Chiediamoci il perchè

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Oggi tutti a sbeffeggiare M5S per quanto successo in nell’Europarlamento e a cimentarsi in dotte disquisizioni sull’incoerenza delle sue scelte. Ieri a sbeffeggiare M5S per il nuovo approccio rispetto agli inquisiti e a cimentarsi in dotte disquisizioni sull’incoerenza delle sue scelte. L’altro ieri qualcosa per sbeffeggiare e sul quale cimentarsi in dotte disquisizioni sull’incoerenza delle sue scelte ci sarà pur stato.

Trump durante la campagna elettorale fece scandalo quando disse che sarebbe potuto scendere in strada e puntare la pistola contro qualcuno e la cosa non avrebbe spostato di un millimetro le sue possibilità di vittoria. Con M5S è la stessa cosa, temo. Tanto è al colmo la sopportazione di molti elettori nei confronti dello status quo. Tanta è la mancanza di fiducia nelle capacità di risolvere i problemi del Paese espresse della stragrande maggioranza della classe politica, tanta la disaffezione verso le forme di partecipazione democratica “classiche” rappresentate dai partiti politici.

Non servirà lo sberleffo, la risata, la sottolineatura dell’incoerenza se non verremo prima a capo delle nostre mancanze di questi anni che hanno generato a loro volta sberleffo, risate, incoerenza e soprattutto emorragia di consensi.

Chi vota M5S se ne frega delle incoerenze, di Farage, di Ukip, di Alde, di Verhodstadt, dell’Europrlamento, dell’avviso di garanzia, delle diatribe interne, del tribunale del popolo per i giornalisti. Sono cose che non spostano di un millimetro le possibilità di successo del movimento. E soprattutto non spostano consensi verso la sinistra, che anziché sbertucciare l’avversario dovrebbe interrogarsi sui perché.

Forse l’unico fattore che potrebbe mettere in crisi il movimento è il fattore V, come Virginia. E lo sa lo stesso Grillo. Ma questa è un’altra storia che vedremo come sarà scritta.

Guardate e vergognatevi (se ne siete capaci)

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Questo bambino non è Mohammad, e nemmeno Alan. È semplicemente uno dei 6 bambini che muore di fame ogni minuto, il tempo che leggiate le prime righe di questo post. Anche se oggi sentiremo parlare di Mohammad morto in Birmania, e ci commuoveremo a guardare la sua immagine a viso riverso nel fango, così come ci siamo commossi a vedere il volto di Alan riverso nella sabbia. E abbiamo tutti pensato che non si può morire così, e ci siamo indignati, e ci siamo convinti che bisogna fare qualcosa per questi disperati. E poi però il tempo lava tutto, e si va oltre.

Continuo a pensare che gli immigrati economici abbiano lo stesso identico diritto dei migranti politici (meglio conosciuti come profughi), ossia quello di perseguire la speranza di vivere una esistenza dignitosa, bambini, adulti, mamma, papà, figli, in qualsiasi paese del mondo che non sia il loro. Che non può essere momentaneamente il loro per motivi che possono essere la guerra come la fame.

I governi dei paesi che stanno bene hanno il dovere di accogliere tutti, ciascuno secondo le proprie possibilità, non fosse altro se non per restituire quello che abbiamo tolto ai poveri del mondo in termini di armi vendute ai loro dittatori, di risorse naturali depredate, di manodopera a basso costo sfruttata in loco, di aziende che delocalizzano fottendosene dei diritti dei lavoratori.

E quindi mi indigno sentendo parlare di espulsioni, di nuovi CIE, di rimpatri forzati. Andrebbero rimpatriati solo i delinquenti condannati in via definitiva per i reati previsti dal codice penale (eccetto che per il reato di immigrazione clandestina). Rimpatri poi, si fa presto a parlare di rimpatri per compiacere l’opinione pubblica, quando esistono accordi bilaterali con un pugno di paesi che rendono impossibile mettere le persone su un aereo e via.

