Archivio mensile:giugno 2017

Qualche riflessione su domenica (e sulla sinistra)

20170618_095612

A mente fredda, qualche considerazione sull’incontro di domenica al Brancaccio organizzato da Anna Falcone e Tomaso Montanari.
Vado perché ho bisogno come dell’aria che respiro di riconoscermi in un progetto, di sentirmi appieno parte di qualcosa con la quale condividere princîpi, obiettivi, metodi. Di votare con convinzione, e non solo persone di cui ti fidi. L’alternativa sarebbe stare a casa, ma io voglio scegliere.
Teatro pieno, pienissimo (e mi dicono un bel po’ di persone collegate in streaming). Entriamo, ci sediamo, e butto un’occhiata alla platea (sono in galleria). Vedo tante facce conosciute, alcune personalmente di persona ma comunque riconosco la composizione della platea. Età media altina, giovani giovani a dire il vero non ne scorgo tanti, livello di scolarizzazione medio alto. Una platea familiare, insomma. Di sinistra per come siamo abituati a (ri)conoscerla. E (ri)conoscerci.
Parte Montanari e all’inizio il pubblico appare come sospeso. Qualche timido applauso sottolinea i passaggi del suo intervento, ma più lui parla e più gli applausi sono convinti, catartici, liberatori. A me è piaciuto, il suo intervento ha riassunto ciò che, a sinistra, non dobbiamo più essere e ciò che invece dobbiamo essere. I temi su cui puntare (mi interessa la pars costruens, il no a qualsiasi forma di dialogo con il PD la dò come pregiudiziale non derogabile): progressività della tassazione, pacifismo, lavoro dignitoso, difesa del territorio e stop consumo di suolo. E, in definitiva, piena attuazione della Costituzione. Mi fa specie non aver sentito pronunciare la parola mafia, la parola criminalità, nel suo come negli interventi successivi (ho seguito l’evento fino all’intervento di Pippo). Magari qualcuno ci h pensato dopo.
Il messaggio, uno dei messaggi che mi resta è quello che la (ri)costruzione della sinistra non sarebbe certo avvenuta domenica in sei ore al Brancaccio ma c’è un lavoro da fare fuori che è immane. Ma lo sapevamo. I due organizzatori ci dicono quello che già sappiamo: non aspettate input dall’alto.
Organizzatevi.
Commentando con Silvia la giornata ci chiedevamo con quale mezzo politico, con quali parole, con quali facce si possa (ri)costruire la sinistra fuori dalle fabbriche, a Tor Bella Monaca o al Laurentino 38 o in tutte le periferie delle grandi città e in tutti gli ex distretti industriali. Operai al Brancaccio non ce n’erano. Slumpenproletariaten al Brancaccio non ce n’era. Persone che non arrivano alla fine del mese probabilmente nemmeno ce n’erano. Come rappresentare queste fasce della società, da sinistra, senza populismo, demagogia, slogan, con autorevolezza resta la questione delle questioni. La ricetta, personalmente, non ce l’ho. Se qualcuno pensa di essere ferrato in materia, ascolto volentieri.
I fischi.
In uno scenario di Paese nel quale i giornalisti che sanno, o possono permettersi (slumpenproletariaten anche loro, a volte) di esprimere liberamente il loro pensiero sono ahinoi una stretta minoranza, non è che mi aspettassi qualcosa di diverso dal riportare quasi esclusivamente, come sintesi della giornata, le idiosincrasie con MDP Campo Progressista. Che poi ci sono, sia chiaro. E sono da chiarire, definitivamente. Se qualcuno pensa ancora di avere come possibile interlocutore il PD non è che si possa trattenere dal farlo, sinceramente. Scelga, ce ne faremo una ragione. Capivo quindi lo spirito con cui una parte certamente non maggioritaria del pubblico ha contestato Miguel Gotor, ma apprezzo immensamente il suo esserci, il suo non voler spezzare un filo che potrebbe legarlo, in un futuro molto prossimo, a chi invece una scelta di campo l’ha già fatta. O forse no. Come ho apprezzato la presenza di Massimo D’Alema, che si è beccato la sua dose di cazziatone dallo stesso Montanari (credo abbia le spalle larghe a sufficienza) e non solo, ed è rimasto ad ascoltare, spero ad imparare qualcosa.
In conclusione tocca organizzarsi, partecipare, ed essere tetragoni nel non accettare di percorrere strade già percorse e fallimentari, a sinistra. Con chi ci sta.
In autunno si tireranno le somme.
Come disse Enrico: Eccoci.

