Archivi autore: Raffaele

Gli Stati Popolari

Due passi a Gli Stati Popolari, domenica pomeriggio, me li sono fatti. Ma due due. Ero uscito con l’intenzione di ascoltare, prima di tutto. E poi di fare qualche foto, che mio papà m’ha passato ‘sto vizio e non posso farci niente. Però un po’ che sono andato alle quattro e mezza e sembrava davvero di stare nella Death Valley anziché a Piazza San Giovanni, un po’ che per quanto fossero continui gli appelli a stare distanziati avevo la percezione che si stesse troppo vicini e io non sono ancora pronto a stare in mezzo alla folla, fatto sta che me ne sono andato via presto, e quindi il clou della manifestazione me lo sono perso.

Ho avuto il tempo di scattare qualche immagine, salutare un paio di compagni di quelli veri, incontrare Papa (non IL Papa, ma Papa, il Boss, chi lo conosce, sa) e maturare qualche impressione.

Chi c’era in piazza a manifestare?

Gli invisibili.

Quelli che esistono e che in molti fanno finta di non vedere.

Quelli che raccolgono la frutta e la verdura e gli ortaggi che mangiamo ogni giorno. Quelli che ci portano il cibo a casa quando ci rompiamo di uscire di casa. Quelli che ci portano a casa oggetti di cui molto spesso potremmo fare a meno. Quelli che mandiamo a quel paese all’ennesima telepromozione. Quelli che tengono puliti i nostri uffici. Quelli che tengono puliti i nostri treni. Quelli che insegnano ai nostri figli e che restano disoccupati alla fine di ogni anno scolastico.

Quelli. Avete capito.

Ce ne sono tanti, nel nostro Paese. Che chiedono di non essere più invisibili. E però dare rappresentanza a questo mondo è bello complicato. Se ne parla bene qui.

In effetti anche per quello che ho potuto vedere, e per quello che ho potuto percepire, domenica in piazza non c’erano particolari sponsor politici. In questa fase meglio così, ci vuole davvero poco a trovarsi sul palco un Ferrero che si trova a passare di là.

Vista dal lato sindacale, pur conoscendo tutti gli sforzi che fa la mia CGIL per provare a rendere visibili queste lavoratrici e di questi lavoratori attraverso la rivendicazione dei loro diritti (penso alle battaglie fatte per i rider), penso di poter dire che la maggior parte delle persone che hanno riempito quella piazza dalla CGIL non si sentano rappresentati. E questo, oltre che dispiacermi, mi fa capire che occorre darsi una mossa, e occorre essere credibili e fare uno sforzo immane per intercettare queste criticità e scardinarle dalle fondamenta. Entrare nei luoghi di lavoro, anche quelli dematerializzati, studiare, capire e soprattutto dare risposte, senza tentennamenti, per estendere le tutele a chi oggi è in balìa di imprenditori e manager senza scrupoli, senza morale, dediti solo al potere e al profitto. E su questo, per come la vedo, non dovrebbero esistere accordi al ribasso per tener conto di diverse sensibilità. L’unità sindacale non è un valore in sé se porta a diritti a metà, a tutele a metà. Serve essere radicali. Anni e anni di compromessi ci hanno portato esattamente al punto in cui siamo. Anche prima dell’emergenza sanitaria che ha poi fatto esplodere tutto il sistema produttivo. Ma la ripresa non può fondarsi sullo sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori. Il ricatto occupazionale deve trovare un muro invalicabile. Altrimenti quella piazza, quelle piazze continueranno ad essere frequentate da invisibili.

Abbattere o non abbattere?

Molti di voi conosceranno Remo Remotti. Se no, fate in tempo a recuperare.

Remo Remotti attore, poeta, pittore, scrittore. Artista. Folle.

Una delle sue cose più note è sicuramente la poesia Mamma Roma addio, che vi faccio riascoltare.

Alla fine Remotti dice:

“Me andavo da quella Roma
della Banca Commerciale Italiana
del Monte di Pietà
di chi cazzo
di Campo de’ Fiori
di Piazza Navona
quella Roma – Che c’hai ‘na sigaretta? –
e prestame cento lire
quella Roma del Coni
del Concorso ippico
quella Roma del Foro
che portava e porta ancora
il nome di Mussolini
me n’andavo da quella Roma di merda

Mamma Roma! Addio”.

