La vita delle persone prima di tutto

2223913_1423648611963Beh mettiamoci d’accordo sul significato della frase: “Avere contatti con gli scafisti”.

Perché se una ONG ha contatti con gli scafisti, o chi per essi, per avere indicazioni su dove andare incontro ai barconi per evitare che si allunghi il viaggio e di conseguenza aumentino i rischi della traversata, e allora ben vengano i contatti. Posso anche capire il fatto che una ONG non si curi degli scafisti (non sono né polizia né esercito) e di sequestrare le imbarcazioni (che fanno, se le portano al traino?).

Perché, in definitiva, davvero le ONG fanno quello che l’Europa non fa.

Salvare vite umane. Punto.

Mentre ci si preoccupa di sparare la minchiata demagogica più grossa (“pugno di ferro”, “aiutiamoli a casa loro”, che tra un po’ si vota), e guarda caso demagogia e destra convergono sempre di più. Nemmeno si  ha il coraggio, in Italia e in Europa, di dire le cose come stanno, di assumersi le proprie responsabilità, di capire perché non è possibile aiutarli a casa loro prima di rischiare di imbarcarsi in un altro conflitto.

Di vertici e di basi che mancano (per ora)

Un passaggio alla Casa Internazionale delle Donne, lunedì pomeriggio, per vedere un po’ l’aria che tirava nella prima assemblea romana post-Brancaccio di Alleanza Popolare per la Democrazia e l’Uguaglianza.

Tanta gente, buon segno. È l’occasione per salutare qualche persona con la quale ho fatto un pezzo di strada insieme. Ascolto qualche intervento, poi vado via con una sensazione di incompiutezza addosso. Mi rimane un po’ di amaro in bocca, diciamo.

Provo a spiegarmi.

L’impressione, condivisa con una cara persona che era anch’essa lì, è che per ora il bacino di utenza della sinistra romana che ha risposto all’appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari sia il medesimo che alle scorse elezioni ha sostenuto la candidatura di Stefano Fassina. Nulla di male, ci mancherebbe, ma ovviamente non può bastare. Il problema è come allargare il più possibile il campo non tanto della partecipazione (anche quella serve, ovviamente), quanto del consenso.

La platea, ne sono sicuro, era composta per la stragrande maggioranza da persone che si può dire appartengano ad un ceto medio-borghese, con alto livello di scolarizzazione e buone letture. I promotori, e molti di quelli che hanno parlato, sono persone attive, e con merito, sulla scena politica romana (in alcuni casi nazionale) da più o meno tempo. E va bene, da qualche parte, e da qualcuno, bisogna pur iniziare. Mi colpisce però l’assenza di quel pezzo di società che abbiamo, a sinistra, l’obiettivo (e la presunzione) di rappresentare. Dove sono le persone che più hanno patito della crescita delle disuguaglianze (operai, disoccupati, pensionati, precari, studenti, insegnanti) nel nostro paese e che più, di conseguenza, sono stati spinti verso l’astensionismo? Non ne ho visti, lunedì, e non ho visti al Brancaccio.

Più in generale mi pongo il problema se, al di là di esperienze positive di impegno nel sociale che nei quartieri esistono, prendono forma quotidianamente, e che anche singolarmente molti di noi praticano, pur non vivendo in primissima persona situazioni di palpabile disagio socio-economico siamo in grado di dar voce a chi l’uguaglianza non sa più cosa sia. Ri-politicizzare questa fetta di “esclusi”, far nascere una nuova coscienza di classe presuppone un’opera, passatemi il termine, di evangelizzazione che però deve passare anche da figure “profetiche” che per ora non vedo, né come singoli né a livello collettivo. Non necessariamente il leader alla Corbyn o alla Sanders, che se ci fossero ben venga, ma persone semplicemente in grado di rappresentare con autorevolezza e credibilità le istanze che provengono dalla moltitudine di persone che non si sentono rappresentate, a sinistra.  Un intervento, tra i più autorevoli, ha evidenziato la necessità di ripartire da tre parole d’ordine: scuola, ricerca, cultura.

