La bellezza violentata di Bagheria (e non solo)

Trascorro buona parte delle mie ferie in Sicilia, principalmente a Bagheria ma non solo, dal 2011. Ho la fortuna di avere la moglie che ha qui tutta la sua famiglia, persone generose, amorevoli e cordiali come ne ho incontrate molte, qui e in tutto il sud Italia.

Parlo di sud, e di Sicilia, e di Bagheria, perché sembra quasi che più la natura abbia concesso a queste terre bellezze sconfinate, più questa stessa bellezza sia destinata a combattere tra brutture, miserie, indifferenza.
Dal 2011 ho visto all’opera a Bagheria amministrazioni di centrodestra, centrosinistra e del M5S. Ma la sensazione di tristezza che mi pervade quando percorro le sue strade è la medesima da sei anni a questa parte. In un Comune complesso come Bagheria posso immaginare che i problemi siano innumerevoli, al pari di tanti comuni, del sud, del centro e del nord: disuguaglianze crescenti, mancanza di fondi per il sociale e per i servizi essenziali, scuole e strutture pubbliche fatiscenti, manutenzione ordinaria degli spazi comuni al limite dell’impossibile. Quindi la mancanza di pulizia nelle strade e la carenza nella raccolta dei rifiuti sono disservizi che si sommano ad altri disservizi che probabilmente hanno un impatto ancora più negativo sulla comunità bagherese. Però proprio perché la sporcizia finisci per avercela sempre sotto gli occhi, e costituisce quel manto che ricopre tutta la bellezza che ha baciato queste terre, allora ti chiedi come è possibile che non si riesca nemmeno a spazzare le strade.

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Conosco la storia del Coinres, degli affidamenti diretti del servizio di raccolta dei rifiuti appellandosi al 152 e non è mia intenzione esprimere giudizi sulla bontà o meno dei provvedimenti dell’amministrazione comunale. Tra qualche giorno inizierà la raccolta porta a porta e questo è sicuramente un bel segnale. Voglio sperare che si lavorerà di pari passo tanto per raccogliere i rifiuti prodotti nelle case dei cittadini quanto per dare alle strade della città quel decoro che Bagheria merita. Mi si dirà che le persone sono “vastase”. Certo, vastasi ce ne sono, ma probabilmente c’è, in via prioritaria, l’esigenza di far riappropriare le persone, vastase o meno, dell’idea della bellezza. Perché qua sembra che al brutto si siano abituati tutti, ma proprio tutti. È normale zigzagare tra la sporcizia, come lo è vedere persone che guidano senza casco, come lo è costruire abusivamente su coste meravigliose o in campagne feconde di frutti, come lo è l’indifferenza nei confronti della mafia e delle sue attività imprenditoriali.
Bellezza e legalità, le due parole d’ordine per creare una nuova coscienza collettiva. Sono percorsi lunghi e tortuosi, che si compiono in lustri, in decenni. Ma i semi prima o poi vanno gettati.
Spero vivamente di poter constatare con i miei occhi, tornando qui negli anni prossimi, un cambiamento reale.

Questa terra, e con le tutte le persone per bene che la abitano, se lo merita.

p.s. Le foto ritraggono due strade a caso che percorro a piedi per andare in edicola la mattina. Ne avrei potute aggiungere molte altre, ma va bene così, purtroppo.

Giù le mani da Altiero Spinelli (e da Ventotene)

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Una parola per definire il tre pseudo-leader europei che oggi porteranno i loro omaggi alla tomba di Altiero Spinelli, nella speranza che il padre fondatore dell’Europa infonda loro la saggezza per riformare “dal basso” le istituzioni comunitarie?