Mi indigno perché i governi non possono piangere lacrime di coccodrillo davanti alle foto dei bambini morti e poi propagandare le espulsioni di massa dei migranti economici. Mi indigno perché si ascolta la pancia della gente, mentre chi governa, se illuminato, dovrebbe avere il coraggio di prendere provvedimenti probabilmente impopolari ma giusti, anziché inseguire i fasciogrillino di turno, o il fascioleghista di turno. Che poi finisci per diventare come loro senza nemmeno accorgertene. O forse ‘sto schifo lo celavi dentro, dal 2007, e dovevi solo tirarlo fuori.

Un NO convinto, nel merito

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Ci siamo.

Il 4 dicembre è dopodomani.

Una liberazione, finalmente. Dagli eccessi di un dibattito che si è protratto fin troppo e che ha raggiunto spesso un livello infimo, grazie a buona parte dei contendenti in campo, su un fronte e sull’altro. Il suo ce l’ha messo sicuramente il Presidente del Consiglio che, notoriamente, non è un uomo da mezze misure. O con me o contro di me, e che il Paese sia lacerato oltremisura non è un problema da porsi oggi, e nemmeno nei mesi a venire. Perché al di là dei risultati di domenica, per spalare le macerie che si sono prodotte in questi mesi e ricostruire un minimo di unità nel paese ce ne vorrà, di tempo.

Qui sorge, per me, il primo elemento di critica nei confronti del referendum e di chi lo ha proposto. È vero, in un referendum ci si divide tra favorevoli e contrari. Ma un leader divisivo come Matteo Renzi non si era mai visto sulla scena politica italiana. Ad alcuni piacerà, per me è un male. Come è un male aver creato questa profonda divisone sulla Costituzione, la Carta che dovrebbe unire. L’aver legato, poi, i destini (?) della patria (spread alle stelle, uscita dall’Euro, economia allo sbando, disoccupazione, cataclismi, cavallette) a quelli personali di un leader è responsabilità unica del premier. Se l’esito del  referendum sarà a lui sfavorevole, ne trarrà le conseguenze che riterrà più opportune.

Entrando nel merito, voto NO perché questa riforma della Costituzione non raggiungerà alcuno degli obiettivi che con tanta enfasi hanno indicato durante questa campagna referendaria.

L’aver sottratto al Senato il voto di fiducia e l’iter legislativo tipico di un bicameralismo paritario non risolverà i (presunti) problemi dei tempi di approvazione delle leggi. Si è voluto surrettiziamente attribuire alla Costituzione la colpa del ping-pong dei provvedimenti tra Camera e Senato, omettendo di dire che quando (raramente) ciò succede la responsabilità è a carico esclusivo della mancanza di accordo tra le forze politiche che compongono la maggioranza. Si vuole insomma risolvere per via Costituzionale un problema che è squisitamente politico.

La formulazione del nuovo articolo 70  fa si che l’iter legislativo sarà comunque complesso, rendendo possibile il rimpallo delle leggi tra Camera e Senato, a maggior ragione se, come probabilmente accadrà, le maggioranze nei due rami del parlamento saranno disomogenee, come peraltro anche attualmente spesso avviene.

Le novità introdotte dal riformato art. 117 configurano uno spiccato centralismo che da un lato esautora le regioni da una serie di competenze sulle quali invece ritengo giusto che  si possano esprimere le comunità locali, dall’altro provocherà conflitti di attribuzione che finiranno con il rallentare il processo decisionale.

I miseri risparmi ottenuti con l’assenza di indennità per i nuovi Senatori (si poteva fare molto di più per via ordinaria, metà parlamentari a metà prezzo è una proposta in campo da anni e mai esaminata seriamente) non compensa minimamente lo scippo perpetrato ai danni degli elettori, che non potranno scegliere i propri rappresentanti al Senato (la scheda che mostra Renzi in queste ore è una bufala, siamo all’atto di fede). A questo proposito fatemi dire che la campagna di Renzi ha provato a scatenare gli istinti più populisti e beceri con argomenti “anti-casta” (quale??) che altri probabilmente possono utilizzare con maggiore credibilità. Ricordando che tra le copie sbiadite e l’originale tendenzialmente gli elettori preferiscono l’originale.

Il Senato, per come è disegnato, non è un Senato delle autonomie perché in esso siederanno i rappresentanti delle regioni senza alcun vincolo di mandato, e non i rappresentanti dei governi regionali, come invece avviene in Germania (altra bufala).