Antitetici e non antiebasta

Ieri ero alla manifestazione della CGIL e mentre vedevo scorrere il corteo all’angolo di Via Cavour un giornalista del TG1 fa una domanda ad un ragazzo: “Ma voi siete anti-Renzi?”. Non ho sentito la risposta perché l’intervistato era nel corteo insieme agli studenti e in quel momento il loro furgone stava passando i Green Day a manetta e quindi davvero non si sentiva un tubo. Però ho pensato a quello che avrei risposto io.

Avrei detto che definirsi anti-qualcuno/qualcosa fa part del solito refrain, qualificarsi per ciò che non si è senza dire come si vorrebbe essere. Avrei detto, piuttosto, antitetici, nel senso letterale del termine. Portatori di tesi opposte.

Sui voucher, ad esempio, tema della manifestazione di oggi, e più in generale sulla dignità del lavoro. Il che vuol dire che il lavoro si paga, con annesse tutele, infortuni, malattie, sicurezza, formazione, contratti. E non si compra dal tabaccaio.

Sulle disuguaglianze, che negli ultimi tre anni sono aumentate a dismisura, e si potrebbe iniziare a redistribuire un po’ di reddito reintroducendo l’IMU sulla prima casa, quantomeno su immobili di valore consistente, e tassando i patrimoni al di sopra del milione di Euro.

Sulla scuola, sull’università e sui saperi, aumentando la quota di PIL investito sulla conoscenza, sull’innovazione e sulla ricerca ai livelli degli altri principali paesi Europei.

Sull’ambiente, sul mare e sul paesaggio, fino ad oggi sacrificato ai desiderata della grande industria, delle imprese di costruzione, delle lobby locali e che invece può essere risorsa infinita per le comunità locali, non senza prima aver iniziato a mettere in sicurezza il territorio.

Sull’Europa e sulle politiche di austerità, che hanno impoverito i popoli, aumentato gli egoismi nazionali e allontanato gli Europei dal sogno di Altiero Spinelli. Si faccia ritorno all’Europa dei popoli e si abbandoni l’Europa dei tecnocrati, dei banchieri, dei freddi vincoli di bilancio.

Sulla lotta alla criminalità e alla corruzione, la tassa maggiore che il nostro paese paga in termini di evasione fiscale, di mancanza di concorrenza, di perdita di opportunità di sviluppo.

Ecco sei parole d’ordine che devono dare il segno dell’antiteticità rispetto Renzi, al PD, agli ultimi governi che si sono succeduti. Non idiosincrasia personale e semplice critica del passato e del presente, ma scelta di campo sulle soluzioni. Questo il terreno di gioco. Proposte concrete, poste in positivo, e rappresentate da persone autorevoli selezionate con metodi nuovi. Assemblee locali che discutono e scelgono i loro rappresentanti senza imposizioni dall’alto. Questo deve fare la sinistra, questo deve fare il popolo della CGIL che oggi era in piazza. Altrimenti, come dicevo ad un autorevole esponente delle sinistra incontrato durante il corteo, avremo perso tutti.

Tutto sulla pelle

Il Bicicletterario, unico premio letterario dedicato al mondo della bicicletta, è alla sua terza edizione e in questo fine settimana si svolge la sua festa, con la premiazione delle opere e tanto altro ancora.

Ho lasciato Minturno praticamente dal 1990 anche se per molto tempo ancora ho provato, seppur a distanza, ad offrire il mio modestissimo e limitatissimo contributo alla vita politica del Comune. Come ho avuto modo di dire più volte la consapevolezza delle difficoltà che esistono ad operare nel campo culturale nel mio Paese di origine mi ha fatto apprezzare immensamente ciò che gli amici del Bicicletterario fanno da anni.  Per me sono degli eroi civili, nell’accezione meno retorica che si possa immaginare del termine. E per questo mi sono sentito felice come un bambino quando mi hanno comunicato che il mio racconto (poche righe senza velleità letterarie di alcun tipo) era stato inserito tra le “opere” finaliste. Giustamente non ho vinto nulla, però essere lì è per me bellissimo.

