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Impressioni di maggio

Al sessantaquattresimo giorno sono uscito. O meglio, mi sono allontanato di più di 200 metri da casa. Ancora un po’ e avrei potuto scrivere Il giro di casa in 80 giorni. 

Uscito, poi. Insomma. In macchina da casa fino a destinazione, Google Maps dice 8,9 km ad andare e circa quelli per tornare.

Impressioni.

Anche a Roma la natura ha provato a riprendersi la città. Cioè, non ha mai smesso. E bisogna riconoscere che ci riesce abbastanza bene, con Virgy che le dà una mano da tre anni ormai. E poi colpiscono i manifesti, sui cartelloni, sui muri, lisi, strappati, sbiaditi, che riportano eventi lontani, passati, abortiti.

Gente in giro si, ma non tanta. Solito andamento del traffico tendente all’anarchico, solite macchine in doppia fila, soliti ciclisti  e motorini che passano con il rosso. Che poi prima si poteva avere fretta, ma adesso?

Chi era stronzo è rimasto stronzo, chi non lo era si spera che non lo sarà mai.

E questo in generale vale per tutte le aspettative che l’emergenza sanitaria ha generato in questi due mesi e passa. Non mi sembra che a livello collettivo sia maturata, o sia divenuta patrimonio comune, l’esigenza di un modello di sviluppo diverso, di una maggiore cura per il pianeta, per la salute pubblica, per chi è rimasto indietro, per chi è povero. Chi aveva già questa sensibilità magari l’avrà accresciuta, nella consapevolezza che nessuno si salva da solo, chi non ce l’aveva prima si sarà sempre più convinto che ciascuno basta a sé stesso, e gli altri si fottano.

Per non parlare del clima politico, del dibattito politico. Sempre, immutabilmente, desolatamente uguale. Una classe politica specchio fedele del Paese che l’ha espressa, ci fosse qualcuno capace di indicare concretamente una strada diversa per evitare gli errori del passato. Quegli errori che hanno chiesto il conto tutti in una volta, da febbraio ad ora e per chissà quanto tempo ancora, stando così le cose. La demolizione della sanità pubblica, la mortificazione della scuola e della ricerca, lo smantellamento degli apparati dello Stato, la negazione dei diritti dei lavoratori e dei cittadini che versano in condizioni di difficoltà economiche. Con il volontariato a tappare quei buchi che chi ha creato ha lasciato lì a diventare voragini.

E poi l’effetto Actarus.

Vedi le persone, molte ma fortunatamente non tutte, con le mascherine, con i connotati nascosti. È una mia percezione distorta, ma mi appaiono come automi, come corpi senza anima, come ombre. La distanza che quel pezzo di stoffa mette tra te e l’altro mi appare abissale, a maggior ragione se poi negli occhi intravedi paura, diffidenza, angoscia. Ancor più mi appare insostenibile questa barriera fisica al pensiero di relazionarmi con persone che conosco, con persone a me care, con gli amici, che usualmente abbracciamo, tocchiamo, stringiamo. La prima sensazione è quella di fuggire da questa nuova realtà, e di volere tutto esattamente come prima, senza barriere, senza vincoli, senza preoccupazioni, senza surrogati, senza compromessi, aspettando il ritorno alla completa normalità. Poi magari ci facciamo l’abitudine, ma per ora non è così.

Un po’ di più che un post da strapazzo sui social

Un giorno forse mi verrà voglia di scrivere qualcosa di serio su questi due mesi surreali, su questo tempo duro, durissimo (ma non chiamatela guerra, grazie) che ci ha tenuto come sospesi e che ha sospeso pure la mia voglia di scrivere, di mettere in parole le sensazioni, i sentimenti, di capire meglio sé stessi semplicemente lasciando fluire i pensieri tra cervello e dita. Roba troppo grossa, per ora. Non è il tempo, ancora.

Forse per esorcizzare l’indeterminatezza della situazione ed essere più leggeri, quello strano mondo parallelo che sono i social ci hanno messi a durissima prova con quelle catene di San Zuckerberg su libri, canzoni, film. Ho fatto la mia parte, e mi scuso se ho coinvolto qualcuno che di catene e di santi proprio non vuol sentir parlare, e mi scuso pure se qualcuno moriva dalla voglia di essere coinvolto e me lo sono dimenticato. Per autocitarmi, si potrebbe davvero andare avanti all’infinito, co’ ‘ste cose.

Ciascuno di porta nel cuore i suoi libri e la sua musica e i suoi film, e nei socialgiochetti uno, appunto, ha giocato, magari provando ad associare il libro, la canzone, il film ad una o a più persone da coinvolgere nel cazzeggio. E quindi magari non sempre le scelte hanno riguardato i libri, le canzoni, i film per me fondamentalissimi.

Prediamo i film, ad esempio.