Restano in piedi le differenze tra regioni a statuto ordinario e regioni a statuto speciale, la cui riforma è rimandata ad un domani imprecisato (altro atto di fede).

I tempi certi per la discussione delle leggi di iniziativa popolare non compensano l’aumento delle firme necessarie per la loro presentazione che, passando da 50.000 a 150.000, limitano di fatto la partecipazione dei cittadini. In questa (brutta) direzione va anche l’innalzamento delle firme da raccogliere per la presentazione di referendum.

Resta l’anomalia del voto per una riforma della Costituzione i cui effetti sono strettamente connessi alla legge elettorale con la quale si sceglieranno i rappresentanti della Camera (ennesimo atto di fede).

Timori fondati sorgono per il pluralismo nella scelta degli organi di controllo che non possono essere nell’esclusiva disponibilità delle maggioranze di turno.

Da ultimo, pare anche che l’abolizione del CNEL, additato come esempio supremo di sperperi e consociativismo,  non ci sarà.

Potrei continuare.

In generale non mi convince nemmeno un po’ l’idea che vada bene qualsiasi cosa pur di fare qualcosa. Sono sinceramente stanco di compromessi al ribasso. Di questo passo si arriva al peggio, e non è del peggio che abbiamo bisogno. Non più.

Molti sono spaventati dal dopo, e quindi indotti a votare si per evitare un salto nel buoi che solo Renzi evoca.

La mia modestissima opinione è che, in caso di vittoria del no, Renzi o non Renzi, sarà cambiata rapidamente la legge elettorale con un accordo PD/NCD/ALA/FI per arrivare ad un sistema proporzionale che spalanchi le porte a grosse koalition modello tedesco ed eviti il rischio di vittoria di M5S. L’Europa sarà contenta, ovviamente. Quindi sostanzialmente si andrà avanti esattamente come adesso. Del resto trovatemi le differenze tra Verdini, Alfano, Formigoni e Berlusconi.

La sinistra? Non pervenuta. Fuori da giochi. Per suoi demeriti. Per sua incapacità di interpretare e rappresentare con credibilità i fenomeni socio-culturali che investono l’Italia, l’Europa, il Mondo. Ma questa è un’altra storia.

Ad ogni modo ricordate, come ha detto uno bravo, che lunedì il sole sorgerà ancora.

Buon voto a tutti.

L’amore di Gianclaudio

È difficile trovare le parole quando arrivano improvvise notizie che ti spaccano il cuore in due.

Ciascuno di noi porterà con sé un pezzo di Gianclaudio e se lo terrà ben stretto.

C’è una tristezza immensa in queste ore, però sento anche di essere felice per averti avuto con noi, Gianclaudio, che hai messo in circolo gioia di vivere, passione, rigore morale, allegria, sorrisi.

Ma soprattutto hai messo in circolo tanto amore, quello che ci hai dato in mille manifestazioni diverse e quello che proviamo per te.

Penso a Patrizia e Pasquale, e tu non potevi che essere venuto al mondo da due persone così.

Penso al loro dolore, e vorrei che il nostro amore per te, Gianclaudio, arrivasse anche a loro, nella speranza che riesca, almeno un po’, a riempire questo vuoto enorme.

Tu, nel frattempo, continua a lottare con noi, che di te abbiamo davvero bisogno.

Ciao, compagno.

Il Bicicletterario non si ferma più

Più che una bicicletta, inizio ad associarli ad una locomotiva, di gucciniana memoria. Che corre incontro alla cultura, al rispetto dell’ambiente, alla riscoperta della natura. Altro che decrescita felice. Questa è una crescita collettiva felicissima, basta vedere i volti e ascoltare le parole delle persone che con entusiasmo hanno partecipato alla presentazione della terza edizione del premio letterario dedicato alla bicicletta.

Troverete il racconto della giornata di presentazione, che si è tenuta il 6 novembre scorso nel fantastico scenario dl museo archeologico dei Minturno, qui.

Che dire, mettete i pedali alla vostra fantasia e inviate le vostre opere, una giuria appassionata e competente riuscirà a venirne fuori, ma voi rendete loro il compito difficile!

E infine, come al solito, un ringraziamento sincero agli organizzatori che da anni, con rara passione, fanno cultura a 360°in un terriotrio difficile.

