento dei lavoratori, alla diminuzione delle tutele, all’impoverimento del valore sociale del lavoro ci sia un disegno ordito da qualcuno per meglio combattere conto le masse organizzate o, semplicemente, non si è stati in grado, chi aveva la responsabilità di governare i processi in atto nel mondo, di interpretare le nuove (o vecchi?) necessità dei lavoratori davanti a fenomeni epocali che hanno investito tutto il globo.

Quello che so, che appare evidente, è che le disuguaglianze sono aumentate ovunque, che molti padroni (o padroncini) hanno capitalizzato al massimo delle possibilità concesse dalle norme la chance di aumentare i loro profitti sottraendo diritti ai lavoratori. La parcellizzazione del lavoro nella maggior parte dei settori produttivi (edilizia, servizi, forniture, consulenze, manutenzione, trasporti, scuola, sanità) ha reso i lavoratori sempre più deboli ed esposti all’isolamento, anticamera della disperazione di persone come Concetta. E nel mondo alla rovescia che si è costruito in questi anni per alcuni diventa persino inaudito che Concetta e le sue colleghe accampino dei diritti, che si rivolgano al sindacato davanti ai ricatti dell’azienda che ha deciso prima di esternalizzare il loro lavoro, poi di disfarsene.

Ora, che da parte delle destre, o dei neo liberisti, o dei neocentristi di tutto il mondo si sia deciso di abbandonare al loro destino le nuove masse di precari, di sottopagati, di sfruttati, ci sta, è la loro natura. Il dramma è che la sinistra mondiale non è ancora stata in grado di dare rappresentanza a chi, oggi, è disposto anche a lavorare gratis pur di mantenere vivo un legame flebilissimo con il mondo del lavoro. E la sinistra italiana con la sinistra europea e mondiale, soffre ormai da anni di questa incapacità. Nonostante le buone intenzioni dei singoli, il presidio delle crisi industriali, la vicinanza espressa in vertenze che hanno caratterizzato il mondo del lavoro sui territori, l’impegno profuso nell’interessarsi alle vicende umane e lavorative del quartiere nel quale si vive e si prova a fare politica.

Ecco, io penso a Concetta e mi chiedo se lei (perché la sinistra, se pensa di svolgere un ruolo nella società di oggi, dovrebbe occuparsi innanzitutto di Concetta e di chi vive una condizione di assoluta precarietà lavorativa e personale), nelle prossime elezioni, potrebbe mai scegliere di sentirsi rappresentata da una sinistra che viene percepita come parte del problema, se non per connivenza sicuramente per incapacità nell’interpretare i bisogni altrui. Non che manchi l’empatia, ci mancherebbe. Ma, lungi dal pensare che solo chi vive sulla propria pelle i disagi di chi oggi non arriva alla fine del mese possa dar loro voce (non credo nel pauperismo di sinistra, insomma), la distanza tra le masse e chi vorrebbe rappresentarle oggi è enorme e non basterà, temo, la campagna elettorale che si terrà fino al 2 marzo prossimo per ribaltare la situazione. Ricostruire la rappresentanza dei deboli è un lavoro che prenderà anni, dentro e fuori del Parlamento.

Temo, insomma, che Concetta non voterà a sinistra. Al massimo si asterrà. E sarà una sconfitta per tutti.

Ma non è una cosa seria

Nel 2012 partecipai alle parlamentarie del PD, aperte ad iscritti ed elettori (persone in carne ed ossa, non click dietro uno schermo). Per quanto siano uno strumento perfettibile, che non mette al riparo dal selezionare persone che hanno il solo merito di essere obbedienti al loro capo o che non hanno dimostrato alcuna capacità nel corso della loro esistenza, continuo a pensare che siano un buon metodo per selezionare chi deve rappresentare un partito in Parlamento. Di certo non avremmo assistito alle pantomime di questi giorni che hanno riguardato tutti i partiti. Perché di pantomime si tratta. Un agitarsi freneticamente che sa di farsa, come se i vari attori non sapessero esattamente cosa si sarebbe consumato in queste ore. Resta il dubbio se chi abbia subito il “danno” maggiore da tutto ‘sto teatro, se quelli che più si sono lamentati di paracadutati, di territori mortificati, di esclusioni ingiustificate, sia più ingenuo o incapace. Voglio essere buono e propendo per la prima ipotesi.

