Il grande inganno

Nel silenzio quasi assoluto dei media e delle cronache e nel segreto delle trattative tra governo e regioni si sta consumando il più distruttivo degli inganni mascherato da riforma costituzionale. L’autonomia che si sta per concedere a Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna equivale alla disgregazione della Repubblica per come è stata concepita dai padri costituenti nel ’48.  La secessione delle regioni ricche, in virtù del principio perverso del mantenimento  nei territori del 90%  degli introiti fiscali mette fine al principio di perequazione tra regioni di uno stesso stato nonché al principio di solidarietà. Chi è ricco sarà più ricco perché nelle menti razziste, classiste e becere dei proponenti la riforma chi ha tanto merita sempre di più, e chi ha poco deve arrangiarsi. In questo senso le parole infami del Ministro dell’Istruzione non lasciano  spazio a dubbi e mette ancora una volta in evidenza il principio disgregatore dello Stato che muove la Lega sin dalle sue origini. In mezzo, le popolazioni del Sud Italia che hanno affidato le proprie sorti al ministro della malavita e a M5S sperando di raccattare le briciole di provvedimenti di carattere neo-assistenzialistici e si troveranno con una mano davanti e una di dietro, tra servizi sempre più scadenti e clientelismo, camorra e mafia sempre più pervasive, perché saranno le uniche a garantire la presenza che lo Stato non potrà più garantire.

Colpisce, tra tutti, l’atteggiamento del PD e del presidente della Regione Emilia Romagna Bonaccini, che porta nel baratro una tradizione di buon governo che sapeva farsi carico dei più deboli senza egoismi e che invece si fa carnefice di chi, scontando responsabilità non sue, è rimasto indietro. Povera Emilia Romagna.

E del resto tutto nasce dal governo Gentiloni che ha concesso alla trattativa con le regioni quanto nemmeno la controriforma costituzionale di Renzi aveva osato concedere.

Questa la battaglia delle prossime settimane, che deve riguardar tutti, cittadini, sindacati, associazioni, uomini e donne che credono ancora nella solidarietà tra pezzi di uno stesso Stato.

Quota 100: provvedimento espansivo?

Dal basso della mia relativa conoscenza di questioni economiche, mi viene comunque da fare qualche considerazione su quota 100 (che, come s’è ormai abbondantemente capito, è solo una ulteriore possibilità data al lavoratore di uscire dal mondo del lavoro per raggiunti limiti di età o di contributi, a Legge Fornero vigente)  e sul millantato effetto espansivo di tale provvedimento sul ciclo economico del Paese.

Prima cosa, il pensionato avrà un reddito da pensione inferiore a quello percepito quando ancora era a lavoro, quindi avrà una capacità di spesa inferiore. C’è il TFR/TFS, direte voi. A parte il fatto che non si percepirà nella sua interezza appena finito di lavorare, ma non immagino spese folli dei neo-pensionati con il gruzzoletto a disposizione. Magari un bel viaggio, qualche bel viaggio, ma non penso a ostriche, champagne, vestiti ogni giorno. Piuttosto, le somme saranno accantonate per assicurarsi una vecchiaia serena, o per aiutare i figli nel momento dell’acquisto di una casa, per il matrimonio, in caso di difficoltà. Quindi, di quale ripresa dei consumi parliamo?

E poi, non esiste alcuna correlazione tra persone che vanno in pensione e persone che sono assunte. Insomma, non esiste alcun 1:1. Anzi.  C’è  invece il rischio di aprire ulteriori buchi nei bilanci dell’INPS. Un lavoratore alla fine del suo percorso lavorativo dovrebbe guadagnare considerevolmente di più rispetto ad un neo assunto, e di conseguenza i contributi dei neo assunti saranno notevolmente inferiori. Quindi per coprire i contributi dei pensionati serviranno un bel po’ di neoassunti se si vuole tenere il sistema in equilibrio. Se poi si vogliono truccare i conti basta sostituire Boeri. I conti torneranno magicamente.

Insomma, ferma restando la necessità di modificare sul serio la Legge Fornero e tenere conto anche di lavoratori precoci, dei lavori usuranti, di chi non ha una regolarità contributiva (quando ci arrivano a quota 100 questi lavoratori? Mai, continueranno ad andare in pensione a 67 anni e rotti), anche un bambino capirebbe che quota 100 è solo un marchettone elettorale in vista delle Europee, né più né meno degli 80 € di Renzi.