Ma, per esempio, come andare a parlare di dispersione scolastica a Tor Bella Monaca, o a San Basilio, senza correre il rischio di organizzare il solito tavolo tematico tra addetti ai lavori, e che magari vivono per lo più in I o II Municipio, con il risultato di smuovere un nonnulla in termini di allargamento di partecipazione e di consenso ? Come organizzare tavoli territoriali, gruppi di lavoro ristretti (questo uno degli input usciti dall’assemblea per il prosieguo del cammino nelle prossime settimane) senza correre il rischio di parlarsi addosso (perdonatemi il termine) tra vertici con il risultato di non allargare alla base? Come colmare la distanza da quelle periferie che ci hanno voltato le spalle per colpa della nostra inadeguatezza a percepirne sofferenze, criticità, bisogni?

Non ho risposte, e non voglio nemmeno sembrare pessimista. Non lo sono di natura.

Ma questa è la genesi della sensazione di cui parlavo prima. Tra un po’ capiremo se passa o aumenta.

Le parole non dette a Piazza Santi Apostoli

Saltato l’appuntamento fuori porta, un giro a Piazza Santi Apostoli ieri l’abbiamo fatto.
Ho salutato con piacere, come immagino molti dei presenti, un po’ di persone che in questi anni abbiamo perso per strada. Anche tante persone del PD: ministri, sottosegretari, parlamentari, consiglieri comunali, semplici iscritti. Alcuni in incognito, altri no. Si leggeva negli sguardi il desiderio di ritrovare un terreno comune, ma sarà davvero possibile?
Nei giorni scorsi evidenziavo la necessità di ripartire, da oggi, senza ambiguità, con una scelta di campo netta. Ecco, non mi sembra che ciò sia avvenuto, ieri, in quella Piazza, ad opera dei promotori dell’iniziativa.
Il discorso più significativo l’ha tenuto Pierluigi Bersani, che ha pronunciato parole condivisibili su fisco, ambiente, lavoro, scuola, in linea con quanto ascoltato al Teatro Brancaccio due settimane fa. Meno bene sull’analisi della storia recente, sul rimpianto della sinistra che nel mondo a metà degli anni ’90 ha conquistato la fiducia degli elettori in molti paesi per poi tradirla con politiche che di sinistra avevano ben poco o che comunque non hanno saputo prevedere i disastri della globalizzazione, delle tempeste finanziarie, delle guerre. Parliamo di Blair, di Schroder, di Clinton ma anche dell’Ulivo, con i suoi leader e i suoi governi, che ha lasciato incompiute riforme (pensiamo solo al modo del lavoro e la mancata regolamentazione del precariato che in quegli anni ha la sua origine) la cui mancanza ancora oggi pesa come un macigno sulla vita delle persone. Su questo solco ha proseguito la sua opera anche il Partito Democratico, negli anni in cui ha governato, e quindi mi perplime alquanto sentire parlare, dal palco di Piazza Santi Apostoli, di centro-sinistra. Perché, e in questo Renzi ha ragione, un centro-sinistra senza il PD non è pensabile. Ma nemmeno è pensabile un PD che faccia ammenda di sé stesso e riconosca il fallimento delle maggiori (pseudo)riforme che ha sostenuto in questi anni. Anzi, Renzi in questi giorni rilancia, e lo fa perché è forte, giustamente, del consenso ottenuto nel congresso che si è chiuso poche settimane fa. E allora ecco l’ambiguità non risolta, la scelta di campo incompiuta, ieri. Le parole udite da quel palco sono, allo stato attuale, del tutto incompatibili con un’alleanza con il Partito Democratico. Sono incompatibili con lo svolgimento di primarie del cosiddetto centro-sinistra. Sono incompatibili con un patto post-elettorale nel caso in cui, come è ormai probabilissimo, si voterà con sistema proporzionale (si tratta solo di decidere quale sarà la soglia di sbarramento).
Eppure si punta ancora ad un centro-sinistra largo, come se ci fosse solo da mettere a punto piccole questioni programmatiche con il partito il cui segretario è Andrea Orlando.
Ecco, le cose non stanno così. Per niente. E quindi fatico a capire come intendano uscirne Pisapia, Bersani, Campo Progressista, Articolo 1, Insieme. Anche se uscissero ancora pezzi di ceto politico e di elettori dal partito di Renzi, il segretario andrebbe avanti come un caterpillar, non è uomo che ammette i propri errori.
Mi è invece più chiaro il percorso segnato da Montanari e Falcone, con Sinistra Italiana, Possibile e chi ci sta. Alternativi al PD. In questa fase non può essere che così.
Spero che i compagni presenti ieri in Piazza Santi Apostoli lo capiscano quanto prima, e agiscano di conseguenza.

