Archivio mensile:marzo 2015

Piccola storia di Sinaf

Bangladesh-Bandiera

SInaf è del Bangladesh. È il mio fornitore ufficiale di fazzolettini. Non il solo, ovvio. Penso che se in famiglia soffrissimo di rinite cronica avremmo meno fazzoletti, in giro, tra casa, macchine, zaini, borse, tasche.

Sinaf lo trovi ogni giorno su via Nomentana all’angolo con via Zanardini. Montesacro alto, quasi Talenti. Mattina e pomeriggio. Sole e pioggia. Caldo e freddo,

Sinaf è felice, in questo periodo. Dopo quattro anni torna nel suo paese. Si sposa.

Stamattina, mentre passavo, mi ha solo detto: “Venerdì sera! Venerdì sera!”.

E niente, glielo leggi negli occhi, alle persone, quando sono felici.

Spero che il mio Paese non sia stato troppo stronzo con te, in questi quattro anni. E se lo è stato, me ne scuso.

Buona vita Sinaf. Con la tua famiglia, tua moglie, i tuoi affetti, i tuoi  amici, com’è giusto che sia.

I conti si fanno alla fine

Anzi, fra tre anni. Tanto bisogna aspettare per capire quale sarà stato l’impatto del jobs-act sul mondo del lavoro italiano. E sul precariato.

I 79.000 (ricordate questo numero, diventerà un mantra come 40,8) assunti grazie alle decontribuzioni introdotte nella legge di stabilità e quelli che verranno con il contratto a tutele crescenti sono una buona notizia ma, consentitemi, anche un’ovvietà. Se lo strumento prevalente (non unico, lo sappiamo) è quello del contratto a tutele crescenti, e soprattutto se è conveniente per le aziende, è ovvio che i nuovi assunti (oppure le altre forme contrattuali preesistenti che sono trasformate nel nuovo contratto) usufruiscano di quella tipologia di contratto.

Penso alla mia azienda. i 5 entrati nelle ultime settimane invece del contratto interinale avranno il contratto del jobs-act. Ma sempre precari sono, per i prossimi tre anni.

Il 27 marzo del 2018 sapremo se avranno meritato l’agognato contratto a tempo indeterminato o se saranno rimasti precari.

Il tempo, come sempre, sarà galantuomo.images

Di corruzione e di verso che non cambia

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Ho scritto due righe ad un amico. Le trovate qui di sotto.

Qualche considerazione a margine della vicenda Incalza che riguarda, più in generale, la nota propensione italica a chiudere la stalla quando i buoi brucano felici erba e foraggio. O meglio, a chiudere la porta principale della stalla, lasciando ben aperto un varco laterale sufficientemente comodo per assecondare il desiderio di felicità dei ruminanti.

Al netto del sistema corruttivo (o presunto tale, lo stabilirà la magistratura) che starebbe alla base dei rapporti tra manager pubblici, imprese e direttori lavori (anzi, a quanto pare direttore lavori unico, Perotti) che, sostanzialmente, portano ad una lievitazione (giustificata o meno) dei costi delle opere, esiste un “sistema”, anzi una normativa, anzi un combinato disposto di norme che cristallizzano la situazione attuale e che non sembra siano sul punto di cambiare verso.

Anche il Decreto Sblocca Italia si “appoggia” alla Legge Obiettivo, che un tempo sembrava, a sinistra, essere la madre di tanti mali prodotti nella modalità di esecuzione delle grandi opere. Poi i tempi cambiano, e le idee pure. E la Legge Obiettivo, introducendo la figura del Contraente Generale/General Contractor, mutuata da altri Paesi e dalle direttive comunitarie, sostanzialmente ribadiva il ruolo dei soggetti privati (per carità, qualificati) che con la concessione di costruzione e gestione avevano già avuto in ricca dote la progettazione e realizzazione delle prime tratte AV in Italia secondo la logica spartitoria che ben conosciamo.

Glia appalti a Contraente Generale, sulla carta bellissimi, portano però in sé un germe, e una logica, un po’ pericolosa. Cioè che il controllato, il CG per l’appunto, si paghi di tasca propria il controllore, ossia il Direttore Lavori (il Perotti di turno). Del resto il rapporto tra Contraente Generale e Direttore dei Lavori è un rapporto puramente privatistico, pertanto il CG può scegliersi (entro certi limiti) chi vuole. Certo esiste, dovrebbe esistere il ruolo di controllo  del Committente, però si capisce bene che è la logica del sistema che è sbagliata.  Ovvio che nessuno è così manicheo da attribuire tutto il male al privato e tutto il bene al pubblico, però già riportare la Direzione Lavori nell’alveo dell’amministrazione pubblica committente potrebbe introdurre degli elementi di maggiore limpidezza rispetto a quanto visto fino ad ora.

