Archivio mensile:novembre 2014

Any given friday (ovvero dello sciopero generale)

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Seguo abbastanza allibito le polemiche sullo sciopero generale proclamato per venerdì 5 dicembre.

Maledetto venerdì.

Due parole, sul piano strettamente politico, le ha dette l’amico Gianpaolo:

“Io capisco i renziani-renziani. I fighetti alla Serra che lo sciopero lo vorrebbero abolire o limitare, quelli che in realtà hanno fatto molti “ponti” nella loro vita ma non sanno cosa sia perdere una giornata di salario, con la crisi che morde. E’ la loro natura, non possono cambiarla.
Ma quelli acquisiti, quelli che fino a ieri in piazza ci scendevano, quelli che si definivano “di sinistra”, beh, quelli mi fanno un po’ schifo e anche un po’ paura.”

Aggiungo: quale sarebbe il vantaggio per la CGIL, e per il lavoratori, scioperare di venerdì? Il ponte? Cioè, per fare un giorno di vacanza in più un lavoratore, di questi tempi, rinuncerebbe senza colpo ferire ad una giornata di lavoro, che in busta paga fanno sempre 60-100 €? Come dire, bruciarsi un mese di 80€ renziani per far sega al lavoro? Ma non sarebbe più furbo prendere un giorno di ferie, come in effetti molti, di quelli meno sindacalizzati, fanno? E la CGIL, cosa ne guadagnerebbe, forse milioni di aderenti allo sciopero? E come si fa, se le aziende sanno benissimo quali siano i giustificativi che i lavoratori utilizzano per il giorno di assenza?

E poi consentitemi: si dice che il sindacato non deve fare politica, che non può permettersi di contrattare con il governo le leggi, se vuole può farsi eleggere in parlamento. Si chiama disintermediazione, che è l’opposto della concertazione. Si dice anche che lo sciopero è uno strumento obsoleto. Ma allora i lavoratori quali strumenti hanno per far sentire la propria voce?

Una gara di peti a Piazza San Giovanni? Le mazzate? Andare in giro con il culo di fuori? Attaccarsi un cartello in fronte con su scritto fate di me quello che volete?

Oppure, davvero, si sta facendo strada l’idea che i diritti sono le elemosine che il tuo datore di lavoro, forte delle pseudo-riforme in vista all’orizzonte ti concede, perché l’imperativo è produrre con un costo del lavoro sempre più basso, e vinca il più forte?

Ma l’idea che un lavoratore scioperi per difendere i diritti di tutti noi, proprio no, veh? Molto meglio mettere i lavoratori gli uni contro gli altri.

Divide et impera.

La svolta

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Novembre 2014, mese di venticinquesimi anniversari. Il muro di Berlino e la svolta della Bolognina.

Le immagini che arrivavano dalla TV, esseri umani a cui veniva restituita la libertà e un mondo di ingiustizia, sopraffazione, ipocrisia, povertà che crollava sotto i nostri occhi, pur lontani.

Altro era stato il PCI in Italia, una storia di difesa dei diritti, della libertà, della Costituzione. La questione morale ed Enrico Berlinguer. Forse pensando a tutto questo dissi no alla svolta, nella discussione che facemmo alla FGCI di Formia, insieme a Giulietto, Nicola, Cosmo, forse Delio e non ricordo più chi altro ci fosse, quella sera.

Con il senno del poi Occhetto era stato più che lungimirante, non c’era alternativa alla svolta, in quei giorni, in quei mesi. Ma dopotutto anche Akel era un uomo di un altro tempo, e resse poco all’assalto di quai giovani dirigenti che ci misero poco ad uccidere il padre, senza che ce ne fosse un buon motivo. Da lì è cominciato tutto, e forse l’unico momento in cui c’è stata continuità con la svolta di Occhetto è stato il 1996 e l’Ulivo. Poi gli inciuci, i dalemoni, le scorciatoie, le fusioni fredde hanno fatto il resto. Fino ad oggi. Fino a mettere in pericolo l’esistenza stessa della sinistra, in italia.

Il rispetto che manca

Ballarò l’ho visto a spizzichi e bocconi, ieri sera. C’era la Juve, è comprensibile. Finita la partita mi sono sorbito l’intervista a Renzi, finalmente incalzato da un giornalista che non piega la testa davanti al potente di turno. Da quel che ho visto c’era Pippo in gran forma, che ha espresso bene il timore di avere un governo troppo di sinistra. Meglio stare con i piedi per terra, non si sa mai.

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Però nell’intervallo ho visto al volo il collegamento con i pensionati e ho provato una grande tenerezza e una grande rabbia insieme. La dico in maniera brutale: alimentare il conflitto sociale mettendo figli contro padri è criminale. Dileggiare le piazze nelle quali i pensionati manifestano per difendere i loro diritti e i diritti delle generazioni future lo è altrettanto. Se il Paese regge, se c’è un welfare familiare parallelo che consente a tantissimi under 45 con lavori e situazioni precarie di tirare avanti lo dobbiamo anche a loro. Ci vuole rispetto. Un rispetto sacro. Quello che manca quando si utilizza la boutade del gettone e dell’Iphone. Anziani trattati come ferro vecchio, da rottamare, appunto. Persone che hanno ancora tanto da dare al Paese in termini di esperienza, di aiuto materiale alle giovani generazioni messe contro il loro stesso sangue, per la sola colpa di aver lavorato una vita ed aver maturato diritti ed una pensione spesso da fame.

Senza rispetto questo Paese non si risolleverà mai.

Sorridente

Senza aggiungere parole a quelle già dette dalla famiglia di Stefano, dai suoi avvocati. E senza far vedere altre immagini che tengano viva la memoria, perché quello che è successo è sotto gli occhi di tutti e la memoria resterà comunque viva.

Finché lo Stato non si farà carico di rendere giustizia. E oltre.

A me, che non l’ho mai conosciuto, piace ricordarlo così.

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