Archivio mensile:febbraio 2010

Abolire, please!

Sono 6149. I giorni in cui Gregory Taylor è stato nel braccio della morte in North Carolina, innocente. Sono finiti il 17 febbraio, quando, per la prima volta nella storia americana, è stato liberato da un verdetto di una Commissione indipendente nominata dallo Stato per i casi dubbi. 137 sono gli innocenti, molti dei quali mai risarciti, che hanno speso anni in quei bracci della morte. Come Curtis Mc Carthy, 21 anni passati nel carcere-modello di Mc Alister in Oklahoma: costruito sottoterra. Mai la luce del sole. Sepolti vivi. Vivi ma morti. Così ci si abitua all’idea. A lui, sopravvissuto, chiedo: «Provi rabbia?». E Curtis risponde, appena appena sorridendo: «No. Se avessi rabbia o odio, sarei ancora prigioniero. Invece sono un uomo libero». In California c’è il più grande braccio della morte del mondo, a San Quentin, 647 condannati. Aumentano di 30 all’anno. Pochissime le esecuzioni. Oltre alla bancarotta, all’intasamento della Corte Suprema per i ricorsi, con danno per il resto del sistema giudiziario, si apre lo scenario che essere condannati a morte senza certezza di essere uccisi per venti, trent’anni, sia una forma di tortura cui nessuno aveva mai pensato prima.

Sono 141 i Paesi del mondo che non usano più la pena capitale. Ma è un trend recente. Per millenni pensatori e Stati, da Aristotele a Kant, da Sant’Agostino a Hegel hanno trovato la pena di morte normale. Anche se i primi cristiani erano visti con sospetto nell’esercito romano perché non amavano uccidere. All’inizio degli Anni Settanta erano solo 23 i Paesi che avevano abolito la pena estrema. Oggi sono 103 in ogni circostanza, e altri 38 l’hanno abolita in tempo di pace o, di fatto, non eseguono condanne da più di 10 anni.

Emerge dal primo Rapporto sulla pena capitale del segretario dell’Onu Ban Ki-moon. Il rapporto stesso segna una svolta epocale: è quella intervenuta con l’approvazione da parte dell’Assemblea Generale dell’Onu della Risoluzione per una moratoria universale della pena di morte il 18 dicembre 2007. La pena capitale non è più solo una questione di giustizia interna agli Stati, ma è di interesse generale perché tocca i diritti umani. È un documento non vincolante. Ma quanto sia importante lo mostra il fatto che per quindici anni c’è stato un fuoco di sbarramento per bloccarlo. Come quando nel 1998 l’Ue ha ritirato la Risoluzione alla vigilia del voto perché era nato un fronte trasversale che la descriveva come iniziativa «neocolonialista» di una superpotenza, l’Ue, che voleva imporre la sua visione dei diritti umani. Ci sono voluti altri nove anni per risalire la china. Intanto si era celebrato a Strasburgo il primo Congresso contro la pena di morte, si era registrato un grande dinamismo francese e italiano sull’argomento, era nata a Roma la Coalizione mondiale contro la pena di morte (Wcadp), a Sant’Egidio, per iniziativa di Ecpm e un’altra dozzina di organizzazioni internazionali, da Amnesty International, a Sant’Egidio, a Pri e Fidh. E’ nata, sempre per iniziativa di Sant’Egidio, con il sostegno della Wcadp, la più grande mobilitazione interculturale sul tema, che ha visto oltre cinque milioni di adesioni in più di 150 Paesi del mondo: è diventata l’Appello con milioni di adesioni e le firme dei maggiori leader religiosi e laici del mondo, consegnato all’Onu alla vigilia del voto, per vanificare l’argomento del «neocolonialismo».