Indegni. Semplicemente indegni di tale compito. E soprattutto incapaci di portarlo a termine. Come potrebbero del resto avere i tre successo, loro che sono parte del problema? Renzi continua a vantarsi di successi planetari che vedono solo lui e i suoi corifei, sempre più realisti del re. Riunisce stancamente i due amici, approfittando della fuoriuscita dalla partita delle Gran Bretagna ma debole per gli scarsi risultati ottenuti in campo economico. Cornuto e mazziato, per aver raggiunto la crescita zero continuando ad applicare i modelli economici fallimentari che la UE impone ai suoi membri, perpetuando all’infinito il loop di sacrifici-austerità-mancanza di crescita-aumento delle disuguaglianze-malcontento-crescita e populismi. Renzi che la possibilità di aprire la strada ad una Europa diversa l’ha avuta, e sarebbe bastato dare una mano sostanziale ad Alexis Tsipras e alle richieste di cambio di passo del popolo greco, lasciati invece all’ineluttabile destino di svendere il proprio paese ai partner della UE. Hollande semplicemente non pervenuto.

Merkel che gioca le sue partite interne in vista delle prossime elezioni, e quindi state certi che per un anno non si muoverà foglia.

Ecco, Spinelli diceva che ci volevano anche uomini nuovi per dar vita all’Europa. All’orizzonte non se ne vedono, e i tre che si blindano nelle acque antistanti Ventotene, beh, lo lasciassero riposare in pace Altiero Spinelli.

Roma 2055 (te le do io le Olimpiadi)


L’altro giorno mentre guardavo Italia-USA, semifinale di pallavolo delle Olimpiadi, mi veniva in mente il Velodromo Olimpico dell’EUR. Demolito, in una nuvola di polvere e amianto, per decisione di qualcuno da incriminare e passare per le armi senza processo. Ci sarò stato due volte in vita mia. La prima nel 1983 ad una festa nazionale de L’Unita, ultimo Berlinguer e mia prima lattina di birra. Poi negli anni ’90, forse per un concerto, non ricordo bene.Pensavo al velodromo e alla fine che fanno gli impianti quando i riflettori sui giochi sono spenti e la vita delle città riprendono più o meno come prima.

Ecco, la differenza la la fa quel più o meno, parlando di sport. Nel senso che intento delle Olimpiadi dovrebbe anche quello di lasciare un segno positivo nella cultura sportiva della città e del Paese che lo ospita.

Sono personalmente contrario a tenere le Olimpiadi a Roma nel 2024. Non ne faccio un problema di corruzione negli appalti, penso che esistano strumenti per impedire infiltrazioni e malversazioni. Altrimenti chiudiamo un Paese e non facciamo più niente.

Penso invece che Roma, e il Paese, non possano permettersi di spendere miliardi di Euro in una città nella quale è diventato difficile vivere la quotidianità. E non parlo solo di infrastrutture, di trasporti, di buche, di monnezza. Ma di disuguaglianze, di povertà diffusa, di pezzi di città che nemmeno si conoscono tra loro, di ascensore sociale bloccato, altro che autobus che non passano.

Penso anche che le Olimpiadi sono utili se creano un movimento culturale e sportivo nel Paese che poi fa si che gli impianti non restino cattedrali nel deserto dopo la cerimonia di chiusura. Siamo pronti a questo? Secondo me no.

Siamo un paese calciocentrico, gli altri sport praticamente non esistono. Palazzetti dello sport vuoti, copertura televisiva praticamente nulla, pochi soldi per le federazioni. Ah, le federazioni, da sempre bacino di voti per politici che diventano presidente senza alcuna competenza specifica che magari restano là vent’anni. Ma del resto che volete in un Paese che si affida a Montezemolo, a Malagò, a Cristillin (provate a chiederle che fine hanno fatto gli impianti di Torino e dintorni) per organizzare i Giochi?

Per non parlare della assoluta mancanza della promozione della cultura sportiva nella scuola, due ore di educazione fisica alla settimana in palestre e impianti che quando va bene sono fatiscenti.

L’Italia, quindi, è pronta ad una riforma complessiva del mondo dello sport nel nostro Paese? No, tutti impegnati a calcolare quanti turisti far arrivare nel 2024. Spremere il limone sperando che i conti non siano troppo in rosso, e via.