 

Ibrahim e gli altri

Ibrahim è uno dei tanti che sopravvivono per strada nei dintorni della Stazione Tiburtina. Continua ad essere assistito dai volontari del Baobab. Ti colpisce perché con il freddo di questi giorni non indossa mai una giacca. Si presenta la mattina al massimo con un maglione, a volte in maglietta. E poi fa sempre il gesto del saluto, portarsi la mano al cuore dopo che la sua mano ha stretto l’altra mano. Come a voler salutare di continuo tutto il mondo che lo circonda. Lo vedi avvicinarsi tremante per il freddo a prendere la sua colazione, il suo bicchiere di tè o di latte caldo. Sempre rispettoso, sempre gentile.

Non conosco la sua storia. Myriam mi dice che ha problemi mentali, e che è difficile aiutarlo.

Ibrahim le prime volte prende la colazione e va via. Si allontana e resta nei paraggi continuando a battersi la mano sul cuore. Pian piano inizia a salutarmi, da lontano. Poi mi dà la mano, e ci battiamo la mano sul cuore. Oggi mi vede, ci salutiamo e poi mi tira a sé per abbracciarmi. Un gesto semplice che mi riempie il cuore. Devo dire grazie a Ibrahim, e a tutti gli altri che sto piano piano imparando a conoscere.

La bufala dei porti chiusi e l’incompetenza del governo italiano

Sostanzialmente non è mai stato emesso alcun provvedimento di chiusura dei porti. È questa una prerogativa del Ministro dei Trasporti, che può adottarlo in caso di rischi per la pubblica incolumità, per l’ordine pubblico, e figuratevi se quella ameba di Toninelli sarebbe mai capace di fare qualcosa del genere. Quindi una nave, qualsiasi nave, anche una nave di una ONG, potrebbe attraccare in un porto italiano. A quel punto potrebbe essere competenza del ministro degli interni vietare lo sbarco da una nave che ha attraccato, sempre per motivi di ordine pubblico, motivando la sua decisione. Rischiando magari un’accusa di abuso d’ufficio o non so di quale altro reato, nel caso i motivi di ordine pubblico posti alla base di un diniego allo sbarco fossero immotivati.
Quindi tra provvedimenti di chiusura dei porti inesistenti, si sta consumando la vicenda delle due navi che da giorni girano al largo di Malta, in attesa che l’Europa, tutta, vigliacca, tutta, Italia compresa, trovi una soluzione che valga per loro e per il futuro in merito alla ripartizione dei profughi che arrivano sui barconi.
E così mentre è in atto una difficile trattativa sulla pelle di 49 disgraziati e di altri 250 circa sbarcati a Malta nei giorni scorsi, una trattativa che vede comunque in campo il nostro presidente del consiglio che faticosamente raggiunge un compromesso con gli altri paesi sul ricollocamento delle famiglie (tutte intere) dei migranti, arriva quel genio di Di Maio che sostanzialmente sbugiarda Conte (Italia pronta ad accogliere donne e bambini, si dividono le famiglie), usa parole che fanno incazzare maltesi, tedeschi, francesi, olandesi, spagnoli (facciamo vedere noi cos’è l’umanità) e tutto torna in alto mare, letteralmente.
Se si voleva una ulteriore prova del pressapochismo, del dilettantismo, dell’incompetenza del governo tutto, eccovelo.

La CGIL e le sfide del futuro

 

In queste settimane, e fino all’assemblea conclusiva che si terrà a Bari dal 22 al 25 gennaio 2019,  si sta celebrando il XVIII congresso della CGIL . Alla fine del percorso congressuale la CGIL designerà il nuovo segretario generale, successore di Susanna Camusso.

Da iscritto alla FILT-CGIL, per la quale sono RSU e RLS presso la mia azienda, ho partecipato al congresso territoriale di Roma Sud e Castelli, e al congresso regionale di Roma e Lazio. Il mio primo congresso da sindacalista, dopo anni di congressi di partito. Una esperienza bellissima, che mi ha consentito di conoscere meglio, dal racconto dei lavoratori delegati, realtà lavorative diverse dalla mia e nelle quali emergono criticità devastanti e buone pratiche da esportare altrove. Un dibattito partecipato da donne, uomini, lavoratori, quadri sindacali, rappresentanti istituzionali che non hanno mancato di dare il loro contributo alla discussione.