Si sono affermati i due grandi appuntamenti mondiali – non rituali – anche nei Paesi mantenitori, delle Giornate contro la pena di morte, il 10 ottobre, e delle Città per la vita, il 30 novembre, mentre si sono rafforzate le coalizioni regionali e la capacità di fare «rete»: oltre cento sono i movimenti abolizionisti e molte delegazioni ufficiali di governi che parteciperanno al prossimo congresso mondiale a Ginevra, dal 24 febbraio. È cresciuta la capacità di sinergia tra movimenti della società civile e Stati. Il rifiuto della pena capitale è diventato per l’Ue un elemento identitario. Mentre è stata capace di fare un passo indietro e di collaborare alla nascita di un fronte «cross regional», tale da creare il più vasto movimento di Paesi co-sponsor all’Assemblea Generale Onu. È una sfida che si ripeterà in autunno, quando la nuova Risoluzione verrà presentata, per marcare una crescita di consenso.

Nonostante il decennio della guerra in Iraq e del terrorismo, infatti, la pena di morte è arretrata. Uzbekistan, Kazakhstan, Kirghizistan, ma anche Gabon, Togo, e altri Paesi africani hanno fatto la differenza, sostenuti anche da Ong e Stati nella svolta abolizionista. Alcune svolte sono maturate, come per la pace, anche a Roma, a Sant’Egidio.

Negli Stati Uniti, in due anni, New Jersey e New Mexico, East Coast e Far West, hanno rotto il fronte e, dopo 30 anni, hanno abolito la pena capitale. La Corte Suprema Usa ha dichiarato incostituzionale l’esecuzione di disabili mentali e minori. In Cina la Corte Suprema ha invitato a ridurre solo ai «casi molto gravi» la condanna capitale e ha tolto alle corti locali il potere di comminarla: si calcola una riduzione del 30 per cento sul totale delle esecuzioni (che non si conosce in maniera certa). L’Asia si muove: è nata l’Adpan, la coalizione regionale, le Filippine hanno imboccato di nuovo la via abolizionista, il presidente della Mongolia ha inaugurato quest’anno la via abolizionista. Taiwan ha fermato da anni le esecuzioni quando appena 7 anni fa era il paese del mondo più attivo sul fronte delle esecuzioni, in rapporto alla popolazione. Aperture ci sono in Corea del Sud. Anche se in Iran le esecuzioni crescono e vengono esibite, in Giappone è passato il primo anno senza esecuzioni capitali. In India c’è un dibattito al livello della Corte Suprema, e altrettanto accade in Pakistan, con 7000 sentenze capitali fermate. Nei Caraibi cresce il dibattito anche tra i governi, perché la pena di morte non serve contro la violenza diffusa, vera malattia caraibica, con la povertà: l’Europa può fare molto per aiutare in questa direzione. Algeria, Tunisia, Libano, Giordania possono accelerare il cambiamento nell’area del Mediterraneo. Il Marocco ha fermato, in pratica, le esecuzioni e cresce la richiesta di abolizione. Il mondo guarda all’America di Obama, che crede nella necessità di essere più in sintonia con il resto del mondo. C’è la possibilità, storica, che la prossima Risoluzione Onu in autunno veda le astensioni di Stati Uniti, Giappone e India, con la crescita dei consensi nel resto del mondo. È un obiettivo per cui vale la pena di lavorare.

Mario Marazziti
portavoce della Comunità di Sant’Egidio

Tre domande facili facili…che nessuno fa

Queste sono le domande che qualsiasi giornalista serio farebbe in un paese "normale" e alle quali nessun uomo politico serio si sottrarrebbe, però siamo in Italia e allora la musica cambia..

Onorevole Letta, nei giorni scorsi ha dichiarato che le imprese degli sciacalli che ridevano nei loro letti alla notizia del terremoto de L'Aquila non hanno avuto e non avranno un euro per la riscostruzione.
Le intercettazioni telefoniche pubblicate sui giornali dimostrano inequivocabilmente il contrario.

Onorevole Letta, lei ha mentito consapevolmente al Paese?

Qualora la sua risposta fosse il frutto di un misunderstanding con i suoi collaboratori, verrebbe da pensare che le persone che lei ha al suo fianco siano siano scelte con criteri a dir poco opinabili.

Onerevole Letta, lei è in grado di controllare l'operato dei suoi collaboratori?