A ripensarci il primo film che ha lasciato in me una emozione profonda e che ancora mi suscita le stesse sensazioni ogni volta che lo vedo è Qualcuno volò sul nido del cuculo.

Non starò qua a fare il critico cinematografico, non ne sono capace. Ma le scene in cui Bromden rivela a McMurphy la sua normalità (“Li hai fregati tutti”), e poi Bromden che scappa via dopo aver liberato McMurphy sono, per me, poesia pura. C’è tutto, nel film: la ribellione contro il potere costituito, contro le ingiustizie, la paura del mondo, la forza del desiderio della libertà. Credo avessi quindici anni o giù di lì quando l’ho visto per la prima volta, da persona consapevole che si affaccia alla vita, e sono quelle cose che ti porti dentro, che entrano a far parte di te anche se non lo sai, ma stanno là, e quando meno te lo aspetti escono fuori e tu non puoi fare altro che prenderti quello che viene.

Prendiamo la musica, poi.

La musica fa parte della nostra vita, della mia vita (ne ho parlato qualche tempo fa qui), ascoltare musica è come respirare, credo per molti di noi. Ovvio che da bambini, da preadolescenti, qualcosa ti arriva. Inizi a condividere con i compagni delle elementari, o delle medie, qualcosa che senti in giro, per radio (sempre accesa a casa nostra), o che so, a Sanremo, e poi a DeeJay Television. A 12 anni avevo una passione smodata per Vasco Rossi e Billy Idol, dopo aver già assaggiato The Knack, I Police, i Man at Work, i Dire Straits. Avevo iniziato a far entrare Bruce Springsteen dentro la mia vita (e avrebbe scavato molto, tanto a fondo, ma questa è un’altra storia) Ma quello che mi ha fulminato in quella fantastica estate del 1985 e che ha segnato l’evoluzione dei miei gusti in fatto di musica è stato questo.

Dopo aver ascoltato l’assolo di Jimmy Page, e la batteria di John Bonham, nulla è stato come prima.

Sui libri magari ci torno.

Intanto ecco qui, magari la voglia di scrivere è tornata, magari no. Forse è solo la necessità di prendersi un po’ di tempo per sé.

Due

Di sardine, di movimenti, di boh!

E giunse il giorno delle sardine romane. Che poi a Roma si portano l’alici, ma va bene uguale.

Sia chiaro, a me le sardine piacciono, in tutte le salse. Da un punto di vista gastronomico e politico. Mi sono trovato per caso a Bologna, in Piazza Maggiore, la sera in cui tutto è cominciato. Ho cantato e ballato con loro, impossibile rimanere zitto e fermo. Impossibile non condividere il loro manifesto. Contro i populismi, l’odio, la menzogna. Contro la Lega. E in effetti quella sera di novembre a Piazza Maggiore si era mobilitato spontaneamente un popolo, in opposizione al raduno della Lega al Paladozza, segnando l’inizio della campagna elettorale per le elezioni regionali dell’Emilia Romagna. Da qui poi il movimento ha iniziato ad estendersi in tutto il paese, in altre città europee e non solo. Va tutto benissimo. In questo periodo storico che dura da troppo ormai, nel quale noi di sinistra ci troviamo smarriti, senza punti di riferimento, senza una classe dirigente degna di fiducia,  il solo fatto di ritrovarsi in piazza viene vissuto sempre come una boccata d’ossigeno. Come fu per i girotondi, il popolo viola, e altri movimenti che hanno animato stagioni (purtroppo) brevissime a sinistra.