Mi interessa di più il 2 luglio 2017

Non credo che sarò a Piazza Santi Apostoli il primo luglio.
No, non devo lavare la macchina né tinteggiare il balcone di casa, ma semplicemente ho preso un impegno fuori Roma da tempo.
Però seguirò con interesse quanto succederà in quella piazza, nella speranza che questo appuntamento tanto atteso serva a mettere definitivamente da parte due elementi che per troppo tempo hanno caratterizzato il dibattito a sinistra e le posizioni dei suoi leader: l’ambiguità e, conseguentemente, la mancanza di decisioni chiare.
Ne hanno sofferto alcuni, per motivi diversi (Civati, Fassina, Bersani, Speranza) e ne continuano a soffrire altri (Cuperlo, Orlando, Gotor).
E i tentennamenti, le decisioni ritardate, sono tra le cause che non hanno contribuito a migliorare la percezione della “sinistra” in quel parte dell’elettorato che da tempo aveva capito che Il renzismo non poteva essere un approdo e nel contempo però vagavano (e moti continuano a vagare) senza bussola.
Quindi, se un messaggio deve venire dalla piazza del primo luglio, è esattamente questo: chi sta lì deve essere alternativo al PD.
Non contro.
Alternativo.
Al PD e non a Renzi.
Perché Renzi è il PD.
Lo hanno deciso, legittimamente, le primarie poche settimane fa.
Pensare quindi che il PD possa essere qualcosa di diverso da quello che è stato in questi anni è puerilmente illusorio.
Decidano Pisapia, Cuperlo, Gotor, Speranza, Bersani, Articolo 1, Campo Progressista, parenti e affini.
O di qua, o di là.
Basta ambiguità.
Basta.
Grazie.

Qualche riflessione su domenica (e sulla sinistra)

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A mente fredda, qualche considerazione sull’incontro di domenica al Brancaccio organizzato da Anna Falcone e Tomaso Montanari.
Vado perché ho bisogno come dell’aria che respiro di riconoscermi in un progetto, di sentirmi appieno parte di qualcosa con la quale condividere princîpi, obiettivi, metodi. Di votare con convinzione, e non solo persone di cui ti fidi. L’alternativa sarebbe stare a casa, ma io voglio scegliere.
Teatro pieno, pienissimo (e mi dicono un bel po’ di persone collegate in streaming). Entriamo, ci sediamo, e butto un’occhiata alla platea (sono in galleria). Vedo tante facce conosciute, alcune personalmente di persona ma comunque riconosco la composizione della platea. Età media altina, giovani giovani a dire il vero non ne scorgo tanti, livello di scolarizzazione medio alto. Una platea familiare, insomma. Di sinistra per come siamo abituati a (ri)conoscerla. E (ri)conoscerci.
Parte Montanari e all’inizio il pubblico appare come sospeso. Qualche timido applauso sottolinea i passaggi del suo intervento, ma più lui parla e più gli applausi sono convinti, catartici, liberatori. A me è piaciuto, il suo intervento ha riassunto ciò che, a sinistra, non dobbiamo più essere e ciò che invece dobbiamo essere. I temi su cui puntare (mi interessa la pars costruens, il no a qualsiasi forma di dialogo con il PD la dò come pregiudiziale non derogabile): progressività della tassazione, pacifismo, lavoro dignitoso, difesa del territorio e stop consumo di suolo. E, in definitiva, piena attuazione della Costituzione. Mi fa specie non aver sentito pronunciare la parola mafia, la parola criminalità, nel suo come negli interventi successivi (ho seguito l’evento fino all’intervento di Pippo). Magari qualcuno ci h pensato dopo.
Il messaggio, uno dei messaggi che mi resta è quello che la (ri)costruzione della sinistra non sarebbe certo avvenuta domenica in sei ore al Brancaccio ma c’è un lavoro da fare fuori che è immane. Ma lo sapevamo. I due organizzatori ci dicono quello che già sappiamo: non aspettate input dall’alto.
Organizzatevi.
Commentando con Silvia la giornata ci chiedevamo con quale mezzo politico, con quali parole, con quali facce si possa (ri)costruire la sinistra fuori dalle fabbriche, a Tor Bella Monaca o al Laurentino 38 o in tutte le periferie delle grandi città e in tutti gli ex distretti industriali. Operai al Brancaccio non ce n’erano. Slumpenproletariaten al Brancaccio non ce n’era. Persone che non arrivano alla fine del mese probabilmente nemmeno ce n’erano. Come rappresentare queste fasce della società, da sinistra, senza populismo, demagogia, slogan, con autorevolezza resta la questione delle questioni. La ricetta, personalmente, non ce l’ho. Se qualcuno pensa di essere ferrato in materia, ascolto volentieri.
I fischi.
In uno scenario di Paese nel quale i giornalisti che sanno, o possono permettersi (slumpenproletariaten anche loro, a volte) di esprimere liberamente il loro pensiero sono ahinoi una stretta minoranza, non è che mi aspettassi qualcosa di diverso dal riportare quasi esclusivamente, come sintesi della giornata, le idiosincrasie con MDP Campo Progressista. Che poi ci sono, sia chiaro. E sono da chiarire, definitivamente. Se qualcuno pensa ancora di avere come possibile interlocutore il PD non è che si possa trattenere dal farlo, sinceramente. Scelga, ce ne faremo una ragione. Capivo quindi lo spirito con cui una parte certamente non maggioritaria del pubblico ha contestato Miguel Gotor, ma apprezzo immensamente il suo esserci, il suo non voler spezzare un filo che potrebbe legarlo, in un futuro molto prossimo, a chi invece una scelta di campo l’ha già fatta. O forse no. Come ho apprezzato la presenza di Massimo D’Alema, che si è beccato la sua dose di cazziatone dallo stesso Montanari (credo abbia le spalle larghe a sufficienza) e non solo, ed è rimasto ad ascoltare, spero ad imparare qualcosa.
In conclusione tocca organizzarsi, partecipare, ed essere tetragoni nel non accettare di percorrere strade già percorse e fallimentari, a sinistra. Con chi ci sta.
In autunno si tireranno le somme.
Come disse Enrico: Eccoci.