Tra i diversi interventi ho apprezzato in particolar modo quello di lavoratrici che ancora oggi patiscono dell’assenza di una reale conciliazione vita-lavoro che costringe le donne a scegliere tra famiglia e lavoro, spesso a scapito del posto di lavoro stesso. Il gap di genere, drammaticamente presente a tutti i livelli, resta uno dei principali fattori di mancata crescita del nostro Paese.

Poi l’intervento un lavoratore immigrato che ha ricordato (ce n’è sempre e comunque bisogno) il valore del contributo alla crescita economica di un Paese dei lavoratori che vengono da altri Paesi.

E da ultimo mi ha fatto piacere ascoltare l’intervento di un compagno della mozione di minoranza che, pur da posizioni distanti rispetto a chi ha sostenuto il documento che ha raccolto la quasi totalità dei consensi degli iscritti, ha ribadito la volontà di restare, convintamente, in  CGIL. Uniti nelle differenze.

La prima riflessione che alcuni compagni hanno fatto durante i loro interventi è che ormai la CGIL rappresenta l’unica entità di sinistra capillarmente presente nel paese. L’unica forza di sinistra organizzata che presidia il territorio, i posti di lavoro, discute, dibatte, propone.

La CGIL, a partire dalla sua fondazione (1944), difende i lavoratori italiani. Lo ha fatto nel dopoguerra, negli anni del boom economico, nel ’68, durante gli anni di piombo, durante gli anni ’80, nel periodo della svalutazione della lira, all’entrata nell’Euro, dopo l’11 settembre, durante la peggiore crisi economica dopo quella del 1928 e fino ad oggi.

Lo fa bene, lo fa male, giudichino i lavoratori stessi. I congressi servono, oltre che a definire i gruppi dirigenti, ad analizzare errori, ad elaborare proposte, a preparare il futuro.

Di questo ha parlato la relazione del segretario della FILT-CGIL Roma e Lazio Eugenio Stanziale, riconfermato durante il congresso che si è svolto gli scorsi 30 e 31 ottobre.

 

Una relazione esaustiva, coraggiosa, a tratti severa e comunque di alto profilo. Una analisi che ha riguardato aspetti del momento storico e politico, nazionale e internazionale, e che, ovviamente, ha preso in considerazione la vita della CGIL, passata, presente e futura.

Ho apprezzato moltissimo la “pars destruens” del ragionamento del Segretario. Raramente, nelle parole del leader di un gruppo dirigente, ho assistito ad una autocritica così puntuale sugli errori fatti dalla nostra Organizzazione. La “pars costruens”, che si può sintetizzare nella necessità di cercare nuovi linguaggi per poter ambire a rappresentare al meglio i lavoratori nel prossimo futuro, riguarda noi tutti e da’ il solco entro il quale la CGIL dovrà muoversi.

Come spesso mi capita ho preferito ascoltare, capire, conoscere piuttosto che intervenire in prima persona al dibattito, ma a posteriori un mio piccolissimo contributo provo comunque a darlo.

Una delle parti della relazione del Segretario che mi ha maggiormente indotto alla riflessione è stata quella sul conflitto e le sue forme. Occorre trovare altre forme che non siano lo sciopero, è vero, ed è questa un sfida da affrontare fin da ora. Ma se è vero che il diritto allo sciopero è garantito dalla nostra Costituzione, è anche vero che l’assenza di una legge sulla rappresentanza, apre la strada a scioperi indetti da micro-sindacati (a volte al di là della ragionevolezza dello sciopero stesso in funzione degli obiettivi che si pone) che spesso finiscono per minare la validità dello strumento in sé, oltre a far incazzare notevolmente gli utenti.

Al di là di questo, però, resta la validità dello strumento e se è vero, come anche il Segretario ha rilevato, che anche l’azione della CGIL contro l’attuale governo sembra poco incisiva, allora credo che potrebbe essere il caso di indire, a brevissimo, uno sciopero generale (magari di mercoledì, così si tolgono da subito argomenti ai soliti detrattori, mi si passi la provocazione).