Il problema è proprio questo. Che fine fanno questi movimenti? É quello di cui si ha effettivamente bisogno, a sinistra? Personalmente non riesco a capire fino in fondo il passaggio dalla dimensione regionale dell’Emilia Romagna a quella nazionale. Può bastare il fatto che, in una regione importantissima, ci si mobiliti per opporsi all’avanzata della Lega, sostanzialmente  al grido di #BolognaNonSiLega, #NonAbbocchiamo., senza un programma politico (c’è quello della coalizione che sostiene Bonaccini, nel caso), semplicemente dicendo che c’è bisogno di modi diversi di agire, di confrontarsi. E fermo restando che di mettere da parte l’odio, i populismi, ricordando il valore della democrazia e della Costituzione, c’è sempre bisogno, vedo il rischio, al livello nazionale, di un equivoco di fondo. Al netto del tentativo di molti di mettere il cappello sulle sardine, o meglio di inscatolarle dentro qualche contenitore politico (e al netto delle ingenuità nella comunicazione che hanno dato adito alle polemiche sulla presenza o meno in piazza di Casapound), credo che tante tra le persone che sono già scese in piazza con loro, e di quelle che saranno in piazza oggi a Roma, coltivino da anni una totale sfiducia nella classe dirigente della sinistra, del centrosinistra, di tutto quello che si è mosso in quel campo a partire da anni e anni fa, per non aver saputo rappresentare un argine alla legalizzazione del precariato, alla perdita di valore dei salari, alla continua sottrazione di diritti a danno dei lavoratori, all’idea di una Europa matrigna buona solo ad imporre politiche di austerity, alla mancanza di protezione dell’ambiente, all’impossibilità di accedere alla sanità pubblica, ad una casa popolare, allo studio. Insomma, non vedo una critica a tutto questo, non vedo all’orizzonte, per il movimento delle sardine, la voglia, il desiderio, la necessità di mettere in discussione tutti i paradigmi sbagliati che hanno portato la sinistra, il centrosinistra, a perdere il consenso di fasce sempre più larghe di elettori.  Ecco, vorrei che una delle grida di battaglia di un nascente movimento, non necessariamente quello delle sardine,  fosse #conquestinonvinceremomai (ricordate Nanni Moretti?) e #conquesteideenonvinceremomai. Quindi bene farsi portatori di valori di semplice civiltà nel dibattito pubblico, di ribadire la fedeltà alla Costituzione, alla Resistenza, all’antifascismo. Ma i nodi da sciogliere stanno tutti là, aggrovigliati come non mai, e non vede all’orizzonte qualcuno o qualcosa capace di scioglierli. Magari anche le sardine non sono nate per questo, dopotutto.

Buona piazza a tutte e a tutti, da domani si ricomincia.

 

 

Consigli di lettura

Due romanzi di Colson Whitehead che parlano di razzismo, nell’America di qualche anno fa e di qualche secolo fa. Che parlano di sistema rieducativo, di colonialismo, ma anche di redenzione e resilienza. Di resistenza e ribellione. Di orgoglio. Di solidarietà tra esseri umani che lottano per sopravvivere. Storie antiche che ci parlano anche dell’oggi, un oggi che sembra aver dimenticato le lezioni della storia e ripropone fantasmi mai scacciati via definitivamente, grazie soprattutto achi su questi fantasmi ci ha costruito intere carriere politiche.

Leggete, poi mi dite.

Me, myself and I

 

(Eye of the beholder, Metallica, 1988).

Per dire che esisto solo io.
Renzi.
Matteo.
Come l’altro.
Sull’abilita politica nulla da dire.
A uno che passa nel giro di pochi mesi dall’oblio ad essere di nuovo ago della bilancia che gli vuoi dire.

Sul cinismo, il trasformismo, il menefreghismo, la spregiudicatezza, la falsità, l’immoralità,l’io sono io e voi nun siete un cazzo, avoja.

Il governo nelle sue mani. Staccherà la spina prima della fine della legislatura, dopo mesi e mesi di logoramento che seguiranno ad una prima fase di calma apparente.
Giusto il tempo di mettere in risalto il fallimento dell’asse PD-M5S.
E a quel punto sarà Matteo contro Matteo.

E invocherà la ragione di stato, la democrazia, il pericolo dei fascisti, l’animadeimejo.

Renzi che pensa al destino degli italiani, del Paese?
No.
Solo le ambizioni di un uomo dall’ego smisurato.
Matteo come Matteo.

Che vomito.

Il Governo della Grande Catarsi (e del grande silenzio)

O dell’abiura. Fate voi.

Se davvero deve farsi il governo PD-M5S-Quellocherestadellasinistra, allora occorre azzerare tutto. Bene chiedere l’abolizione immediata dei due decreti sicurezza, della legge sulla legittima difesa, bene la discussione sul taglio dei parlamentari, bene i 5 e 10 punti, ma contemporaneamente occorre farla finita con jobs-act, buona scuola e cose del genere.  Voglio dire che, se davvero si vuole dare seguito alle tanto sbandierate buone intenzioni, che per ora sono solo tali, occorre presentarsi davanti agli italiani, chiedere scusa per le minchiate fatte in tempi recenti e meno recenti da ambo le parti, e utilizzare paradigmi nuovi e per certi versi inesplorati.

