Archivio mensile:dicembre 2011

L’ultimo post del 2011

Pensiero di fine anno, auspicio politico per il 2012. I manifesti che campeggiano, oggi, sulla maggior parte dei cartelloni, muri, sottopassi, case e palazzi (e un giorno si dovrà affrontare pure l’annosa questione dei manifesti politici che imbrattano la città), riportano, come tutti sappiamo, il simobolo dell’UDC orgogliosamente al fianco dei simboli della Polverini, del PDL, di Storace, tutti insieme a celebrare la giunta Renatona, pessima come la giunta Alemanno, uguale uguale. Ecco, io vorrei che, nel Lazio, come in provincia di Latina, come in Italia, nel mondo, nell’universo, nel sistema solare si chiudesse definitivamente all’opportunità di allearsi con questa UDC. Nel Lazio, collaborare con l’UDC significa collaborare con chi ha difeso Fazzone, Del Balzo, Cusani. Serve altro. Che il 2012 inizi.

Il 2012 che ci aspetta

Proprio oggi volevo scrivere un post di fine anno, di quelli che contengono gli auspici e le speranze per l’anno che arriva ma anche quanto di bello e di brutto è successo nell’anno che si chiude.

Un post di politica, chetelodicoaffà.

Che poi la politica è anche un pezzo della mia vita, non tanto per quel pò che ne faccio ma soprattutto per quel tanto che la subisco. Come tutti, del resto. E però c’avevo un magone, l’ovosodo qui e più giù, alla bocca dello stomaco. Perché mi arrivavano in diretta le notizie (e i commenti alle notizie) sul congresso regionale del PD Lazio, dove un manipolo di pazzi si è messo in mente di curare un malato in coma a dispetto di ciò che pensano i luminari del partito, pronti a spartirsi le ceneri del morto sulle note di tutto cambia affinché nulla cambi. Perché reso edotto dell’ennesima maledetta porcata della giunta Lombardo sostenuta dal PD mi è venuta voglia di demolire il 15 pollici a tubo catodico che ancora resiste in cucina di mia nonna. Perché cazzeggiando con il mio smarfòn mi sono imbattuto in una foto di Vasto che non ritrae il panorama della cittadina adriatica ma un sogno che sbiadisce e svanisce sotto i colpi di maglio della realtà quotidiana. Che poi non sai chi li ha menate per primo, ‘ste mazzate, Un po’ allora mi abbatto, lo confesso.

Metteteci pure che oggi passeggiavo per le strade del mio paese di origine e guardavo le persone e pensavo che questo posto è senza speranza machicelofafare che tanto a lavà la capo a gliu ciuccio ce perdi tempo acqua e sapone. Ecco, metteteci tutto questo e l’ovosodo è bello che cotto, mangiato e fermo in canna. E zero voglia di scrivere, quindi.

Poi, però. (C’è sempre un però). Leggo un post qua, un tweet là, un commento su e un articolo giù e torna la fiducia. E la voglia di cambiarlo, ‘sto PD e ‘sto Paese. Certo, il 2011 è stato un anno tosto e pieno di bocconi amari, alcuni necessari, altri meno e quindi ancora più indigesti. Però è stato anche l’anno in cui ha preso forma un’idea di partito diversa da quella vista fino ad ora e che sento profondamente mia.

Il Nostro Tempo, Changes, la sfida di Giovanni Bachelet per il PD Lazio hanno dimostrato che ce la possiamo fare.

E allora #occupyPD deve essere l’obiettivo del 2012. Non per occupare posti, ma per occupare posto nella testa delle persone. E far maturare la consapevolezza che non è un destino ineluttabile, quello attuale del PD. Perché l’assunzione di responsabilità non diventi l’alibi per rinunciare al coraggio. Perché la necessità di dare una guida credibile al Paese, una volta messo da parte B. e il peggior governo che la storia patria ricordi, non si trasformi in magmatico volemose bene in cui le differenze si fondono e confondono gli elettori, già sufficientemente provati da anni di liti, di promesse mancate, di speranze disattese, di incertezze disarmanti. Allora se in questo duemiladodici dovremo continuare a sostenere il governo Monti sotto il peso della spada di Damocle dello sprèd e del defòlt, prendiamocelo anche per discutere di come dovremo presentarci nel duemilatredici. Con quale progetto per il Paese, con quale partito, con quali alleanze, con quali certezze. Con quali regole. Con quali gruppi dirigenti, magari finalmente rinnovati nelle teste e nelle carte d’identità. Quelle cose che si fanno nei paesi normali (e mi sa che D’Alema quando scrisse il libro non aveva in mente tutto questo, altrimenti si sarebbe tolto dai cabasisi da un pezzo, e in buona compagnia).