Ecco, sinceramente di un altro velodromo da abbattere, nel 2055, non ne sento proprio il bisogno.

Fai agli altri esattamente quello che…

Quanto può apparire consolatorio guardare alle disgrazie altrui. Quanto può essere liberatorio poter urlare: sei come me!!! Nelle vicende che coinvolgono l’assessore all’ambiente di Roma Muraro assistiamo ad una ulteriore fase dell’imbarbarimento del dibattito nel nostro Paese. Come se non ci fossero bastati vent’anni di Berlusconi, continueremo ad espiare per non so quanto tempo ancora.

Le telefonate tra Muraro e Buzzi non cambiano nulla delle responsabilità politiche che ha avuto il PD, nel suo complesso, nel non accorgersi di ciò che combinavano alcuni suoi dirigenti. Non mi risulta che Muraro sia mai stata iscritta al M5S, quindi urlare a squarciagola “Pure voi! Pure voi! è qualcosa che rasenta il ridicolo.

Altro è, invece, dire che la scelta di Muraro assessore è stata davvero improvvida. Già portatrice sana di una sorta di conflitto di interessi per il solo fatto di essere stata in AMA per dodici anni.

E poi, sostenitori del M5S, immaginate la situazione a parti invertite. Un assessore di qualsiasi altro partito con il curriculum di Muraro, che viene intercettato a parlare con Buzzi. Avrebbero anche potuto disquisire amabilmente di Totti, del festival di Caracalla, dei rigatoni con la pajata. La sentenza di condanna sarebbe già stata emessa. Che nel Paese esista il malaffare, la corruzione, la malapolitica è indubbio. Ma non è con il vostro manicheismo a senso unico che si compirà la moralizzazione della nazione. Meditate.

Ciao Carlo

imagesLa memoria va coltivata. Sempre.

Cinque anni fa scrissi questo. Sono considerazioni ancora valide.

E attuali.

Per anni si è dibattuto sul presunto fallimento del movimento no-global, che in quegli anni metteva a soqquadro città e piazze, con forme di protesta spesso estreme. Alla luce degli avvenimenti di questi altri cinque anni possiamo dire che il movimento aveva visto giusto. Le contraddizioni che nel 2001 sembravano essere evidenziate da una minoranza di facinorosi, oggi sono sotto gli occhi di tutti. Se ne fa portavoce quotidianamente Papa Francesco, capo attuale dei no-global.

 

 

Caro Paolo

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” Caro Paolo,

oggi siamo qui a commemorarti in forma privata perché più trascorrono gli anni e più diventa imbarazzante il 23 maggio ed il 19 luglio partecipare alle cerimonie ufficiali che ricordano le stragi di Capaci e di via D’Amelio.

Stringe il cuore a vedere talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità, anche personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione stessa di quei valori di giustizia e di legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere; personaggi dal passato e dal presente equivoco le cui vite – per usare le tue parole – emanano quel puzzo del compromesso morale che tu tanto aborrivi e che si contrappone al fresco profumo della libertà.

E come se non bastasse, Paolo, intorno a costoro si accalca una corte di anime in livrea, di piccoli e grandi maggiordomi del potere, di questuanti pronti a piegare la schiena e a barattare l’anima in cambio di promozioni in carriera o dell’accesso al mondo dorato dei facili privilegi.

Se fosse possibile verrebbe da chiedere a tutti loro di farci la grazia di restarsene a casa il 19 luglio, di concederci un giorno di tregua dalla loro presenza. Ma, soprattutto, verrebbe da chiedere che almeno ci facessero la grazia di tacere, perché pronunciate da loro, parole come Stato, legalità, giustizia, perdono senso, si riducono a retorica stantia, a gusci vuoti e rinsecchiti.