Non perché, come diceva non mi ricordo chi, scioperare è bello, ma perché motivi per scendere in piazza non ne mancano di certo. A partire dalla natura stessa del governo, omofobo, razzista, xenofobo, fascista, nazista. Basta pensare ai migranti, a Riace, a Lodi.

E se ciò è necessario perché ci sono principi sanciti dalla nostra Costituzione che non possono essere calpestati, diventa ancora più necessario se analizziamo la qualità dei provvedimenti economici che il Governo intende intraprendere.

Sforare il 2,4 % di deficit non è di per sé un tabù, ma ha un senso se l’extra deficit è dedicato ad investimenti in conoscenza, in ricerca scientifica, in borse di studio che rendano accessibile scuola e università anche ai soggetti economicamente più deboli, ad investimenti nella sanità pubblica che rendano possibile curarsi anche per chi non ha risorse economiche, ad azzerare le differenze di genere.

Se è dedicato a mettere in sicurezza le scuole, a combattere il dissesto idrogeologico e mettere in sicurezza il territorio, ad investire sul trasporto locale e sul trasporto su ferro, nell’ambito di un piano di mobilità nazionale che integri treno, aereo, autobus, bicicletta, automobile.

In questi mesi non abbiamo visto nulla di tutto ciò, anzi si inizia una battaglia contro le istituzioni Europee, il cui esito potrebbe essere catastrofico per l’Italia, in nome della flat tax che taglia le tasse ai ricchi per restituire ai ricchi, per premiare gli evasori fiscali, per elargire, con criteri ad oggi ignoti, un reddito di cittadinanza che umilia i poveri, ritenuti incapaci di destinare in maniera virtuosa le somme elargite a seconda delle proprie necessità tanto da dover render conto della moralità delle proprie spese e da essere costretti a spendere in determinati negozi e non in altri.

Assistenzialismo, paternalismo, moralismo, incentivi alla delinquenza e all’evasione fiscale, aumento delle diseguaglianze.

Questo ci riserva il governo del cambiamento.

Nulla per il lavoro, la più grande emergenza del Paese insieme alla criminalità organizzata, altro che immigrazione.

E del resto il buon giorno si era già visto con il cosiddetto decreto dignità, che aveva sostanzialmente avallato la logica perversa del jobs-act, limitandosi a limare qualche aspetto marginale, lunghezza dei contratti, indennizzi per il licenziamento, clausole contrattuali e niente conteneva per ripristinare il sacrosanto diritto di mantenere il proprio posto di lavoro quando si è licenziati senza giusta causa. Perché i lavoratori li vogliono anche loro così, muti e sottomessi, senza diritti, pena il licenziamento e la dignità monetizzata con poche migliaia di euro.

Sono mesi difficili, e tutto potrebbe ancora di più precipitare all’esito delle prossime elezioni europee, vero obiettivo dell’attuale governo che pur di racimolare voti e mettere in discussione l’intero impianto di civile convivenza faticosamente raggiunto nel nostro continente, seppur con  i suoi evidenti limiti mostrati in questi anni, liscia il pelo agli istinti più biechi degli italiani ed elargisce mance elettorali che rischiano di minare definitivamente i conti pubblici del nostro paese. Il tutto mentre nel mondo appare evidente la volontà dei satrapi vecchi i nuovi (Putin, Trump,  e recentissimamente Bolsonaro), ai quali il governo italiano non manca di far arrivare l propria stima ed amicizia, di distruggere l’Europa per rafforzare le mire egemoniche delle vecchie e nuove potenze economiche.

La CGIL ha l’obbligo di mostrare una strada alternativa ai lavoratori che miri a togliere armi al populismo, al sovranismo, tentazione che pure trova proseliti in settori della sinistra italiana, al nazionalismo e di proporre al Paese, nelle piazze, nei luoghi di lavoro di batterci insieme affinché le istituzioni europee siano rese trasparenti, democratiche e responsabili verso i cittadini dell’unione. Non mancano proposte in questo senso, su tutte quelle che sta portando avanti con il suo movimento transnazionale Yanis Varoufakis.

