Archivi autore: Raffaele

Me, myself and I

 

(Eye of the beholder, Metallica, 1988).

Per dire che esisto solo io.
Renzi.
Matteo.
Come l’altro.
Sull’abilita politica nulla da dire.
A uno che passa nel giro di pochi mesi dall’oblio ad essere di nuovo ago della bilancia che gli vuoi dire.

Sul cinismo, il trasformismo, il menefreghismo, la spregiudicatezza, la falsità, l’immoralità,l’io sono io e voi nun siete un cazzo, avoja.

Il governo nelle sue mani. Staccherà la spina prima della fine della legislatura, dopo mesi e mesi di logoramento che seguiranno ad una prima fase di calma apparente.
Giusto il tempo di mettere in risalto il fallimento dell’asse PD-M5S.
E a quel punto sarà Matteo contro Matteo.

E invocherà la ragione di stato, la democrazia, il pericolo dei fascisti, l’animadeimejo.

Renzi che pensa al destino degli italiani, del Paese?
No.
Solo le ambizioni di un uomo dall’ego smisurato.
Matteo come Matteo.

Che vomito.

Il Governo della Grande Catarsi (e del grande silenzio)

O dell’abiura. Fate voi.

Se davvero deve farsi il governo PD-M5S-Quellocherestadellasinistra, allora occorre azzerare tutto. Bene chiedere l’abolizione immediata dei due decreti sicurezza, della legge sulla legittima difesa, bene la discussione sul taglio dei parlamentari, bene i 5 e 10 punti, ma contemporaneamente occorre farla finita con jobs-act, buona scuola e cose del genere.  Voglio dire che, se davvero si vuole dare seguito alle tanto sbandierate buone intenzioni, che per ora sono solo tali, occorre presentarsi davanti agli italiani, chiedere scusa per le minchiate fatte in tempi recenti e meno recenti da ambo le parti, e utilizzare paradigmi nuovi e per certi versi inesplorati.

C’è una crisi ambientale e climatica  nel pianeta? Allora occorrono soluzioni forti, adesione totale ai protocolli riduzione di tutto ciò che nuoce al pianeta, investimenti su rinnovabili, packaging sostenibile, stop plastica, le lobby e alle multinazionali se ne facessero una ragione. C’è una problema migratorio legato alla crisi climatica che porterà milioni di persone a fuggire dai loro Paesi? Il mondo se ne faccia carico, l’Europa detti la linea e l’Italia giochi un ruolo di rinnovata leadership nel vecchio continente, proponendo da subito la modifica del trattato di Dublino e proponendo una modalità differente di  gestione dell’accoglienza sia per motivi umanitari sia per chi si muove dall’Africa, dall’Asia, dalle Americhe verso il nostro continente semplicemente per cercare una vita migliore. Come fare?  Personalmente sono profondamente convinto del fatto che le persone, ovunque esse nascano, debbano avere la libertà di muoversi per tutto il pianeta a loro piacimento, a maggior ragione se vivono in Paesi dove sono perseguitati o discriminati per idee, religione, orientamenti sessuali. Ma al di là dei casi che si presterebbero al riconoscimento di rifugiato politico, credo che ogni uomo e ogni donna abbia il diritto di poter cercare la propria felicità ovunque nel mondo, al pari di ciò che accade a noi che dopotutto abbiamo sola la fortuna di essere nati nella parte ricca del globo, e che in forza di questa botta di culo possiamo sostanzialmente decidere di vivere e lavorare e mettere su famiglia dove vogliamo, o quantomeno abbiamo la possibilità almeno di provarci. Fatta questa premessa, occorre però anche rendersi conto che una buona parte di chi va via dal proprio paese in Africa, in Asia, in America e prova a raggiungere l’Italia o l’Europa lo fa, quando non perseguitato, per provare a migliorare la propria condizione economica e che quindi potrebbe essere interessato a vivere lontano dalla sua terra per periodi di tempo più o meno brevi, magari stagionali.

