Cronache da Casal Bruciato

Esserci oggi, a via Satta, a Casal Bruciato, era troppo importante.

Per sancire i principi di umanità, di solidarietà, di democrazia, di legalità. Per far capire ai fascisti che, davvero, devono smetterla di impossessarsi di periferie nelle quali non vivono e che utilizzano solo per fomentare odio nei confronti delle minoranze, sempre forti coi deboli, i vigliacchi. Per far capire ai cittadini di quei quartieri che esiste davvero chi vuole dar loro una mano, oggi, e che in qualche forma l’ha fatto, fino ad oggi. E, non ultimo, per testimoniare alla famiglia rom vittima di violenze indicibili tutto il sostegno e la vicinanza possibile.

Appena arrivo a via Satta incontro Daniele Leppe, manco a farlo apposta, e mi viene istintivo andare a salutarlo e ringraziarlo. Daniele si schernisce, fa il modesto ma davvero credo che attualmente, a Roma, non ci sia nessuno nel nostro campo che come lui riesce a testimoniare l’impegno per salvaguardare, proteggere, difendere i diritti degli ultimi. Chiunque essi siano, senza distinzione alcuna. Ecco, lo dico, ma io Daniele Leppe lo vorrei Sindaco di Roma. E altro segno del destino è che con Daniele ci sia Andrea Costa, con il quale e con tutti gli amici del  Baobab sto facendo un pezzetto di strada in questi tempi.

Tempo qualche minuto è c’è una contestazione al PD. Più che al PD se la prendono con Matteo Orfini, perché del PD ci sono molti altri rappresentanti, più o meno noti ai cittadini, ma nessuno li contesta. “Fuori il PD dalla piazza”, urlano, e in effetti ad urlare sono pochi ragazzi, tutti abbastanza giovani, e la situazione è abbastanza surreale perché, come ho avuto modo di commentare a caldo appena assistito al diverbio,

Dovremmo anna’ a mena’ quelli di Casapound invece riusciamo a litiga’ tra di noi pure quando si fanno battaglie su questioni sacrosante come la dignità delle persone e l’antifascismo.

Per lo meno oggi che quelli di Casapound stavano là, a due passi. Che poi chiarisco pure il concetto di “menà”, che non è picchiare come fanno loro, ma contestare, anche mettendoci il corpo, la presenza fisica, il loro modo ignobile di fare politica. Tra gli interventi che ascoltavo mi ha colpito quello di un ragazzo, giovane padre che diceva di vivere a poca distanza da lì, a Casal Bertone, che diceva più o meno questo: noi non sappiamo menare, se andiamo di là ci riempiono di mazzate perché quello della violenza è il solo linguaggio che conoscono, insieme con quello della vigliaccheria, ma noi dobbiamo rivendicare la nostra diversità, la nostra umanità, perché non siamo come loro, non andiamo in giro ad insultare donne, a terrorizzare bambini. E chiedeva agli abitanti dei palazzi di Via Satta di manifestare insieme, perché anche loro, i cittadini che vivono in quelle case, non sono così.

Tornando a Orfini, ho apprezzato umanamente il suo coraggio nell’affrontare la piazza e i contestatori, ma da un punto di vista politico l’ennesimo disastro. Per carità, tutti hanno il diritto di stare in piazza, a maggior ragione in una manifestazione come quella di oggi. Però Orfini si chieda come mai, al di là delle contestazioni odierne, ci siano questi atteggiamenti ostili nei suoi particolari confronti e nei confronti del suo partito. E si chieda se ritiene davvero sufficiente chiedere scusa per aver abbandonato le periferie senza che si sia fatta una seria autocritica sul perché il PD, e la sinistra nella sua quasi interezza, abbia negli anni abbandonato a loro stessi e alle incursioni della destra più becera e neofascista le periferie di Roma e non solo. Ecco, nonostante il suo “coraggio” credo che egli sia il simbolo del PD che semplicemente in questi anni ha deciso di rappresentare altre istanze, perché non aveva più interesse a farsi portatore delle voci, dei problemi, delle storie che venivano da quei territori. Ne tragga le conseguenze politiche e si tolga di mezzo, per come la vedo io.

Come dicevo il PD è in buona  compagnia, a sinistra sono davvero poche le persone e le realtà associative che in questi anni hanno provato a resistere in quei luoghi, però ci sono, ci sono state, e averle relegate a fenomeni di nicchia, estremisti da centri sociali, ha fatto si che da un lato si abbandonassero i territori, dall’altro si scavassero solchi sempre più profondi tra persone che per molto tempo sono state dalla stessa parte della barricata. Ascoltavo le conversazioni tra compagni, persone presenti alla manifestazione, e tutti concordavano sulla necessità di stare in quelle piazze non solo oggi, ma in maniera continuativa per dare nuova credibilità alla sinistra che vuol rappresentare quelle realtà e sottrarre così terreno e consensi ai fascisti. Il problema è come fare a risultare credibili se gli hai voltato le spalle per tanto, troppo tempo. Non sarà facile, ma questa è la sfida: riconnettersi con chi vive condizioni di disagio, con chi ha paura del presente e ancora di più del futuro, con chi spera di vedere migliorata la vita propria, quella dei figli, quella dei nipoti.

La posta in gioco

Non è la prima volta che ne parlo, ma forse è il caso di chiarire sempre meglio, prima  di tutto a me stesso,  la posta in gioco alla prossime elezioni europee e, nel caso in cui il governo non dovesse durare troppissimo (anche oggi i due vicepremier se le sono menate di santa ragione, vai a vedere se per finta o meno, ma quest’è), alle prossime elezioni politiche che si svolgeranno nel nostro Paese in un futuro forse non troppo lontano.