Sempre parlando di conflitto, gli scioperi, le manifestazioni, servono non solo a rendere evidente, appunto, il conflitto stesso ma anche a ricucire, consolidare, costruire rapporti con pezzi di società con le quali si riesce difficilmente a dialogare.

In un intervento ascoltato durante il dibattito una compagna poneva l’attenzione al mondo della scuola e alla necessità di parlare con gli studenti. In questi giorni alcune scuole romane sono in fermento, altre ne seguiranno e credo che sia indispensabile un dialogo con gli studenti, i lavoratori di domani ai quali anche la FILT CGIL di Roma e Lazio si è rivolta per capire cosa sia, per le nuove generazioni, il lavoro. Vi riporto di seguito la “piattaforma” del Liceo Virgilio, che presenta una pressoché totale identità di analisi rispetto alle rivendicazioni della CGIL.

“Virgilio occupato.

Ieri noi studenti del Liceo Virgilio abbiamo deciso di occupare il nostro istituto aderendo alla piattaforma politica cittadina che ha visto nell’occupazione del Liceo Mamiani di martedì il suo primo atto. Se da una parte qualcuno dirà che è la solita pantomima che propiniamo ogni anno, il cui scopo è quello di perdere giorni di scuola, al contrario, rispondiamo che non si tratta di questo, ma di una lotta politica, compito che da sempre avrebbe dovuto avere questa forma di protesta.  Analizzate e comprese le circostanze attuali in cui si trova il nostro paese, insieme agli studenti di altre scuole romane, è nata la volontà di contestare e protestare contro le politiche dell’attuale governo. Abbiamo deciso di opporci con forza a chi ha costruito la propria carriera  politica su xenofobia, razzismo, sessismo, omofobia, di contestare un esecutivo che non rispetta né noi né i diritti umani né la Costituzione sulla quale il nostro paese è fondato. Allo stesso tempo, ci discostiamo in ogni modo dalla sinistra dei passati governi, quella stessa sinistra che ha favorito la precarizzazione del lavoro, che ha svilito la scuola pubblica con tagli alla didattica e all’edilizia e che ha promulgato la riforma della Buona Scuola. Una “sinistra” rappresentata da criminali come l’ex Ministro degli Interni Minniti, che ha causato la morte di migliaia di esseri umani in mare.  Ad oggi, però, questa protesta è diretta contro il governo Salvini-Di Maio, inaccettabile sotto ogni punto di vista. Il gravoso incremento di aggressioni ai danni degli stranieri in Italia non può essere tollerato.  Gli sgomberi delle occupazioni abitative, partiti con un’operazione a Tor Cervara il 7 settembre, hanno lasciato sulla strada centinaia di persone in condizioni tragiche, come nell’episodio di Villa Gordiani del 27 settembre. La proposta di abolizione della legge Mancino avanzata dal Ministro per le politiche per la famiglia, Fontana, è uno dei segni più evidenti della tendenza fascista del governo, confermata anche dalle dichiarazioni del Ministro degli Interni. Più di una volta la Lega è scesa in piazza al fianco di CasaPound che, come è noto, occupa diversi stabili da decenni, e che, al contrario delle occupazioni gestite da forze antifasciste e dai movimenti per la casa, non ha certo da temere sgomberi da questo governo, come ha dimostrato quanto accaduto in Via Napoleone III la settimana scorsa. E’ preoccupante la proposta di equipaggiare la polizia di taser e ancor di più la volontà di abolire il reato di tortura, volontà partita da chi sembra aver voluto dimenticare le vittime degli abusi in divisa e dei morti di Stato. Altrettanto drammatico è lo stanziamento di 2.5 milioni di euro per il decreto “Scuole Sicure”, fondi che avrebbero potuto essere destinati all’edilizia scolastica e che non elimineranno il dilagante problema di spaccio all’interno delle scuole.  Il problema della droga si risolve con studenti consapevoli ed informati, colmando il vuoto sociale, non con la repressione.  Il Virgilio protesta contro il nazionalismo di questo governo e contro il suo emblematico slogan: “Prima gli Italiani” che si accompagna ad una propaganda che strumentalizza tragedie e che crea una lotta fra gli ultimi. Non pretendiamo di rovesciare l’ordine costituito solo con la nostra mobilitazione, ma sentiamo la responsabilità di rendere evidente, in maniera incisiva, il nostro dissenso riguardo tutto questo. In questi giorni fra le scuole si sta elaborando un manifesto comune che porti avanti le nostre idee e possa riunire gli studenti in un fronte oppositivo unito. Non ci stiamo schierando contro il corpo docenti né la presidenza, il nostro dissenso è rivolto a chi governa.  Oggi il Virgilio occupa perché questo non è il nostro governo, non è il nostro cambiamento e non è l’Italia in cui vogliamo crescere!”