Parlando con un amico senegalese che ho conosciuto grazie al Baobab, lui mi diceva: sai, non è che tutti quelli di noi che partono vogliono vivere per sempre in Italia, o in Europa. Andrebbe più che bene venire per lavorare qualche mese, e con quei soldi guadagnati potremmo far studiare i figli, vivere dignitosamente, e soprattutto stare nella nostra terra. E allora una soluzione potrebbe essere, ad esempio, quella di aprire dei canali legali per l’ingresso di lavoratori stagionali nell’agricoltura, nel turismo, da Nord a Sud dello stivale, tramite accordi con i paesi di origine coinvolgendo le istituzioni, le associazioni di categoria, i datori di lavoro, i sindacati. Un circolo virtuoso nel quale inserire case dignitose ad affitti concordati, trasparenti e contrattualizzati, salari che rispondono ai CCNL di settore, zero lavoro in nero. Un modo per sconfiggere il caporalato, la schiavitù, la concorrenza sleale di chi fa produzione abbassando i livelli salariali, azzerando i diritti, sfruttando uomini e donne, evadendo il fisco. Per provare ad interrompere la filiera dello sfruttamento che arricchisce la grande distribuzione e affama i braccianti. E anche un modo per evitare le traversate nel deserto, i campi lager, gli aguzzini libici, gli scafisti, i morti in mare. A proposito di morti in mare, altra soluzione da proporre è quella di finanziare nuovamente missioni europee di pattugliamento e soccorso nel Mediterraneo, con annesse modifiche al regolamento di Dublino e contestuale definizione di un sano principio di ripartizione tra i paesi che si rendono disponibili ad accogliere i migranti. Cambiare paradigma vuol dire smetterla di attaccare le istituzioni europee e gli altri paesi, in una continua prova muscolare che piace ai fan ma che non risolve uno straccio di problema. Si ha la volontà di fare questo? Allora ha un senso provare a mettere su un nuovo governo.

In generale, va affrontata a livello planetario la necessità non più eludibile di pensare ad nuovo modello di sviluppo economico. Quel’è la strada? Ce la indica Mariana Mazzuccato, economista, in questa intervista. Il rischio che si corre, altrimenti, “è quello di una nuova ondata di fascismo, perché gli effetti di scelte economiche sbagliate si misurano non solo sul Prodotto interno lordo, ma soprattutto sulla società”.

Cosa servirebbe al nostro Paese? Investimenti. Pubblici e privati. Ma soprattutto pubblici. In infrastrutture davvero utili, all’interno di un piano generale dei trasporti che traguardi un orizzonte di trent’anni almeno. Mobilità integrata nelle aree metropolitane, nuova cura del ferro, finire le opere già in corso di realizzazione (ahimè non ha più senso, oggi, bloccare la Torino-Lione) e finanziare molti progetti che già ci sono, rivisitati e adeguati ad esigenze di sostenibilità e una attenzione particolare al Sud, che ancora oggi soffre di carenze di collegamenti che rendono difficile valorizzare come si deve le bellezze naturali, le eccellenze enogastronomiche, il patrimonio culturale del nostro meridione. Investimenti pubblici in edilizia scolastica, edilizia carceraria, edilizia sanitaria. A proposito di sanità, ribaltare il modello della Regione Lazio, basta soldi ai privati, perché le eccellenze del Gemelli o del Campus Biomedico Universitario non debbono essere realizzate in strutture pubbliche al 100%? Sanità accessibile a tutti, assunzione di medici, azzeramento delle liste di attesa, non è concepibile che ai nostri tempi ci siano intere fasce della popolazione che non hanno accesso a cure mediche in tempi rapidi, salvo doversi rivolgere al privato, se hai i denari ti curi, se non ne hai crepi.

Investimenti nella scuola (stabilizzazione dei precari meritevoli, basta con i presidi manager, messa in sicurezza di tutti gli edifici scolastici), investimenti nella ricerca da portare a percentuali sul PIL ai livelli europei, investimenti sull’Università, debellare le baronie e i potentati che tarpano le ali ai giovani ricercatori e agli aspiranti docenti, basta applicare il modello di uno qualsiasi di Paese come Olanda, Germania, Francia, Inghilterra.

Redistribuzione delle ricchezze mediante un welfare che garantisca assistenza e opportunità per tutti coloro che sono in difficoltà, sostegno alle famiglie, tutte le famiglie, alle giovani coppie, tutte le coppie, ai ragazzi in cerca di una casa, lotta alle disuguaglianze che sono la vera miccia del conflitto tra ultimi e penultimi.

Reintroduzione dell’IMU sulla prima casa per finanziare un grande piano nazionale di edilizia popolare di qualità. Nel frattempo stop agli sgomberi, con la sola eccezione di Casapound perché i fascisti non devono avere alcuno spazio di parola e di agibilità democratica.

Revisione della legge Fornero per tener conto di lavori usuranti, dei lavoratori precoci, di chi ha avuto discontinuità retributive, delle lavoratrici impegnate nel doppio lavoro in casa e fuori casa.

Impegno serio, serissimo, sul fronte della sicurezza sul lavoro, introducendo finalmente la patente a punti per le imprese e parallelamente assumere un numero congruo di personale qualificato che faccia controlli serrati sui posti di lavoro.

Lotta senza quartieri al lavoro nero, prima fonte di insicurezza, allo sfruttamento, al caporalato, alla riduzione in schiavitù, al precariato legalizzato, applicando i CCNL e approvando una legge sulla rappresentanza che metta fuori gioco pseudo-associazioni sindacali che d’accordo coi padroni firmano contratti capestro che non fanno altro che favorire dumping salariale e sfruttamento dei lavoratori.