Antitetici e non antiebasta

Ieri ero alla manifestazione della CGIL e mentre vedevo scorrere il corteo all’angolo di Via Cavour un giornalista del TG1 fa una domanda ad un ragazzo: “Ma voi siete anti-Renzi?”. Non ho sentito la risposta perché l’intervistato era nel corteo insieme agli studenti e in quel momento il loro furgone stava passando i Green Day a manetta e quindi davvero non si sentiva un tubo. Però ho pensato a quello che avrei risposto io.

Avrei detto che definirsi anti-qualcuno/qualcosa fa part del solito refrain, qualificarsi per ciò che non si è senza dire come si vorrebbe essere. Avrei detto, piuttosto, antitetici, nel senso letterale del termine. Portatori di tesi opposte.

Sui voucher, ad esempio, tema della manifestazione di oggi, e più in generale sulla dignità del lavoro. Il che vuol dire che il lavoro si paga, con annesse tutele, infortuni, malattie, sicurezza, formazione, contratti. E non si compra dal tabaccaio.

Sulle disuguaglianze, che negli ultimi tre anni sono aumentate a dismisura, e si potrebbe iniziare a redistribuire un po’ di reddito reintroducendo l’IMU sulla prima casa, quantomeno su immobili di valore consistente, e tassando i patrimoni al di sopra del milione di Euro.

Sulla scuola, sull’università e sui saperi, aumentando la quota di PIL investito sulla conoscenza, sull’innovazione e sulla ricerca ai livelli degli altri principali paesi Europei.

Sull’ambiente, sul mare e sul paesaggio, fino ad oggi sacrificato ai desiderata della grande industria, delle imprese di costruzione, delle lobby locali e che invece può essere risorsa infinita per le comunità locali, non senza prima aver iniziato a mettere in sicurezza il territorio.

Sull’Europa e sulle politiche di austerità, che hanno impoverito i popoli, aumentato gli egoismi nazionali e allontanato gli Europei dal sogno di Altiero Spinelli. Si faccia ritorno all’Europa dei popoli e si abbandoni l’Europa dei tecnocrati, dei banchieri, dei freddi vincoli di bilancio.

Sulla lotta alla criminalità e alla corruzione, la tassa maggiore che il nostro paese paga in termini di evasione fiscale, di mancanza di concorrenza, di perdita di opportunità di sviluppo.