Piccola digressione prima di continuare il mio modestissimo ragionamento. Quanto durerà il governo nessuno lo sa. Forse non tanto quanto sarebbe necessario per far capire agli italiani il significato del disastro che si sta perpetrando dal punto di vista economico, sulle spalle dei più deboli che di più pagheranno le scelte scellerate in campo economico. La narrazione della ripresa che c’è ma che in realtà NON c’è può anche durare per qualche mese, ma come fu per Renzi alla fine i conti NON tornato e le persone che vivono in condizioni di disagio economiche, o che semplicemente vedono che le promesse mirabolanti del governo di turno non sono state mantenute,  ti abbandonano davanti alla realtà delle tasche vuote o dei sogni infranti. Renzi ci ha messo due anni a passare dal 40% al 20%, inanellando nel frattempo batoste elettorali su batoste elettorali. Spero che succeda lo stesso con la Lega, per la quale si annuncia un exploit alle Europee e che potrebbe cavalcare l’onda lunga del successo per andare al voto anche in Italia. Ma se, come dicevo, ci sarà invece il tempo di far toccare con mano agli italiani il fallimento delle politiche economiche messe in atto dal presente governo,  non so se questo basterà a far cambiare idea agli italiani su Salvini perché ahinoi sta facendo leva sui sentimenti peggiori degli italiani. Sta alimentando la paura, che a sua volta genera altra paura, genera odio, genera richiesta di misure forti, e temo che per scardinare questa narrazione e nel contempo provocare una reazione civica e razionale nella testa degli elettori ci vorrà un po’ di tempo.

Per tornare al tema di fondo delle mie riflessioni, la settimana scorsa grande scandalo per la visita di Salvini in Ungheria, con tanto di foto trucissime dei due nazi che scrutano l’orizzonte da una torretta messa lì a sorvegliare il muro che divide l’Ungheria dalla civiltà.
Mi sarei un po’ stancato di sentire chi, non senza torto, ci mancherebbe, sta lì a menarsela sulla contraddizione insita nell’alleanza Paesi-di-Visegrad-Salvini. Contraddizione evidente nell’assoluta mancanza di volontà dei Paesi del blocco dell’est di farsi carico della ripartizione dei migranti in Europa, o dei neo-nazionalisti di non fare alcuno sconto all’Italia in tema di rispetto dei vincoli macrofinanziari imposti ai conti pubblici dalla UE. Ecco, mi sono stufato perché deve essere chiaro che Salvini della ripartizione in Europa dei migranti semplicemente se ne fotte. Il suo modello è Orban punto. Nel senso che, semplicemente, il fenomeno delle migrazioni si risolvono non facendo entrare più nessuno, e difendendo i confini con il filo spinato, e se serve con l’esercito, le motovedette che sparano ai barconi. E tutto ciò dovrebbe diventare possibile, nel disegno del nazionalista nostrano, dopo il 26 maggio con la fine dell’Europa.

Idem per le questioni inerenti i conti. Salvini, in questo sostenuto al 100% dai suoi servi scemi di M5S,  non ha alcun problema a sostenere misure economiche in debito e in deficit, dicendo che non pagherà i debiti. Perché è esattamente quello che farebbe se vincessero i sovranisti-nazionalisti-neonazisti il 26 maggio. Nazionalismo, del resto, che significa? Pensare la proprio stato, ai propri interessi, quindi basta con l’Europa dei vincoli, dei conti in ordine, basta Europa proprio. Questo è il progetto, inutile girarci troppo intorno. E guardate che queste posizioni, in fondo, sono condivise dai suoi elettori. Io ahimè ne ho un po’ intorno ogni giorno, e queste tesi sostengono. I debiti non si pagano, e non è mai morto nessuno. La moneta unica è una aberrazione, un non-senso economico e finanziario. Viva il protezionismo, viva i dazi, viva l’autarchia, viva la Nazione isolata dal resto del mondo. Padroni a casa nostra. Leggete Bagnai, il vero ideologo della Lega in campo economico, e poi ditemi.

Tornando al tema dei migranti, Salvini non si fa alcun problema ad attaccare Papa Francesco per le sue prese di posizione a favore dei migranti, proclamando la sua fedeltà a Ratzinger, a quanto pare ben imboccato da Bannon in persona, in linea con i conservatori più conservatori e razzisti e retrogradi degli USA, sostenuti dai lobbysti delle armi e dai guerrafondai a stelle e strisce. Questo rischia di diventare il nostro Paese, una sorta di USA con le pezze al culo, senza alcuna forza economica autonoma, preda dell’egemonia cinese o russa, a seconda di chi offrirà di più per comprare i migliori asset del paese.

E in vista delle elezioni europee quello che mi sorprende è la possibilità che il PPE prenda in considerazione l’idea di trattare con questa roba, anziché proseguire nell’espulsione e nell’allontanamento di Orban e dei suoi sodali. Me la vedo la Merkel trattare con Salvini, Le Pen, Orban e compagnia bella.

Quindi il 26 maggio tutta questa roba va fermata. A tutti i costi.

Va fermato l’inganno messo in campo da Salvini, che distrae le masse con la sicurezza, Fazio, i migranti, la castrazione chimica, i grembiuli a scuola. Mentre il suo disegno è la disgregazione dell’Unione Europea. Addio Spinelli, addio Ventotene.

Semplificare (ma non troppo)

Oggi pomeriggio ascoltavo Nicola Fratoianni da Lucia Annunziata.