C’è una crisi ambientale e climatica  nel pianeta? Allora occorrono soluzioni forti, adesione totale ai protocolli riduzione di tutto ciò che nuoce al pianeta, investimenti su rinnovabili, packaging sostenibile, stop plastica, le lobby e alle multinazionali se ne facessero una ragione. C’è una problema migratorio legato alla crisi climatica che porterà milioni di persone a fuggire dai loro Paesi? Il mondo se ne faccia carico, l’Europa detti la linea e l’Italia giochi un ruolo di rinnovata leadership nel vecchio continente, proponendo da subito la modifica del trattato di Dublino e proponendo una modalità differente di  gestione dell’accoglienza sia per motivi umanitari sia per chi si muove dall’Africa, dall’Asia, dalle Americhe verso il nostro continente semplicemente per cercare una vita migliore. Come fare?  Personalmente sono profondamente convinto del fatto che le persone, ovunque esse nascano, debbano avere la libertà di muoversi per tutto il pianeta a loro piacimento, a maggior ragione se vivono in Paesi dove sono perseguitati o discriminati per idee, religione, orientamenti sessuali. Ma al di là dei casi che si presterebbero al riconoscimento di rifugiato politico, credo che ogni uomo e ogni donna abbia il diritto di poter cercare la propria felicità ovunque nel mondo, al pari di ciò che accade a noi che dopotutto abbiamo sola la fortuna di essere nati nella parte ricca del globo, e che in forza di questa botta di culo possiamo sostanzialmente decidere di vivere e lavorare e mettere su famiglia dove vogliamo, o quantomeno abbiamo la possibilità almeno di provarci. Fatta questa premessa, occorre però anche rendersi conto che una buona parte di chi va via dal proprio paese in Africa, in Asia, in America e prova a raggiungere l’Italia o l’Europa lo fa, quando non perseguitato, per provare a migliorare la propria condizione economica e che quindi potrebbe essere interessato a vivere lontano dalla sua terra per periodi di tempo più o meno brevi, magari stagionali.

Parlando con un amico senegalese che ho conosciuto grazie al Baobab, lui mi diceva: sai, non è che tutti quelli di noi che partono vogliono vivere per sempre in Italia, o in Europa. Andrebbe più che bene venire per lavorare qualche mese, e con quei soldi guadagnati potremmo far studiare i figli, vivere dignitosamente, e soprattutto stare nella nostra terra. E allora una soluzione potrebbe essere, ad esempio, quella di aprire dei canali legali per l’ingresso di lavoratori stagionali nell’agricoltura, nel turismo, da Nord a Sud dello stivale, tramite accordi con i paesi di origine coinvolgendo le istituzioni, le associazioni di categoria, i datori di lavoro, i sindacati. Un circolo virtuoso nel quale inserire case dignitose ad affitti concordati, trasparenti e contrattualizzati, salari che rispondono ai CCNL di settore, zero lavoro in nero. Un modo per sconfiggere il caporalato, la schiavitù, la concorrenza sleale di chi fa produzione abbassando i livelli salariali, azzerando i diritti, sfruttando uomini e donne, evadendo il fisco. Per provare ad interrompere la filiera dello sfruttamento che arricchisce la grande distribuzione e affama i braccianti. E anche un modo per evitare le traversate nel deserto, i campi lager, gli aguzzini libici, gli scafisti, i morti in mare. A proposito di morti in mare, altra soluzione da proporre è quella di finanziare nuovamente missioni europee di pattugliamento e soccorso nel Mediterraneo, con annesse modifiche al regolamento di Dublino e contestuale definizione di un sano principio di ripartizione tra i paesi che si rendono disponibili ad accogliere i migranti. Cambiare paradigma vuol dire smetterla di attaccare le istituzioni europee e gli altri paesi, in una continua prova muscolare che piace ai fan ma che non risolve uno straccio di problema. Si ha la volontà di fare questo? Allora ha un senso provare a mettere su un nuovo governo.

In generale, va affrontata a livello planetario la necessità non più eludibile di pensare ad nuovo modello di sviluppo economico. Quel’è la strada? Ce la indica Mariana Mazzuccato, economista, in questa intervista. Il rischio che si corre, altrimenti, “è quello di una nuova ondata di fascismo, perché gli effetti di scelte economiche sbagliate si misurano non solo sul Prodotto interno lordo, ma soprattutto sulla società”.

Cosa servirebbe al nostro Paese? Investimenti. Pubblici e privati. Ma soprattutto pubblici. In infrastrutture davvero utili, all’interno di un piano generale dei trasporti che traguardi un orizzonte di trent’anni almeno. Mobilità integrata nelle aree metropolitane, nuova cura del ferro, finire le opere già in corso di realizzazione (ahimè non ha più senso, oggi, bloccare la Torino-Lione) e finanziare molti progetti che già ci sono, rivisitati e adeguati ad esigenze di sostenibilità e una attenzione particolare al Sud, che ancora oggi soffre di carenze di collegamenti che rendono difficile valorizzare come si deve le bellezze naturali, le eccellenze enogastronomiche, il patrimonio culturale del nostro meridione. Investimenti pubblici in edilizia scolastica, edilizia carceraria, edilizia sanitaria. A proposito di sanità, ribaltare il modello della Regione Lazio, basta soldi ai privati, perché le eccellenze del Gemelli o del Campus Biomedico Universitario non debbono essere realizzate in strutture pubbliche al 100%? Sanità accessibile a tutti, assunzione di medici, azzeramento delle liste di attesa, non è concepibile che ai nostri tempi ci siano intere fasce della popolazione che non hanno accesso a cure mediche in tempi rapidi, salvo doversi rivolgere al privato, se hai i denari ti curi, se non ne hai crepi.

