Archivio mensile:novembre 2017

Il suono del secolo

Il sottotitolo del bel libro scritto da Stefano Mannucci  è “Quando il rock ha fatto la storia”.

Stefano fa fare al lettore un viaggio nel rock dagli anni ’50 ai giorni nostri, tra aneddoti, curiosità, cronaca e tanta, tanta musica. E se si ama la musica, e il rock, non si può fare a meno di perdersi tra le pagine di questo libro.

Da Jerry Lee Lewis a Little Richard, a Elvis Presley, passando per i Beatles e i Rolling Stones, i Led Zeppelin, Bob Dylan, Janis Joplin, Jim Morrison e i suoi Doors, Leonard Cohen, David Bowie, Lou Reed, Patti Smith, i Queen, i Pink Floyd, i Sex Pistols, I Clash, gli U2, Bob Marley, Bruce Springsteen, Prince, i Nirvana , gli Oasis e i Blur e fino ai giorni nostri,  Chris Cornell e Chester Bennington.

E poi gli eventi rock che hanno fatto epoca: Woodstock e Live Aid su tutti.

Nel libro di Stefano si parla anche di donne, droga, alcool, festini, sesso, pusher, leggende, complotti, falsi miti, omicidi, suicidi, autodistruzione, depressione, cadute, resurrezioni che hanno accompagnato, nel bene e nel male i protagonisti del rock del XX e XXI secolo e, più in generale, gli artisti di ogni epoca.

Tra tutte le storie rock che il libro cita, a me appare che una, su tutte, abbia davvero fatto la Storia, quella con la esse maiuscola. Non sono mai stato un fan dei Beatles, e se avessi avuto quindici anni a cavallo del 1965 sicuramente avrei scelto i Rolling Stones. Però se penso ad una band che ha davvero rivoluzionato i costumi di un’epoca su scala globale mi vengono in mente loro e ciò che hanno rappresentato non solo per i ragazzi ma per l’intera società del tempo. Il mondo occidentale, dopo il secondo conflitto mondiale, stava iniziando a vivere un periodo di benessere diffuso ma vigevano ancora regole patriarcali, perbenismo borghese, repressione delle pulsioni di modernità. Beh i Beatles furono la breccia che iniziò a far crollare questo mondo ovattato. I ragazzi che impazzivano per loro iniziarono a prendersi i loro spazi, a contestare su scala globale tutto ciò che i loro genitori rappresentavano. I Beatles, pur con le loro “canzonette” apparentemente disimpegnate, tracciarono il solco che avrebbe generato le contestazioni della guerra in Vietnam, il ’68, il ’77. Non so se altri, in loro assenza, avrebbero avuto lo stesso impatto sulla storia. Sta di fatto che i Beatles c’erano, al posto giusto e al momento giusto, dal 1963 e fino al loro scioglimento, nel 1970.

Una spanna più sotto probabilmente si può citare il movimento punk britannico, che ha generato fenomeni tra i più diversi e che seppur mutati ancora oggi sopravvivono, dagli squatters agli skin.

E poi citerei Live Aid che, al netto di chi già all’epoca ha aderito cogliendo l’occasione per farsi un po’ di pubblicità, segnò il momento in cui lo star-system prese coscienza della necessità di dare una mano concreta a quel pezzo di mondo che pativa in modo drammatico la fame. E da allora le star non perdono occasione di partecipare a progetti benefici a favore di popolazioni colpite da calamità, carestie, disgrazie o semplicemente per sostenere cause che ritengono meritevoli di sostegno. Insomma, da Live Aid in poi le star, gran parte delle star, non hanno avuto remore a mostrare da che parte stavano, anche in politica.

Una menzione, probabilmente per molti inaspettata, se la merita Elisabetta, regina d’Inghilterra. Colei che più di ogni altro ha incarnato l’idea di monarchia e senza la quale molte delle storie rock di cui parla il libro, nate proprio in opposizione alla monarchia, non sarebbero esistite. Sorprendente, ma a modo suo Elisabetta ha cambiato il rock.

In definitiva, leggete il libro di Doctor Mann. Anche se pensate che, dopotutto, il rock non ha fatto la storia. Anche se pensate questo, il rock magari ha fatto la vostra storia.