Parole di buon senso sulla situazione economica del Paese, sulle prospettive della sinistra, sul valore del 25 aprile, sui fatti di Torre Maura, sullo sfruttamento dei lavoratori, sugli errori del passato e sui limiti della classe politica della sinistra, anche dei suoi personali.

Nulla di sconvolgente, e nulla di particolarmente complicato. Nel suo caso mi sembrava che le sue parole fossero anche abbastanza distanti da qualsiasi “vocazione pedagogica”, per usare un’espressione di Marco Damilano. Vocazione pedagogica che sicuramente in altre, innumerevoli occasioni, a sinistra molti hanno avuto e continuano ad avere.

E però una cosa mi ha colpito del suo intervento, così come mi colpisce spessissimo ascoltando le parole di altre personalità di sinistra, ossia il fatto che in quest’epoca l’analisi, il ragionamento, il tentativo di rispondere in maniera più o meno articolata e complessa a questioni che a loro volta sono sicuramente articolate e complesse, non paga. Non è vincente, e soprattutto non è convincente. Non sto dicendo che occorra parlare esclusivamente alla pancia,  a suon di slogan, cosa che peraltro riesce molto meglio a destra. Dico che però, probabilmente, senza rinunciare alla fatica dell’analisi, della comprensione, occorre semplificare le questioni, i ragionamenti, e soprattutto provare a dare messaggi più diretti.

Euro si/Euro no.

Europa si/Europa no.

Patrimoniale si/patrimoniale no.

Diritto alla casa si/diritto alla casa no.

Diritti per tutti si/diritti per tutti no.

Sanità pubblica si/Sanità pubblica no.

Investimenti pubblici si/investimenti pubblici no.

Immigrazione si/immigrazione no.

Tutela dell’ambiente si/tutela dell’ambiente no.

Precarietà del lavoro si/precarietà del lavoro no.

Sono 10 questioni, se ne possono aggiungere altre.

Potrebbero, dovrebbero essere i temi sui quali qualsiasi forza di sinistra pronuncia parole chiare, con forza e convinzione, e le ripete fino allo sfinimento. Semplificando prima, per rendere chiari i concetti all’elettorato. Per definire il campo, la parte dalla quale si sta. E contestualmente però ri-complicare, ri-analizzare, scarnificare i problemi, trovare soluzioni. Per provare ad essere credibili prima e operativi dopo. 

I Rom e noi

“Io non sono razzista, però i Rom mi stanno sul cazzo”.

Quante volte avete sentito un’affermazione del genere? Io tante, penso anche voi.

Quella di Rom, Sinti e Caminanti è la più discriminata delle minoranze, di sicuro nel nostro Paese, probabilmente in tutto il Continente.

I luoghi comuni sui Rom si sprecano da sempre.

Rubano, ma non mi consta che esistano statistiche che indichino una percentuale più alta di condannati in via definitiva per furto tra i Rom rispetto al resto della popolazione.  Ruberanno né più né meno rispetto al resto degli italiani.

Rubano i bambini, ma non si è mai registrato alcun processo per sequestro di minori a carico di membri della comunità Rom.

È vero, in alcune situazioni può destare allarme il fenomeno dei borseggiatori sui mezzi pubblici, come è vero che in alcuni casi le esalazioni provocate dal bruciare la plastica per ricavare il rame da rivendere siano un problema per la salute pubblica.

Però proviamo a pensare cosa vuol dire vivere nei campi, sia regolari sia irregolari, nei quali sono stati relegati a vivere nelle nostre periferie. Senza che, nella stragrande maggioranza dei casi, le istituzioni abbiano provato a mettere in piedi uno straccio di progetto di integrazione, lasciando al solito alle associazioni di volontariato il compito di assistere, le persone, i bambini, di avviare progetti di scolarizzazione per i minori.  E non è un caso che nei Paesi dove invece si è investito di più in integrazione, come in Spagna, sia minore il tasso di discriminazione.

Senza poi contare il fatto che secondo stime consolidate circa il 50% dei Rom presenti sul territorio italiano sono cittadini Italiani. Non è che hanno acquisito la cittadinanza italiana. No, sono proprio italiani di etnia Rom. Italiani come noi. Però italiani poveri. Italiani Rom poveri.

E allora, pur ammettendo per assurdo (ovviamente non lo penso affatto, non è che si possa impedire ad un cittadino Europeo povero, che non ha commesso reati di alcun tipo, di girare libero per l’Europa ) che tutti i Rom non italiani debbano tornare al loro paese d’origine, semmai ne abbiano uno (Macedonia, Romania, Spagna, o altro), con i Rom Italiani, poveri, che stanno in Italia che ci facciamo?

I campi sono una vergogna, e a detta di molti andrebbero chiusi. Sono d’accordo. Occorre però trovare altre soluzioni abitative. Quando si cercano altre soluzioni abitative, necessarie per poter provare ad immaginare percorsi di integrazione, succedono i casini come quelli di questi giorni a Torre Maura (non voglio entrare nel merito di quanto successo, quello delle periferie degradate di Roma e di altre città italiane è un fenomeno complesso).

In generale, per molti, moltissimi, almeno tutti quelli che dicono “non sono razzista ma i Rom mi stanno sul cazzo”, i Rom semplicemente dovrebbero sparire, volatilizzarsi, non esistere. Magari andrebbero sterminati. O deportati. O quantomeno incarcerati per il solo fatto di essere Rom, in una chiamata in correità per qualsiasi nefandezza e per il solo fatto di essere Rom. Ecco, tutto questo a casa mia si chiama razzismo.

L’Art. 3 della Costituzione stabilisce che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Discriminare un gruppo di persone per razza o condizioni sociali, come recita la nostra Costituzione, è la definizione esatta di razzismo. Punto.