Lotta all’evasione fiscale. Basta, basta, basta ai condoni, ai rientri dei capitali, ai ravvedimenti farlocchi, ai premi ai furbetti, e chi ha sempre pagato paga sempre tutto, senza sconti.

Lotta alla criminalità organizzata, alla mafia, alla camorra, alla ndrangheta, alla Sacra Corona Unita e a tutte le mafie che agiscono sul territorio, spezzando il filo che unisce politica, impresa, malavita.

Dove si trovano i soldi per fare tutto questo? Si fa deficit. Punto. I vincoli, i parametri, nella loro rigidità, provocano solo austerità. L’abbiamo già provato. Occorre imporre all’Europa un cambio di registro, ma non con le cannonate e con l’insulto continuo, ma con la forza della ragione.

Qualcosa ho dimenticato, ma credo che il senso delle mie parole sia arrivato forte e chiaro.

A corollario di tutto, credo che siano necessarie altre due condizioni: una la indica Gad Lerner nel suo articolo di ieri: il PD, e aggiungo M5S e Quellocherestadellasinsitra, evitino di partecipare direttamente al nascente governo con loro uomini, donne, parlamentari, ma indichino nomi di personalità d’area. Non un governo tecnico, sia chiaro, ma personalità non immediatamente riconducibili ai partiti facenti parte del governo.

La seconda è il silenzio. Basta esternazioni via TV, Radio, Social. Basta parlare, soprattutto basta scontri. Ci vorrà del tempo per far scemare il livello di polemiche, di insulti che i due maggiori contraenti di questo nuovo patto governativo si sono scambiati reciprocamente in questi anni. Chi avrà responsabilità di governo, chi sosterrà in Parlamento questa nuova maggioranza, abbia la decenza di tacere ed eviti di segare quotidianamente il ramo sul quale è seduto.

Ad ogni modo, di tutto quanto accaduto in queste settimane, due cose mi hanno colpito maggiormente. La capacità di Salvini di dilapidare una forza che sembrava inattaccabile. E’ quello che succede a chi è troppo sicuro di sé, ma occhio che l’uomo non è sconfitto, e soprattutto non è sconfitto l’odio che a seminato nel paese in questi anni. E comunque diffidare sempre da chi chiede per sé pieni poteri, come Mussolini all’indomani della marcia su Roma.

Al seconda è Renzi. Il fatto che sia assurto a salvatore dei destini della patria mi dà alquanto fastidio, non per la cosa in sé, ovvio, ma perché non riconosco all’uomo alcuna della capacità che tanti, troppi, continuano ad attribuirgli anche in queste ore. Resta, a mio avviso, un arrogante, spocchioso, opportunista che in questa fase ha solo intravisto il modo di continuare a contare sulla scena politica nazionale. Se fosse stato un uomo che teneva alle sorti della nazione, non sarebbe stato a mangiare popcorn fino a dieci giorni fa.

Vabbè, io ho finito, chiudo il libro dei sogni e torno alla dura realtà. Spero solo che ciò che si sta provando faticosamente a costruire in queste ore non si trasformi nell’ennesima occasione persa per rendere il nostro Paese, il Mondo in cui viviamo, un posto migliore.

 

 

Carnaio (leggetelo subito)

Carnaio di Giulio Cavalli è un libro tanto piu assurdo, formalmente irreale, onirico quanto più invece capace come nessun altro romanzo uscito di questi tempi, credo, di interpretare l’evoluzione, anzi l’abisso verso il quale si rischia di precipitare oggi e nell’immediato futuro nel nostro paese, nel nostro continente, nell’intero globo.
Lungi dal voler esprimere qualsiasi tipo di critica prettamente letteraria, non ne sarei capace nemmeno se mi ci mettessi con impegno, di Giulio colpisce la prosa, quei periodi lunghi, lunghissimi, righe e righe e righe scritte senza mettere un punto, a testimoniare l’urgenza di raccontare, precipitevolissimevolmente, quello che hanno in testa i personaggi. Uno stream of consciousness dei tempi nostri, l’emergenza di lasciar fluire il non detto, il non espresso, il bello e l’orrendo che c’è dentro ognuno di noi.
E poi la trama, geniale. Non starò qui a raccontarvi nulla, leggetelo e basta.
Sarete colpiti ogni volta da come, pagina dopo pagina, si raggiunga sempre di più l’abisso, il nero più nero, anche dove sembrava che il buio totale fosse già diventato patrimonio comune. E lascia attoniti la banalità con la quale si sprofonda, quella banalità del male che parla a ciascuno di noi, che ci riguarda più di quanto non vogliamo ammettere a noi stessi. Giulio ci illustra alla perfezione i meccanismi che stiamo imparando a conoscere in questo tempo, quello che appariva assurdo fino ad un minuto prima non lo è più un minuto dopo, tutto diventa accettabile, in una escalation che lascia sempre più attoniti, in nome della paura, in nome della rivalsa su chi si ti ha sputato in faccia, sulla vita, su chi si è sempre sentito moralmente superiore, sulla religione, in nome del profitto, in nome della mistificazione, in nome del diritto supremo all’autodeterminazione, in nome della supremazia del saper fare sul far sapere. Queste le caratteristiche dei personaggi che Giulio dipinge uno ad uno, e sono talmente reali da far paura perché fanno gli stessi ragionamenti che fanno potenzialmente il nostro vicino di scrivania in ufficio, il salumiere, il medico, il poliziotto, il sindaco, il prossimo nostro. Giulio ci mette in guardia anche su come può finire tutto in tempi rapidissimi (e in tempi rapidissimi il libro finisce, puff, in un capitolo tra i più brevi, come a collegare l’esito letterario della sua storia con la fine della materia cartacea, non so se la cosa sia voluta), quando gli anticorpi che hai voluto mettere in circolo per difenderti da quelli finiscono per distruggere tutto.
E a quel punto, solo a quel punto, torna la quiete.
Grazie, Giulio Cavalli.