Ecco sei parole d’ordine che devono dare il segno dell’antiteticità rispetto Renzi, al PD, agli ultimi governi che si sono succeduti. Non idiosincrasia personale e semplice critica del passato e del presente, ma scelta di campo sulle soluzioni. Questo il terreno di gioco. Proposte concrete, poste in positivo, e rappresentate da persone autorevoli selezionate con metodi nuovi. Assemblee locali che discutono e scelgono i loro rappresentanti senza imposizioni dall’alto. Questo deve fare la sinistra, questo deve fare il popolo della CGIL che oggi era in piazza. Altrimenti, come dicevo ad un autorevole esponente delle sinistra incontrato durante il corteo, avremo perso tutti.

Tutto sulla pelle

Il Bicicletterario, unico premio letterario dedicato al mondo della bicicletta, è alla sua terza edizione e in questo fine settimana si svolge la sua festa, con la premiazione delle opere e tanto altro ancora.

Ho lasciato Minturno praticamente dal 1990 anche se per molto tempo ancora ho provato, seppur a distanza, ad offrire il mio modestissimo e limitatissimo contributo alla vita politica del Comune. Come ho avuto modo di dire più volte la consapevolezza delle difficoltà che esistono ad operare nel campo culturale nel mio Paese di origine mi ha fatto apprezzare immensamente ciò che gli amici del Bicicletterario fanno da anni.  Per me sono degli eroi civili, nell’accezione meno retorica che si possa immaginare del termine. E per questo mi sono sentito felice come un bambino quando mi hanno comunicato che il mio racconto (poche righe senza velleità letterarie di alcun tipo) era stato inserito tra le “opere” finaliste. Giustamente non ho vinto nulla, però essere lì è per me bellissimo.

Quindi di seguito troverete Tutto sulla pelle,  opera prima del sottoscritto. Autobiografica quanto basta.

 

Il grasso.

Il sangue.

Il fango.

Il sudore sulla pelle.

Ecco cosa rimaneva alla fine di quelle giornate di libertà assoluta.

Pedalare e cadere e rialzarsi e sfrecciare e pedalare.

Da solo o in compagnia, poco importava.

La libertà può essere condivisa o meno, ma resta quella sensazione.

Comunque.

La fortuna di essere cresciuto in un posto di provincia che non era il deserto ma poco ci mancava. Di certo non avrebbe potuto pedalare e cadere e rialzarsi e pedalare se fosse cresciuto, che so, nella Roma di via dei Prati Fiscali. Provaci, a dodici anni, ad andare in giro in bicicletta tra autobus, taxi, macchine, moto, camion dell’immondizia. Mezzi guidati da persone annichilite dalla vita cittadina, disposte ad accoltellarti per due metri di vantaggio al semaforo di via di Val Melaina.

No. Lui aveva il mare, davanti.

Il luccichio della superficie dell’acqua, e i colori di fuoco e cobalto che lo accompagnavano sulla strada del ritorno. Perché la libertà si, ok, ma il ritorno era fissato al tramonto. Che d’inverno sapete bene a quale disposizione meccanica delle lancette corrisponda, da quelle parti. O a quale sequenza di 0 e 1 corrispondesse sul suo Seiko, regalo della comunione desiderato e conservato a mo’ di reliquia.

Lo studio, quindi, dopo. Dopo le 17.

Dopo le corse, dopo il lungomare a perdifiato senza mani (andata e ritorno, seivirgolaquattrochilometri dritti dritti dritti), dopo aver accompagnato a casa il compagno d’avventura di turno, dopo le ragazzate e le ragazze, dopo le sfide tipo all’ok Corral coi bulli di cartone della sua scuola che erano di fatti pane casereccio, come solo i ragazzi di paese sanno essere, altro che cartone.

Dopo le cadute, dopo i furterelli di frutta nei campi, dopo l’ultima revisione al mezzo meccanico prima che fosse posto a riposo, il meritato riposo, in cantina, manco fosse la Ferrari di Gilles Villeneuve ai box di Monza.

E così si portava a casa, nella sua stanzamondo, le maglie intrise di sudore e il pensiero di Dario e di Felice, due tra i più fedeli compari di scorribande. E quali nomi potevano essere più azzeccati di Dario e Felice, se ti fanno venire in mente l’aria (vento in faccia alzo le braccia pronto a ricevere il sole) e la contentezza, che ti sembra tale anche dopo che a Felice, dodici anni, avevano ammazzato il padre, come un cane.