Grandi Opere Vs Opere Grandi

Dopo aver partecipato alla manifestazione degli studenti #FridayForFuture ho fatto un salto anche a Piazza del Popolo, dove si sono riuniti gli edili (e non solo) di CGIL, CISL, e UIL per chiedere al governo di sbloccare i cantieri e far ripartire il settore delle costruzioni. 

Ho ritrovato le facce di molte delle persone che vedo all’opera quando vado in cantiere, non esattamente gli stessi ma comunque i volti della fatica, del sacrificio, del lavoro duro. Nutro per questi operai un rispetto sacro, anche quando alcuni mi fanno incazzare vedendoli poco attenti spesso non per colpa loro, alle condizioni di sicurezza nelle quali svolgono il proprio lavoro.

Sono rimasto in piazza un po’, a guardarmi in giro e ad ascoltare le parole che provenivano dal palco.

Sia chiaro, penso anche io che il settore delle costruzioni abbia bisogno di nuova linfa, perché troppi posti di lavoro si sono persi negli ultimi anni e perché troppo alto è il gap infrastrutturale che l’Italia sconta sia rispetto ad altri Paesi, sia rispetto a differenti aree geografiche del nostro stivale. Ma non si può pensare che solo le Grandi Opere siano portatrici di sviluppo e siano capaci di rimettere in moto l’economia.

Certo, la Sicilia sconta anni di mancati investimenti, di opere non realizzate o realizzate male, di trasporti su gomma affidati ad amici degli amici che hanno impedito lo sviluppo di una rete ferroviaria degna di un paese civile, e quindi ben vengano gli investimenti sulla direttrice Palermo-Catania-Messina. L’AV si ferma a Salerno, e sebbene la linea ferroviaria tra Salerno e Reggio Calabria sia a doppio binario permangono criticità di tracciato e di infrastruttura che rendono ancora troppo lunghi i tempi di percorrenza per raggiungere lo stretto di Messina. Del Ponte non ne parlo per pietà. Nel tempo la Napoli-Bari sarà raddoppiata, sono già partiti i primi due lotti dell’opera, mentre un pezzo del raddoppio alle porte di Foggia è stato già completato. Andare da Roma sull’Adriatico con il treno in tempi ragionevoli resta ancora un miraggio, mentre si sta invece cercando di arrivare al raddoppio completo della linea Adriatica, risolte le criticità delle gallerie di Cattolica, Ancona e Ortona. Parlo di ferrovie perché è il mondo che conosco, e perché ritengo che vada comunque, se parliamo di grandi infrastrutture, privilegiato il trasporto su ferro anziché quello su gomma, tanto nelle città quanto per collegare i grandi e piccoli centri produttivi del Paese. Anche per questo ritengo che andrebbe fatto un serio studio per capire quali delle ferrovie nel tempo dismesse potrebbero essere ripristinate con investimenti pubblici che finanzino non solo i lavori necessari a rimetterle in funzione ma anche un servizio universalistico di cui far godere pendolari e turisti.

Per quanto riguarda le strade, le cronache di questi mesi ci mostrano in tutta la sua drammaticità quanto sia importante la manutenzione dell’esistente. Proprio per questo non concordo con quanto sostenuto nel corso della manifestazione unitaria degli edili che una delle opere prioritarie per il Paese sarebbe l’autostrada Roma-Latina (e la bretella Cisterna-Valmontone). Ne ho avuto modo di parlare varie volte nel passato, e potete trovare qualcosa qui, qui, qui e qui.

Il succo è che spendendo molto ma molto meno si potrebbe mettere in sicurezza, iniziando in tempi relativamente brevi, la Pontina che continua a mietere vittime e che negli ultimi mesi versa in condizioni pietose, garantendo quindi sia un certo livello di occupazione, sia la possibilità di sviluppo virtuoso dei territori valorizzando le bellezze naturali, paesaggistiche, culturali dei territori.  In termini infrastrutturali, poi, da anni si discute dell’opportunità di realizzare una metropolitana leggera Roma-Latina che consentirebbe comunque di collegare Roma e Latina in maniera funzionale e rispettosa del territorio Ecco un esempio di come si possa uscire da alcuni dogmi, realizzare opere utili e contemporaneamente rivitalizzare il settore delle costruzioni (e non solo). Occorre solo avere chiaro quale modello di sviluppo si vuole adottare, e a mio avviso uno sforzo in più anche lato sindacale si potrebbe fare. Proposte non ne mancano, occorre solo essere laici abbastanza da volerle discutere ed adottare.

Ovviamente non posso che essere d’accordo sul fatto che, in generale, il Paese abbia bisogno di un piano di manutenzione straordinaria di edifici pubblici: scuole, ospedali, palazzi di giustizia, carceri. Da dotare di impianti fotovoltaici, da efficientare dal punto di vista energetico. Tanti piccoli interventi che favorirebbero anche mano d’opera e imprese locali, un circolo virtuoso per tutto il sistema.