 

Cronache da Casal Bruciato

Esserci oggi, a via Satta, a Casal Bruciato, era troppo importante.

Per sancire i principi di umanità, di solidarietà, di democrazia, di legalità. Per far capire ai fascisti che, davvero, devono smetterla di impossessarsi di periferie nelle quali non vivono e che utilizzano solo per fomentare odio nei confronti delle minoranze, sempre forti coi deboli, i vigliacchi. Per far capire ai cittadini di quei quartieri che esiste davvero chi vuole dar loro una mano, oggi, e che in qualche forma l’ha fatto, fino ad oggi. E, non ultimo, per testimoniare alla famiglia rom vittima di violenze indicibili tutto il sostegno e la vicinanza possibile.

Appena arrivo a via Satta incontro Daniele Leppe, manco a farlo apposta, e mi viene istintivo andare a salutarlo e ringraziarlo. Daniele si schernisce, fa il modesto ma davvero credo che attualmente, a Roma, non ci sia nessuno nel nostro campo che come lui riesce a testimoniare l’impegno per salvaguardare, proteggere, difendere i diritti degli ultimi. Chiunque essi siano, senza distinzione alcuna. Ecco, lo dico, ma io Daniele Leppe lo vorrei Sindaco di Roma. E altro segno del destino è che con Daniele ci sia Andrea Costa, con il quale e con tutti gli amici del  Baobab sto facendo un pezzetto di strada in questi tempi.

Tempo qualche minuto è c’è una contestazione al PD. Più che al PD se la prendono con Matteo Orfini, perché del PD ci sono molti altri rappresentanti, più o meno noti ai cittadini, ma nessuno li contesta. “Fuori il PD dalla piazza”, urlano, e in effetti ad urlare sono pochi ragazzi, tutti abbastanza giovani, e la situazione è abbastanza surreale perché, come ho avuto modo di commentare a caldo appena assistito al diverbio,

Dovremmo anna’ a mena’ quelli di Casapound invece riusciamo a litiga’ tra di noi pure quando si fanno battaglie su questioni sacrosante come la dignità delle persone e l’antifascismo.

Per lo meno oggi che quelli di Casapound stavano là, a due passi. Che poi chiarisco pure il concetto di “menà”, che non è picchiare come fanno loro, ma contestare, anche mettendoci il corpo, la presenza fisica, il loro modo ignobile di fare politica. Tra gli interventi che ascoltavo mi ha colpito quello di un ragazzo, giovane padre che diceva di vivere a poca distanza da lì, a Casal Bertone, che diceva più o meno questo: noi non sappiamo menare, se andiamo di là ci riempiono di mazzate perché quello della violenza è il solo linguaggio che conoscono, insieme con quello della vigliaccheria, ma noi dobbiamo rivendicare la nostra diversità, la nostra umanità, perché non siamo come loro, non andiamo in giro ad insultare donne, a terrorizzare bambini. E chiedeva agli abitanti dei palazzi di Via Satta di manifestare insieme, perché anche loro, i cittadini che vivono in quelle case, non sono così.

