Archivio mensile:giugno 2020

Abbattere o non abbattere?

Molti di voi conosceranno Remo Remotti. Se no, fate in tempo a recuperare.

Remo Remotti attore, poeta, pittore, scrittore. Artista. Folle.

Una delle sue cose più note è sicuramente la poesia Mamma Roma addio, che vi faccio riascoltare.

Alla fine Remotti dice:

“Me andavo da quella Roma
della Banca Commerciale Italiana
del Monte di Pietà
di chi cazzo
di Campo de’ Fiori
di Piazza Navona
quella Roma – Che c’hai ‘na sigaretta? –
e prestame cento lire
quella Roma del Coni
del Concorso ippico
quella Roma del Foro
che portava e porta ancora
il nome di Mussolini
me n’andavo da quella Roma di merda

Mamma Roma! Addio”.

Ecco, a me ha sempre colpito quella frase sul foro Mussolini. Che se andate allo stadio Olimpico vedete che ci sta ancora l’obelisco con la scritta Dux e altre varie amenità. E più volte mi sono chiesto se e quanto fosse corretto tenere lì quei segni della storia, o quanto fosse pericoloso. Se non fosse meglio abbattere quell’obelisco, o quantomeno eliminare la scritta Dux. Eliminare quel simbolo. E però una risposta me la sono data, e cioè che più si è forti nel proprio presente per gli insegnamenti che la storia ci ha dato, e meno occorre temere della storia stessa, del suo ritorno, ed è bene che certi simboli stiano lì, a ricordare quanto terribile e nefasto possa essere stato un periodo storico, o un personaggio.

Sia chiaro, capisco l’impulso irrefrenabile dell’iconoclastia laica, soprattutto a seguito di eventi che generano indignazione, rabbia, frustrazione. Del tipo di quelli che si sono scatenati negli USA a seguito dell’assassinio di George Floyd. E allora può essere comprensibile prendersela con quelle statue, con quei simboli di schiavismo, di colonialismo, negli USA o altrove nel mondo. Perché quelle statue incarnano proprio la sofferenza, l’ingiustizia, l’errore della storia da non ripetere.

Ma replicare quelle proteste nate in quei contesti socio-ambientali che ci parlano del razzismo che ancora oggi pervade larghi strati della società americana, e prendersela con la statua di Montanelli, a che serve?

L’errore di fondo a mio avviso è stato proprio quella di farla, una statua a Montanelli. Sentivo l’altro giorno Paolo Mieli dipingere Montanelli come una pietra miliare della letteratura italiana del 900. Ma dove? Ma quando? Per quali meriti letterari? Per aver cresciuto alla sua scuola Marco Travaglio? Ma detto questo, l’orrore del suo essere fascista dentro e fuori, per i comportamenti aberranti tenuti in Abissinia prima e per non sentire il dovere morale di chiedere scusa poi, forse meritano di tenerla là quella statua, come il foro Mussolini, a imperitura memoria degli errori della storia e degli errori degli uomini. Così chi ci passerà davanti sarà libero di ricordare che grandissimo pezzo di fango fosse quell’uomo e quanto mostruose fossero le idee in cui credeva, alla faccia della contestualizzazione della storia.

Se poi proprio non riuscite a trattenervi dal tirare secchiate di letame o di vernice alla statua di Montanelli, non sarò certo io a fermarvi.

La strada è una scelta vostra

Alcune immagini del sit-in della comunità di Baobab Experience che si è tenuto in Campidoglio mercoledì 17 giugno.

Le persone che manifestano per il diritto all’accoglienza sono rese clandestine dalla Bossi-Fini, dai decreti Salvini e dalla mancanza di intervento delle Istituzioni, in primis il Comune di Roma.

Sono persone note alla Questura che nonostante ciò continua sgomberare il presidio di Piazzale Spadolini per identificare persone già identificate più e più volte.

Sono persone che hanno diritto all’accoglienza non per capriccio ma in base a leggi dello Stato che sono puntualmente disattese. Richiedenti asilo, fruitori di protezione umanitaria.

Sono persone che chiedono di poter vivere in pace e con dignità.

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Di classe operaia, di dignità, di musica che ti emoziona

Mi sa che l’ho detto più di una volta, ma nel corso della mia adolescenza sono cresciuto a pane e musica. Cassette (tante, rigorosamente registrate da amici) consumate, vinili (pochi, chi ce li aveva i soldi per comprarseli) che frusciavano su piatti improbabili, ma una colonna sonora ad accompagnarmi c’era sempre e comunque. Amici di amici che spacciavano cassette sottobanco: “uee’, ascolta questo!”. “No dai questo lo devi sentire assolutamente!” e così via.

Capitò quindi che attorno ai 16 anni Gianluca mi presentò Gianni, che aveva due tre anni più di noi e che comunque era già automunito, e iniziammo ad uscire insieme. Gianni era folgorato per i Gang e così quando si usciva in macchina mettevamo a palla Barricada Rumble Beat e si andava. Alla fine Gianni non si chiamava più Gianni ma il suo nome era diventato Bad News.

Quando lo vedevo gli urlavo: “Ueee, Bad News!”

Perché Bad News? Da questo:

All’epoca i Gang cantavano esclusivamente in inglese, e la loro musica era infarcita di tutte le loro esperienze e loro influenze artistiche. Nel 1991 sarebbe arrivato “Le radici e le ali”, primo disco in italiano che segna in maniera definitiva il loro schierarsi dalla parte degli ultimi della terra, senza se e senza ma.

Ho continuato ad ascoltarli nel tempo, insieme a tutto il resto. Ma comunque capita che qualche cosa te la perdi, e qualche pezzo che non hai sempre sottomano si va a mettere in un angolino del cervello e aspetta solo di essere tirato fuori. Uno di questi è Sesto San Giovanni.

Meno male che ci ha pensato Mariadele, con i suoi Freak Out String Quintet prima e a Stazione Tiburtina l’altro giorno.

Ve le faccio sentire tutte e due, la cover e l’originale dal vivo.