Investimenti nella scuola (stabilizzazione dei precari meritevoli, basta con i presidi manager, messa in sicurezza di tutti gli edifici scolastici), investimenti nella ricerca da portare a percentuali sul PIL ai livelli europei, investimenti sull’Università, debellare le baronie e i potentati che tarpano le ali ai giovani ricercatori e agli aspiranti docenti, basta applicare il modello di uno qualsiasi di Paese come Olanda, Germania, Francia, Inghilterra.

Redistribuzione delle ricchezze mediante un welfare che garantisca assistenza e opportunità per tutti coloro che sono in difficoltà, sostegno alle famiglie, tutte le famiglie, alle giovani coppie, tutte le coppie, ai ragazzi in cerca di una casa, lotta alle disuguaglianze che sono la vera miccia del conflitto tra ultimi e penultimi.

Reintroduzione dell’IMU sulla prima casa per finanziare un grande piano nazionale di edilizia popolare di qualità. Nel frattempo stop agli sgomberi, con la sola eccezione di Casapound perché i fascisti non devono avere alcuno spazio di parola e di agibilità democratica.

Revisione della legge Fornero per tener conto di lavori usuranti, dei lavoratori precoci, di chi ha avuto discontinuità retributive, delle lavoratrici impegnate nel doppio lavoro in casa e fuori casa.

Impegno serio, serissimo, sul fronte della sicurezza sul lavoro, introducendo finalmente la patente a punti per le imprese e parallelamente assumere un numero congruo di personale qualificato che faccia controlli serrati sui posti di lavoro.

Lotta senza quartieri al lavoro nero, prima fonte di insicurezza, allo sfruttamento, al caporalato, alla riduzione in schiavitù, al precariato legalizzato, applicando i CCNL e approvando una legge sulla rappresentanza che metta fuori gioco pseudo-associazioni sindacali che d’accordo coi padroni firmano contratti capestro che non fanno altro che favorire dumping salariale e sfruttamento dei lavoratori.

Lotta all’evasione fiscale. Basta, basta, basta ai condoni, ai rientri dei capitali, ai ravvedimenti farlocchi, ai premi ai furbetti, e chi ha sempre pagato paga sempre tutto, senza sconti.

Lotta alla criminalità organizzata, alla mafia, alla camorra, alla ndrangheta, alla Sacra Corona Unita e a tutte le mafie che agiscono sul territorio, spezzando il filo che unisce politica, impresa, malavita.

Dove si trovano i soldi per fare tutto questo? Si fa deficit. Punto. I vincoli, i parametri, nella loro rigidità, provocano solo austerità. L’abbiamo già provato. Occorre imporre all’Europa un cambio di registro, ma non con le cannonate e con l’insulto continuo, ma con la forza della ragione.

Qualcosa ho dimenticato, ma credo che il senso delle mie parole sia arrivato forte e chiaro.

A corollario di tutto, credo che siano necessarie altre due condizioni: una la indica Gad Lerner nel suo articolo di ieri: il PD, e aggiungo M5S e Quellocherestadellasinsitra, evitino di partecipare direttamente al nascente governo con loro uomini, donne, parlamentari, ma indichino nomi di personalità d’area. Non un governo tecnico, sia chiaro, ma personalità non immediatamente riconducibili ai partiti facenti parte del governo.

La seconda è il silenzio. Basta esternazioni via TV, Radio, Social. Basta parlare, soprattutto basta scontri. Ci vorrà del tempo per far scemare il livello di polemiche, di insulti che i due maggiori contraenti di questo nuovo patto governativo si sono scambiati reciprocamente in questi anni. Chi avrà responsabilità di governo, chi sosterrà in Parlamento questa nuova maggioranza, abbia la decenza di tacere ed eviti di segare quotidianamente il ramo sul quale è seduto.

Ad ogni modo, di tutto quanto accaduto in queste settimane, due cose mi hanno colpito maggiormente. La capacità di Salvini di dilapidare una forza che sembrava inattaccabile. E’ quello che succede a chi è troppo sicuro di sé, ma occhio che l’uomo non è sconfitto, e soprattutto non è sconfitto l’odio che a seminato nel paese in questi anni. E comunque diffidare sempre da chi chiede per sé pieni poteri, come Mussolini all’indomani della marcia su Roma.

Al seconda è Renzi. Il fatto che sia assurto a salvatore dei destini della patria mi dà alquanto fastidio, non per la cosa in sé, ovvio, ma perché non riconosco all’uomo alcuna della capacità che tanti, troppi, continuano ad attribuirgli anche in queste ore. Resta, a mio avviso, un arrogante, spocchioso, opportunista che in questa fase ha solo intravisto il modo di continuare a contare sulla scena politica nazionale. Se fosse stato un uomo che teneva alle sorti della nazione, non sarebbe stato a mangiare popcorn fino a dieci giorni fa.