Alla luce di quanto da lei dichiarato, non crede sia opportuno rassegnare le sue dimissioni?

Le mie risposte

Dieci domande all’opposizione. Sulla scia delle dieci domande presentate l’estate scorsa da Repubblica a Berlusconi, un convegno di italianisti, accademici e giornalisti britannici lancia un decalogo al centrosinistra italiano. L’idea nasce dalla conferenza “Berlusconi and beyond: prospects for Italy” (Berlusconi e oltre: prospettive per l’Italia), organizzata ieri a Birmingham da Geoff Andrews, italianista della Open University, con il patrocinio della Birmingham University. Scopo dell’iniziativa era non solo stimolare il dibattito sul caso Berlusconi e i suoi sviluppi, ma pure incoraggiare una soluzione alla crisi politica, economica e istituzionale italiana, chiedendosi se il centro sinistra ha i programmi, le risorse e i leader per togliere il potere a Berlusconi e attuare una stagione di profonde riforme. (Da Repubblica.it)

Ecco le mie risposte, nella speranza di dare un piccolo contributo alla causa.

1) Quali sono i vostri principali valori politici al di là dell’antiberlusconismo?

Innanzitutto l’antiberlusconismo non è un valore ma un obbligo morale, nel senso che la deriva culturale nella quale il modello berlusconiano ha fatto precipitare il paese sta facendo danni che potrebbero essere irreparabili, soprattutto nelle giovani generazioni. Il consenso guadagnato democraticamente, che si autoalimenta attraverso l’uso delle televisioni, ha fatto leva sugli istinti peggiori degli italiani che stanno perdendo la capacità di vivere in società, nel rispetto dei diritti e dei doveri propri ma anche di chi ti vive attorno. Il principale valore ispiratore deve essere quello della convivenza tra cittadini nella legalità.

2) Perché quando avete avuto l’opportunità di governare non avete regolamentato il conflitto d’interessi?

L’errore sta a monte, ossia nel far assurgere Berlusconi a padre costituente riconoscendogli tale ruolo nella Bicamerale del ’96, invece di far emergere con forza, a partire dalle caduta del suo primo governo, il carattere eversivo nello scenario politico occidentale. Sarebbe stato necessario sin dall’epoca favorire, tramite provvedimenti legislativi ma anche attraverso un ampio dibattito culturale nel paese, una maturazione politica del centrodestra che rendesse possibile l’instaurarsi di un bipolarismo di stampo occidentale. Ovviamente non aver fatto tutto ciò è stato un gravissimo errore politico della classe dirigente del centrosinistra dell’epoca (ripetuto poi nel 2006, anche se il tempo è stato poco e la maggioranza di governo era quella che era), però l’Italia è l’unico paese nel quale chi commette errori politici, chi perde le elezioni, continua a stare al suo posto. Ve lo immaginate Jospin che trama nell’ombra del congresso del Partito Socialista Francese per fregare o favorire, che so, Segolene Royale? Io no…

3) Che visione avete della società italiana del futuro e per quale tipo di giustizia sociale vi schierate?

La giustizia sociale può essere tale solo se non passa il concetto per il quale il più forte sopravvive e gli altri si arrangino da soli. Serve un nuovo patto di convivenza sociale che deve fondarsi innanzitutto sulla consapevolezza di essere inseriti all’interno di un sistema che prevede diritti ma anche doveri, dal che scaturisce la necessità di contribuire tutti, in maniera equa, al fabbisogno di uno stato che funziona e che eroga servizi. Non è una utopia, basta andare in Germania o in Francia per rendersi conto di come funziona il welfare state anche in quei paesi, nonostante siano stati, nel tempo, governati da maggioranze di colore differente.

4) Quale è la vostra visione della globalizzazione e come vedete l’Italiani in essa?