Voi che a null’altro credete se non alla religione del potere e del denaro, e voi che non siete capaci di innalzarvi mai al di sopra dei vostri piccoli interessi personali, il 19 luglio tacete, perché questo giorno è dedicato al ricordo di un uomo che sacrificò la propria vita perché parole come Stato, come Giustizia, come Legge acquistassero finalmente un significato e un valore nuovo in questo nostro povero e disgraziato paese.

Un paese nel quale per troppi secoli la legge è stata solo la voce del padrone, la voce di un potere forte con i deboli e debole con i forti. Un paese nel quale lo Stato non era considerato credibile e rispettabile perché agli occhi dei cittadini si manifestava solo con i volti impresentabili di deputati, senatori, ministri, presidenti del consiglio, prefetti, e tanti altri che con la mafia avevano scelto di convivere o, peggio, grazie alla mafia avevano costruito carriere e fortune.

Sapevi bene Paolo che questo era il problema dei problemi e non ti stancavi di ripeterlo ai ragazzi nelle scuole e nei dibattiti, come quando il 26 gennaio 1989 agli studenti di Bassano del Grappa ripetesti: “Lo Stato non si presenta con la faccia pulita… Che cosa si è fatto per dare allo Stato… Una immagine credibile?… La vera soluzione sta nell’invocare, nel lavorare affinché lo Stato diventi più credibile, perché noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni”.

E a un ragazzo che ti chiedeva se ti sentivi protetto dallo Stato e se avessi fiducia nello Stato, rispondesti: “No, io non mi sento protetto dallo Stato perché quando la lotta alla mafia viene delegata solo alla magistratura e alle forze dell’ordine, non si incide sulle cause di questo fenomeno criminale”. E proprio perché eri consapevole che il vero problema era restituire credibilità allo Stato, hai dedicato tutta la vita a questa missione.

Nelle cerimonie pubbliche ti ricordano soprattutto come un grande magistrato, come l’artefice insieme a Giovanni Falcone del maxiprocesso che distrusse il mito della invincibilità della mafia e riabilitò la potenza dello Stato. Ma tu e Giovanni siete stati molto di più che dei magistrati esemplari. Siete stati soprattutto straordinari creatori di senso.

Avete compiuto la missione storica di restituire lo Stato alla gente, perché grazie a voi e a uomini come voi per la prima volta nella storia di questo paese lo Stato si presentava finalmente agli occhi dei cittadini con volti credibili nei quali era possibile identificarsi ed acquistava senso dire “ Lo Stato siamo noi”. Ci avete insegnato che per costruire insieme quel grande Noi che è lo Stato democratico di diritto, occorre che ciascuno ritrovi e coltivi la capacità di innamorarsi del destino degli altri. Nelle pubbliche cerimonie ti ricordano come esempio del senso del dovere.

Ti sottovalutano, Paolo, perché la tua lezione umana è stata molto più grande. Ci hai insegnato che il senso del dovere è poca cosa se si riduce a distaccato adempimento burocratico dei propri compiti e a obbedienza gerarchica ai superiori. Ci hai detto chiaramente che se tu restavi al tuo posto dopo la strage di Capaci sapendo di essere condannato a morte, non era per un astratto e militaresco senso del dovere, ma per amore, per umanissimo amore.

Lo hai ripetuto la sera del 23 giugno 1992 mentre commemoravi Giovanni, Francesca, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Parlando di Giovanni dicesti: “Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché mai si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato”.

Questo dicesti la sera del 23 giugno 1992, Paolo, parlando di Giovanni, ma ora sappiamo che in quel momento stavi parlando anche di te stesso e ci stavi comunicando che anche la tua scelta di non fuggire, di accettare la tremenda situazione nella quale eri precipitato, era una scelta d’amore perché ti sentivi chiamato a rispondere della speranza che tutti noi riponevamo in te dopo la morte di Giovanni.

Ti caricammo e ti caricasti di un peso troppo grande: quello di reggere da solo sulle tue spalle la credibilità di uno Stato che dopo la strage di Capaci sembrava cadere in pezzi, di uno Stato in ginocchio ed incapace di reagire.