Insomma, che il duemiladodici sia l’anno del congresso del PD. Ma di un congresso vero (sembra quasi un ossimoro). Non una conta di tesserati e di fedeli alle correnti. Che poi finisce che ‘ste correnti spegneranno pure il caminetto. Ma un dibattito aperto che coinvolga il Paese intero. Sia avanzata una richiesta formale da subito così che non potranno dire che non c’era tempo. Perché in molti, il loro tempo, l’hanno già usato, mentre il nostro sta tutto lì. E va usato prima che altri lo sprechino.

PD Lazio, tra il dire e il fare

Pubblico volentieri l’appello di Serena Laudisa ai componenti delle commis-sioni regionali e provinciali per il congresso.

Care commissarie, cari commissari,

nell’inviarvi gli auguri di buone feste vi ricordo che da oggi 27 dicembre restano cinque giorni per dimostrare che avete fatto e che state facendo sul serio.

Che avete verificato le anagrafi di tutti i circoli laziali, e che da questi vi sono arrivati o stanno arrivando puntuali gli aggiornamenti sulla conclusione del tesseramento 2011.

Che tutti i segretari di circolo si stanno attenendo scrupolosamente alle procedure, hanno istituito gli uffici tesseramento e sono impegnati a trasmettere a tutti gli iscritti i programmi e le informazioni sul congresso e sulle quattro candidature – puntualmente presenti sul sito del PD Lazio – a garanzia di un voto consapevole per la scelta del nuovo segretario e della nuova assemblea regionale.

Che avete fissato le date per incontri pubblici con i quattro candidati in tutte province della regione che vi impegnate affinché vengano pubblicizzati con grande energia.

Che la torturata risoluzione di ridare una guida al PD Lazio attraverso la consultazione di iscritti ed elettori possa essere ora un’importante occasione per portare per le strade e le piazze della nostra regione i contenuti della battaglia per un’Italia più giusta e solidale che il PD sta portando avanti in Italia, nel Lazio, a Roma.

 E allora coraggio! Attiviamo gli animatori del programma di comunicazione integrata del PD Roma e progettiamo un pieghevole di 4 pagine A4 da distribuire a tutti i circoli del Lazio per volantinaggi all’esterno, che con una bella grafica colorata spieghi in modo semplice semplice le 3 azioni più importanti portate avanti dal PD negli ultimi 6 mesi rispettivamente in ambito nazionale, regionale e romano; che con lo stesso criterio indichi le prime 3 azioni che verranno intraprese nel 2012; e che a questi 9 punti di consuntivo e 9 punti di programma aggiunga l’invito a trovare nei circoli del PD un punto di riferimento e spieghi l’importanza di contribuire con il proprio voto consapevole alla scelta del dream team che dovrà rendere il PD Lazio sempre più organizzato, etico e utile alle sfide che attendono il partito nel Paese, nella regione e a Roma. E allestiamo all’esterno dei gazebo dei pannelli che ognuno dei candidati possa utilizzare per illustrare il suo programma.

E allora coraggio, dateci dei segnali forti e chiari! Segnali che smentiscano quelle voci che vorrebbero raddoppiare da 1 a 2 euro la quota da chiedere agli elettori come contributo alle primarie, quelle voci che bisbigliano che i circoli che non si attiveranno per allestire i gazebo potranno accedere al 100% dei contributi degli elettori, quelle voci che richiamano il bisogno di una campagna in linea con il periodo di austerità, ma dimenticano che una zona come il III municipio meno più di un mese fa è stata ricoperta a tappeto di costosi manifesti (a spese di chi?) che pubblicizzavano uno degli incontri che avrebbero già prematuramente incoronato uno dei quattro attuali candidati a segretario del PD Lazio.

Sono voci che andrebbero smentite da fatti, presto e bene; perché, accidenti, proprio non si adattano a un partito che vuole chiamarsi democratico. A quel partito, che fa quel che dice e dice quel che fa, che in tanti vorremmo. Contiamo su di voi.

Grazie per l’attenzione e sereno 2012 a tutti noi.

