Archivio mensile:febbraio 2017

Di Berdini e di Roma

Paolo Berdini ha gestito in maniera pessima, soprattutto dal punto di vista comunicativo, la sua fuoriuscita dalla giunta. Sarebbe bastato attendere qualche giorno e il dissenso sarebbe maturato ed esploso sulla questione stadio. Ne sarebbe uscito pulitissimo e a testa alta. Ad ogni modo la sua presenza nel governo della città era l’unico elemento che mi facesse nutrire un minimo di fiducia nell’operato dell’amministrazione. Perché ho avuto modo di conoscere personalmente Berdini e condivido la sua idea di sviluppo urbanistico della città. Andato via lui, da oggi la mia opposizione alla giunta Raggi sarà netta, per quello che è nelle mie possibilità di cittadino residente a Roma.

Non mi pento di aver votato Raggi al ballottaggio. Quel voto aveva un duplice intento. Spronare la base del PD affinché la sonora sconfitta di Giachetti, dopo l’infame cacciata di Ignazio Marino, servisse per rivoluzionare il PD romano, per fare piazza pulita dei dirigenti, dei capibastone, degli ominicchi che hanno condotto il Partito Democratico a Roma in una maniera scandalosa. Noto con tristezza che ciò non è avvenuto., quindi da questo punto di vista il mio primo obiettivo è miseramente fallito. L’altro intento era quello di sfidare sul piano dell’amministrazione M5S per capire se fossero o meno in grado di governare la città. E di avere una visione di città diversa dal passato. Da questo punto di vista il mio voto è servito eccome.

A questo punto andassero via prima possibile, forse a Roma serve solo un altro commissario, in attesa che maturi una nuova classe dirigente che sappia amministrare la Capitale con coraggio (vero), efficienza, onestà (vera) e competenza.

Bravo Renzi (pare vero)

Spinto da quell’istinto masochistico che probabilmente alberga in ciascuno di noi e che chi ha militato per anni nel PD ha ben coltivato (le tossine, si sa, ci mettono un po’ ad essere espulse dal corpo), ieri tornando dal lavoro in macchina mi sono sintonizzato su Radio Radicale e ho ascoltato un pezzo del dibattito della Direzione PD. Dall’intervento di Speranza in poi, diciamo. Non che siano mancati momenti di puro piacere, ascoltando la querelle sulle mozioni da mettere ai voti, dibattuta in punta di diritto e con gran sfoggio di sapienza statutaria, peccato che in punta di fatto ‘sto povero statuto se lo sono messo sotto i piedi innumerevoli volte. Vabbè, acqua passata, almeno per me.

Alla fine della fiera, però, la sensazione che ho percepito, da spettatore esterno, è la seguente.

Renzi è un mago. Lo dico senza ironia. E ancora una volta, come si dice a Roma, se li è messi tutti in saccoccia. Volete il congresso? Eccovelo. Lo facciamo subito. Sarà un rito abbreviato. Sarà una gazebata. Ma sarà un congresso.  E nella sua frase “lo facciamo con il sorriso” ci sta tutta la consapevolezza che stavolta non ci saranno prigionieri. Ed in fondo è giusto così. Che senso ha chiedere il congresso, partecipare ad un dibattito, presentare proprie candidature per poi continuare a spaccare i maroni al Segretario e alla sua maggioranza, una volta che tutto è finito?

Qui non si tratta semplicemente di dialettica interna ad un partito, che vivaddio è sempre la benvenuta. La scissione da molti evocata, per il futuro, è evidente nel presente e trova le sue origini nel recente passato. Ma se la scissione nel “popolo di sinistra” è sotto gli occhi di tutti da tempo (problema che riguarda tutti, non solo il PD, sia chiaro) per i motivi che ieri vari interventi hanno sottolineato, dovrebbe essere ancora più evidente la scissione che Renzi ha messo in atto con le aspirazione, le idee, le proposte di molti dei suoi oppositori interni che con ottusa pervicacia ancora pensano di poter indirizzare verso lidi diversi il PD a trazione renziana.

Renzi vincerà il congresso a mani basse, e il PD resterà il partito del jobs-act, della buona scuola, delle trivelle. Il partito che preferisce non far tenere i referendum della CGIL e che sceglie Macron anziché Hamon. Che in passato ha scelto le tecnocrazie europee anziché Tsipras e la sua idea di Europa diversa.  Il Partito che dice NO alla patrimoniale e al reddito di cittadinanza (#giannistaisereno). Con buona pace di tutti. E gli oppositori interni si stanno mettendo alla berlina da soli. Logorandosi nel dilemma di morettiana memoria (mi si nota di più se mi scindo adesso o se mi metto da parte e mi scindo dopo) e nel frattempo perdendo credibilità oggi, in un dibattito infinito, o perdendo ancora più credibilità domani, se magari andranno via dopo essere stati asfaltati al congresso. Insomma, ieri Renzi ha vinto, almeno questa partita.

Certo però a mio avviso Renzi ha anche già perso la guerra, sia chiaro. L’ha persa perché è stato colto dalla solita sindrome di cui soffrono i megalomani, ossia quella di legare i destini di una comunità politica, ed anche di un intero Paese, con i propri. Dopo il governo Letta, anche il governo Gentiloni ha le settimane contate, e con il suo sarà il terzo governo a trazione PD che il Segretario fa cadere nell’arco di una legislatura. Le conseguenze, ovviamente, le pagheremo tutti.