Per quello che ne so, di sicuro il rock ha fatto la MIA piccola, personalissima, storia.

p.s. Stefano, ma You’re so vain non era stata scritta per Warren Beatty?

p.s. 2 Grazie a Federica per il pensiero!

I dolori della nascente sinistra

Io non so se esista realmente una sorta di maledizione, un demone meschino che induce quasi ad ogni pie’ sospinto quel mondo indistinto, eppur distinguibilissimo, che va sotto il nome di “sinistra” a farsi del male da sola ogniqualvolta sembra prefigurarsi la possibilità di costruire qualcosa di utile per un pezzo di Paese.
O se, tolto il demone, resti solo la meschinità degli uomini, dei singoli, le loro ambizioni.
La loro capa, insomma.
Nella dicotomia partiti-di-sinistra Vs civismo vedo, per ora, solo una ulteriore occasione persa.
Non voglio attribuire, nelle  vicende di queste ore, colpe, responsabilità, retropensieri, patenti di alcunché a chicchessia.
Prendo atto, con estrema amarezza, della situazione. Probabilmente ciò a cui assistiamo  avviene anche perché, come ha osservato Andrea Ranieri, il periodo immediatamente prossimo allo svolgimento di elezioni politiche non è il migliore per “costruire la sinistra”.
Vedo però degli elementi di criticità nel percorso che Sinistra Italiana, Possibile, MdP e Alleanza Popolare hanno intrapreso in questi mesi.

Innanzitutto, come ha ammesso anche Tomaso Montanari, il non essere riusciti a mobilitare in maniera significativa i cittadini nelle 100 assemblee per il programma che evidentemente non hanno fatto registrare, al di là della bontà delle proposte messe in campo, una presenza “fisica” tale da scongiurare scalate organizzate di soggetti “esterni”. E il solo pericolo di una deriva del genere nell’assemblea del 18 ha suggerito di annullare l’evento per evitare che da quell’appuntamento venisse meno lo spirito con il quale il percorso era iniziato.

(Apro una parentesi. si può esprimere soddisfazione per il ritorno della sinistra all’interno dell’Assemblea Regionale Siciliana. Ma il risultato di Claudio Fava e della lista unitaria che lo ha sostenuto è stato largamente deludente, dobbiamo dircelo chiarezza. E anche le assemblee di SI, Possibile, MdP non mi sembra che riescano a muovere folle oceaniche. Tra l’altro il rischio, come dice Alessandro Gilioli, che chi partecipa si fracassi sonoramente i coglioni mi sembra sia abbastanza elevato. Questo per dire che la partecipazione, e i consensi, sono un problema, a sinistra. E da solo il percorso unitario non basta a motivare sufficientemente tutti quelli che in questi anni hanno perso la fiducia per strada. Chiusa parentesi).

E sempre restando alle parole di Montanari, forse sono ingenerose le critiche mosse a Civati, Fratoianni e Speranza di aver deciso tutto a tavolino per quanto riguarda le assemblee provinciali che il 25 e 26 novembre dovranno scegliere i delegati che parteciperanno all’assemblea nazionale unitaria  del 2 dicembre. Voglio pensare, come come continuano a garantire i diretti interessati, che saranno assemblee locali quanto più aperte e scalabili è possibile, nella più ampia accezione del termine scalabile. Senz’altro mi colpisce l’aver sostanzialmente individuato il nuovo leader della sinistra nella figura (degnissima) di Pietro Grasso. Non per la persona, di qualità indiscusse e indiscutibili. Ma per il metodo mi permetto di sollevare qualche dubbio. Capisco la necessità di individuare per tempo una persona che in maniera autorevole, anche in virtù del proprio ruolo istituzionale, possa rappresentare una leadership che deve essere anche collettiva.

(Apro altra parentesi. Alcuni pongono la seguente questione: può Pietro Grasso, uscito dal PD pochi giorni fa, Presidente del Senato scelto anche dal PD e che ha consentito di portate avanti, dallo scranno più alto di palazzo Madama e nell’esercizio delle sue funzioni, tutte le contro-riforme del PD, proporsi in maniera autorevole come leader di uno schieramento che ha la sua cifra distintiva nella strenua opposizione a tutto ciò che il PD ha fatto in questi anni? E più in generale, quanto in questa fase deve essere inclusiva la sinistra nei confronti di chi ha avallato fino all’altro giorno, se non con la convinzione delle idee per disciplina di partito, le politiche messe in campo dal partito principale sostenitore del Governo? Chiudo altra parentesi).