Se conflitto dovrà essere, la CGIL non può che stare a fianco degli studenti in lotta.

Tra gli interventi che si sono succeduti durante il dibattito congressuale devo dire che pochissimi sono stati quelli che hanno fatto cenno al dramma della sicurezza sul lavoro, vera emergenza nazionale. Un dramma noto, che i lavoratori conoscono a tal punto da ritenere, come dire, scontato che se ne debba avere a che fare quotidianamente. E forse anche da ciò deriva una sorta di ritrosia nel parlarne. Non so.

Davanti alla strage continua alla quale assistiamo inermi ogni giorno e che coinvolge ogni settore di attività, dall’edilizia agli uffici, dalle fabbriche alle strade, dalle forze dell’ordine agli studenti, davanti all’ipocrisia del termine “morti bianche” utilizzato per catalogare morti che invece sono nere come di più non potrebbero essere, quale cosa più efficace di una enorme, massiccia, mobilitazione nazionale di tutti, tutti, e ribadisco tutti i lavoratori? Sarà che per lavoro mi occupo proprio di sicurezza, soprattutto nei cantieri, ma credo cha anche questo potrebbe essere un buon motivo di conflitto per poter chiedere più risorse agli ispettorati del lavoro, alle ASL, maggiori controlli sulla formazione di datori di lavoro, dirigenti, preposti, lavoratori, piena attuazione di alcune previsioni del D.Lgs. 81/08, tipo la patente a punti delle imprese.

Infine, mi preme dare un modestissimo contributo anche su un altro argomento al quale ha fatto rifermento il Segretario nella sua relazione, ossia i contratti e, in particolar modo, i premi di risultato e welfare aziendale introdotti dall’accordo del 14 luglio 2016. Mi si permetta di farlo utilizzando le parole di Marta Fana, molto migliori delle mie, e del suo libro “Non è lavoro, è sfruttamento”.

“… La destrutturazione del CCNL e la sua progressiva derogabilità poggiano anche su altri strumenti, non necessariamente esterni: ad esempio l’utilizzo sempre più estensivo del welfare aziendale, oppure le defiscalizzazione dei premi aziendali…

Ancora una volta si afferma l’idea che il peso dell’adattamento, e perché no, dei sacrifici, debba ricadere unicamente sui lavoratori. Il lavoro da costo fisso si fa sempre più variabile, dal momento che pezzi sempre più consistenti sono determinati dagli indici di produttività ed elargiti sotto forma di premi o di welfare aziendali. Poiché molte delle voci variabili possono essere escluse dal calcolo della pensione, l’abbattimento dei diritti opera non soltanto nel presente, ma anche nel futuro. Soprattutto non si capisce perché i lavoratori dovrebbero cedere parte del proprio diritto alla retribuzione e ai suoi aumenti, che rientrano nella sfera del rapporto di lavoro, in cambio del diritto al welfare, che invece è parte integrante dei diritti di un cittadino in quanto tale…

Non bisognerebbe stancarsi di affermare che la retribuzione e il diritto a un salario dignitoso non sono un regalo, una concessione da elargire ai lavoratori se si comportano come chiede il padrone, ma il sacrosanto diritto materiale al processo di vendita della forza produttiva da parte dei lavoratori stessi, Infine, la logica dei premi aziendali individualizza i rapporti di lavoro creando competizione tra i lavoratori, mettendoli gli uni contro gli altri; vince che lavora di più, non chi mette in discussione le scelte dell’azienda, chi si piega senza tentennamenti ai nuovi orari. In realtà però chi vince è solo ed esclusivamente l’azienda, i suoi profitti…