Tornando a Orfini, ho apprezzato umanamente il suo coraggio nell’affrontare la piazza e i contestatori, ma da un punto di vista politico l’ennesimo disastro. Per carità, tutti hanno il diritto di stare in piazza, a maggior ragione in una manifestazione come quella di oggi. Però Orfini si chieda come mai, al di là delle contestazioni odierne, ci siano questi atteggiamenti ostili nei suoi particolari confronti e nei confronti del suo partito. E si chieda se ritiene davvero sufficiente chiedere scusa per aver abbandonato le periferie senza che si sia fatta una seria autocritica sul perché il PD, e la sinistra nella sua quasi interezza, abbia negli anni abbandonato a loro stessi e alle incursioni della destra più becera e neofascista le periferie di Roma e non solo. Ecco, nonostante il suo “coraggio” credo che egli sia il simbolo del PD che semplicemente in questi anni ha deciso di rappresentare altre istanze, perché non aveva più interesse a farsi portatore delle voci, dei problemi, delle storie che venivano da quei territori. Ne tragga le conseguenze politiche e si tolga di mezzo, per come la vedo io.

Come dicevo il PD è in buona  compagnia, a sinistra sono davvero poche le persone e le realtà associative che in questi anni hanno provato a resistere in quei luoghi, però ci sono, ci sono state, e averle relegate a fenomeni di nicchia, estremisti da centri sociali, ha fatto si che da un lato si abbandonassero i territori, dall’altro si scavassero solchi sempre più profondi tra persone che per molto tempo sono state dalla stessa parte della barricata. Ascoltavo le conversazioni tra compagni, persone presenti alla manifestazione, e tutti concordavano sulla necessità di stare in quelle piazze non solo oggi, ma in maniera continuativa per dare nuova credibilità alla sinistra che vuol rappresentare quelle realtà e sottrarre così terreno e consensi ai fascisti. Il problema è come fare a risultare credibili se gli hai voltato le spalle per tanto, troppo tempo. Non sarà facile, ma questa è la sfida: riconnettersi con chi vive condizioni di disagio, con chi ha paura del presente e ancora di più del futuro, con chi spera di vedere migliorata la vita propria, quella dei figli, quella dei nipoti.

La posta in gioco

Non è la prima volta che ne parlo, ma forse è il caso di chiarire sempre meglio, prima  di tutto a me stesso,  la posta in gioco alla prossime elezioni europee e, nel caso in cui il governo non dovesse durare troppissimo (anche oggi i due vicepremier se le sono menate di santa ragione, vai a vedere se per finta o meno, ma quest’è), alle prossime elezioni politiche che si svolgeranno nel nostro Paese in un futuro forse non troppo lontano.

Piccola digressione prima di continuare il mio modestissimo ragionamento. Quanto durerà il governo nessuno lo sa. Forse non tanto quanto sarebbe necessario per far capire agli italiani il significato del disastro che si sta perpetrando dal punto di vista economico, sulle spalle dei più deboli che di più pagheranno le scelte scellerate in campo economico. La narrazione della ripresa che c’è ma che in realtà NON c’è può anche durare per qualche mese, ma come fu per Renzi alla fine i conti NON tornato e le persone che vivono in condizioni di disagio economiche, o che semplicemente vedono che le promesse mirabolanti del governo di turno non sono state mantenute,  ti abbandonano davanti alla realtà delle tasche vuote o dei sogni infranti. Renzi ci ha messo due anni a passare dal 40% al 20%, inanellando nel frattempo batoste elettorali su batoste elettorali. Spero che succeda lo stesso con la Lega, per la quale si annuncia un exploit alle Europee e che potrebbe cavalcare l’onda lunga del successo per andare al voto anche in Italia. Ma se, come dicevo, ci sarà invece il tempo di far toccare con mano agli italiani il fallimento delle politiche economiche messe in atto dal presente governo,  non so se questo basterà a far cambiare idea agli italiani su Salvini perché ahinoi sta facendo leva sui sentimenti peggiori degli italiani. Sta alimentando la paura, che a sua volta genera altra paura, genera odio, genera richiesta di misure forti, e temo che per scardinare questa narrazione e nel contempo provocare una reazione civica e razionale nella testa degli elettori ci vorrà un po’ di tempo.

Per tornare al tema di fondo delle mie riflessioni, la settimana scorsa grande scandalo per la visita di Salvini in Ungheria, con tanto di foto trucissime dei due nazi che scrutano l’orizzonte da una torretta messa lì a sorvegliare il muro che divide l’Ungheria dalla civiltà.
Mi sarei un po’ stancato di sentire chi, non senza torto, ci mancherebbe, sta lì a menarsela sulla contraddizione insita nell’alleanza Paesi-di-Visegrad-Salvini. Contraddizione evidente nell’assoluta mancanza di volontà dei Paesi del blocco dell’est di farsi carico della ripartizione dei migranti in Europa, o dei neo-nazionalisti di non fare alcuno sconto all’Italia in tema di rispetto dei vincoli macrofinanziari imposti ai conti pubblici dalla UE. Ecco, mi sono stufato perché deve essere chiaro che Salvini della ripartizione in Europa dei migranti semplicemente se ne fotte. Il suo modello è Orban punto. Nel senso che, semplicemente, il fenomeno delle migrazioni si risolvono non facendo entrare più nessuno, e difendendo i confini con il filo spinato, e se serve con l’esercito, le motovedette che sparano ai barconi. E tutto ciò dovrebbe diventare possibile, nel disegno del nazionalista nostrano, dopo il 26 maggio con la fine dell’Europa.