Questa voglio raccontarvela

Poi fatene ciò che più vi pare.

Stamattina invio una e-mail al Presidente e all’assessore ai lavori pubblici del III Municipio, Roberta Capoccioni e Maria Patrizia Brescia, per segnalare la possibilità di migliorare i collegamenti tra Via della Bufalotta, Via delle Vigne Nuove e Porta di Roma attraverso la realizzazione di due viabilità molto brevi su terreni sostanzialmente liberi.

In verità avevo segnalato già la cosa nel dicembre 2014 al precedente presidente del Municipio, Paolo Emilio Marchionne, il quale mi aveva molto cortesemente risposto spiegando che uno dei due interventi era effettivamente previsto dal PRG e che sarebbe stato realizzato nel corso del 2015. Poi le cose sono andate come sono andate e ovviamente dell’intervento nessuna traccia.

Un paio d’ore dopo aver inviato l’e-mail mi arriva una telefonata da un numero che non conosco e dall’altro capo c’era l’assessore Brescia che mi chiamava per chiedermi spiegazioni sul mio messaggio.

Niente di eccezionale, direte voi, però vi chiedo a quanti sia capitato di ricevere risposte in tempi così celeri e di persona personalmente (a meno di conoscere bene bene la persona in questione). Ovviamente l’assessore non ha detto nulla sulla fattibilità di quanto segnalato, lamentando la mancanza di fondi e la necessità di dare priorità alla manutenzione dell’esistente. Ok, nessun problema. Però, voglio dire, la telefonata mi ha fatto piacere, mi ha fatto ben sperare e quantomeno è un segnale di attenzione verso la segnalazione giunta da un cittadino sconosciuto qualsiasi (fino a stamattina ignoravo il nome dell’assessore ai lavori pubblici del mio municipio).

Poi, ripeto,  di quanto descritto fatene ciò che volete.

Buone cose a tutti.

 

CUCPD

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Anni fa esisteva (non so se esista ancora, non sono tifoso della Roma) il CUCS, Commando Ultrà Curva Sud. Ieri, e nei giorni passati, abbiamo invece visto all’opera alla Leopolda di Firenze il CUCPD, Commando Ultrà Curva Partito Democratico. Al grido di “fuori, fuori”, penso si sia consumata una delle pagine più brutte di un partito che da tempo ha smesso di essere democratico. Ricordo una delle ultime grandi manifestazioni che tenne il PD a Piazza San Giovanni, sarà stato il 2008, o il 2009, e il grido che si levava dalla folla di militanti era “unità, unità”. Adesso si urla “fuori, fuori” a chi dissente. Con somma gioia dei presenti e soprattutto del capo ultrà,  gongolante come non mai dopo aver aizzato ben bene la folla.

Il nemico è identificato, e ancora una volta diventa chiaro il significato del referendum: “Il 4 dicembre la vecchia politica vuole vincere per tornare. La partita è tutta lì”.

Occorrerebbe capire cosa sia la vecchia politica. Alla prima Leopolda si aggiravano tra il pubblico personaggi e personaggetti che, noncuranti dalle critiche che venivano da alcuni interventi rivolti proprio a loro, portatori sano di correntismo, clientelismo, mancato rispetto delle regole e dello statuto, iniziavano a progettare la salita sul carro. Che è puntualmente arrivata. Poi sono arrivati i Bersaniani pentiti, magari in politica da 10, 20 o 30 anni (nuovissimi, senza dubbio), desiderosi solo di salvare la propria poltrona, o così o a casa, al prossimo giro. Poi si sono aggiunti i fuoriusciti da Forza Italia, dall’UDC, dal CCD, da AN, da SEL, personaggi e personaggetti che hanno fatto carne di porco sui territori, ma portatori di voti, a carrettate.

E così diventa nuovo ciò che sta con me, e vecchio chi sta contro di me. Una semplificazione da troglodita della politica, da ultrà istituzionale. Appunto.