Sentisti che quella era divenuta la tua ultima missione e te lo sentisti ripetere il 4 luglio 1992, quando pochi giorni prima di morire, i tuoi sostituti della Procura di Marsala ti scrissero: “La morte di Giovanni e di Francesca è stata per tutti noi un po’ come la morte dello Stato in questa Sicilia. Le polemiche, i dissidi, le contraddizioni che c’erano prima di questo tragico evento e che, immancabilmente, si sono ripetute anche dopo, ci fanno pensare troppo spesso che non ce la faremo, che lo Stato in Sicilia è contro lo Stato e che non puoi fidarti di nessuno. Qui il tuo compito personale, ma sai bene che non abbiamo molti altri interlocutori: sii la nostra fiducia nello Stato”.

Missione doppiamente compiuta, Paolo. Se riuscito con la tua vita a restituire nuova vita a parole come Stato e Giustizia, prima morte perché private di senso. E sei riuscito con la tua morte a farci capire che una vita senza la forza dell’amore è una vita senza senso; che in una società del disamore nella quale dove ciò che conta è solo la forza del denaro ed il potere fine a se stesso, non ha senso parlare di Stato e di Giustizia e di legalità.

E dunque per tanti di noi è stato un privilegio conoscerti personalmente e apprendere da te questa straordinaria lezione che ancora oggi nutre la nostra vita e ci ha dato la forza necessaria per ricominciare quando dopo la strage di via D’Amelio sembrava – come disse Antonino Caponnetto tra le lacrime – che tutto fosse ormai finito.

Ed invece Paolo, non era affatto finita e non è finita. Come quando nel corso di una furiosa battaglia viene colpito a morte chi porta in alto il vessillo della patria, così noi per essere degni di indossare la tua stessa toga, abbiamo raccolto il vessillo che tu avevi sino ad allora portato in alto, perché non finisse nella polvere e sotto le macerie.

Sotto le macerie dove invece erano disposti a seppellirlo quanti mentre il tuo sangue non si era ancora asciugato, trattavano segretamente la resa dello Stato al potere mafioso alle nostre spalle e a nostra insaputa.

Abbiamo portato avanti la vostra costruzione di senso e la vostra forza è divenuta la nostra forza sorretta dal sostegno di migliaia di cittadini che in quei giorni tremendi riempirono le piazze, le vie, circondarono il palazzo di giustizia facendoci sentire che non eravamo soli.

E così Paolo, ci siamo spinti laddove voi eravate stati fermati e dove sareste certamente arrivati se non avessero prima smobilitato il pool antimafia, poi costretto Giovanni ad andar via da Palermo ed infine non vi avessero lasciato morire.

Abbiamo portato sul banco degli imputati e abbiamo processato gli intoccabili: presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e regionali, presidenti della Regione siciliana, vertici dei Servizi segreti e della Polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d’oro, personaggi di vertice dell’economia e della finanza e molti altri.

Uno stuolo di sepolcri imbiancati, un popolo di colletti bianchi che hanno frequentato le nostre stesse scuole, che affollano i migliori salotti, che nelle chiese si battono il petto dopo avere partecipato a summit mafiosi. Un esercito di piccoli e grandi Don Rodrigo senza la cui protezione i Riina, i Provenzano sarebbero stati nessuno e mai avrebbero osato sfidare lo Stato, uccidere i suoi rappresentanti e questo paese si sarebbe liberato dalla mafia da tanto tempo.

Ma, caro Paolo, tutto questo nelle pubbliche cerimonie viene rimosso come se si trattasse di uno spinoso affare di famiglia di cui è sconveniente parlare in pubblico. Così ai ragazzi che non erano ancora nati nel 1992 quando voi morivate, viene raccontata la favola che la mafia è solo quella delle estorsioni e del traffico di stupefacenti.

