Archivio mensile:agosto 2018

Veltroni indica la strada da non seguire

Puntuale come il classico acquazzone d’estate che arriva di pomeriggio, sul tardi, e tu già sai che è una maledizione perché tempo 5 minuti e l’aria sarà ancora più afosa e appiccicosa di prima, ecco l’intervento di Veltroni sul futuro della sinistra.

Ora, io umanamente a Veltroni voglio bene, e il suo intervento me lo sono letto con l’attenzione che meritava. Però posso dire? Che palle!

Una enunciazione di principi generali sui quali chiunque, da sinistra, potrebbe essere d’accordo, ma che perdono di valore se non si fa un minimo di analisi in chiave critica (e soprattutto autocritica) per capire come si sia arrivati a questo punto, chi abbia alimentato, più o meno consapevolmente, populismi, nazionalismi, razzismi che tanto spaventano Veltroni (sia chiaro, spaventano anche me).

Di fondo, l’idea che il PD fosse (e sia ancora), l’unica strada percorribile, che dopotutto un paio di volte oltre il 30% ci è arrivato e quindi basta mettere da parte litigi per contrastare le destre in maniera efficace. Non una parola sul fallimento primordiale del PD, che da subito è stato affetto da guerre tra bande che nessun segretario si è premurato di debellare, non una parola sull’appoggio incondizionato a Renzi e alla sua stagione di pseudo riforme che hanno spalancato le porte a tutto ciò che avviene in questi giorni, ma soprattutto non una parola sull’impianto fallimentare del PD, basato su un modello di stampo blairiano, liberista, neo socialdemocratico, arreso alle logiche dei mercati e dei vincoli di bilancio senz’anima. Faccio autocritica anche io, che ho provato da dentro, per quel poco che ho potuto, a cambiare il percorso del partito nel quel ho militato per un bel po’ di anni.

E subito, dopo lo scritto di Veltroni, si sono annunciate adesioni, partiamo!, è la strada buona, ricostruiamo la sinistra (!!), corroborati dalla bella manifestazione di Milano che si è tenuta in concomitanza della visita del dittatore Orban al suo parigrado italiano.

Ma più che l’ipotesi di un’ammucchiata generale CONTRO l’attuale governo, altro non si riesce ancora a partorire.

La situazione non è semplice, la mazzata di marzo, benché più che prevedibile, non è stata per nulla assorbita da nessuno dell’opposizione. Personalmente continuo a brancolare nel quasi-buio, mentre fiammelle continuano a tenermi viva la speranza e provano ad indicarmi un percorso. Avrebbe senso un cartello elettorale (si potrebbe votare prima di quanto si pensi, e comunque ci sono anche le elezioni europee, l’anno prossimo) anti-razzista, spruzzato da un po’ di società civile e associazionismo, senza che le sue componenti abbiano uno straccio di idea comune sul mercato del lavoro, sul ruolo dell’Europa, sull’immigrazione, insomma sul modello-Paese che si immagina da qui a vent’anni? Per lo più fatto, magari, dagli stessi personaggi che già alle ultime elezioni hanno ampiamente dimostrato di non godere di alcuna fiducia da parte della stragrande maggioranza degli italiani e tanto meno degli italiani di sinistra? E ancora, ha senso presentasi, invece, ciascuno con le sue bandierine, ciascuno forte del suo zerovirgolaqualcosa, ciascuno con il ditino alzato da grillo parlante, formazioni politiche con democrazia interna solo apparente che sembrano solo funzionali al perpetuarsi delle proprie classi dirigenti?

Nel mezzo, deve esserci dell’altro. Deve esserci la forza di delineare una società nella quale la politica (serve sempre la politica, altrimenti di delega in delega si arriva dove la storia ci ha insegnato), da sinistra, riesca a riconnettersi con gli ultimi, con i bisognosi, con le persone alle quali i cicli economici uniti a provvedimenti sbagliati hanno tolto risorse economiche, certezze sul futuro, alimentando paure sulle quali è facile far leva additando nuovi nemici come la causa della loro povertà, ora gli stranieri, ora l’Europa. Occorre, da sinistra, riconnettersi alle periferie, quelle fisiche e quelle dello spirito, disinnescando la guerra tra poveri che può passare solo dall’efficienza dei servizi, da un welfare che funzioni, da investimenti sulla scuola, sulla cultura in tutte le aree e per tutte le persone che attualmente sembrano abbandonate al loro destino. E dall’occupazione, equamente retribuita, con diritti universalmente riconosciuti e non elemosinati al padrone di turno.

Il primo banco di prova saranno le elezioni Europee. Già per quell’occasione sarebbe importante capire se c’è volontà, più che spazio politico, per immaginare un terza via rispetto alle opzioni “tutti insieme appassionatamente” e “ognun per sè”.