E quindi non riesco a capire chi sostiene che per la Torino-Lione passi lo sviluppo di un intero paese. Personalmente sono stato sempre contrario a quell’opera, perché già ai tempi delle prime discussioni era evidente come fossero prive di fondamento le analisi sui futuri traffici merci, e nemmeno si può sostenere più di tanto che un’opera abbia un effetto moltiplicatore sugli scambi commerciali perché se c’è poco da trasportare anche un’opera nuova di zecca trasporterà ben poco.  Ed era comunque evidente, allora come adesso, che attorno a quell’opera comunque ci fossero posizioni ideologiche, tanto favorevoli quanto contrarie, che andavano al di là del merito. Nel frattempo i lavori sono andati avanti, anche se per il solo cunicolo esplorativo, però adesso non so quanto senso abbia bloccare tutto. Paradossalmente l’opera, qualora si decidesse di farla, credo dovrebbe costare di più e non di meno, nel senso che occorrerebbe sedersi, definitivamente, attorno ad un tavolo con le popolazioni locali e definire una partita di opere compensative che diventino patrimonio condiviso di quelle comunità e rassicurarli definitivamente sul bassissimo impatto ambientale della fase di realizzazione. Faccio presente che un’opera di quel genere, anche più mastodontica, si sta già costruendo nel nostro Paese,  si chiama tunnel del Brennero e non sento tutte queste polemiche. Forse perché non c’è la parola “TAV” davanti a “tunnel del Brennero”. A parte la galleria di base che sarà la più lunga del mondo con i suoi 64 km, sul versante italiano ci sono altre opere “accessorie”. Tra un po’ inizieranno a spostare il fiume Isarco, per dire. Però non se ne parla. Voglio solo dire che bisognerebbe mettere da parte un po’ di massimalismo e provare a ragionare, cercando d tenere insieme tutto: le esigenze delle popolazioni locali, la credibilità di una nazione che non può cambiare accordi internazionali a seconda delle maggioranze di governo perché si mette a repentaglio la credibilità di una a intera nazione. Senza però attribuire a una linea ferroviaria proprietà taumaturgiche per l’economia di una Paese di 60 milioni di abitanti.

In definitiva, quindi, nessuna preclusione ideologica per le Grandi Opere ma probabilmente per il nostro Paese avranno maggiore effetto prociclico, in un periodo di stagnazione, Opere Grandi.

Romanzo musicale

Per uno nato nel 1971 farsi una propria cultura musicale, a cominciare da quando si è piccoli, poteva dipendere da diversi fattori: genitori appassionati, fratelli maggiori rockettari, amici gajardi, predisposizione personale. A me non so bene cosa sia successo, ma di certo una mano grandissima me l’ha data la radio.

Era il 1979 e il riff di My Sharona  di The Knack, ascoltato da qualche parte, deve avermi colpito a tal punto da condizionare tutto quello che sarebbe successo in futuro. Andai da Consorti, che era un negozio a Viale Giulio Cesare dovo oggi c’è La Feltrinelli, o forse in un negozio che mi sembrava grandissimo a Via Baldo degli Ubaldi (non è che vivessi a Roma, ci andavo quando andavamo a trovare i miei nonni, che abitavano ai confini tra Valle Aurelia e Balduina). Poi magari mi colpì pure la copertina del 45 giri che ho ancora conservato a casa dei miei, con Sharona in bella mostra.

Fatto sta che le origini della mia passione per la musica sta tutta lì.

My Sharona.

Seguì Phil Collins, un paio di anni dopo, In The Air Tonight sentita sempre per radio, che poi non conoscevo l’inglese e dicevo “It Te Aronig”, e mia zia Grazia che mi accompagnò sempre da Consorti non capiva cosa dovesse cercare.

Che poi questo di Phil Collins sarà stato uno dei primi video che ho visto, non se se a Discoring. Di lì a poco sarebbe nata DeeJay Television  con tutto quello che ha comportato per noi che siamo usciti vivi dagli anni ’80.

Negli anni successivi qualche caduta che non starò a raccontare (ciascuno ha i suoi scheletri nell’armadio), comunque compravo qualche 45 giri che consumavo con questo (regalato dai cugini di Napoli):

Come dicevo alti e bassi ma poi, di nuovo, scatta qualcosa e mi faccio tutta la gita di seconda media con Rebel Yell di Billy Idol nelle orecchie, sparato con un simil-walkman (a casa nostra sempre imitazioni) .

Nel frattempo tra il 1982 e il 1983 due apparizioni di Vasco Rossi a Sanremo (e come non citare le discussioni  alle medie con Giuseppe che aveva capito che Vasco aveva qualche problema di droga, mentre io no…) che me lo hanno fatto amare per anni (il 33 giri di Va Bene, Va bene Così l’ho consumato) e l’esibizione shock di Peter Gabriel.

Credo che da allora Sanremo l’ho cassato, almeno fino a La Terra dei Cachi con Elio e i suoi amici travestiti da Rockets e con la parentesi di Springsteen di cui parlerò dopo.

E così arrivo alla prima vera svolta della mia vita musicale, grazie a Giorgio  Noce, nell’estate del 1985. Giorgio all’epoca viveva a Caserta, la sua famiglia si conosceva con la famiglia di mia zia che  viveva a Napoli e comunque Giorgio veniva a villeggiare l’estate a Marina di Minturno. Era un pazzo scatenato, ci raccontava dei suoi viaggi in Inghilterra fatti durante il periodo estivo già negli anni precedenti e un po’ per questo, un po’ mi sembra per qualche cugino altrettanto fuori di testa, già a 15 anni aveva una cultura musicale che a me pareva sconfinata. Iniziò a registrarmi su musicassette di tutto, dagli Smiths agli U2 ai Dire Straits, dai Genesis a Jackson Browne (una versione live di Stay che mi faceva venire i brividi) ai Pink Floyd. E tanta altra roba. Ma soprattutto Giorgio mi registrò The Song Remains The Same dei Led Zeppelin e Born To Run +Darkness On The Edge Of Town di Bruce Springsteen.

Passai l’estate chiuso in salone ad ascoltare a tutto volume (quando non c’erano i miei) e ad imitare con la mazza della scopa sopra una sedia l’assolo di Jimmy Page. E ho detto tutto.