Quindi di seguito troverete Tutto sulla pelle,  opera prima del sottoscritto. Autobiografica quanto basta.

 

Il grasso.

Il sangue.

Il fango.

Il sudore sulla pelle.

Ecco cosa rimaneva alla fine di quelle giornate di libertà assoluta.

Pedalare e cadere e rialzarsi e sfrecciare e pedalare.

Da solo o in compagnia, poco importava.

La libertà può essere condivisa o meno, ma resta quella sensazione.

Comunque.

La fortuna di essere cresciuto in un posto di provincia che non era il deserto ma poco ci mancava. Di certo non avrebbe potuto pedalare e cadere e rialzarsi e pedalare se fosse cresciuto, che so, nella Roma di via dei Prati Fiscali. Provaci, a dodici anni, ad andare in giro in bicicletta tra autobus, taxi, macchine, moto, camion dell’immondizia. Mezzi guidati da persone annichilite dalla vita cittadina, disposte ad accoltellarti per due metri di vantaggio al semaforo di via di Val Melaina.

No. Lui aveva il mare, davanti.

Il luccichio della superficie dell’acqua, e i colori di fuoco e cobalto che lo accompagnavano sulla strada del ritorno. Perché la libertà si, ok, ma il ritorno era fissato al tramonto. Che d’inverno sapete bene a quale disposizione meccanica delle lancette corrisponda, da quelle parti. O a quale sequenza di 0 e 1 corrispondesse sul suo Seiko, regalo della comunione desiderato e conservato a mo’ di reliquia.

Lo studio, quindi, dopo. Dopo le 17.

Dopo le corse, dopo il lungomare a perdifiato senza mani (andata e ritorno, seivirgolaquattrochilometri

dritti dritti dritti), dopo aver accompagnato a casa il compagno d’avventura di turno, dopo le ragazzate e le ragazze, dopo le sfide tipo all’ok Corral coi bulli di cartone della sua scuola che erano di fatti pane casereccio, come solo i ragazzi di paese sanno essere, altro che cartone.

Dopo le cadute, dopo i furterelli di frutta nei campi, dopo l’ultima revisione al mezzo meccanico prima che fosse posto a riposo, il meritato riposo, in cantina, manco fosse la Ferrari di Gilles Villeneuve ai box di Monza.

E così si portava a casa, nella sua stanzamondo, le maglie intrise di sudore e il pensiero di Dario e di Felice, due tra i più fedeli compari di scorribande. E quali nomi potevano essere più azzeccati di Dario e Felice, se ti fanno venire in mente l’aria (vento in faccia alzo le braccia pronto a ricevere il sole) e la contentezza, che ti sembra tale anche dopo che a Felice, dodici anni, avevano ammazzato il padre, come un cane.

E si riportava a casa il pensiero di Pina. Non che ne fosse innamorato. No.

E poi vallo a sapere che cos’è l’amore a dodici anni. No, bastava la vaghissima idea di aver in qualche modo generato, al suo passaggio, un’onda di pressione che si fosse propagata fino a raggiungerla, da qualche parte del collegio di suore dove era rinchiusa con fratelli e sorelle e altri figli di Dio, madre prostituta a padre chissà dove.

Certi ricordi dovrebbero restare intonsi, immacolati, cristallizzati all’epoca in cui li hai vissuti. Con le facce, i corpi, i sorrisi, gli sguardi di quel tempo e solo di quello. Altro che bacheche, di quelle che ti mostrano nella loro crudezza la decadenza dovuta al tempo che passa, mentre continui a sentirti giovane e invece il tempo è proprio un gran bastardo. E allora meglio resettare tutto e lasciare i ricordi là dove li hai scovati, in mezzo a neuroni che si inviano segnali che spesso fai fatica a captare, quando tutte le dimensioni ti apparivano immensamente piccole (le scale, le ruote, le strade) perché di veramente piccolo c’eri tu e solamente tu.