Ecco, a me ha sempre colpito quella frase sul foro Mussolini. Che se andate allo stadio Olimpico vedete che ci sta ancora l’obelisco con la scritta Dux e altre varie amenità. E più volte mi sono chiesto se e quanto fosse corretto tenere lì quei segni della storia, o quanto fosse pericoloso. Se non fosse meglio abbattere quell’obelisco, o quantomeno eliminare la scritta Dux. Eliminare quel simbolo. E però una risposta me la sono data, e cioè che più si è forti nel proprio presente per gli insegnamenti che la storia ci ha dato, e meno occorre temere della storia stessa, del suo ritorno, ed è bene che certi simboli stiano lì, a ricordare quanto terribile e nefasto possa essere stato un periodo storico, o un personaggio.

Sia chiaro, capisco l’impulso irrefrenabile dell’iconoclastia laica, soprattutto a seguito di eventi che generano indignazione, rabbia, frustrazione. Del tipo di quelli che si sono scatenati negli USA a seguito dell’assassinio di George Floyd. E allora può essere comprensibile prendersela con quelle statue, con quei simboli di schiavismo, di colonialismo, negli USA o altrove nel mondo. Perché quelle statue incarnano proprio la sofferenza, l’ingiustizia, l’errore della storia da non ripetere.

Ma replicare quelle proteste nate in quei contesti socio-ambientali che ci parlano del razzismo che ancora oggi pervade larghi strati della società americana, e prendersela con la statua di Montanelli, a che serve?

L’errore di fondo a mio avviso è stato proprio quella di farla, una statua a Montanelli. Sentivo l’altro giorno Paolo Mieli dipingere Montanelli come una pietra miliare della letteratura italiana del 900. Ma dove? Ma quando? Per quali meriti letterari? Per aver cresciuto alla sua scuola Marco Travaglio? Ma detto questo, l’orrore del suo essere fascista dentro e fuori, per i comportamenti aberranti tenuti in Abissinia prima e per non sentire il dovere morale di chiedere scusa poi, forse meritano di tenerla là quella statua, come il foro Mussolini, a imperitura memoria degli errori della storia e degli errori degli uomini. Così chi ci passerà davanti sarà libero di ricordare che grandissimo pezzo di fango fosse quell’uomo e quanto mostruose fossero le idee in cui credeva, alla faccia della contestualizzazione della storia.

Se poi proprio non riuscite a trattenervi dal tirare secchiate di letame o di vernice alla statua di Montanelli, non sarò certo io a fermarvi.

La strada è una scelta vostra

Alcune immagini del sit-in della comunità di Baobab Experience che si è tenuto in Campidoglio mercoledì 17 giugno.

Le persone che manifestano per il diritto all’accoglienza sono rese clandestine dalla Bossi-Fini, dai decreti Salvini e dalla mancanza di intervento delle Istituzioni, in primis il Comune di Roma.

Sono persone note alla Questura che nonostante ciò continua sgomberare il presidio di Piazzale Spadolini per identificare persone già identificate più e più volte.

Sono persone che hanno diritto all’accoglienza non per capriccio ma in base a leggi dello Stato che sono puntualmente disattese. Richiedenti asilo, fruitori di protezione umanitaria.

Sono persone che chiedono di poter vivere in pace e con dignità.

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Di classe operaia, di dignità, di musica che ti emoziona

Mi sa che l’ho detto più di una volta, ma nel corso della mia adolescenza sono cresciuto a pane e musica. Cassette (tante, rigorosamente registrate da amici) consumate, vinili (pochi, chi ce li aveva i soldi per comprarseli) che frusciavano su piatti improbabili, ma una colonna sonora ad accompagnarmi c’era sempre e comunque. Amici di amici che spacciavano cassette sottobanco: “uee’, ascolta questo!”. “No dai questo lo devi sentire assolutamente!” e così via.

Capitò quindi che attorno ai 16 anni Gianluca mi presentò Gianni, che aveva due tre anni più di noi e che comunque era già automunito, e iniziammo ad uscire insieme. Gianni era folgorato per i Gang e così quando si usciva in macchina mettevamo a palla Barricada Rumble Beat e si andava. Alla fine Gianni non si chiamava più Gianni ma il suo nome era diventato Bad News.

