Archivio mensile:agosto 2014

E il modo ancor m’offende

Da tifoso della Juve figurarsi se non sono contento che Antonio Conte alleni la nazionale. Conte è un allenatore di cervelli, prima che di piedi e gambe e muscoli, e magari riuscirà a plasmare a sua somiglianza anche la squadra azzurra, 22 piccoli ultrá guidati da un capoultrá.
Al solito, quello che lasciano perplessi, però, sono i modi. Una fuga dal ritiro della Juve tanto improvvisa quanto attesa. Tra il detto e il non detto, il confessabile e l’inconfessabile. Un presidente della federcalcio indegno, roba che nessun paese civile avrebbe tollerato. Insomma, una storia italica, classica, di quelle che ci fanno apparire piccoli piccoli, al di là dei meriti sportivi, se ci saranno. Avremmo bisogno di parole chiare, di persone limpide, di percorsi lineari, di esempi positivi. Nello sport, come in politica, e nella vita di tutti i giorni.
E invece vincono ancora i Tavecchio, i Conte, i Verdini.

I mutanti

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Premessa numero uno: personalmente non è che me ne importi più di tanto, di Gerardo Stefanelli in sé e della sua trasmigrazione al PD. I nostri già scarsissimi contatti si animarono per un po’ e poi si interruppero ai tempi della sua candidatura a Sindaco di Minturno, quando scelsi di non sostenere la sua corsa, non adeguandomi alle decisioni prese dal PD locale. Per chi vuole approfondire, potete leggere ciò che scrissi ai tempi. Fatto sta che da più parti mi si attribuì la responsabilità (!) di una sconfitta, pur contando, personalmente, davvero molto poco nello scenario politico minturnese (troppo buoni, i compagni) e tanto bastò per chiudere definitivamente una porta che non si era mai aperta oltre un piccolissimo spiraglio. A suggellare la rottura, fui anche cancellato dalle amicizie Facebook, massima espressione di dissenso ai tempi dei social network. Ecchevoletefà.

Premessa numero due: non ho più alcun ruolo, carica o altro, nel PD della provincia di Latina e nel circolo di Minturno. Mi sono dimesso dall’assemblea provinciale all’indomani delle elezioni europee e non ho rinnovato la tessera là dove sono stato sempre iscritto. Gli impegni familiari, lavorativi e la mano che do a Pippo Civati nel Lazio non mi consentono più di seguire le vicende del PD pontino in maniera diretta e con l’attenzione che invece meritano.

Premessa numero tre: il PD, nella provincia di Latina, non è mai nato. Era, sin dai tempi della sua nascita, ed è tutt’ora il luogo dove due gruppi di potere (potere in senso lato, parola che non necessariamente assume un’accezione negativa) che fanno riferimento a storie politiche diverse, quella ex-democristiana e quella ex-diessina, si scontrano, si rimescolano opportunamente a seconda delle convenienze personali del momento (ammantate da scelte politico-strategiche di livello altissimo, talmente alto da essere incomprensibile per i comuni mortali) senza riuscire ad elaborare uno straccio di politica credibile per il territorio, per i cittadini. I risultati (negativi) della mancanza della Politica si vedono alle elezioni amministrative. Salvo rare eccezioni (penso a Cori) si inanellano sconfitte su sconfitte senza che nessuno senta mai il bisogno di assumersene la responsabilità fino in fondo. Di contro, aumenta a dismisura il potere (con l’inciso di cui sopra) personale degli eletti, che continuano ad utilizzare i circoli e quello che resta del partito come feudi personali, e non come luogo di elaborazione, partecipazione e consultazione.

Tutto ciò premesso, quindi, il “problema” non è Gerardo Stefanelli, ma cosa sta diventando il PD. Il 40,8%, agitato come una clava sotto il naso di chiunque provi a manifestare un minimo dissenso nei confronti del percorso riformatore intrapreso dal premier, rappresenta, in parte, una speranza nella quale una minoranza di italiani (ricordiamo sempre che in termini assoluti valeva di più il 33% di Veltroni) vogliono affidarsi. Speranza di un futuro migliore, fiducia nell’uomo forte (il berlusconismo ha lavorato nei fianchi anche a sinistra) che traghetti il paese fuori dalle secche nelle quali è precipitato da anni. E i risultati, dopo sei mesi, sono tutt’altro che incoraggianti, sotto il profilo economico. Ma quel 40,8% (in aumento, sembra), rappresenta anche la mutazione genetica del PD, che si sta trasformando in qualcosa di diverso rispetto al PD a vocazione maggioritaria immaginato da Veltroni perché diversa rischia di essere la sua composizione e la sua base. E di pari passo cambiano le proposte politiche, del PD. E più cambiano le proposte politiche, che si spostano inesorabilmente al centro, e più il PD diventa polo attrattivo per i centristi. Tralasciando i modi (le annessioni avvengono per acclamazione, senza un dibattito pubblico, senza pensare ad iscritti ed elettori cosa ne pensino, e in barba allo statuto del PD), a me piacerebbe sapere chi entra nel PD cosa pensa del lavoro, del salario minimo, del precariato, del consumo di suolo, del matrimonio egualitario, della laicità dello stato, della scuola, dell’acqua pubblica, del diritto alla salute, della corruzione, del PSE, dell’immigrazione, dell’Europa, della mobilità. Del patrimonio di voti (tanti, sicuramente, e se si introdurranno le preferenze nella legge elettorale saranno sicuramente utili, per qualcuno) sinceramente, me ne fotto. E annettere pezzi che esprimono un set valoriale nel quale molti di noi non si riconoscono, e dare a questi pezzi potere che deriva dall’appartenenza alla filiera del renzismo di provincia, equivale ad accelerare ancor di più la mutazione genetica del PD. E poi, a lungo andare, in un corpo nel quale si prova ad assemblare pezzi incompatibili si arriva alla crisi di rigetto.