Idem per le questioni inerenti i conti. Salvini, in questo sostenuto al 100% dai suoi servi scemi di M5S,  non ha alcun problema a sostenere misure economiche in debito e in deficit, dicendo che non pagherà i debiti. Perché è esattamente quello che farebbe se vincessero i sovranisti-nazionalisti-neonazisti il 26 maggio. Nazionalismo, del resto, che significa? Pensare la proprio stato, ai propri interessi, quindi basta con l’Europa dei vincoli, dei conti in ordine, basta Europa proprio. Questo è il progetto, inutile girarci troppo intorno. E guardate che queste posizioni, in fondo, sono condivise dai suoi elettori. Io ahimè ne ho un po’ intorno ogni giorno, e queste tesi sostengono. I debiti non si pagano, e non è mai morto nessuno. La moneta unica è una aberrazione, un non-senso economico e finanziario. Viva il protezionismo, viva i dazi, viva l’autarchia, viva la Nazione isolata dal resto del mondo. Padroni a casa nostra. Leggete Bagnai, il vero ideologo della Lega in campo economico, e poi ditemi.

Tornando al tema dei migranti, Salvini non si fa alcun problema ad attaccare Papa Francesco per le sue prese di posizione a favore dei migranti, proclamando la sua fedeltà a Ratzinger, a quanto pare ben imboccato da Bannon in persona, in linea con i conservatori più conservatori e razzisti e retrogradi degli USA, sostenuti dai lobbysti delle armi e dai guerrafondai a stelle e strisce. Questo rischia di diventare il nostro Paese, una sorta di USA con le pezze al culo, senza alcuna forza economica autonoma, preda dell’egemonia cinese o russa, a seconda di chi offrirà di più per comprare i migliori asset del paese.

E in vista delle elezioni europee quello che mi sorprende è la possibilità che il PPE prenda in considerazione l’idea di trattare con questa roba, anziché proseguire nell’espulsione e nell’allontanamento di Orban e dei suoi sodali. Me la vedo la Merkel trattare con Salvini, Le Pen, Orban e compagnia bella.

Quindi il 26 maggio tutta questa roba va fermata. A tutti i costi.

Va fermato l’inganno messo in campo da Salvini, che distrae le masse con la sicurezza, Fazio, i migranti, la castrazione chimica, i grembiuli a scuola. Mentre il suo disegno è la disgregazione dell’Unione Europea. Addio Spinelli, addio Ventotene.

Semplificare (ma non troppo)

Oggi pomeriggio ascoltavo Nicola Fratoianni da Lucia Annunziata.

Parole di buon senso sulla situazione economica del Paese, sulle prospettive della sinistra, sul valore del 25 aprile, sui fatti di Torre Maura, sullo sfruttamento dei lavoratori, sugli errori del passato e sui limiti della classe politica della sinistra, anche dei suoi personali.

Nulla di sconvolgente, e nulla di particolarmente complicato. Nel suo caso mi sembrava che le sue parole fossero anche abbastanza distanti da qualsiasi “vocazione pedagogica”, per usare un’espressione di Marco Damilano. Vocazione pedagogica che sicuramente in altre, innumerevoli occasioni, a sinistra molti hanno avuto e continuano ad avere.

E però una cosa mi ha colpito del suo intervento, così come mi colpisce spessissimo ascoltando le parole di altre personalità di sinistra, ossia il fatto che in quest’epoca l’analisi, il ragionamento, il tentativo di rispondere in maniera più o meno articolata e complessa a questioni che a loro volta sono sicuramente articolate e complesse, non paga. Non è vincente, e soprattutto non è convincente. Non sto dicendo che occorra parlare esclusivamente alla pancia,  a suon di slogan, cosa che peraltro riesce molto meglio a destra. Dico che però, probabilmente, senza rinunciare alla fatica dell’analisi, della comprensione, occorre semplificare le questioni, i ragionamenti, e soprattutto provare a dare messaggi più diretti.

Euro si/Euro no.

Europa si/Europa no.

Patrimoniale si/patrimoniale no.

Diritto alla casa si/diritto alla casa no.

Diritti per tutti si/diritti per tutti no.

Sanità pubblica si/Sanità pubblica no.

Investimenti pubblici si/investimenti pubblici no.

Immigrazione si/immigrazione no.

Tutela dell’ambiente si/tutela dell’ambiente no.

Precarietà del lavoro si/precarietà del lavoro no.