Quando lo vedevo gli urlavo: “Ueee, Bad News!”

Perché Bad News? Da questo:

All’epoca i Gang cantavano esclusivamente in inglese, e la loro musica era infarcita di tutte le loro esperienze e loro influenze artistiche. Nel 1991 sarebbe arrivato “Le radici e le ali”, primo disco in italiano che segna in maniera definitiva il loro schierarsi dalla parte degli ultimi della terra, senza se e senza ma.

Ho continuato ad ascoltarli nel tempo, insieme a tutto il resto. Ma comunque capita che qualche cosa te la perdi, e qualche pezzo che non hai sempre sottomano si va a mettere in un angolino del cervello e aspetta solo di essere tirato fuori. Uno di questi è Sesto San Giovanni.

Meno male che ci ha pensato Mariadele, con i suoi Freak Out String Quintet prima e a Stazione Tiburtina l’altro giorno.

Ve le faccio sentire tutte e due, la cover e l’originale dal vivo.

Impressioni di maggio

Al sessantaquattresimo giorno sono uscito. O meglio, mi sono allontanato di più di 200 metri da casa. Ancora un po’ e avrei potuto scrivere Il giro di casa in 80 giorni. 

Uscito, poi. Insomma. In macchina da casa fino a destinazione, Google Maps dice 8,9 km ad andare e circa quelli per tornare.

Impressioni.

Anche a Roma la natura ha provato a riprendersi la città. Cioè, non ha mai smesso. E bisogna riconoscere che ci riesce abbastanza bene, con Virgy che le dà una mano da tre anni ormai. E poi colpiscono i manifesti, sui cartelloni, sui muri, lisi, strappati, sbiaditi, che riportano eventi lontani, passati, abortiti.

Gente in giro si, ma non tanta. Solito andamento del traffico tendente all’anarchico, solite macchine in doppia fila, soliti ciclisti  e motorini che passano con il rosso. Che poi prima si poteva avere fretta, ma adesso?

Chi era stronzo è rimasto stronzo, chi non lo era si spera che non lo sarà mai.

E questo in generale vale per tutte le aspettative che l’emergenza sanitaria ha generato in questi due mesi e passa. Non mi sembra che a livello collettivo sia maturata, o sia divenuta patrimonio comune, l’esigenza di un modello di sviluppo diverso, di una maggiore cura per il pianeta, per la salute pubblica, per chi è rimasto indietro, per chi è povero. Chi aveva già questa sensibilità magari l’avrà accresciuta, nella consapevolezza che nessuno si salva da solo, chi non ce l’aveva prima si sarà sempre più convinto che ciascuno basta a sé stesso, e gli altri si fottano.

Per non parlare del clima politico, del dibattito politico. Sempre, immutabilmente, desolatamente uguale. Una classe politica specchio fedele del Paese che l’ha espressa, ci fosse qualcuno capace di indicare concretamente una strada diversa per evitare gli errori del passato. Quegli errori che hanno chiesto il conto tutti in una volta, da febbraio ad ora e per chissà quanto tempo ancora, stando così le cose. La demolizione della sanità pubblica, la mortificazione della scuola e della ricerca, lo smantellamento degli apparati dello Stato, la negazione dei diritti dei lavoratori e dei cittadini che versano in condizioni di difficoltà economiche. Con il volontariato a tappare quei buchi che chi ha creato ha lasciato lì a diventare voragini.

E poi l’effetto Actarus.

Vedi le persone, molte ma fortunatamente non tutte, con le mascherine, con i connotati nascosti. È una mia percezione distorta, ma mi appaiono come automi, come corpi senza anima, come ombre. La distanza che quel pezzo di stoffa mette tra te e l’altro mi appare abissale, a maggior ragione se poi negli occhi intravedi paura, diffidenza, angoscia. Ancor più mi appare insostenibile questa barriera fisica al pensiero di relazionarmi con persone che conosco, con persone a me care, con gli amici, che usualmente abbracciamo, tocchiamo, stringiamo. La prima sensazione è quella di fuggire da questa nuova realtà, e di volere tutto esattamente come prima, senza barriere, senza vincoli, senza preoccupazioni, senza surrogati, senza compromessi, aspettando il ritorno alla completa normalità. Poi magari ci facciamo l’abitudine, ma per ora non è così.