E poi l’incontro con Springsteen fu esplosivo, un amore mai finito, l’unico amore musicale immutato negli anni. Immutato proprio perché Bruce ti scava nell’anima, e ti accompagna nella vita, come un fratello maggiore, come il tuo migliore amico. Un amore condiviso con due dei miei amici eterni, Emiliano e Simone, e forse non è un caso se me li sento come Blood Brothers.

E quindi il 1985, con le passioni musicali, le amicizie, l’inizio delle superiori alle porte e questa estate esplosiva con Live Aid che ci fece ascoltare praticamente tutti gli idoli che stavano facendo in me una breccia che mi avrebbe cambiato la vita per sempre.  E se volete avere un’idea di quello che fu Live Aid, guardate questi due video.

Gli U2 sono rimasti con me per un bel po’, ma nel frattempo all’inizio del liceo la seconda botta, grazie ai compagni di classe di mia sorella, più grande di me.

Francesco (che non c’è più cazzo e lo porto sempre nel cuore) mi fa avere due cassette: Live After Death degli Iron Maiden e World Wide Live degli Scorpions. Non si capisce più niente. L’heavy metal, e poi il trash, il death, lo speed. I Metallica. Boom. Grande gioia di mio padre che torna a casa e mi urla di abbassare la radio con la quale mandavo a manetta i nastri. Diciamo che tra lui e Klaus Meine c’era una certa incompatibilità. Anche con la batteria di Lars Ulrich c’era una certa incompatibilità.

E quindi inizia il periodo dei concerti, il primo in assoluto Eric Clapton il 31 ottobre del 1985 al Palamaggiò di Caserta, in compagnia di Antonio, figlio di un collega di mio padre. E poi, negli anni tanti e tanti altri.

Questa passione per la musica, e quel po’ di conoscenza della materia che mi ero costruito ascoltando di tutto, ha fatto si che durante una gita, nel 1987, trovai un terreno comune con altre persone, con le quali magari non condividevo proprio gli stessissimi gusti ma con le quali scattò un feeling. Fabio e Gianluca su tutti. Fabio che si portava la chitarra e con Roberto sapeva  suonare tutte le canzoni di Simon & Garfunkel, era fissato con i Police e Sting e Nik Kershaw. Insomma iniziai ad allargare ulteriormente i miei orizzonti. Gianluca, che conoscevo dalle medie, studente di violino al conservatorio ma che sapeva suonare tutti gli strumenti.

Così un pomeriggio vado da Gianluca, ci mettemmo ad ascoltare musica e ad un certo punto, visto che c’era lì la sua batteria, mi dice perché non provi. Credo che ci mettemmo a suonare qualcosa dei Maiden che ovviamente per me erano impossibili da riprodurre, e però dai quei primi disastri inizia ad andare da lui più spesso provando a fare cose semplici, e quindi ci venne l’idea di mettere su  un gruppo. Chiamammo Fabio, Gianluca si mise al basso e iniziammo a strimpellare le prime cose. Da allora, siamo stati in simbiosi per altri quattro anni. Quattro anni di prove, di uscite, di serate, di concerti visti insieme, di concerti. Gianluca è passato alla chitarra, sulla quale riusciva ad essere virtuoso almeno quanto non lo fosse al violino, ed entrò Dante al basso, Paolo prima, Mimmo poi, Saverio dopo alle tastiere. Cantavano Fabio e Dante che si alternavano a seconda dei pezzi. Facevamo cover, dagli U2 ai Metallica, dai Pink Floyd ai Rolling Stones, e facevamo tanto, ma tanto casino. Eravamo gemellati con i Prolano Strasse, il gruppo dei fratelli de Fabritiis, con Giuliano, Marcello e Tony che adesso è il cantante del Banco.

Le prove a casa di Fabio, dove un giorno arrivai con la mia batteria (sei tom, timpano cassa e rullante più svariati piatti!!!) comprata da un tipo assurdo di Castelforte che si narrava facesse cose strane, poi a casa di Gianluca, poi nel garage dei miei, infine nella scuola media di Castelforte dove venivano a sentirci personaggi ai limiti dell’inverosimile, Ernesto buonanima che ci scarrozzava dappertutto, i gemelli Toti, Vincenzo Mercione, Stefania Cazzamatta, Almerindo lo stilista, Frankie.

Si ricordano serate memorabili dalle parti nostre, il veglione di capodanno 1989 alla Taverna d’Oro, i concerti in Piazza a Scauri alla festa dell’addio all’estate sempre nel 1989, il concerto mitico al liceo scientifico con tutti i nostri amici assurdi che erano venuti a pogare e fare un casino indicibile,  le serate al circolo velico di Formia interrotte dall’arrivo della polizia, le feste a casa di Giando e a casa dei fratelli de Fabritiis nel 1990, il concerto a San Cosma e la serata successiva per ripagare i debiti accumulati per organizzare quell’evento.

Intanto si inizia l’università, e il sabato tutti a San Cosma alle prove, e le uscite, e le minchiate in macchina con Roberto e Giovanni Caruso, Gianfranco Shock, Dino, Peppe Basitto, Amedeo, Luigi, Roberto. Nelle serate romane infrasettimanali, al culmine di giornate assurde tra lezioni e studio stentato, la scoperta solitaria, nel buio della stanza e dal letto, di Planet Rock , trasmissione radiofonica storica che mi apre altri mondi. Su tutti i Nirvana, visti al Castello , il 19 novembre del 1991 (con gli Urge Overkill a fare da spalla).

E poi i Negazione, conosciuti grazie ai miei amici punk/underground dell’epoca Germano e SuperMario, e anche dei Negazione, e di Marco Mathieu ho già scritto qui.