L’Italia ha interpretato la globalizzazione a modo suo, come sempre. Si è data l’impressione che globalizzazione fosse sinonimo di invasione (di persone e di mercanzie), senza capire che taluni fenomeni sono ormai irreversibili, stante la disparità di condizioni di vita che esistono tra le varie parti del globo. Bisogna trovare il modo di regolare gli effetti della globalizzazione, a livello di flussi migratori e a livello di politiche industriali, tenendo però presente che non può essere il profitto il principio ispiratore di qualsiasi provvedimento.
Non può esserlo nel concepire l’arrivo (inevitabile) degli stranieri esclusivamente come mano d’opera a basso costo senza creare, insieme, le condizioni per renderli innanzitutto cittadini.
Così come non è accettabile, a livello di politiche industriali, che i nostri imprenditori delocalizzino le produzioni riducendo a un decimo il costo del lavoro ma mantenendo inalterati i profitti, soprattutto per le piccole e medie imprese.

5) Come pensate di aumentare le possibilità a disposizione dei giovani e che risposta date alla lettera di Pierluigi Celli che invitava il figlio a lasciare l’Italia?

L’Italia è un Paese bloccato, fermo, ma la responsabilità maggiore la portano i “nostri” padri che, come Celli, dichiarano di avere fallito ma rimangono al loro posto, negando così ai “propri” figli la possibilità di poter realizzarsi nel nostro Paese. Serve una rivoluzione culturale che porti al “ponte di comando” i meritevoli delle nuove generazioni, senza che siano messi in naftalina ad aspettare di essere cooptati dal potente di turno. Ma ovviamente la rivoluzione culturale deve riguardare anche i giovani che devono spezzare questo circuito perverso e mettersi in gioco a viso aperto, senza richiedere protezione da chicchessia per raggiungere i propri obiettivi. Fatto ciò (sembra facile!) creeremo le condizioni affinché si realizzi una piena mobilità dei cervelli sia in entrata che in uscita.

6) Sarete in grado di apportare serie riforme alla classe politica in termini di numero dei parlamentari, immunità legali, costi della politica?

Ci vuole poco, tutti ne parlano ma nessuno concretamente ha fatto nulla, per ora. Il numero dei parlamentari si può dimezzare, così come si possono eliminare le province e tutta una serie di enti che sono utilizzati quasi esclusivamente come spartizione di posti di potere. Si possono anche tagliare stipendi e prebende di parlamentari e amministratori, senza demagogia e qualunquismo.
Le immunità non servono se la politica torna ad essere un servizio ai cittadini, e chi sbaglia paghi senza cercare scorciatoie o leggi ad personam. È stato fatto credere agli italiani che le norme fatte per una sola persona potessero riguardare tutti noi, invece hanno consentito ad uno solo di sfuggire alla giustizia.

7) E’ possibile che l’inesistenza di un governo ombra comunichi agli elettori l’assenza di un governo alternativo e quindi la non presenza di un’opposizione ufficiale in Italia?

Il governo ombra è stata una bufala pazzesca, non serve se l’opposizione svolge il suo ruolo di contrasto all’attuale maggioranza con forza e se nel contempo elabora proposte alternative. L’attuale opposizione, salvo rare eccezioni, per ora non ha fatto né l’una né l’altra cosa, nonostante siano ancora presenti all’ordine del giorno temi sui quali il Governo offre soluzioni risibili, come ad esempio nel modo in cui sono state affrontata la crisi economica, il precariato, il sostegno ai “poveri” . Chi si ricorda della social card e perché non li massacriamo su questo come altre questioni?

8) Perché non c’è un reale interesse e capacità nell’usare i nuovi media?

Per un deficit culturale dell’attuale classe dirigente , “vecchia” da un punto di vista della comunicazione e dell’appeal presso le nuove generazioni e che quindi fatica a capire le potenzialità delle nuove forme di comunicazione. Basti pensare alla proposta di trasmettere il dopo-festival sul canale del PD per avvicinare i giovani.
Inoltre i social network sono difficilmente controllabili e questo spaventa. Da questo punto di vista Obama, alla maggior parte dei dirigenti del PD, non ha insegnato alcunché.

9) Se aveste un miliardo di euro di risorse extra, come le utilizzereste?