Vabbè, io ho finito, chiudo il libro dei sogni e torno alla dura realtà. Spero solo che ciò che si sta provando faticosamente a costruire in queste ore non si trasformi nell’ennesima occasione persa per rendere il nostro Paese, il Mondo in cui viviamo, un posto migliore.

 

 

Carnaio (leggetelo subito)

Carnaio di Giulio Cavalli è un libro tanto piu assurdo, formalmente irreale, onirico quanto più invece capace come nessun altro romanzo uscito di questi tempi, credo, di interpretare l’evoluzione, anzi l’abisso verso il quale si rischia di precipitare oggi e nell’immediato futuro nel nostro paese, nel nostro continente, nell’intero globo.
Lungi dal voler esprimere qualsiasi tipo di critica prettamente letteraria, non ne sarei capace nemmeno se mi ci mettessi con impegno, di Giulio colpisce la prosa, quei periodi lunghi, lunghissimi, righe e righe e righe scritte senza mettere un punto, a testimoniare l’urgenza di raccontare, precipitevolissimevolmente, quello che hanno in testa i personaggi. Uno stream of consciousness dei tempi nostri, l’emergenza di lasciar fluire il non detto, il non espresso, il bello e l’orrendo che c’è dentro ognuno di noi.
E poi la trama, geniale. Non starò qui a raccontarvi nulla, leggetelo e basta.
Sarete colpiti ogni volta da come, pagina dopo pagina, si raggiunga sempre di più l’abisso, il nero più nero, anche dove sembrava che il buio totale fosse già diventato patrimonio comune. E lascia attoniti la banalità con la quale si sprofonda, quella banalità del male che parla a ciascuno di noi, che ci riguarda più di quanto non vogliamo ammettere a noi stessi. Giulio ci illustra alla perfezione i meccanismi che stiamo imparando a conoscere in questo tempo, quello che appariva assurdo fino ad un minuto prima non lo è più un minuto dopo, tutto diventa accettabile, in una escalation che lascia sempre più attoniti, in nome della paura, in nome della rivalsa su chi si ti ha sputato in faccia, sulla vita, su chi si è sempre sentito moralmente superiore, sulla religione, in nome del profitto, in nome della mistificazione, in nome del diritto supremo all’autodeterminazione, in nome della supremazia del saper fare sul far sapere. Queste le caratteristiche dei personaggi che Giulio dipinge uno ad uno, e sono talmente reali da far paura perché fanno gli stessi ragionamenti che fanno potenzialmente il nostro vicino di scrivania in ufficio, il salumiere, il medico, il poliziotto, il sindaco, il prossimo nostro. Giulio ci mette in guardia anche su come può finire tutto in tempi rapidissimi (e in tempi rapidissimi il libro finisce, puff, in un capitolo tra i più brevi, come a collegare l’esito letterario della sua storia con la fine della materia cartacea, non so se la cosa sia voluta), quando gli anticorpi che hai voluto mettere in circolo per difenderti da quelli finiscono per distruggere tutto.
E a quel punto, solo a quel punto, torna la quiete.
Grazie, Giulio Cavalli.

 

Cronache da Casal Bruciato

Esserci oggi, a via Satta, a Casal Bruciato, era troppo importante.

Per sancire i principi di umanità, di solidarietà, di democrazia, di legalità. Per far capire ai fascisti che, davvero, devono smetterla di impossessarsi di periferie nelle quali non vivono e che utilizzano solo per fomentare odio nei confronti delle minoranze, sempre forti coi deboli, i vigliacchi. Per far capire ai cittadini di quei quartieri che esiste davvero chi vuole dar loro una mano, oggi, e che in qualche forma l’ha fatto, fino ad oggi. E, non ultimo, per testimoniare alla famiglia rom vittima di violenze indicibili tutto il sostegno e la vicinanza possibile.

Appena arrivo a via Satta incontro Daniele Leppe, manco a farlo apposta, e mi viene istintivo andare a salutarlo e ringraziarlo. Daniele si schernisce, fa il modesto ma davvero credo che attualmente, a Roma, non ci sia nessuno nel nostro campo che come lui riesce a testimoniare l’impegno per salvaguardare, proteggere, difendere i diritti degli ultimi. Chiunque essi siano, senza distinzione alcuna. Ecco, lo dico, ma io Daniele Leppe lo vorrei Sindaco di Roma. E altro segno del destino è che con Daniele ci sia Andrea Costa, con il quale e con tutti gli amici del  Baobab sto facendo un pezzetto di strada in questi tempi.