Aspettando il 4 marzo

Da elettore di sinistra guardo con interesse tanto a LeU quanto a Potere al Popolo. Non mi sfuggono le differenze tra queste due formazioni che al momento, in parte l’una e in parte l’altra, pongono la loro attenzione su alcuni dei temi dell’agenda politica che più mi stanno a cuore. Di contro tanto l’una quanto l’altra contengono anche degli aspetti che non riscuotono in me una particolare predilezione.

Ecco allora che in questi giorni mi viene da pensare che sarebbe stato quanto mai opportuno che il cosiddetto “Brancaccio” riuscisse a dare vita ad un percorso diverso, ampio e condiviso. Non perché nutrissi una particolare necessità di affidarmi a Tomaso Montanari e Anna Falcone, peraltro due persone serie che non hanno mai chiesto (e continuano a non chiedere) per loro alcun ruolo né come leader di partito né come candidati a qualcosa. Ma perché continuo a vedere in quel progetto la possibilità (per ora sfumata, un giorno chissà) di mettere davvero insieme quel popolo di sinistra vittima di diaspore, delusioni, disillusioni. Il compimento di quel percorso, se affrontato in maniera sincera e genuina da parte di tutti gli aderenti che davvero avevano intenzione di arrivare ad una meta condivisa, avrebbe portato, credo (mi illudo?) da un lato ad un taglio ulteriore di posizione iper-massimaliste (che hanno provato a cammellare le assemblee territoriali e che si portano un pezzo di responsabilità del fallimento del progetto) e dall’altro ad una minore presenza di personalità che, a torto o a ragione, sono visti come parte del problema della sinistra italiana, se non altro per aver avallato nel recente passato molti dei provvedimenti del PD che oggi si contestano apertamente. Come? semplicemente partendo dall’applicazione delle le regole che erano state proposte per la formazione delle liste per le elezioni politiche, volte a coniugare esperienza e rinnovamento.

Queste le riflessioni di un elettore di sinistra, ad oggi combattuto se scegliere ciò che si avvicina maggiormente alle proprie idee, o ciò che disperda meno il voto, o le persone in lista che riscuotono maggiore fiducia.

Purtroppo l’impossibilità di praticare il voto disgiunto tra uninominale maggioritario e plurinominale proporzionale alla Camera e al Senato non aiuta.

Vedremo (che qua è tutto un vedremo!).

Sull’accesso gratuito all’Università

 

Se un merito ha avuto la proposta, lanciata da Pietro Grasso, di “abolire le tasse universitarie”, è senz’altro quello di aver riaperto (o forse proprio aperto da zero) il dibattito sull’accesso all’Università e, più in generale, sul diritto allo studio.

Al di là delle semplificazioni da slogan ad uso e consumo della campagna elettorale, se si vuole approfondire la proposta di LeU si può leggere qui qualche dettaglio in più. Sostanzialmente si sostiene che anche l’accesso all’Università deve essere considerato un diritto per tutti (al pari dell’istruzione primaria, della tutela della salute), a maggior ragione in un Paese nel quale i laureati sono pochi rispetto agli altri stati europei e quindi occorre investire in conoscenza, e che in un’ottica di rimodulazione delle aliquote IRPEF i “ricchi” contribuirebbero comunque alla fiscalità generale, ferma restando comunque l’esistenza della tassa regionale per il diritto allo studio.

Chi ha frequentato l’Università, o ha i figli da mantenere all’Università, sa benissimo che le tasse sono una parte delle spese che uno studente deve sostenere. Per i fuori sede ci sono le spese di alloggio, di vitto, e per tutti ci sono le spese per i libri, le dispense, per i trasporti. Se capisco bene al proposta di LeU trasferire alla fiscalità generale i proventi che i più abbienti verrebbero a pagare con la rimodulazione delle aliquote IRPEF (e magari anche con una tassa patrimoniale) comporterebbe poi un secondo passaggio per ritornare a chi frequenta l’Università quanto si deciderà di investire per sostenere il diritto allo studio.