Per qualsiasi ragione, chi ha il potere di elargire o meno i premi può sempre ritrattare in modo soggettivo o oggettivo, un calo nelle vendite, un incidente, un investimento sbagliato che non produce gli effetti sperati possono compromettere il raggiungimento degli obiettivi per cui scattano i premi. Così la promessa viene meno, ma soprattutto tutto il peso del rischio imprenditoriale ricade e viene assorbito dai lavoratori. Gli stessi che hanno accettato di lavorare di più, più intensamente, nella speranza di ricevere qualcosa. Sarebbe il caso di ricominciare a pensare che quel che viene promesso qui, cioè il salario, è un diritto e non un favore…

Sul piano generale, il ricorso al welfare aziendale come forma di remunerazione ha a che fare con il ruolo dello Stato e della sua funzione democratica nel definire e soddisfare quei diritti che dovremmo considerare non già di cittadinanza, ma proprio universali, quali la casa, la sanità, la pensione, la cura delle persone e l’istruzione, che prescindono dallo status di lavoratore. Da un lato, infatti, in un sistema basato sulla fiscalità generale, cioè sulle tasse versate dai cittadini, principalmente lavoratori, una riduzione del gettito fornisce un assist ai tagli di bilancio per sanità, istruzione, trasporti, assistenza di vario genere. Dall’altro, delegando la definizione del welfare alle imprese, si compie una vera e propria privatizzazione dello stato sociale, lasciando, quindi, un diritto di cittadini in balìa dell’arbitrarietà e degli obiettivi delle imprese.  Se il rischio di un welfare sempre più ristretto e insufficiente ricade sull’intera collettività, esclusi dalla protezione sociale saranno proprio coloro che dovrebbero maggiormente beneficiarne, ovvero i soggetti più vulnerabili: precari, occupati e non, giovani in età scolare…in sintesi si avalla la crescita di povertà e disuguaglianze, rinnegando il principio di sussidiarietà. Un effetto regressivo che si riversa sull’intera società, generalizzando l’iniquità intrinseca della detassazione dei premi di produttività. Questa tendenza al welfare privatizzato non può lasciare i sindacati indifferenti o peggio essere avallata, proprio nel momento in cui sul fronte della contrattazione nel settore pubblico, a livello nazionale e territoriale, ci si batte per il rispetto di diritti minimi in un contesto già ampiamente esternalizzato, su cui è sempre più difficile rivendicare condizioni di lavoro degne, soprattutto per i lavoratori in appalto.

Basta? Alle imprese che acclamano il mercato con la miseria degli altri non basta mai.”

In definitiva, forse occorre aprire un dibattito su questi aspetti a due anni e passa dall’accordo interconfederale. Confrontandomi con un compagno della CGIL di lungo corso, quando ho detto vogliamo il pane e le rose, mi ha invitato a considerare i tempi, e a portare a casa prima il pane. Si, ma io le rose le voglio lo stesso.

Mi fermo, e nel ringraziare i pochi affezionatissimi che arriveranno alla fine di questo articolo, auguro ai compagni della CGIL il meglio.

W la CGIL!

p.s. (al di là di tifoserie e promettendo una analisi un po’ più approfondita, dico che Maurizio Landini sarebbe un ottimo segretario generale della CGIL)

La segregazione razziale a Lodi. A.D. 2018

Sia chiaro, a Lodi, nella civilissima Lombardia, nella civilissima Italia, non si sta combattendo, sulla pelle dei bambini, una guerra ai furbetti, come dice il ministro della malavita, che non pagano la mensa scolastica.

No.

Sta accadendo che pur di introdurre la segregazione razziale la Sindaca,  e già il fatto che sia una donna a mettere in atto questo schifo mi fa ancora più schifo, ha ordinato che i figli dei migranti che frequentano la scuola debbano sottostare a regole assurde. Premessa d’obbligo è che se un migrante manda i figli a scuola significa che è una persona che lavora, che ha una casa, che produce un reddito regolare, certificato.  È una famiglia che sta provando ad integrarsi nel nostro paese. Quindi a Lodi ai migranti, ai fini del calcolo ISEE, si chiede anche di produrre certificazione che attesti il fatto che nei loro paesi di origine non abbiano altri redditi o immobili. Come se sia pensabile, con tutto il rispetto, che in Senegal, in Congo, in Eritrea, esistano degli uffici funzionanti che possano rilasciare tali attestazioni. E quindi, senza documentazione, alle famiglie di migranti viene applicata la tariffa più alta prevista per usufruire della mensa. E siccome queste famiglie non possono permetterselo, allora i loro figli sono costretti a portarsi il pasto da casa, e a consumarlo separatamente dai bambini italiani.