Tra gli insegnamenti del sisma

Gli eventi naturali di queste ore, di queste settimane, colpiscono tutti. Scene terribili di distruzione, di patrimoni umani, artistici, sociali rasi al suolo. Ci sentiamo vulnerabili nelle nostre case, nelle zone più colpite dal sisma ma anche a distanza di chilometri, a Roma, a Firenze, a Napoli, posti alquanto sicuri dove però le persone sono ugualmente scosse. Vivi quei secondi come un tempo sospeso, nella speranza che non si ripeta, ma sapendo che un po’ delle tue certezze, per non si sa quanto, sono venute meno.

In queste ore ho pensato a tutte le persone costrette ad abbandonare le case, le terre dove hanno vissuto una vita intera. Con la speranza e la determinazione di ricominciare daccapo dopo aver perso tutto, e con la paura di non farcela a rialzarsi.

Però mi è venuto da pensare anche a chi, lontano da noi, convive ogni giorno con la paura, quella provocata non dalla natura, ma dall’uomo. Chi teme ogni minuto una nuova scossa, e un nuovo crollo, vive con la stessa angoscia di chi teme un nuovo bombardamento, e un nuovo crollo. O una nuova carestia, o un nuovo dittatore che uccide. E così queste persone, impaurite come se non più di noi, non avendo alcuna protezione civile, o stato per come siamo abituati ad intendere il concetto di stato in larga parte dell’occidente, fuggono per provare a vivere senza più paura, sperando di poter ricostruire e tornare. Così come le persone colpite dal sisma sono costrette a fuggire, sulla costa, dai parenti, nutrendo la medesima speranza.

Sono profughi allo stesso modo.

Ecco, nutro la speranza (illusione?) che il sisma insegni a chi vive con angoscia questo tempo ad essere maggiormente compassionevole nei confronti di chi raggiunge il nostro paese, dopotutto, spinto dalla stessa angoscia, paura, speranza.

Chi l’ha detto?

«Perché vedete, e vorrei sottolinearlo, sarebbe del tutto infondato il sostenere o il lasciar intendere che nel passato il Parlamento sia rimasto chiuso in un atteggiamento di pura conservazione, di statica e retorica difesa della Costituzione del 1948».

«Il contrasto che ha preso corpo in Parlamento da due anni a questa parte e che si proporrà agli elettori chiamati a pronunciarsi prossimamente nel referendum confermativo non è tra passato e futuro, tra conservazione e innovazione, come si vorrebbe far credere, ma tra due antitetiche versioni della riforma dell’ordinamento della Repubblica: la prima, dominata da una logica di estrema personalizzazione della politica e del potere e da un deteriore compromesso tra calcoli di parte, a prezzo di una disarticolazione del tessuto istituzionale; la seconda, rispondente a un’idea di coerente ed efficace riassetto dei poteri e degli equilibri istituzionali nel rispetto di fondamentali principi e valori democratici.

La rottura che c’è stata rispetto al metodo della paziente ricerca di una larga intesa, il ricorso alla forza dei numeri della sola maggioranza per l’approvazione di una riforma non più parziale, come nel 2001, ma globale della Parte II della Costituzione, fanno oggi apparire problematica e ardua, in prospettiva, la ripresa di un cammino costruttivo sul terreno costituzionale; un cammino che bisognerà pur riprendere, nelle forme che risulteranno possibili e più efficaci, una volta che si sia con il referendum sgombrato il campo dalla legge che ha provocato un così radicale conflitto».

Potete scoprirlo qui.

Ignazio Marino persona per bene

Sulla vicenda Marino all’epoca M5S hanno fatto gli sciacalli, roba che se tanto mi da tanto Paola Muraro starebbe a casa da un pezzo (anzi, nemmeno avrebbero dovuto nominarla assessore). Il PD, invece, ha mostrato tutta la pochezza dei suoi dirigenti cittadini (quanto sangue amaro quei pochi militanti che hanno sempre lottato per un partito diverso!) e la spregiudicatezza di Renzi. Che ha ordinato ai consiglieri di recarsi dal notaio (pena la mancata ricandidatura) e defenestrare Marino per un bieco calcolo: provare a far vincere M5S nella speranza che dimostrassero la loro incapacità a governare per poi giocarsi i loro (eventuali) fallimenti sulla scena nazionale (nella peggiore delle ipotesi avrebbe vinto Giachetti). Mi sa che si è fatto male i calcoli. Il tutto sulla pelle di Roma e dei Romani. Che statista, veh?