Si racconta che la mafia è costituita solo da una piccola minoranza di criminali, da personaggi come Riina e Provenzano. Si racconta che personaggi simili, ex villici che non sanno neppure esprimersi in un italiano corretto, da soli hanno tenuto sotto scacco per un secolo e mezzo la nostra terra e che essi da soli osarono sfidare lo Stato nel 1992 e nel 1993 ideando e attuando la strategia stragista di quegli anni. Ora sappiamo che questa non è tutta la verità.

E sappiamo che fosti proprio tu il primo a capire che dietro i carnefici delle stragi, dietro i tuoi assassini si celavano forze oscure e potenti. E per questo motivo ti sentisti tradito, e per questo motivo ti si gelò il cuore e ti sembrò che lo Stato, quello Stato che nel 1985 ti aveva salvato dalla morte portandoti nel carcere dell’Asinara, questa volta non era in grado di proteggerti, o, peggio, forse non voleva proteggerti.

Per questo dicesti a tua moglie Agnese: “Mi ucciderà la mafia, ma saranno altri che mi faranno uccidere, la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno”. Quelle forze hanno continuato ad agire Paolo anche dopo la tua morte per cancellare le tracce della loro presenza. E per tenerci nascosta la verità, è stato fatto di tutto e di più.

Pochi minuti dopo l’esplosione in Via D’Amelio mentre tutti erano colti dal panico e il fumo oscurava la vista, hanno fatto sparire la tua agenda rossa perché sapevano che leggendo quelle pagine avremmo capito quel che tu avevi capito.

Hanno fatto sparire tutti i documenti che si trovavano nel covo di Salvatore Riina dopo la sua cattura. Hanno preferito che finissero nella mani dei mafiosi piuttosto che in quelle dei magistrati. Hanno ingannato i magistrati che indagavano sulla strage con falsi collaboratori ai quali hanno fatto dire menzogne. Ma nonostante siano ancora forti e potenti, cominciano ad avere paura.

Le loro notti si fanno sempre più insonni e angosciose, perché hanno capito che non ci fermeremo, perché sanno che è solo questione di tempo. Sanno che riusciremo a scoprire la verità. Sanno che uno di questi giorni alla porta delle loro lussuosi palazzi busserà lo Stato, il vero Stato quello al quale tu e Giovanni avete dedicato le vostre vite e la vostra morte.

E sanno che quel giorno saranno nudi dinanzi alla verità e alla giustizia che si erano illusi di calpestare e saranno chiamati a rendere conto della loro crudeltà e della loro viltà dinanzi alla Nazione.”

L’intervento (Grazie a Giulio per avercelo ricordato) di Roberto Scarpinato, procuratore generale della Corte di Appello di Caltanissetta, letto alla commemorazione per i 20 anni dell’assassinio di Paolo Borsellino e della sua scorta:  Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

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Di lavoro dignitoso, di povertà, di musica

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In un concerto come quello di Bruce Springsteen al Circo Massimo, ieri sera, ciascuno può scegliersi il momento magico, il pezzo più desiderato, l’emozione più forte. C’è solo l’imbarazzo della scelta, tra le hit più famose, i pezzi più intimi, il puro divertimento del ballo scatenato. I titoli li conoscete, non c’è bisogno che ve li ripeta.

In questo periodo di notizie tragiche che arrivano da ogni parte del mondo (salvo proclamarsi #jesuis solo quando la carneficina ha copertura mediatica) le TV hanno dato giusto risalto alla dedica di Land of Hope and Dreams alle vittime di Nizza. Non è una sorpresa, la sensibilità del Boss su questi argomenti. Sull’attacco alle Torri Gemelle c’ha scritto un album sano, e non solo. Zero risalto invece è stata data alla sua dedica di The Ghost of Tom Joad alle persone italiane in difficoltà, lavoratori, disoccupati, poveri.

Ecco, il mio momento magico, ieri sera è stato questo. Un fratello, uno zio, un padre putativo viene a ricordarci, da lontano, quello che non dobbiamo mai dimenticare. Il silenzio della miseria, di chi vive in difficoltà, di chi non ha un lavoro dignitoso, di chi dorme sotto un ponte, non fa clamore.