Scirocco (leggetelo, se vi va)

Ti metti a spulciare la libreria di casa prima di partire, che la vacanza senza libri non è nell’ordine delle cose, e ti imbatti in un volume che sta là da anni, figlio di traslochi passati ed esistenze che si rimescolano. Eredità letterarie. La quarta di copertina ti fa accendere tutte le lampadine possibili e immaginabili, e così divori quelle quasi 500 pagine in men che non si dica. E mentre le avventure dei protagonisti si squadernano sotto i tuoi occhi e nella tua mente, pensi che quello è proprio il libro che avresti voluto scrivere. Sia chiaro, non nutro alcuna velleità letteraria, non ne sono capace, non ho gli strumenti e non saprei nemmeno da dove cominciare. Però tutti abbiamo sognato di essere, che, so, un astronauta, un calciatore, un artista. Qualche volta mi sono immaginato scrittore e ho sempre pensato che una storia come quella raccontata da Girolamo de Michele in Scirocco mi sarebbe proprio piaciuto scriverla.

É un libro di qualche anno fa e da quello che si può trovare in rete il suo autore, insegnante di liceo, è un po’ che non scrive più.

In una Bologna squassata da misteri e omicidi, la cui genesi è lontana nel tempo ma resta sempre attuale, fino ai nostri giorni (per alcuni versi il libro sembra anche anticipare  avvenimenti politici che si sono verificati nel nostro paese negli ultimi mesi) un gruppo di personaggi si ritrova a dover risolvere la situazione, per fare i conti con il proprio passato e per far si che, almeno per ciò che è in loro potere, quel passato non torni più.

I protagonisti principali sono reduci, della Seconda Guerra Mondiale alcuni e dei tardi anni ’70 altri, protagonisti, questi ultimi di una stagione della nostra storia che mi ha sempre affascinato e che, dico la verità, avrei voluto vivere. Non tanto per il tragico carico ideologico, che ha portato alla sconfitta di una intera generazione, per stessa ammissione di chi quegli anni li ha vissuti. Sconfitto chi ha preso le armi, chi ha sostenuto scelte folli, ma anche chi ha guardato alla finestra nella speranza che la storia prendesse un corso diverso.  E a loro modo sono sconfitti tutti i protagonisti del libro, salvo che per la redenzione finale che si racconta nella storia di Scirocco.

Quegli anni avrei voluto viverli proprio per esserci, per sentirsi parte di qualcosa più grande di te, per vivere in maniera collettiva le passioni del tempo, per nutrirsi insieme dell’illusione (sic!) che davvero si poteva cambiare il mondo.

Vabbè, leggetelo Scirocco, se vi va, e poi mi direte, sempre se vi va. Dopotutto sognare, innamorarsi, emozionarsi leggendo è sempre un ottimo affare.

 

Il mondo perfetto

Sarà un complotto dei soliti noti, sarà l’economia che, in assenza di regole socialmente sostenibili, si regola da sé e quindi volge naturalmente verso l’aumento costante del divario tra ricchi e poveri, una sorta di entropia delle disuguaglianze, ma sta di fatto che la guerra tra poveri alla quale assistiamo ormai da anni coinvolge tutto e tutti e sembra non aver fine. Che poi sentirsi minacciati da chi sta peggio di te è un attimo, e allora dagli all’immigrato, al bracciante, all’ambulante, al baraccato, al Rom, all’accattone, al musicista di strada, al clochard, al lavavetri, alla prostituta, al bangladino, al rifugiato. La cui condizione di povertà è alimentata da chi non se la passa benissimo.

Uno spaccato della situazione lo offre questo articolo di Internazionale. 

Generalmente al discount è più facile incontrare persone che hanno capacità di spesa inferiore alla media, in cerca di offerte e di prezzi vantaggiosi. A scapito di chi? Dei produttori, che pur di prendere commesse dalla grande distribuzione lavorano in perdita. E su chi si rifanno i produttori? Sugli utenti, con un prodotto di peggiore qualità, e su chi raccoglie e lavora il prodotto, vittima di dumping salariale senza fine. Il povero che fotte il povero.

Altro esempio nell’abbigliamento. I negozi più affollati sono ormai da tempo H&M, Bershka, Pull&Bear, Zara. Compri a poco roba già di suo abbastanza scadente, e come per il cibo se una maglietta costa 10€ qualcuno l’avrà prodotta con paghe da fame, visto che il margine per le aziende c’è sempre. E poi c’è la distribuzione, il trasporto. Tutti strozzati.

Tutti poveri che si fottono tra di loro.