Resto dell’idea che, fatte salve la necessità di una rimodulazione delle aliquote IRPEF nonché dell’introduzione di una tassa patrimoniale per ridurre le sempre crescenti disuguaglianze nel nostro Paese, sarebbe più corretto mantenere attivo un pagamento diretto delle tasse universitarie per i più abbienti, estendendo contemporaneamente le fasce di esenzione e di minore contribuzione in funzione dell’ISEE, proprio per finanziare in maniera diretta tramite borse di studio le spese degli studenti meritevoli e degli studenti che provengono da famiglie con minori possibilità economiche.

Io credo che messa così, la questione possa dare adito a meno dubbi sull’effettiva volontà di agevolare chi ha redditi più bassi. Insomma, messa così mi sembrerebbe più “di sinistra”.

Si o no? Sarebbe facile, in fondo

Dare risposte immediate al possibilismo che pervade la sinistra italiana davanti alle ipotesi di alleanze post-voto con PD o con M5S. La destra no, quella no (ma chi è destra? Casapound? OK. Fratelli d’Italia? Bon. La Lega? Ci siamo. Berlusconi? Alfano? Ah son destra? Ma già è capitato in passato di governarci insieme? Davvero?).

Quindi, dicevamo, due domande semplici semplici che Pietro Grasso, o chi per lui, dovrebbe/potrebbe porre.

Per il PD: lo aboliamo il jobs-act, reintroducendo l’art. 18 e prevedendo come unica forma contrattuale il tempo indeterminato?

Per il M5S: la approviamo subito la legge sullo ius soli?

Due questioni cruciali, lavoro e cittadinanza. Se non si è d’accordo su questo, non c’è possibilismo che tenga. Restano solo le chiacchiere da campagna elettorale.

E per quelle abbiamo dato, grazie

Dal mondo della fantapolitica al mondo del possibile

Credo che immaginare come fattibili alleanze con un PD derenzizzato sia un grave errore politico. Alcuni hanno proclamato ai quattro venti e fino a pochi giorni fa che non esiste differenza tra il PD e il centrodestra. Però oggi si ritiene possibile allearsi con il PD dopo il voto, magari contando su un magro risultato elettorale del Partito Democratico la cui responsabilità, secondo raffinatissimi strateghi, dovrebbe cadere tutta in capo al Segretario. Ciò dovrebbe indurre una contromutazione genetica e un ritorno alla ragione degli affidabilissimi neoparlamentari del PD, scelti direttamente da Renzi, magari già bersaniani della primissima ora. Auguri.

Personalmente non so se in LeU la pensino tutti così, ma in ogni caso se il primun inter pares nonché leader Pietro Grasso dice qualcosa, si immagina che siano tutti d’accordo. Se si tratta di responsabilità e di punti programmatici, mettiamoci dentro pure Berlusconi, che è uguale a Renzi, o no? Magari qualcosa concede pure lui.

Se, come si diceva all’atto della nascita di LeU, che le azioni sono state ripartite al 50% a MdP, al 35% a SI e al 15% a Possibile, allora è ovvio che qualcuno sta già esercitando la golden-share sull’impresa. Resta solo una domanda ai fuoriusciti dal PD della prima e dell’ultima ora: ma avete fatto tutto ‘sto casino per ri-allearvi con il PD?

p.s. amici del PD, astenersi dai commenti. La questione è tutta interna alla nascente sinistra, voi siete di bocca buona, vi fate passate un esercito di aratri sulla panza senza batter ciglio.

 

L’insulto

Ecco un film da non perdere.

Un banale litigio tra due uomini, un cristiano ed un palestinese, diventa un caso nazionale che porta quasi ad una guerra civile, in un paese, il Libano, mai pacificato dopo le guerre che lì si sono succedute a partire dal 1975.

Alla fine i protagonisti mettono da parte un po’ del proprio orgoglio, ma soprattutto riescono ad immedesimarsi nelle tragedie del rivale e riescono così ad ottenere la pace, se non quella delle fazioni che si scontrano in campo aperto, almeno quella interiore. Indicando così la strada per tutti.

Nessuno ha il monopolio della sofferenza, si dice nel passaggio chiave del film.