Uomini a piedi lungo i binari
diretti non si sa dove, non c’è ritorno;
elicotteri della stradale che spuntano dalla collina,
minestra a scaldare sul fuoco sotto il ponte,
la fila per il ricovero che fa il giro dell’isolato:
benvenuti al nuovo ordine mondiale.
Famiglie che dormono in macchina nel Sudovest
Né casa né lavoro né sicurezza né pace.

La strada è viva stasera
ma nessuno si illude su dove va a finire
sto qui seduto alla luce del falò
e cerco il fantasma di Tom Joad.

Tira fuori un libro dal sacco a pelo
il predicatore accende un mozzicone e fa una tirata
aspettando il giorno che gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi
in uno scatolone di cartone nel sottopassaggio
ho un biglietto di sola andata per la terra promessa
hai un buco in pancia e una pistola in mano
dormi su un cuscino di sasso
ti lavi nell’acquedotto municipale.

La strada è viva stanotte
ma dove va a finire lo sappiamo tutti;
sto qui seduto alla luce del falò
e aspetto il fantasma di Tom Joad.

Diceva Tom: “Mamma, dovunque un poliziotto picchia una persona
dovunque un bambino nasce gridando per la fame
dovunque c’è una lotta contro il sangue e l’odio nell’aria
cercami e ci sarò.
Dovunque si combatte per uno spazio di dignità
per un lavoro decente, una mano d’aiuto
dovunque qualcuno lotta per essere libero
guardali negli occhi e vedrai me”.

La strada è viva stasera
ma nessuno si illude su dove va a finire
sto qui seduto alla luce del falò
assieme al fantasma del vecchio Tom Joad.

p.s. Aggiornamento. La dedica era tutta per loro.

Balle spaziali

La vulgata renziana vuole che si ripeta all’infinito la notizia della creazione di nuovi posti di lavoro grazie al combinato disposto di incentivi e jobs-act. Appare evidente che non si tratti di nuovi posti di lavoro ma di nuovi contratti. Ossia gente che già lavorava nel settore privato con differenti tipologie contrattuali e che adesso ha un contratto a tempo indeterminato con il jobs-act.  Il che di per sé potrebbe anche essere un bene, al netto del fatto che per tre anni sei sotto ricatto dell’azienda che può sempre licenziarti per motivi economici e darti qualche spicciolo di indennizzo (l’art. 18 serviva ad evitare questi abusi, non dimentichiamolo mai). I conti si faranno allo scadere dei tre anni di contratto, allora si vedrà quanti contratti a tempo indeterminato fatti con il jobs-act saranno effettivamente a tempo indeterminato  Ma al di là di ciò questo piccolo grande particolare nello storytelling (full of lies) del premier fa si che le persone, quando votano, di sta’ roba non possono fare a meno di ricordarsene. Perché vivono la loro immutata precarietà, o quella dei propri figli, sulla loro carne viva. Davvero, dell’aumento dell’occupazione (farlocca) tanto sbandierata non se n’è accorto nessuno.

Tra piccole iene (solo se conviene)


L’appello che Veltroni rivolge a Renzi affinché ci ripensi sull’Italicum, appello che tecnicamente mi vede d’accordo, mostra tutta la pochezza dei padri costituenti della Quarta Repubblica (sarà la quarta? ho perso il conto).

Perché, come è ovvio, le leggi elettorali non si pensano per il Paese, ma per la maggioranza di turno. E siccome i tempi del 40% sono andati, e sono lontanissimi ( you can fool some people sometimes, but you cant’fool all the people all the times, cantava qualcuno), ci si accorge adesso che regalare il governo del paese al partito che al primo turno prende il 25% tra i votanti (che con l’astensione al 40% equivale al 15% tra le cittadine e i cittadini tutti) forse non è il massimo. Che poi i possibili vincitori delle prossime elezioni possano essere M5S è del tutto casuale per il ragionamento veltroniano. O forse no.