Una barbarie totale. Sulla pelle dei bambini.

All’ospedale Bambin Gesù di Roma, che ultimamante mi capita di frequentare, c’è una cartello che recita così: il grado di civiltà di un Paese si misura da come si occupa dei bambini.

Ecco, l’Italia sta diventando un paese incivile, Razzista. Xenofobo. Fascista. Nazista.

Padroni a casa nostra (ma con le pezze al culo)

Checché ne dicano gli esponenti di M5S, che giorno dopo giorno negli equilibri del governo continuano a contare meno dello sputo di un lama in un lago andino, il disegno  leghista appare abbastanza chiaro. Il sempre più stretto legame tra il fascista Salvini e la nazista Le Pen, che lanciano l’ossimoro sovranista internazionale, ha come unico scopo quello di far saltare l’Europa e l’Euro per tornare alle monete nazionali, alle banche degli stati, all’autarchia economica, politica e finanziaria.

Tutti bravi, nella compagine governativa, a sbraitare contro i mercati che non capiscono, che speculano, che affossano. Accomunando, tra l’altro, istituzioni europee e mercati finanziari, come se fossero un’unica entità. Forse molti, invece, non hanno capito, o fanno finta di non capire, che anche le monete nazionali sarebbero esposte ai mercati. Non è che esci dall’Euro e puff, come per miracolo, i mercati non esistono più.

Chi sono i mercati? Ci sono banche, investitori istituzionali, fondi pensione, speculatori. Cosa fanno? Investono, comprano titoli, e soprattutto finanziano il debito dei Paesi tipo l’Italia che hanno bisogno di soldi per funzionare. Se ritengono che il soggetto al quale hanno prestato i soldi abbia difficoltà a restituirli, i soldi te li danno lo stesso ma chi riceve dovrà pagare interessi maggiori. Questi sono i mercati. Come si può ovviare a questa semplice regola di economia che anche i bambini capiscono? I soldi te li fabbrichi in casa. Stampi moneta. Eliminata la BCE, le banche nazionali iniziano a immettere liquidità. a vagonate. E per la legge della domanda e dell’offerta, se in giro c’è molta disponibilità di un bene, qual bene vale meno. Ecco che la nostra Lira, Liretta, si svaluta, l’inflazione sale, il potere d’acquisto scende, ma che ce frega? Padroni a casa nostra. Sicuri? Potrebbe anche arrivare qualche amico che ti dice: tranquillo, i soldi te li do io. Un personaggetto alla Putin, per dire. Amico degli amici. Oppure i tanto odiati cinesi (signora mia se stanno a compra’ tutto!), che magari col tempo potrebbero acquisire a prezzi stracciati pezzi dello stato (asset, imprese), pare che fanno qualcosa per niente, quelli.

Insomma, vedo in giro nostalgici delle tempeste monetarie, della svalutazione del 1992, del debito pubblico esploso, del volemose bene, del fàmo come cazzo ci pare. Saranno guai per tutti, e soprattutto per le generazioni future.

Sulla sua pelle

La pelle di Stefano Cucchi.

Chiunque abbia a cuore la verità, la giustizia e lo stato di diritto non può non vedere questo splendido film. E soprattutto non può non commuoversi, piangere, davanti all’agonia di Stefano, prima brutalmente picchiato dalle forze dell’ordine e poi lasciato morire dai medici mentre era nelle mani dello Stato, quello Stato nel quale i familiari di Stefano credevano e nel quale continuano a crederee a chiedere verità e giustizia

Se volete approfondire la storia di stefano, potete leggere sia il libro della sorella Ilaria Cucchi, sia il libro di Carlo Bonini.

La frase del film, per me:

“Ma quann’è che smetterete de di’ che siete caduti dalle scale?”

“Quando le scale smetteranno de menacce”.