Un po’ di più che un post da strapazzo sui social

Un giorno forse mi verrà voglia di scrivere qualcosa di serio su questi due mesi surreali, su questo tempo duro, durissimo (ma non chiamatela guerra, grazie) che ci ha tenuto come sospesi e che ha sospeso pure la mia voglia di scrivere, di mettere in parole le sensazioni, i sentimenti, di capire meglio sé stessi semplicemente lasciando fluire i pensieri tra cervello e dita. Roba troppo grossa, per ora. Non è il tempo, ancora.

Forse per esorcizzare l’indeterminatezza della situazione ed essere più leggeri, quello strano mondo parallelo che sono i social ci hanno messi a durissima prova con quelle catene di San Zuckerberg su libri, canzoni, film. Ho fatto la mia parte, e mi scuso se ho coinvolto qualcuno che di catene e di santi proprio non vuol sentir parlare, e mi scuso pure se qualcuno moriva dalla voglia di essere coinvolto e me lo sono dimenticato. Per autocitarmi, si potrebbe davvero andare avanti all’infinito, co’ ‘ste cose.

Ciascuno di porta nel cuore i suoi libri e la sua musica e i suoi film, e nei socialgiochetti uno, appunto, ha giocato, magari provando ad associare il libro, la canzone, il film ad una o a più persone da coinvolgere nel cazzeggio. E quindi magari non sempre le scelte hanno riguardato i libri, le canzoni, i film per me fondamentalissimi.

Prediamo i film, ad esempio.

A ripensarci il primo film che ha lasciato in me una emozione profonda e che ancora mi suscita le stesse sensazioni ogni volta che lo vedo è Qualcuno volò sul nido del cuculo.

Non starò qua a fare il critico cinematografico, non ne sono capace. Ma le scene in cui Bromden rivela a McMurphy la sua normalità (“Li hai fregati tutti”), e poi Bromden che scappa via dopo aver liberato McMurphy sono, per me, poesia pura. C’è tutto, nel film: la ribellione contro il potere costituito, contro le ingiustizie, la paura del mondo, la forza del desiderio della libertà. Credo avessi quindici anni o giù di lì quando l’ho visto per la prima volta, da persona consapevole che si affaccia alla vita, e sono quelle cose che ti porti dentro, che entrano a far parte di te anche se non lo sai, ma stanno là, e quando meno te lo aspetti escono fuori e tu non puoi fare altro che prenderti quello che viene.

Prendiamo la musica, poi.

La musica fa parte della nostra vita, della mia vita (ne ho parlato qualche tempo fa qui), ascoltare musica è come respirare, credo per molti di noi. Ovvio che da bambini, da preadolescenti, qualcosa ti arriva. Inizi a condividere con i compagni delle elementari, o delle medie, qualcosa che senti in giro, per radio (sempre accesa a casa nostra), o che so, a Sanremo, e poi a DeeJay Television. A 12 anni avevo una passione smodata per Vasco Rossi e Billy Idol, dopo aver già assaggiato The Knack, I Police, i Man at Work, i Dire Straits. Avevo iniziato a far entrare Bruce Springsteen dentro la mia vita (e avrebbe scavato molto, tanto a fondo, ma questa è un’altra storia) Ma quello che mi ha fulminato in quella fantastica estate del 1985 e che ha segnato l’evoluzione dei miei gusti in fatto di musica è stato questo.

Dopo aver ascoltato l’assolo di Jimmy Page, e la batteria di John Bonham, nulla è stato come prima.

Sui libri magari ci torno.

Intanto ecco qui, magari la voglia di scrivere è tornata, magari no. Forse è solo la necessità di prendersi un po’ di tempo per sé.

Due

Di sardine, di movimenti, di boh!

E giunse il giorno delle sardine romane. Che poi a Roma si portano l’alici, ma va bene uguale.