La storia del Libano è inscindibile dalle vicende che, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, squassano, devastano il Medio Oriente. Questioni complesse, che al di là dei torti e delle ragioni (che per me sono sempre stati chiari, almeno nella vicenda del popolo palestinese), vedono usare le persone, i popoli, a piacimento delle potenze mondiali a seconda delle convenienze del momento storico. Generando conflitti e le sofferenze, per tutti, che ne seguono. Però forse, se questa fosse la volontà di tutti, la strada della pace potrebbe essere imboccata più facilmente se le parti in causa iniziassero a chiedere scusa per quanto è stato fatto e così voltare pagina. Come è stato fatto in Sud Africa con la commissione per la verità e la riconciliazione fortemente voluta da Nelson Mandela.

Non è facile, ma anche in Medio Oriente i popoli hanno il diritto di vivere in pace, ciascuno sulla propria terra.

Roma

Uno dei vantaggi dell’andare in giro per campi di calcio il sabato e la domenica è quello di scoprire pezzi di città, soprattutto in periferia, che difficilmente uno vedrebbe. Così si ha l’occasione di camminare per strade di quartiere, di vedere le persone che si salutano per la via come in un paese di provincia, di vedere nei loro occhi umanità, miserie, problemi, speranze, gioie, dolori.
Nel bene e nel male, anche questa è Roma.

Il pezzo che manca alla sinistra unita a metà

Nel fine settimana scorso si sono svolte le assemblee provinciali unitarie di Sinistra italiana, Possibile e MdP per definire i delegati (1500) che parteciperanno all’assemblea nazionale del 3 dicembre prossimo, appuntamento che segnerà il via ufficiale della lista unica di sinistra in vista delle elezioni politiche di primavera, con tanto di nome, simbolo, e probabilmente leader (se Pietro Grasso scioglierà la riserva).

Come tutti sapete coloro i quai si sono riconosciuti nel percorso iniziato a partire dal 18 giugno con l’assemblea del Teatro Brancaccio non ci saranno, a seguito dei contrasti scoppiati nelle settimane scorse e che non poche polemiche hanno generato in questi giorni.

Lungi dal volere in alcun modo contribuire alle polemiche di cui sopra, spesso sopra le righe, talmente fuori le righe, anche da parte di importanti dirigenti di partito, da farmi pensare che non si stava spettando altro che il momento di rovesciarsi reciprocamente addosso un bel po’ di veleno che si era evidentemente accumulato nelle settimane precedenti, provo a dire la mia su quanto accade in questi giorni.

Nutro un senso di delusione, di incompletezza, e quindi anche di disillusione.  Mi hanno colpito negativamente le reazioni stizzite dei partiti davanti alle critiche mosse da Tomaso Montanari e Anna Falcone,  che a loro volta non sono stati teneri nel criticare chi, fino a poco prima, doveva essere un fidato compagno di viaggio. Senza voler demonizzare il percorso intrapreso da SI, Possibile e MdP, sicuramente partecipato (e la partecipazione è sempre una buona notizia), e soprattutto partecipato da tantissimi compagni che conosco di persona e ai quali riconosco capacità e ottime intenzioni, però credo che di fondo, nel voler proclamare la propria autonomia e autosufficienza rispetto ad altri percorsi partecipativi, e nel contempo invitare tra le proprie fila chi in quei percorsi interrotti si è riconosciuto, commettano un errore di valutazione abbastanza evidente.

Mi spiego con un esempio, e mi perdoneranno le persone che cito nel caso lo stia facendo a sproposito, ma credo che quanto riferito a loro sia comunque paradigmatico e applicabile anche ad altre realtà.