Tempo qualche minuto è c’è una contestazione al PD. Più che al PD se la prendono con Matteo Orfini, perché del PD ci sono molti altri rappresentanti, più o meno noti ai cittadini, ma nessuno li contesta. “Fuori il PD dalla piazza”, urlano, e in effetti ad urlare sono pochi ragazzi, tutti abbastanza giovani, e la situazione è abbastanza surreale perché, come ho avuto modo di commentare a caldo appena assistito al diverbio,

Dovremmo anna’ a mena’ quelli di Casapound invece riusciamo a litiga’ tra di noi pure quando si fanno battaglie su questioni sacrosante come la dignità delle persone e l’antifascismo.

Per lo meno oggi che quelli di Casapound stavano là, a due passi. Che poi chiarisco pure il concetto di “menà”, che non è picchiare come fanno loro, ma contestare, anche mettendoci il corpo, la presenza fisica, il loro modo ignobile di fare politica. Tra gli interventi che ascoltavo mi ha colpito quello di un ragazzo, giovane padre che diceva di vivere a poca distanza da lì, a Casal Bertone, che diceva più o meno questo: noi non sappiamo menare, se andiamo di là ci riempiono di mazzate perché quello della violenza è il solo linguaggio che conoscono, insieme con quello della vigliaccheria, ma noi dobbiamo rivendicare la nostra diversità, la nostra umanità, perché non siamo come loro, non andiamo in giro ad insultare donne, a terrorizzare bambini. E chiedeva agli abitanti dei palazzi di Via Satta di manifestare insieme, perché anche loro, i cittadini che vivono in quelle case, non sono così.

Tornando a Orfini, ho apprezzato umanamente il suo coraggio nell’affrontare la piazza e i contestatori, ma da un punto di vista politico l’ennesimo disastro. Per carità, tutti hanno il diritto di stare in piazza, a maggior ragione in una manifestazione come quella di oggi. Però Orfini si chieda come mai, al di là delle contestazioni odierne, ci siano questi atteggiamenti ostili nei suoi particolari confronti e nei confronti del suo partito. E si chieda se ritiene davvero sufficiente chiedere scusa per aver abbandonato le periferie senza che si sia fatta una seria autocritica sul perché il PD, e la sinistra nella sua quasi interezza, abbia negli anni abbandonato a loro stessi e alle incursioni della destra più becera e neofascista le periferie di Roma e non solo. Ecco, nonostante il suo “coraggio” credo che egli sia il simbolo del PD che semplicemente in questi anni ha deciso di rappresentare altre istanze, perché non aveva più interesse a farsi portatore delle voci, dei problemi, delle storie che venivano da quei territori. Ne tragga le conseguenze politiche e si tolga di mezzo, per come la vedo io.

Come dicevo il PD è in buona  compagnia, a sinistra sono davvero poche le persone e le realtà associative che in questi anni hanno provato a resistere in quei luoghi, però ci sono, ci sono state, e averle relegate a fenomeni di nicchia, estremisti da centri sociali, ha fatto si che da un lato si abbandonassero i territori, dall’altro si scavassero solchi sempre più profondi tra persone che per molto tempo sono state dalla stessa parte della barricata. Ascoltavo le conversazioni tra compagni, persone presenti alla manifestazione, e tutti concordavano sulla necessità di stare in quelle piazze non solo oggi, ma in maniera continuativa per dare nuova credibilità alla sinistra che vuol rappresentare quelle realtà e sottrarre così terreno e consensi ai fascisti. Il problema è come fare a risultare credibili se gli hai voltato le spalle per tanto, troppo tempo. Non sarà facile, ma questa è la sfida: riconnettersi con chi vive condizioni di disagio, con chi ha paura del presente e ancora di più del futuro, con chi spera di vedere migliorata la vita propria, quella dei figli, quella dei nipoti.

La posta in gioco

Non è la prima volta che ne parlo, ma forse è il caso di chiarire sempre meglio, prima  di tutto a me stesso,  la posta in gioco alla prossime elezioni europee e, nel caso in cui il governo non dovesse durare troppissimo (anche oggi i due vicepremier se le sono menate di santa ragione, vai a vedere se per finta o meno, ma quest’è), alle prossime elezioni politiche che si svolgeranno nel nostro Paese in un futuro forse non troppo lontano.