Sia chiaro, a me le sardine piacciono, in tutte le salse. Da un punto di vista gastronomico e politico. Mi sono trovato per caso a Bologna, in Piazza Maggiore, la sera in cui tutto è cominciato. Ho cantato e ballato con loro, impossibile rimanere zitto e fermo. Impossibile non condividere il loro manifesto. Contro i populismi, l’odio, la menzogna. Contro la Lega. E in effetti quella sera di novembre a Piazza Maggiore si era mobilitato spontaneamente un popolo, in opposizione al raduno della Lega al Paladozza, segnando l’inizio della campagna elettorale per le elezioni regionali dell’Emilia Romagna. Da qui poi il movimento ha iniziato ad estendersi in tutto il paese, in altre città europee e non solo. Va tutto benissimo. In questo periodo storico che dura da troppo ormai, nel quale noi di sinistra ci troviamo smarriti, senza punti di riferimento, senza una classe dirigente degna di fiducia,  il solo fatto di ritrovarsi in piazza viene vissuto sempre come una boccata d’ossigeno. Come fu per i girotondi, il popolo viola, e altri movimenti che hanno animato stagioni (purtroppo) brevissime a sinistra.

Il problema è proprio questo. Che fine fanno questi movimenti? É quello di cui si ha effettivamente bisogno, a sinistra? Personalmente non riesco a capire fino in fondo il passaggio dalla dimensione regionale dell’Emilia Romagna a quella nazionale. Può bastare il fatto che, in una regione importantissima, ci si mobiliti per opporsi all’avanzata della Lega, sostanzialmente  al grido di #BolognaNonSiLega, #NonAbbocchiamo., senza un programma politico (c’è quello della coalizione che sostiene Bonaccini, nel caso), semplicemente dicendo che c’è bisogno di modi diversi di agire, di confrontarsi. E fermo restando che di mettere da parte l’odio, i populismi, ricordando il valore della democrazia e della Costituzione, c’è sempre bisogno, vedo il rischio, al livello nazionale, di un equivoco di fondo. Al netto del tentativo di molti di mettere il cappello sulle sardine, o meglio di inscatolarle dentro qualche contenitore politico (e al netto delle ingenuità nella comunicazione che hanno dato adito alle polemiche sulla presenza o meno in piazza di Casapound), credo che tante tra le persone che sono già scese in piazza con loro, e di quelle che saranno in piazza oggi a Roma, coltivino da anni una totale sfiducia nella classe dirigente della sinistra, del centrosinistra, di tutto quello che si è mosso in quel campo a partire da anni e anni fa, per non aver saputo rappresentare un argine alla legalizzazione del precariato, alla perdita di valore dei salari, alla continua sottrazione di diritti a danno dei lavoratori, all’idea di una Europa matrigna buona solo ad imporre politiche di austerity, alla mancanza di protezione dell’ambiente, all’impossibilità di accedere alla sanità pubblica, ad una casa popolare, allo studio. Insomma, non vedo una critica a tutto questo, non vedo all’orizzonte, per il movimento delle sardine, la voglia, il desiderio, la necessità di mettere in discussione tutti i paradigmi sbagliati che hanno portato la sinistra, il centrosinistra, a perdere il consenso di fasce sempre più larghe di elettori.  Ecco, vorrei che una delle grida di battaglia di un nascente movimento, non necessariamente quello delle sardine,  fosse #conquestinonvinceremomai (ricordate Nanni Moretti?) e #conquesteideenonvinceremomai. Quindi bene farsi portatori di valori di semplice civiltà nel dibattito pubblico, di ribadire la fedeltà alla Costituzione, alla Resistenza, all’antifascismo. Ma i nodi da sciogliere stanno tutti là, aggrovigliati come non mai, e non vede all’orizzonte qualcuno o qualcosa capace di scioglierli. Magari anche le sardine non sono nate per questo, dopotutto.

Buona piazza a tutte e a tutti, da domani si ricomincia.

 

 

Consigli di lettura

Due romanzi di Colson Whitehead che parlano di razzismo, nell’America di qualche anno fa e di qualche secolo fa. Che parlano di sistema rieducativo, di colonialismo, ma anche di redenzione e resilienza. Di resistenza e ribellione. Di orgoglio. Di solidarietà tra esseri umani che lottano per sopravvivere. Storie antiche che ci parlano anche dell’oggi, un oggi che sembra aver dimenticato le lezioni della storia e ripropone fantasmi mai scacciati via definitivamente, grazie soprattutto achi su questi fantasmi ci ha costruito intere carriere politiche.

Leggete, poi mi dite.