Peggio della Corea

Come nelle peggiori dittature, la rappresentazione agiografica vuole il leader giovane e nel pieno delle sue forze.

Secondo me, sul bigliettodicartastraccia ci stava meglio questa.

E poi che banalità, una moneta che si chiama lega. 10 leghe. 1000 leghe. Potevano chiamarla, che so, miglio. 1000 miglia. Oppure per celebrare il delfino potevano chiamarla trota. Una trota. 10 trote. 100, 1000, un milione di trote. No vabbè, uno basta e avanza.

Ebbravogiorgclunei

Non so quanti mesi erano che non andavo al cinema, ahimè, ahinoi. Però il cinema a natale è un must e allora pure in un cinema che su otto sale dava sette dico sette cacate uno se ne salvava. Le idi di marzo, di e con Giorg Clunei. Vabbè, io non sono un cinefilo incallito e quindi potrei essere smentito da chiunque vada al cinema più di me (ma vi giuro che fino a qualche mese fa ci andavo spesso, eh!) o sia un po’ più informato sulle novità. Però credo che Clunei sia l’unico che fa dei film alla Robert Redford, dei quasi docufilm che parlano di politica e dei presidenti degli iunaitedsteitsofamerica senza che ci siano terroristi o pazzi fottuti che sperano di ammazzare il presidente e fare delle stragi immani e tutte quelle belle cose che fanno tanto ollivud. Clunei critica e non poco il sistema ammerikano, già con gud nait end gud lac l’aveva fatto anche se lì era abbastanza semplice perchè prendersela con quel fascista di meccarti era come mettere la palla in buca da mezzo millimetro. Però sbertucciare l’ipocrisia dei politici, in questo caso americani, e democratici per giunta, gli riesce bene e devo dire che in certi momenti, quando clunei fa quel mezzo sorrisetto che gli aggrinzisce l’occhietto che fa tanto dottorross sembra quasi che faccia proprio capire al sistema quanto stia prendendo per i fondelli. Forse pure noi spettatori. Comunque il film è bello, tirato, e ti fa capire, se mai ce ne fosse stato bisogno, del ruolo dello staff in una campagna elettorale americana. Giovani fichissimi e spindoctors scafatissimi che aiutano un candidato a tirar fuori il meglio di sè. Molti giovani, poi magari ci si mettono di mezzo le storie di sesso ma quello è un dettaglio. Un incidente di percorso. Magari per il candidato no ma non è quello che volevo dire. Mi veniva da pensare allo staff di Bersani, a ai suoi spindoctors o gostvraiter e al polpettone di piazza san giovanni e allora forse non è che non sanno scriverli, i discorsi, è che magari Pigi ci rimette troppo le mani, altrimenti non si spiega. Poi mi veniva da pensare anche a Berlusconi e al fatto che se negli states ti scopi la staggista rischi di mandare a ramengo una campagna elettorale, da noi la metà della popolazione vorrebbe essere al suo posto e forse l’altra metà pure, ma non lo dice, anche se mettere Evanrascelvud con Nicolminetti è come mettere la seta e la lana, ma si sa, noi siamo provinciali. Ed è questo che colpisce, alla fine, cioè che con tutti i suoi difetti, le ipocrisie, le porcate, i ricatti, il popolo americano, riesce ancora a scegliere i propri politici con un criterio oggettivo, ossia la menzogna. Quando sono tanati, ovvio. Però, almeno quelli che votano, ci tengono al fatto che i propri rappresentanti siano limpidi come l’acqua. Forese esagerano pure, però non scindono l’essere un buon presidente o senatore o governatore dall’evadere il fisco o da insaccarsi senza dire nulla i contributi da una azienda X. Uguale a noi. Ma noi siamo provinciali.

Della scuola, del Natale e del nostro futuro

Ieri e oggi ero a scuola dei miei piccoli, per le recite di natale. Sempre emozionante. Per un frignone come me, poi. Stai lì, ascolti, guardi, vedi tutta la vita che ti passa davanti e vorresti essere nelle loro teste ma sai che più che quanto ha detto Gibran non puoi fare proprio nulla. E però sei felice come loro, perchè vedi dei maestri che ci mettono l’anima, che si prendono cura del più debole come del più forte, che non lasciano indietro nessuno e tutti vanno avanti ciascuno a modo suo. E vedi l’Italia del futuro. Chiara, Nika, Diego vengono dalle Filippine e dal Perù. Sander, Nicole, Mara, Chiara vengono pure loro dalle Filippine. Ma vengono solo, da lì. Sono italiani, per il resto. In tutto e per tutto. Tranne che  sul passaporto. Fortuna che i bambini, il nostro futuro, l’hanno capito. E non solo a natale. Tutto l’anno. Tutta la vita. Sempre che non arrivi qualche adulto tanto stronzo da fargli cambiare idea.