Per la scuola, ma solo per quella pubblica, evitando di continuare a foraggiare scuole private, di qualunque estrazione e orientamento esse siano. Chi vuole mandare i figli alle scuole private se le paghi, salvo casi eccezionali. Bisogna aumentare il numero degli asili nido pubblici, statali o comunali. Non è degno di un paese civile studiare in scuole fatiscenti o autotassarsi per comprare la carta igienica e il sapone, così come non è possibile lasciare alunni e genitori nell’incertezza sul destino dei propri figli nei riguardi della composizione delle classi o di chi sarà il proprio insegnante l’anno seguente.

10) Avete un Obama capace di sfidare Berlusconi in carisma e popolarità ma al tempo stesso di creare una visione un sogno per gli elettori che dovrebbero votarvi?

In effetti un Obama Obama non c’è, ma forse sarebbe sufficiente innanzitutto avere dei dirigenti che sappiano ascoltare il proprio elettorato e che indichino una direzione nella quale far ripartire il PD e un progetto per il paese. Quelli attuali non sono in grado di farlo, possono solo creare dei governicchi, ma non hanno alcuna visione di ampio respiro che possa motivare nuovamente e appieno l’elettorato di centrosinistra e del PD.

Ma come si può??

Rilancio la lettera inviata a B. da una scrittrice albanese, a seguito dell’ennesima battuta (e dell’ennesima figura di merda)

"Egregio Signor Presidente del Consiglio,

le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: "le belle ragazze albanesi". Mentre il premier del mio paese d’origine, Sali Berisha, confermava l’impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che "per chi porta belle ragazze possiamo fare un’eccezione."

Io quelle "belle ragazze" le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A "Stella" i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E’ solo allora  –  tre anni più tardi  –  che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio.

Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel puttana sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell’uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l’utero.

Sulle "belle ragazze" scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tivù svizzera: andai in cerca di un’altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E’ una storia lunga, Presidente… Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l’avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio.

In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. In questi vent’anni di difficile transizione l’Albania s’è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L’Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci.

* Elvira Dones, scrittrice-giornalista.
Nata a Durazzo nel 1960, si è laureata in Lettere albanesi e inglesi all?Università di Tirana. Emigrata dal suo Paese prima della caduta del Muro di Berlino, dal 1988 al 2004 ha vissuto e lavorato in Svizzera. Attualmente risiede negli Stati Uniti, dove alla narrativa alterna il lavoro di giornalista e sceneggiatrice.

Puttanopoli

La donna-tangente pare ormai assunta come merce di scambio ordinaria fra i puttanieri della nuova classe dirigente italiana. Costa relativamente poco, cementa solidarietà indicibile ovvero complicità omertosa, come e più di qualsiasi altro pagamento in nero. Il regalo sessuale lubrifica il sistema affaristico fin dentro i palazzi del governo, e pazienza se rende incivile anche la Protezione civile: funziona perché corrompe.

Lo spregiudicato costruttore romano Diego Anemone che offre graziosamente a Guido Bertolaso le prestazioni della brasiliana Monica e le "ripassatine" di Francesca, in attesa della festa "megagalattica" al Centro benessere Salaria Sport Village con due o tre ragazze, mi raccomando, "di qualità", si è procacciato appalti lucrosi con lo stesso metodo reso celebre dall´imprenditore della sanità barese Gianpaolo Tarantini.

Resta da chiedersi quanti sono in Italia i prosseneti alla Anemone o alla Tarantini, capitani d´impresa non ancora quarantenni tanto abili nel saziare gli appetiti erotici della Seconda Repubblica. Intervistata dal "Financial Times", l´estate scorsa Patrizia D´Addario spiegava che questo genere di scambi tra uomini politici e cacciatori d´appalti è prassi ordinaria. Da Tangentopoli a Puttanopoli. Ma anche nel settore privato dilaga la stessa usanza: a Milano è risaputo che certe cene d´affari con clienti stranieri vengono suggellate dall´ingresso finale a sorpresa delle signorine-cadeau.