Sono 10 questioni, se ne possono aggiungere altre.

Potrebbero, dovrebbero essere i temi sui quali qualsiasi forza di sinistra pronuncia parole chiare, con forza e convinzione, e le ripete fino allo sfinimento. Semplificando prima, per rendere chiari i concetti all’elettorato. Per definire il campo, la parte dalla quale si sta. E contestualmente però ri-complicare, ri-analizzare, scarnificare i problemi, trovare soluzioni. Per provare ad essere credibili prima e operativi dopo. 

I Rom e noi

“Io non sono razzista, però i Rom mi stanno sul cazzo”.

Quante volte avete sentito un’affermazione del genere? Io tante, penso anche voi.

Quella di Rom, Sinti e Caminanti è la più discriminata delle minoranze, di sicuro nel nostro Paese, probabilmente in tutto il Continente.

I luoghi comuni sui Rom si sprecano da sempre.

Rubano, ma non mi consta che esistano statistiche che indichino una percentuale più alta di condannati in via definitiva per furto tra i Rom rispetto al resto della popolazione.  Ruberanno né più né meno rispetto al resto degli italiani.

Rubano i bambini, ma non si è mai registrato alcun processo per sequestro di minori a carico di membri della comunità Rom.

È vero, in alcune situazioni può destare allarme il fenomeno dei borseggiatori sui mezzi pubblici, come è vero che in alcuni casi le esalazioni provocate dal bruciare la plastica per ricavare il rame da rivendere siano un problema per la salute pubblica.

Però proviamo a pensare cosa vuol dire vivere nei campi, sia regolari sia irregolari, nei quali sono stati relegati a vivere nelle nostre periferie. Senza che, nella stragrande maggioranza dei casi, le istituzioni abbiano provato a mettere in piedi uno straccio di progetto di integrazione, lasciando al solito alle associazioni di volontariato il compito di assistere, le persone, i bambini, di avviare progetti di scolarizzazione per i minori.  E non è un caso che nei Paesi dove invece si è investito di più in integrazione, come in Spagna, sia minore il tasso di discriminazione.

Senza poi contare il fatto che secondo stime consolidate circa il 50% dei Rom presenti sul territorio italiano sono cittadini Italiani. Non è che hanno acquisito la cittadinanza italiana. No, sono proprio italiani di etnia Rom. Italiani come noi. Però italiani poveri. Italiani Rom poveri.

E allora, pur ammettendo per assurdo (ovviamente non lo penso affatto, non è che si possa impedire ad un cittadino Europeo povero, che non ha commesso reati di alcun tipo, di girare libero per l’Europa ) che tutti i Rom non italiani debbano tornare al loro paese d’origine, semmai ne abbiano uno (Macedonia, Romania, Spagna, o altro), con i Rom Italiani, poveri, che stanno in Italia che ci facciamo?

I campi sono una vergogna, e a detta di molti andrebbero chiusi. Sono d’accordo. Occorre però trovare altre soluzioni abitative. Quando si cercano altre soluzioni abitative, necessarie per poter provare ad immaginare percorsi di integrazione, succedono i casini come quelli di questi giorni a Torre Maura (non voglio entrare nel merito di quanto successo, quello delle periferie degradate di Roma e di altre città italiane è un fenomeno complesso).

In generale, per molti, moltissimi, almeno tutti quelli che dicono “non sono razzista ma i Rom mi stanno sul cazzo”, i Rom semplicemente dovrebbero sparire, volatilizzarsi, non esistere. Magari andrebbero sterminati. O deportati. O quantomeno incarcerati per il solo fatto di essere Rom, in una chiamata in correità per qualsiasi nefandezza e per il solo fatto di essere Rom. Ecco, tutto questo a casa mia si chiama razzismo.

L’Art. 3 della Costituzione stabilisce che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Discriminare un gruppo di persone per razza o condizioni sociali, come recita la nostra Costituzione, è la definizione esatta di razzismo. Punto.

Grandi Opere Vs Opere Grandi

Dopo aver partecipato alla manifestazione degli studenti #FridayForFuture ho fatto un salto anche a Piazza del Popolo, dove si sono riuniti gli edili (e non solo) di CGIL, CISL, e UIL per chiedere al governo di sbloccare i cantieri e far ripartire il settore delle costruzioni. 

Ho ritrovato le facce di molte delle persone che vedo all’opera quando vado in cantiere, non esattamente gli stessi ma comunque i volti della fatica, del sacrificio, del lavoro duro. Nutro per questi operai un rispetto sacro, anche quando alcuni mi fanno incazzare vedendoli poco attenti spesso non per colpa loro, alle condizioni di sicurezza nelle quali svolgono il proprio lavoro.

Sono rimasto in piazza un po’, a guardarmi in giro e ad ascoltare le parole che provenivano dal palco.