Però sostanzialmente i partiti stanno calando dall’alto una leadership che poi vorranno legittimare con le scelte dell’assemblea (metodo top-down) probabilmente contraddicendo le buone intenzioni più volte manifestate (e ben tetragone in chi si è riconosciuto nel percorso del Brancaccio) di costruire una leadership dal basso che emergesse nel procedere delle varie fasi di discussione/confronto/sintesi (metodo bottom-up).

Insomma, ad oggi non sembrano esserci margini per ricucire lo strappo che si è consumato in questi giorni su questioni che sono dirimenti e sostanziali per il percorso che si sarebbe dovuto intraprendere uniti.

Sarò pessimista, ma allo stato attuale vedo piazze abbastanza vuote e, temo, urne ancor di più.

 

Il futuro della mobilità a Roma

A Roma si sta iniziando a sviluppare un interessante dibattito sulla rete dei trasporti del futuro, grazie al progetto presentato da Metrovia, alle osservazioni formulate da Romafaschifo (spesso non condivido i toni e le risposte di Romafaschifo sui temi che analizza, ma ben venga il confronto).

Quello della cura del ferro, nella città di Roma, è un progetto del quale si parla da decenni, ormai. Un contributo sempre attuale lo ha dato anche Walter Tocci, qui, qualche tempo fa.

Ho dato un’occhiata al progetto di Metrovia e provo a dire brevemente la mia. Intanto mi sembra alquanto complicato trasformare le linee ferroviarie regionali in linee di metropolitana. O quantomeno la fanno un po’ facile, i progettisti. Come si realizza la cessione del servizio? Chi gestirebbe la rete, che oggi è di proprietà di RFI? Chi metterebbe i treni, che oggi sono di Trenitalia e vengono pagati tramite il contratto di servizio stipulato tra FSI e Regione? ATAC? Visto lo stato attuale in cui versa la municipalizzata dei trasporti di Roma mi sembrerebbe più realistica (!) un’acquisizione della rete metropolitana esistente da parte di Ferrovie, sinceramente.

E poi, con tutto il rispetto, mi sembra che i progettisti di Metrovia la facciano un po’ semplice sulla realizzazione di nodi di scambio e nuove fermate.

Due esempi relativi a zone della città che conosco.

Nodo di scambio Libia/Nomentana: un “collegamento pedonale sotterraneo con tapis roulant che corra parallelo alla metro B su viale Libia e poi su viale Etiopia”, anche se non lo fai con la TBM, comporta quantomeno chiudere del tutto due strade non secondarie, realizzare  paratie, solettoni per poi scavare una volta ripristinata la viabilità di superficie. Non è uno scherzo. Si fa, ci mancherebbe, ma non è un intervento da poco.

Nuova fermata Batteria Nomentana: anche in questo caso coprire il vallo attuale con una piattaforma sulla quale realizzare la stazione, modificando i binari attualmente presenti o, in alternativa, realizzare un collegamento sotterraneo non mi pare uno scherzo.

Moltiplicate tutto questo per 32 nuove fermate e 21 nodi di scambio e ne viene fuori un progetto non da poco, in termini di costi e tempi di realizzazione. Non sto dicendo che il progetto sia da buttare o che le cose siano irrealizzabili, dico solo che non è uno scherzo.

Che poi Roma abbia bisogno di progettualità, di risorse, di una visione che disegni, anche nella mobilità, la città del 2030 (2040?) è sotto gli occhi di tutti.

Quindi, in definitiva, ben vengano proposte e dibattiti che ne conseguono.

P.s. delle idee di Walter Tocci mi piaceva particolarmente l’applicazione del “Metodo Roma” alla progettazione integrata tra infrastrutture e archeologia, in modo tale da valorizzare al massimo i beni archeologici, soprattutto nella zona dei Fori Imperiali che, secondo le previsioni di Adriano La Regina, sarebbe dovuto diventare, con la realizzazione della fermata Colosseo, il più grande parco archeologico del mondo. Chissà.