In questi giorni abbiamo assistito alle solite roboanti dichiarazioni di guerra di Premier e Ministri contro la corruzione. Tra le pieghe dei provvedimenti e delle norme vigenti, invece, si nasconde la realtà. E la realtà, anche in questo caso, ci dice che, per ora, il verso non cambia proprio per niente.

Ma già lo sappiamo, no?

 

L’anello ferroviario di Roma NON si chiude

Mi stupisco sempre della faciloneria altrui. Ma è un problema mio, suppongo.

Leggo dichiarazioni entusiaste di Zingaretti:

zing

 

e di Marino (giornata storica!!):

Mar

Peccato che l’anello ferroviario di Roma, per ora, non si chiuda.

Basta leggere il resoconto della seduta del 18 marzo della Commissione Trasporti della Camera:

“…relativamente al nodo urbano di Roma, destinare specifiche risorse, quantificabili in 120 milioni di euro, al completamento della linea Vigna Clara – Valle Aurelia, considerato che il completamento dell’anello ferroviario di Roma Nord richiederebbe risorse attualmente non disponibili…”.

Per chi parla con un minimo di cognizione di causa, chiusura del’anello ferroviario significa creare una nuova infrastruttura ferroviaria dall’altezza di Prato della Signora fino a Vigna Clara, passando sulla Salaria, sul Tevere, e da via Camposampiero.

Anello

 

Va benissimo destinare risorse per potenziare le linee esistenti, ma l’anello ferroviario di Roma resta aperto.

Così, per la precisione.

 

Io discrimino, tu discrimini, egli discrimina

Le ho sentite le motivazioni di Scalfarotto, a giustificazione della non applicabilità del ddl sulle unioni civili alle coppie eterosessuali. Ma non mi hanno convinto.

C’è il matrimonio civile per loro, dice Scalfarotto. C’era da sanare una discriminazione, continua il sottosegretario. E che fai, sani una discriminazione con un’altra discriminazione? Ma non è meglio allargare, estendere i diritti, piuttosto che circoscrivere le fattispecie?

E poi, utilizzando lo stesso (validissimo) argomento a favore dei matrimoni tra coppie dello stesso sesso: ma a te, cosa viene tolto se una coppia eterosessuale usufruisce della legge sulle coppie di fatto?

L’Italia vista dagli occhi di un bambino siriano

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Save the Children ha raccolto i disegni dei bambini siriani arrivati nel nostro Paese.

In questo disegno mi ha colpito la parola “ciao”, i colori, le espressioni abbozzate ma sorridenti di chi arriva e di chi accoglie. E pensavo che dopotutto il nostro Paese non può che essere questo. Una porta sul Mediterraneo, aperta all’accoglienza di chi fugge dalla guerra, dalla  miseria.

Le tutele di chi

Oggi entra in vigore il jobs-act. Fra tre anni avremo la conferma del suo fallimento, quando sarà evidente il numero di contratti a tutele crescenti ancora in vigore. Quanti, insomma, avranno passato la soglia dei tre anni. Saremo stati gufi indovini.

Intanto il principio è stato sancito: la tutela crescente. Tocca solo vedere la tutela di chi. Il CUI nella formulazione Boeri-Garibaldi ripreso nel DDL Nerozzi durante la scorsa legislatura, pur non essendo un provvedimento perfetto, stabiliva la tutela crescente del lavoratore. Nel corso della sua applicazione il soggetto tutelato era comunque il lavoratore, e si rendeva sconveniente per l’impresa liberarsene. Con il jobs-act il principio è rovesciato. Il soggetto tutelato è il datore di lavoro, che ha tutta la convenienza a liberarsi della lavoratore visto che alla fine dei tre anni il saldo tra sgravi fiscali e indennizzo è sbilanciato a suo favore. Calcio nel culo e ricomincia la giostra con un altro.

Quindi, dalle tutele crescenti del lavoratore, soggetto debole nel rapporto di lavoro, alle tutele crescenti del datore di lavoro.  Una cosa di sinistra, insomma.

Lo stato biscazziere

L’Italia evita una procedura di infrazione per lo sforamento dal rapporto deficit/PIL grazie alle videolottery. Ci sono, nel nostro Paese, la metà delle slot machine presenti in tutti gli Stati Uniti. Un terzo delle videolottery del mondo sta in Italia. I costi sociali delle ludopatie aumentano, ma chi se ne frega. Uno stato biscazziere non ha futuro.