Anni fantastici. Anni a fare i conti con le proprie inadeguatezze, con le proprie incertezze, con i propri sogni.

Interrotti, per me, nel 1992, con l’arrivo  della serietà e delle responsabilità che erano troppe da sopportare per le mie spalle. Lasciai il testimone a Danilo, e poi i ragazzi iniziarono per un periodo a fare sul serio, e partirono per qualche data a fare da spalla a Roberto Ciotti.

Quindi, batteria lasciata a marcire nel garage dei miei, con la passione per la musica sempre intatta, tanta roba da ascoltare, da conoscere.

Negli anni, la presenza continua, rassicurante, protettiva di Bruce Springsteen, di pure cui ho già scritto qui.

Passa il tempo, passa qualche anno, e si rinasce, si trova la gioia di condividere altra musica ancora, la magia del jazz, del piano, e gli Afterhours, e sempre Springsteen.

Poi, un giorno, quello che non ti aspetti. Daniele, che lavora con te, chiacchierando alla macchinetta del caffè ti dice che suona la chitarra in un gruppo.

Ah si?

Anche io suonavo, la batteria, ma ho smesso da tempo.

Maddai.

Lo sai che cerchiamo un batterista?

Vabbè mai non suono da troppo tempo e poi non ho mai saputo suonare.

E che ti frega, vieni a provare.

Ok.

E così per gioco si ricomincia, con i Foolin’ Dolls dell’epoca, a suonare tutti pezzi, musica e testi,  scritti da Daniele che suona anche la chitarra. Troviamo ospitalità nella Jam House.

Qualcuno se ne va, Daniele decide di credere in me (e gliene sarò sempre grato) e così i Foolin’ rinascono dalle loro ceneri, entrano Cristina e Alessandro ed eccoci qui, ancora a divertirci con la musica.

Due parole sulle primarie del PD (poi basta)

Parlando sempre da osservatore esterno, della giornata di domenica la cosa da salutare con maggiore soddisfazione è la partecipazione. In assoluto numeri inferiori rispetto al passato, ma visto lo stato di salute del PD in questo primo anno di governo fasciogrillino, e viste le batoste nei recenti appuntamenti elettorali,  un milione e settecentomila persone  (in carne ed ossa) che si sono messe in fila non sono poche, anzi. Al di là dell’esercizio di democrazia occorre anche capire da chi è formato questo milione e settecentomila persone che hanno votato.

Uno zoccolo duro di iscritti/militanti/elettori.

Un po’ di persone per dare una lezione a Renzi e ai renziani, nella speranza che davvero mettessero in atto la minaccia di andar via qualora avesse vinto Zingaretti.

Un altro pezzo per dare un segnale di resistenza democratica al governo.

E infine un’ultima porzione di partecipanti che hanno visto in Zingaretti la possibilità di una virata a sinistra del PD, nella speranza di un effetto positivo a catena per tutto il mondo disgregato della sinistra.

Vorrei soffermarmi sul secondo e sul quarto punto.

Uno dei mali della politica è il trasformismo. la politica italiana non è esente, e il PD nemmeno. Come si suol dire, molti di quelli che si sono professati bersaniani  prima, renziani poi, non hanno avuto alcuna remora a spostarsi con anticipo dalla parte di Zingaretti, avendo addorato il fieto del miccio, come direbbe Eduardo. Sempre pronti a salire sul carro del vincitore, anche in anticipo rispetto ai risultati, anzi condizionandoli sicuramente. Ma le teste sono sempre quelle,  e i modi pure, ed esprimono una concezione politica personalistica, clientelare, familistica (ripeto, da certe storture si salvano davvero in pochi, nel panorama politico italiano) che  costituisce una delle ragioni che ha alimentato la disaffezione dei cittadini alla partecipazione e  che in una certa misura ha contribuito all’allontanamento dei cittadini dai partiti di centro-sinistra, i quali hanno sicuramente un elettorato liquido più esigente rispetto a questioni di tipo “morale”. Potrei fare l’esempio della provincia di Latina, dove il 70% prendeva Renzi e il 70% prende Zingaretti, e gira che ti rigira salvo qualche eccezione i dirigenti sempre quelli sono, e si spostano laddove hanno più convenienza ad andare. Ecco, se Zingaretti vuole rendere ll PD appetibile per un certo tipo di elettorato che ha abbandonato la casa da anni, dovrà fare uno sforzo immane per liberarsi di queste incrostazioni. Avrà la forza, o la voglia, di farlo, quando ad esempio un pezzo delle vecchie classi dirigenti ex-renziane lo sostengono in maggioranza nella Regione Lazio?