E si riportava a casa il pensiero di Pina. Non che ne fosse innamorato. No.

E poi vallo a sapere che cos’è l’amore a dodici anni. No, bastava la vaghissima idea di aver in qualche modo generato, al suo passaggio, un’onda di pressione che si fosse propagata fino a raggiungerla, da qualche parte del collegio di suore dove era rinchiusa con fratelli e sorelle e altri figli di Dio, madre prostituta a padre chissà dove.

Certi ricordi dovrebbero restare intonsi, immacolati, cristallizzati all’epoca in cui li hai vissuti. Con le facce, i corpi, i sorrisi, gli sguardi di quel tempo e solo di quello. Altro che bacheche, di quelle che ti mostrano nella loro crudezza la decadenza dovuta al tempo che passa, mentre continui a sentirti giovane e invece il tempo è proprio un gran bastardo. E allora meglio resettare tutto e lasciare i ricordi là dove li hai scovati, in mezzo a neuroni che si inviano segnali che spesso fai fatica a captare, quando tutte le dimensioni ti apparivano immensamente piccole (le scale, le ruote, le strade) perché di veramente piccolo c’eri tu e solamente tu.

Un po’ di sano realismo a proposito della Francia

Sacrosanto esprimere soddisfazione per la sconfitta di Le Pen alle elezioni presidenziali francesi. Un po’ meno definire la vittoria di Macron la vittoria dell’Europa. Come faceva giustamente notare Marc Lazar ieri sera, al primo turno gli antieuropeisti hanno raggiunto quasi il 50% dei votanti. Nel secondo turno di ieri l’astensione ha raggiunto livelli record e gli elettori di Macron hanno dichiarato di aver scelto lui innanzitutto per fermare il Front National, poi per rinnovare la classe dirigente (Macron non è né del PSF, né del UMP, ricordiamolo) e solo una esigua minoranza perché d’accordo con  suo programma. Quindi semmai una Europa diversa potrebbe essere l’effetto dell’elezione del nuovo Presidente francese, se riuscirà in una impresa tanto necessaria quanti titanica, non di certo la causa. Anche perché l’Europa di può riformare con ricette molto diverse tra loro, e la storia personale di Macron non lascia particolarmente ottimisti, per chi ha scelto lui turandosi il naso.

Non dimentichiamo infine che razzismo, populismo, sovranismo, nazionalismo, protezionismo non sono stati debellati dal voto francese, o dal voto olandese, e quindi è bene raffreddare i facili entusiasmi e capire come intercettare, in tutta Europa, tutti quegli elettori che non si riconoscono più nei partiti tradizionali, che non votano, che esprimono una forte critica nei confronti dell’Europa, che vivono sulla loro pelle un forte disagio economico.

Questa la sfida.

 

Non aspettarmi vivo

È il titolo del bellissimo saggio di Anna Migotto e Stefania Miretti sulla banalità dell’orrore nelle voci dei ragazzi jihadisti, come recita il sottotitolo.20170506_092543

Una lettura che consiglio vivamente, per provare a capire qualcosa in più della genesi dell’orrore che alimenta le nostre paure, nell’Occidente che diventa palcoscenico, estensione della guerra interna al mondo dell’Islam tra salafiti jihadisti e interpreti “moderati” delle parole del Corano.

Il libro ci parla dei ragazzi e delle ragazze tunisine, di quelli che resistono da “laici” in un Paese che vive le sue difficoltà economiche, la disillusione di una rivoluzione, quella del 2011, riuscita a metà, e di quelli che passano dal rap, dall’heavy metal, dalle ragazze, dalle birre, dalla danza al martirio, in un tempo brevissimo. Ragazzi e ragazze che fino al giorno prima sono stati fianco a fianco nel coltivare le loro passioni e le loro speranze e che da un giorno all’altro prendono strade diametralmente opposte. Padri, madri, fratelli, sorelle che ritrovano si ritrovano il nemico in casa. Il figlio, il fratello, l’amico amato che sparisce e dopo qualche giorno riappare in Siria, completamente trasfigurato.