Ma che volete farci, alle iene del partito del Presidente non conviene più, e allora i corifei che magnificavano le proprietà salvifiche dell’Italicum, mentre qualcuno sommessamente faceva presente che quella legge così com’era stata pensata era da modificare pesantemente, oggi ci ripensano a loro volta. Continuo ad essere d’accordo con l’amico Walter Tocci, il quale da tempo sostiene che questa classe dirigente, e l’attuale compagine parlamentare, non ha alcuna autorevolezza per cambiare sia la Costituzione, sia il Paese.

Latina detta la strada?

A Latina in questa tornata di elezioni amministrative sta avvenendo un piccolo grande miracolo. O forse non non si tratta di un miracolo, ma semplicemente del risultato di un lavoro fatto bene. E cosi succede che Damiano Coletta, medico da sempre impegnato nel volontariato, nello sport, nelle attività culturali della città, a capo della Coalizione Latina Bene Comune, domenica ha moltissime probabilità di diventare il primo sindaco di sinistra di Latina.

Latina la nera, amministrata solo da democristiani o fascisti, da sempre. Latina che ha visto il centrosinistra prendere solo mazzate, con tutti i suoi migliori (?) esponenti: Mansutti, Di Resta, Moscardelli due volte e adesso Forte. Mazzate che non sono mai servite (e tutt’ora non servono) ad azzerare una classe dirigente fallimentare del PDS, dei DS, del PD, cittadina e provinciale, che però ha avuto sempre la furbizia di legarsi al carro dei vincitori. Adesso tutti renziani, figuriamoci se ammetteranno fino in fondo i propri errori. Ma questi, decisamente, sono fatti loro.

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E così succede che da dopo l’estate inizia a prendere corpo la coalizione LBC, che sfrutta al meglio il radicamento sociale di molti dei suoi protagonisti principali, già da tempo attivi in città. Si unisce alla coalizione la parte migliore della sinistra cittadina, molti fuoriusciti dal PD dopo aver provato a cambiarlo, inutilmente, da dentro. Condite il tutto con l’evaporazione di M5S in città che non presenta nessuno a questa tornata elettorale e che però ha tre parlamentari epurati da Grillo e allora capite come LBC possa aver costruito il suo successo, al di là del risultato di domenica.

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È un modello replicabile altrove, e su scala più ampia? Probabilmente si. Prendete Roma. La generosità di Stefano Fassina non è  bastata ad invertite la tendenza negativa della sinistra che non riesce più ad intercettare il proprio elettorato laddove si presenta in forme dal contenuto innovativo dubbio e in più non avendo risolto a priori il nodo dei rapporti col PD. Aggiungeteci poi l’effetto traino di un candidato M5S forte, se non altro per la carica simbolica che assume la competizione per la Capitale del Paese ed ecco che la sinistra, pur continuando a porre questioni fondamentali per la costruzione di una città e di un paese più attento alla giustizia sociale, alla legalità, al rispetto dell’ambiente, raccoglie pochissimo.

Potrebbe, quella indicata da LBC, la strada? Potrebbe essere la fusione calda di pezzi di società, movimenti, liberi cittadini che condividono un progetto e i suoi valori fondativi senza alcun riferimento ai partiti la scelta vincente? Potrebbe, certo. Le elezioni amministrative hanno mostrato la debolezza intrinseca dei partiti di sinistra, vecchi, nuovi e nuovissimi. Forse potrebbe essere più utile, in questa fase, aggregare associazioni e movimenti anche a livello nazionale senza una struttura di partito vero e proprio, magari sfruttando l’appuntamento del referendum di ottobre per creare massa critica e coinvolgere pezzi di società che sviluppano l’orticaria solo a sentire nominare i partiti? Vedremo.

Nel frattempo, in bocca a lupo a Damiano Coletta e agli amici di Latina Bene Comune,