Tra le associazioni che hanno aderito al percorso del Brancaccio c’è Baobab Experience, che tutti a Roma abbiamo imparato a conoscere per l’opera meritoria ed eroica che compiono quotidianamente in aiuto dei rifugiati in transito nella nostra città. Chi fa politica di questi tempi sa quanto sia complicato “istituzionalizzare” (perdonatemi il temine) associazioni che operano nel sociale, da un lato per una loro naturale ritrosia a tenere rapporti con i partiti che stanno nel palazzo (nonostante, e questo va conosciuto, quanto Stefano Fassina, Pippo Civati, Nicola Fratorianni si siano spesi, anche in parlamento, per dare voce alle loro battaglie), dall’altro per la loro variegata composizione che rende quel mondo, i loro volontari, difficilmente inquadrabili all’interno delle singole forze parlamentari. Però Baobab Experience si è ritrovato nel percorso del Brancaccio, al pari di altre associazioni che quel 18 giugno hanno partecipato, sono intervenute e hanno iniziato una collaborazione, a fare rete tra di loro per dare un contributo alla costruzione di una sinistra che fosse la più ampia e contaminata possibile. In questo senso il mondo del Baobab, e altri con loro, sarebbe stato un valore aggiunto per tutta la nascente sinistra italiana. Nei giorni scorsi Andrea Costa, il loro portavoce, ha sottoscritto l’appello rivolto ai partiti affinché fosse riaperto il dialogo con le 100 piazze per il programma promosse da Montanari e Falcone. A questo appello i partiti hanno risposto tempo scaduto, invitando chi aveva partecipato a quelle assemblee ad unirsi durante gli incontri del 25 e 26 novembre scorso. Ecco, l’errore di fondo sta nel pensare che la partecipazione dei singoli, per esempio di Andrea Costa, sia equivalente alla partecipazione dell’associazione che rappresenta. Come se i singoli, con tutto il rispetto, possano in sé racchiudere le esperienze di un mondo e rappresentarlo all’interno di un percorso politico.

Non funziona così. Purtroppo.

Si è persa l’occasione per amalgamare mondi differenti, e la cosa che mi fa impressione è che i partiti non se ne stiano curando molto, tetragoni nella loro scelta di utilizzare le assemblee per blindare scelte che hanno fatto sostanzialmente a tavolino salvo concedere a chi avesse partecipato, da non iscritto, qualche posto in lista. Liste bloccate, peraltro, tanto osteggiate quando si tratta di discutere di leggi elettorali ma altrettanto apprezzate quando si vogliono evitare sorprese e i voti delle assemblee servono a ratificare anziché a scegliere. Sostanzialmente il de profundis delle primarie, tanto care a molti, ma evidentemente non più attuali.

Tralasciando poi i giudizi personali su Tomaso Montanari e Anna Falcone (“Stronzi”, “Hanno rotto il cazzo, loro e il loro civismo”, “Hanno iniziato loro” mi ha scritto un altissimo dirigente di uno dei tre partiti al qual chiedevo di metter fine alle polemiche e cercare una strada unitaria), che sono anche loro due persone per bene, preparate, coerenti e che non hanno chiesto alcunché per loro, altro motivo del contendere sono state le richieste che hanno formulato in merito alla futura composizione delle liste per la composizione del Parlamento. La presenza nei posti concretamente eleggibili della lista proporzionale di un 50% di donne; di un 30 % di under 40; di un 50% di candidati mai stati in Parlamento e infine la non candidabilità di chi ha avuto ruoli di governo. Tali proposte sono state bollate come un mix di rottamazione e grillismo. Obiettando che l’inesperienza ha prodotto una legislatura nella quale i “giovani” parlamentari non hanno brillato per capacità. Ecco, anche questa mi sembra un argomento un po’ misero per opporsi alla richiesta di Alleanza Popolare, come ad arrendersi all’ineluttabilità dell’equazione giovane età=inesperienza=fallimento, come se la differenza non debba essere fatta dalla qualità delle persone che si scelgono a prescindere da esperienza ed età. Che poi capirei avessero proposto il 100%, ma si sono limitati a percentuali molto più basse…

Insomma, invece di avere l’ambizione, a sinistra, di far meglio di quanto fatto nel recente passato al PD e da M5S, si è preferito volare basso, ed arrendersi al destino cinico e baro che non consente di selezionare al meglio le classi dirigenti del futuro, Un po’ poco.

In definitiva si poteva fare meglio,  e di più, e siccome molti di noi vogliono la luna accontentarsi di un cielo con qualche stella e molte nuvole sparse, personalmente, non mi rende entusiasta.  Soprattutto temo che l’effetto moltiplicatore che ci sarebbe stato con un percorso condiviso verrà fatalmente meno. 1+1+1+1+1 avrebbe potuto fare 10, anche 12. Temo invece che 1+1+1 farà 6, 7. Ciò non toglie che continuerò a seguire con interesse tutto ciò che si muove a sinistra, perché quella è casa mia.

 

Il suono del secolo

Il sottotitolo del bel libro scritto da Stefano Mannucci  è “Quando il rock ha fatto la storia”.