Io non so se il libro fornisca una lettura parziale o meno del fenomeno, delle motivazioni che spingono i ragazzi a fare delle scelte così tragiche, per loro e per le persone che incontreranno sul loro cammino di morte. Mi appare però evidente, leggendo le pagine del libro, che la religione non c’entri. O meglio, la religione, l’Islam, sia la scusa alla quale faccia comodo a molti, da questa parte del mondo, attribuire la causa di tanto orrore. La religione, e l’interpretazione dei salafiti del Corano, è sicuramente la leva utilizzata dai reclutatori di Da’ish per convincere i ragazzi ad unirsi al Califfato. Ma la molla che scatta nelle teste dei giovanissimi martiri viene caricata nel tempo da una serie di condizionamenti tutti interni alla società tunisina e che possono essere ritrovati tali e quali nelle banlieu parigine, nelle periferie di Bruxelles, nei sobborghi di Stoccolma. Il fallimento degli ideali dei padri (nella stragrande maggioranza dei casi musulmani praticanti), l’inutilità del titolo di studio (anche delle lauree più prestigiose), la mancanza di fiducia nel futuro, l’impossibilità di costruirsi una vita dignitosa viene messa di fronte a delle alternative che lo stato islamico, a Raqqa, in Siria, mette a disposizione subito: un lavoro, uno stipendio, tante mogli, la macchina. E soprattutto il Paradiso, per sé e per 70 persone a scelta. Finemente indottrinati (i reclutatori in questo sono più che professionali, sanno scientificamente individuare i soggetti più fragili) i ragazzi arrivano ad elaborare questo tragico pensiero: ma perché devo vivere senza prospettive in terra, quando mi viene offerto il Paradiso? Unite questa suggestione al senso di fratellanza che spinge i musulmani alla jihad ovunque vedano i loro confratelli in pericolo nei confronti dell’aggressore di turno (Palestina, Kuwait, Iraq, Afghanistan, Siria) ed ecco (perdonate la semplificazione) che si può spiegare il viaggio che tantissimi giovanissimi hanno intrapreso dalla Tunisia, dalla Francia, dal Belgio, dalla Svezia, verso la Siria per poi tornare nei loro paesi a compiere le azioni che tutti abbiamo imparato a conoscere e a temere. Azioni che lasciano increduli amici, parenti, familiari, spesso devastati dal senso di colpa per non aver saputo intercettare (pochi ci riescono) i cambiamenti che hanno portato i loro cari a compiere quei gesti.

Fortunatamente c’è anche chi si rende conto di aver commesso un errore, di essere stato ingannato e quindi prova a percorrere la strada in senso inverso, dalla Siria, da Da’ish a casa, provando a recuperare una normalità che sarà difficile da riacquistare. Nel libro sono narrati anche i ritorni a casa, le gesta eroiche dei padri che fanno di tutto per riavere i loro figli sani e salvi, delle difficoltà delle famiglie che ormai sono bollate come famiglie di terroristi, delle associazioni che si spendono per aiutare le famiglie ad affrontare i problemi legati alla presenza in casa di figlio ex-terrorista.

In conclusione un argomento da approfondire, quello trattato nel libro delle bravissime e coraggiose Migotto e Miretti. Intanto potreste iniziare anche voi con le loro pagine, se siete interessati all’argomento.

p.s. Un grazie a Flavia Perina, sulla sua pagina Facebook ha parlato di questo libro, nei giorni scorsi. Mi sono fidato, e ho fatto bene.

Almeno le feste comandate

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Quelle laiche e quelle non laiche.

Che ormai le domeniche, tutte le domeniche, i negozi siano, o possano, essere aperti lo diamo per acquisito. Il logorio della vita moderna ci impone, o ci rende comodo poter fare acquisti durante il fine settimana. Diamo per scontato che durante i giorni di festa ci siano persone che lavorino per assicurare a noi tutti servizi essenziali: sicurezza, sanità, farmacie, trasporti, emergenze.

Che il piccolo commerciante, poi, decida di tenere aperto anche durante i giorni di festa ci può anche stare, è una sua scelta aprire o meno.

Ma quello che mi chiedo è quale servizio essenziale possa garantire un centro commerciale o una enorme catena di distribuzione tenendo aperto il giorno di Natale, il giorno di Pasqua, il 25 Aprile, il Primo Maggio, il 15 Agosto (di questi giorni sto parlando). Quale bisogno impellente di comprare, o di guardare le vetrine può avere una persona normale in quei giorni lì? E che libertà di scegliere hanno i lavoratori dei centri commerciali, pur guadagnando qualcosa in più (sempre che le aziende si comportino in maniera corretta?)