L´esempio, come sempre, viene dall´alto. E poco importa che il Capo supremo possa disporre di una rete di fornitori così servizievoli da concedergli pure l´illusione della conquista gratuita: il maschio di potere si compiace di pensare che le donne lo desiderino per quel che è, non solo per quel che sperano di ricavarne.


Ora sappiamo che la sintonia fra B&B era cementata da una consuetudine di uomini maturi che si strizzano l´occhio l´un l´altro, come del resto già testimoniato dalla serata a Palazzo Grazioli del 2 dicembre 2008 in compagnia di Gianpaolo Tarantini e delle sue girls. Sarà senz´altro una coincidenza se un uomo assai vicino a Bertolaso ha di recente rilevato la Tecnohospital di Tarantini, in grave perdita. Rifiutiamo anche solo di pensare che un tale business sia stato corroborato da attenzioni intime. Vale di più riflettere sulla postura di questo potere maschile, e sugli effetti sociali che ne derivano.

Gli "uomini del fare", che operano per "il bene del paese", hanno dunque in comune pure un´idea usa e getta dell´amore. È del resto un´idea ben comunicata dalla pornografia televisiva imperante, prima ancora che dal repertorio dei discorsi pubblici del premier. Il corpo della donna plastificato e ridotto a ornamento ebete, con una ripetitività che ne abbatte la stessa carica erotica, altro non è che lo specchio di una misoginia perpetuata nella concezione della famiglia, nei luoghi di lavoro, nelle carriere politiche.

Fior di studiosi hanno quantificato il danno economico, oltre che il ritardo culturale inflitto così alla società italiana. Ora sappiamo che non si tratta solo di arretratezza. La creatività dei puttanieri all´italiana ha escogitato una vera e propria scommessa imprenditoriale: le donne si regalano come bustarelle in carne e ossa per entrare nel giro che conta.

Conosco l´obiezione secondo cui non c´è niente di nuovo sotto il sole, si tratterebbe di un malcostume antico. Ma quando mai, in democrazia, s´è dovuto fare i conti come oggi con quel particolare tipo di consorteria rappresentato dal vincolo indecoroso, tant´è che bisogna tenerlo segreto pure alle rispettive famiglie, della scorribanda da casino? Ci sono patti fra compari che assumono ben altra portata quando coinvolgono i responsabili di settori delicatissimi delle istituzioni. L´omertà alimenta il mercato dei favoritismi e dei ricatti. Cominciamo finalmente a rendercene conto?

E poi c´è l´immagine che trasmette di sé il potere maschile, da quando i sorrisi di facciata non bastano più a mascherarne l´arroganza e l´inadeguatezza culturale. Si arrabatta nel sostenere che tutta l´Italia sia a misura di puttanieri, o vorrebbe esserlo. Come se in questo paese non fossero già praticabili una relazione uomo-donna e una sessualità più mature, soddisfacenti, dignitose, paritarie.

Sentiremo ancora la rituale litania contro le intercettazioni telefoniche e il gossip, nel tentativo di liquidare la compravendita dei corpi alla stregua di un hobby rilassante. Ma il degrado è ormai così manifesto da rendere anacronistica tale invettiva. Cresce infatti la percezione che i comportamenti personali di chi occupa cariche istituzionali hanno rilevanza pubblica e ripercussioni profonde sulla nostra civiltà. Per usare il linguaggio di Berlusconi: chi sputtana l´Italia?


Gad Lerner

Ciao Eluana

A un anno di distanza, ricordarla è un dovere.

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"I cittadini, come era esasperatamente cittadina Eluana, vogliono essere messi in condizione di assumersi le loro responsabilità. E non essere trattati come se non fossero responsabili delle loro scelte di coscienza. Un anno dopo la morte di Eluana, io voglio semplicemente separare la tragedia privata di aver perso una figlia dalla violenza terapeutica. Non credo che la medicina giusta sia quella che offre una "vita senza limiti". Eluana un anno dopo è come un anno fa, o diciotto anni fa: un simbolo pulito della libertà individuale. Ed è nel mio cuore costantemente."

Beppino Englaro