Piccola digressione prima di continuare il mio modestissimo ragionamento. Quanto durerà il governo nessuno lo sa. Forse non tanto quanto sarebbe necessario per far capire agli italiani il significato del disastro che si sta perpetrando dal punto di vista economico, sulle spalle dei più deboli che di più pagheranno le scelte scellerate in campo economico. La narrazione della ripresa che c’è ma che in realtà NON c’è può anche durare per qualche mese, ma come fu per Renzi alla fine i conti NON tornato e le persone che vivono in condizioni di disagio economiche, o che semplicemente vedono che le promesse mirabolanti del governo di turno non sono state mantenute,  ti abbandonano davanti alla realtà delle tasche vuote o dei sogni infranti. Renzi ci ha messo due anni a passare dal 40% al 20%, inanellando nel frattempo batoste elettorali su batoste elettorali. Spero che succeda lo stesso con la Lega, per la quale si annuncia un exploit alle Europee e che potrebbe cavalcare l’onda lunga del successo per andare al voto anche in Italia. Ma se, come dicevo, ci sarà invece il tempo di far toccare con mano agli italiani il fallimento delle politiche economiche messe in atto dal presente governo,  non so se questo basterà a far cambiare idea agli italiani su Salvini perché ahinoi sta facendo leva sui sentimenti peggiori degli italiani. Sta alimentando la paura, che a sua volta genera altra paura, genera odio, genera richiesta di misure forti, e temo che per scardinare questa narrazione e nel contempo provocare una reazione civica e razionale nella testa degli elettori ci vorrà un po’ di tempo.

Per tornare al tema di fondo delle mie riflessioni, la settimana scorsa grande scandalo per la visita di Salvini in Ungheria, con tanto di foto trucissime dei due nazi che scrutano l’orizzonte da una torretta messa lì a sorvegliare il muro che divide l’Ungheria dalla civiltà.
Mi sarei un po’ stancato di sentire chi, non senza torto, ci mancherebbe, sta lì a menarsela sulla contraddizione insita nell’alleanza Paesi-di-Visegrad-Salvini. Contraddizione evidente nell’assoluta mancanza di volontà dei Paesi del blocco dell’est di farsi carico della ripartizione dei migranti in Europa, o dei neo-nazionalisti di non fare alcuno sconto all’Italia in tema di rispetto dei vincoli macrofinanziari imposti ai conti pubblici dalla UE. Ecco, mi sono stufato perché deve essere chiaro che Salvini della ripartizione in Europa dei migranti semplicemente se ne fotte. Il suo modello è Orban punto. Nel senso che, semplicemente, il fenomeno delle migrazioni si risolvono non facendo entrare più nessuno, e difendendo i confini con il filo spinato, e se serve con l’esercito, le motovedette che sparano ai barconi. E tutto ciò dovrebbe diventare possibile, nel disegno del nazionalista nostrano, dopo il 26 maggio con la fine dell’Europa.

Idem per le questioni inerenti i conti. Salvini, in questo sostenuto al 100% dai suoi servi scemi di M5S,  non ha alcun problema a sostenere misure economiche in debito e in deficit, dicendo che non pagherà i debiti. Perché è esattamente quello che farebbe se vincessero i sovranisti-nazionalisti-neonazisti il 26 maggio. Nazionalismo, del resto, che significa? Pensare la proprio stato, ai propri interessi, quindi basta con l’Europa dei vincoli, dei conti in ordine, basta Europa proprio. Questo è il progetto, inutile girarci troppo intorno. E guardate che queste posizioni, in fondo, sono condivise dai suoi elettori. Io ahimè ne ho un po’ intorno ogni giorno, e queste tesi sostengono. I debiti non si pagano, e non è mai morto nessuno. La moneta unica è una aberrazione, un non-senso economico e finanziario. Viva il protezionismo, viva i dazi, viva l’autarchia, viva la Nazione isolata dal resto del mondo. Padroni a casa nostra. Leggete Bagnai, il vero ideologo della Lega in campo economico, e poi ditemi.

Tornando al tema dei migranti, Salvini non si fa alcun problema ad attaccare Papa Francesco per le sue prese di posizione a favore dei migranti, proclamando la sua fedeltà a Ratzinger, a quanto pare ben imboccato da Bannon in persona, in linea con i conservatori più conservatori e razzisti e retrogradi degli USA, sostenuti dai lobbysti delle armi e dai guerrafondai a stelle e strisce. Questo rischia di diventare il nostro Paese, una sorta di USA con le pezze al culo, senza alcuna forza economica autonoma, preda dell’egemonia cinese o russa, a seconda di chi offrirà di più per comprare i migliori asset del paese.

E in vista delle elezioni europee quello che mi sorprende è la possibilità che il PPE prenda in considerazione l’idea di trattare con questa roba, anziché proseguire nell’espulsione e nell’allontanamento di Orban e dei suoi sodali. Me la vedo la Merkel trattare con Salvini, Le Pen, Orban e compagnia bella.

Quindi il 26 maggio tutta questa roba va fermata. A tutti i costi.

Va fermato l’inganno messo in campo da Salvini, che distrae le masse con la sicurezza, Fazio, i migranti, la castrazione chimica, i grembiuli a scuola. Mentre il suo disegno è la disgregazione dell’Unione Europea. Addio Spinelli, addio Ventotene.