Passando alla questione delle aspettative sulla direzione politica che Zingaretti darà al PD, mi permetto di coltivare qualche dubbio di fronte all’entusiasmo che alcuni manifestano con l’arrivo del neo-segretario. Io vorrei solo rammentare che in questa fase congressuale che è durata pressoché un anno non mi sembra di aver sentito parole di autocritica su quanto fatto negli anni di governo del PD, a partire dal 2011 e per finire al governo Gentiloni. Nulla sugli accordi con la Libia che hanno istituzionalizzato i lager in quel paese, nulla sulla buona scuola, nulla sul jobs-act, nulla sulle trivellazione, nulla su un piano nazionale dei trasporti, nulla sui morti sul lavoro, nulla sul lavoro povero e senza diritti, nulla sul consumo di suolo, nulla sulla lotta all’evasione fiscale, nulla sulle pensioni, sulla sanità (su questo aspetto vi consiglio di leggere Elisabetta Canitano). Non si può pensare di risultare credibili agli occhi di un popolo vittima di una diaspora e soprattutto nelle menti di un blocco sociale martoriato dalla crisi e dalla precarietà e dall’aumento delle disuguaglianze presentandosi in perfetta continuità con un recente passato che ha lasciato solo macerie nel Paese. Se pensi di rappresentare gli ultimi con ricette di destra, pensando che sia ancora il mercato a dover governare tutto,  che bastino gli incentivi alle imprese, tagliare il cuneo fiscale  e una dose massiccia di investimenti pubblici per ridare fiato all’economia, beh, allora abbiamo già dato. Il Paese ha già dato. Se invece Zingaretti mostrerà di voler allontanarsi da tutto questo, dare un taglio al passato, fare una seria autocritica e cambiare strada beh allora potrebbe aprirsi uno spiraglio per un confronto con altri pezzi della sinistra.  Certo il primo passo da segretario, dal valore politico simbolico altissimo, ossia portare il suo sostegno al movimento SI-TAV, non lascia ben sperare. Perché si parla di tattica (mettere in difficoltà il governo) e di strategia (una certa visione delle grandi opere e del modello di sviluppo del paese), mentre altre situazioni (crisi aziendali tipo Pernigotti, emergenze ambientali tipo Taranto, sfruttamento dei lavoratori tipo Amazon) avrebbero meritato di essere messi al primo posto nelle attenzioni del segretario di un partito che vuole ricucire lo strappo con pezzi di società che non riesce più a rappresentare.

Primarie PD? No, grazie

Nei giorni scorsi, tra il serio e il faceto, ho socializzato il mio dilemma in merito alle primarie del PD, ossia se andare a votare Zingaretti per favorire l’uscita dei renziani oppure restare a casa.

Il PD non è più il mio partito dal 2015, ne sono uscito con sofferenza dopo che gli ultimi anni di permanenza erano stati essi stessi una sofferenza. Primarie ne ho viste abbastanza, e cio che in quell’occasione mi dava alquanto fastidio era il vedere in quelle giornate venire al circolo, o al gazebo, persone che con il PD non ci azzeccavano niente ma niente. Cammellati, fancazzisti, fascisti,  ex che speravano in qualcosa di nuovo. Ecco, io da ex, attualmente e credo per molto tempo ancora, anche da un PD de-renzizzato non spero proprio niente.

In questi mesi, e in questa campagna per la segreteria, nessuno dei candidati ha messo in discussione le politiche migratorie che hanno portato agli accordi per istituzionalizzare i lager libici, nessuno ha parlato di reintroduzione dell’art. 18, nessuno ha parlato di come combattere il lavoro povero e senza diritti, nessuno ha parlato di come ricucire il rapporto con le periferie, di come far muovere il paese senza far obbligatoriamente ricorso a opere faraoniche (tutti d’accordo per la Roma-Latina) e la Cisterna-Valmontone), di come tutelare sul serio l’ambiente, di come rendere la sanità pubblica efficiente e accessibile a tutti in tempi decenti.

Nessuno nel PD parla più di Angelo Vassallo.

Potrei continuare.

E quindi non potrei recarmi ai gazebo nemmeno come potenziale elettore. Come dicevo al compagno Simone, è un evento che vedo remotissimo, anzi di più. Posso auspicare che un PD rinnovato negli uomini e nelle donne e che sappia fare una seria autocritica sugli errori del passaro, nel tempo, possa diventare interlocutore serio e credibile anche per noi che vaghiamo nella galassia della sinistra corpuscolare, ma ho troppo rispetto per la comunità di uomini e donne (non tutti, sia chiaro) che ancora ne fanno parte per andare a scegliere il loro segretario.

Auguro a loro buona fortuna.

Il grande inganno

Nel silenzio quasi assoluto dei media e delle cronache e nel segreto delle trattative tra governo e regioni si sta consumando il più distruttivo degli inganni mascherato da riforma costituzionale. L’autonomia che si sta per concedere a Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna equivale alla disgregazione della Repubblica per come è stata concepita dai padri costituenti nel ’48.  La secessione delle regioni ricche, in virtù del principio perverso del mantenimento  nei territori del 90%  degli introiti fiscali mette fine al principio di perequazione tra regioni di uno stesso stato nonché al principio di solidarietà. Chi è ricco sarà più ricco perché nelle menti razziste, classiste e becere dei proponenti la riforma chi ha tanto merita sempre di più, e chi ha poco deve arrangiarsi. In questo senso le parole infami del Ministro dell’Istruzione non lasciano  spazio a dubbi e mette ancora una volta in evidenza il principio disgregatore dello Stato che muove la Lega sin dalle sue origini. In mezzo, le popolazioni del Sud Italia che hanno affidato le proprie sorti al ministro della malavita e a M5S sperando di raccattare le briciole di provvedimenti di carattere neo-assistenzialistici e si troveranno con una mano davanti e una di dietro, tra servizi sempre più scadenti e clientelismo, camorra e mafia sempre più pervasive, perché saranno le uniche a garantire la presenza che lo Stato non potrà più garantire.

Colpisce, tra tutti, l’atteggiamento del PD e del presidente della Regione Emilia Romagna Bonaccini, che porta nel baratro una tradizione di buon governo che sapeva farsi carico dei più deboli senza egoismi e che invece si fa carnefice di chi, scontando responsabilità non sue, è rimasto indietro. Povera Emilia Romagna.

E del resto tutto nasce dal governo Gentiloni che ha concesso alla trattativa con le regioni quanto nemmeno la controriforma costituzionale di Renzi aveva osato concedere.

Questa la battaglia delle prossime settimane, che deve riguardar tutti, cittadini, sindacati, associazioni, uomini e donne che credono ancora nella solidarietà tra pezzi di uno stesso Stato.