Stefano fa fare al lettore un viaggio nel rock dagli anni ’50 ai giorni nostri, tra aneddoti, curiosità, cronaca e tanta, tanta musica. E se si ama la musica, e il rock, non si può fare a meno di perdersi tra le pagine di questo libro.

Da Jerry Lee Lewis a Little Richard, a Elvis Presley, passando per i Beatles e i Rolling Stones, i Led Zeppelin, Bob Dylan, Janis Joplin, Jim Morrison e i suoi Doors, Leonard Cohen, David Bowie, Lou Reed, Patti Smith, i Queen, i Pink Floyd, i Sex Pistols, I Clash, gli U2, Bob Marley, Bruce Springsteen, Prince, i Nirvana , gli Oasis e i Blur e fino ai giorni nostri,  Chris Cornell e Chester Bennington.

E poi gli eventi rock che hanno fatto epoca: Woodstock e Live Aid su tutti.

Nel libro di Stefano si parla anche di donne, droga, alcool, festini, sesso, pusher, leggende, complotti, falsi miti, omicidi, suicidi, autodistruzione, depressione, cadute, resurrezioni che hanno accompagnato, nel bene e nel male i protagonisti del rock del XX e XXI secolo e, più in generale, gli artisti di ogni epoca.

Tra tutte le storie rock che il libro cita, a me appare che una, su tutte, abbia davvero fatto la Storia, quella con la esse maiuscola. Non sono mai stato un fan dei Beatles, e se avessi avuto quindici anni a cavallo del 1965 sicuramente avrei scelto i Rolling Stones. Però se penso ad una band che ha davvero rivoluzionato i costumi di un’epoca su scala globale mi vengono in mente loro e ciò che hanno rappresentato non solo per i ragazzi ma per l’intera società del tempo. Il mondo occidentale, dopo il secondo conflitto mondiale, stava iniziando a vivere un periodo di benessere diffuso ma vigevano ancora regole patriarcali, perbenismo borghese, repressione delle pulsioni di modernità. Beh i Beatles furono la breccia che iniziò a far crollare questo mondo ovattato. I ragazzi che impazzivano per loro iniziarono a prendersi i loro spazi, a contestare su scala globale tutto ciò che i loro genitori rappresentavano. I Beatles, pur con le loro “canzonette” apparentemente disimpegnate, tracciarono il solco che avrebbe generato le contestazioni della guerra in Vietnam, il ’68, il ’77. Non so se altri, in loro assenza, avrebbero avuto lo stesso impatto sulla storia. Sta di fatto che i Beatles c’erano, al posto giusto e al momento giusto, dal 1963 e fino al loro scioglimento, nel 1970.

Una spanna più sotto probabilmente si può citare il movimento punk britannico, che ha generato fenomeni tra i più diversi e che seppur mutati ancora oggi sopravvivono, dagli squatters agli skin.

E poi citerei Live Aid che, al netto di chi già all’epoca ha aderito cogliendo l’occasione per farsi un po’ di pubblicità, segnò il momento in cui lo star-system prese coscienza della necessità di dare una mano concreta a quel pezzo di mondo che pativa in modo drammatico la fame. E da allora le star non perdono occasione di partecipare a progetti benefici a favore di popolazioni colpite da calamità, carestie, disgrazie o semplicemente per sostenere cause che ritengono meritevoli di sostegno. Insomma, da Live Aid in poi le star, gran parte delle star, non hanno avuto remore a mostrare da che parte stavano, anche in politica.

Una menzione, probabilmente per molti inaspettata, se la merita Elisabetta, regina d’Inghilterra. Colei che più di ogni altro ha incarnato l’idea di monarchia e senza la quale molte delle storie rock di cui parla il libro, nate proprio in opposizione alla monarchia, non sarebbero esistite. Sorprendente, ma a modo suo Elisabetta ha cambiato il rock.

In definitiva, leggete il libro di Doctor Mann. Anche se pensate che, dopotutto, il rock non ha fatto la storia. Anche se pensate questo, il rock magari ha fatto la vostra storia.

Per quello che ne so, di sicuro il rock ha fatto la MIA piccola, personalissima, storia.

p.s. Stefano, ma You’re so vain non era stata scritta per Warren Beatty?

p.s. 2 Grazie a Federica per il pensiero!