Trovare una sintesi

Ieri ho postato su FB un piccolissimo appello a Pietro Ichino e a Susanna Camusso ad incontrarsi e trovare una soluzione ai problemi del mercato del lavoro. Ne è scaturito un discreto quanto animato dibattito. Premesso che sono stra-contento della presa di posizione di Bersani sull’art. 18. Premesso che non sono un fan del professor Ichino anche se non demonizzo le sue proposte. Premesso che sono iscritto alla CGIL  quindi riconosco pregi e difetti del mio sindacato. Penso che il dibattito sull’articolo 18 sia strumentale, non credo che i problemi del mercato del lavoro italiano siano imputabili all’articolo 18 e che quindi licenziare con più o meno facilità possa risolvere la questione lavoro nel nostro Paese, soprattutto per le nuove generazioni. Ci sono varie proposte in campo, se ne discuta serenamente. Ma il sindacato deve fare uno sforzo decisivo per riuscire a dare una rappresentanza, e non esclusivamente una tessera, a tutti quei lavoratori che, oggi, tutele non ne hanno e quindi diffidano di un sindacato che sembra rivolto soprattutto a tutelare (e meno male!) chi è già inserito nel mondo del lavoro con contratti a tempo indeterminato. Per quanto detto Pietro Ichino e Susanna Camusso rappresentano, idelamente, le due posizioni estreme che dovranno necessariamente trovare una sintesi se davvero PD e CGIL hanno a cuore le sorti del Paese e delle giovani generazioni.

Analfabeta informatico

Mo esagero, però il concetto è quello. Allora, qualche giorno di pausa dovuto a problemi tecnici. A volte bisognerebbe sapere dove mettere le mani. Mi è venuta in mente la prima volta che ho acquistato un PC. Era novembre del 1995. Un pentium 90 (il 120 costava almeno 200.000 £ di più!!) con 1 GB di memoria. I primi giorni mi feci prendere la mano ossessionato dall’esigenza di liberare memoria e ho iniziato a cancellare file sconosciuti tanto che alla fine il computer smise di funzionare. Sconsolato, lo riportai a Michele, il mio tecnico di fiducia che mi chiese cosa avessi fatto. Io? Niente, risposi candido. Ci volevano le manette, mi disse Michele. Anche qualche giorno fa, quando il blog ha smesso di funzionare, Fabio mi ha chiesto: ma che hai fatto? Io: niente! Ho solo provato ad aggiornare la versione di WP. Forse è ora di tirare fuori dal cassetto le manette. Si riparte.

Le parole sono davvero importanti

Lo so, sono morti due uomini e forse le parole passano in secondo piano. Però nel 2011 sentire ancora definire due uomini, appunto, vù cumprà mi dà sinceramente i brividi. Luca Sofri, fai qualcosa.

p.s. Credo che Luca Sofri abbia fatto qualcosa perchè le parole vù cumprà sono sparite!

I ragazzi non si applicano

Quando la politica «decide» qualcosa – riformare la sanità, dismettere parte del patrimonio pubblico, ridurre gli sprechi di un servizio – dovrebbe avere già i piani operativi pronti, come li hanno gli stati maggiori degli eserciti. Nessun Paese è privo di piani militari di difesa, nessun Paese rinuncia ad aggiornarli costantemente, perché in caso di attacco bisogna essere in grado di reagire subito, non c’è il tempo per riunirsi, studiare, discutere, dibattere, nominare commissioni. Invece le forze politiche, pur sapendo da almeno venti anni quali sono i problemi strutturali dell’Italia, sono del tutto prive di piani operativi (non hanno studiato!), tanto è vero che, quando decidono di intervenire su qualcosa, invariabilmente procedono nominando una commissione «per studiare il problema», come se il problema fosse sorto in quel momento. Ma quella commissione, di nuovo, non avrà tempo per studiare. E così la storia si ripete all’infinito.

Luca Ricolfi, qui.