Sia chiaro, penso anche io che il settore delle costruzioni abbia bisogno di nuova linfa, perché troppi posti di lavoro si sono persi negli ultimi anni e perché troppo alto è il gap infrastrutturale che l’Italia sconta sia rispetto ad altri Paesi, sia rispetto a differenti aree geografiche del nostro stivale. Ma non si può pensare che solo le Grandi Opere siano portatrici di sviluppo e siano capaci di rimettere in moto l’economia.

Certo, la Sicilia sconta anni di mancati investimenti, di opere non realizzate o realizzate male, di trasporti su gomma affidati ad amici degli amici che hanno impedito lo sviluppo di una rete ferroviaria degna di un paese civile, e quindi ben vengano gli investimenti sulla direttrice Palermo-Catania-Messina. L’AV si ferma a Salerno, e sebbene la linea ferroviaria tra Salerno e Reggio Calabria sia a doppio binario permangono criticità di tracciato e di infrastruttura che rendono ancora troppo lunghi i tempi di percorrenza per raggiungere lo stretto di Messina. Del Ponte non ne parlo per pietà. Nel tempo la Napoli-Bari sarà raddoppiata, sono già partiti i primi due lotti dell’opera, mentre un pezzo del raddoppio alle porte di Foggia è stato già completato. Andare da Roma sull’Adriatico con il treno in tempi ragionevoli resta ancora un miraggio, mentre si sta invece cercando di arrivare al raddoppio completo della linea Adriatica, risolte le criticità delle gallerie di Cattolica, Ancona e Ortona. Parlo di ferrovie perché è il mondo che conosco, e perché ritengo che vada comunque, se parliamo di grandi infrastrutture, privilegiato il trasporto su ferro anziché quello su gomma, tanto nelle città quanto per collegare i grandi e piccoli centri produttivi del Paese. Anche per questo ritengo che andrebbe fatto un serio studio per capire quali delle ferrovie nel tempo dismesse potrebbero essere ripristinate con investimenti pubblici che finanzino non solo i lavori necessari a rimetterle in funzione ma anche un servizio universalistico di cui far godere pendolari e turisti.

Per quanto riguarda le strade, le cronache di questi mesi ci mostrano in tutta la sua drammaticità quanto sia importante la manutenzione dell’esistente. Proprio per questo non concordo con quanto sostenuto nel corso della manifestazione unitaria degli edili che una delle opere prioritarie per il Paese sarebbe l’autostrada Roma-Latina (e la bretella Cisterna-Valmontone). Ne ho avuto modo di parlare varie volte nel passato, e potete trovare qualcosa qui, qui, qui e qui.

Il succo è che spendendo molto ma molto meno si potrebbe mettere in sicurezza, iniziando in tempi relativamente brevi, la Pontina che continua a mietere vittime e che negli ultimi mesi versa in condizioni pietose, garantendo quindi sia un certo livello di occupazione, sia la possibilità di sviluppo virtuoso dei territori valorizzando le bellezze naturali, paesaggistiche, culturali dei territori.  In termini infrastrutturali, poi, da anni si discute dell’opportunità di realizzare una metropolitana leggera Roma-Latina che consentirebbe comunque di collegare Roma e Latina in maniera funzionale e rispettosa del territorio Ecco un esempio di come si possa uscire da alcuni dogmi, realizzare opere utili e contemporaneamente rivitalizzare il settore delle costruzioni (e non solo). Occorre solo avere chiaro quale modello di sviluppo si vuole adottare, e a mio avviso uno sforzo in più anche lato sindacale si potrebbe fare. Proposte non ne mancano, occorre solo essere laici abbastanza da volerle discutere ed adottare.

Ovviamente non posso che essere d’accordo sul fatto che, in generale, il Paese abbia bisogno di un piano di manutenzione straordinaria di edifici pubblici: scuole, ospedali, palazzi di giustizia, carceri. Da dotare di impianti fotovoltaici, da efficientare dal punto di vista energetico. Tanti piccoli interventi che favorirebbero anche mano d’opera e imprese locali, un circolo virtuoso per tutto il sistema.

E quindi non riesco a capire chi sostiene che per la Torino-Lione passi lo sviluppo di un intero paese. Personalmente sono stato sempre contrario a quell’opera, perché già ai tempi delle prime discussioni era evidente come fossero prive di fondamento le analisi sui futuri traffici merci, e nemmeno si può sostenere più di tanto che un’opera abbia un effetto moltiplicatore sugli scambi commerciali perché se c’è poco da trasportare anche un’opera nuova di zecca trasporterà ben poco.  Ed era comunque evidente, allora come adesso, che attorno a quell’opera comunque ci fossero posizioni ideologiche, tanto favorevoli quanto contrarie, che andavano al di là del merito. Nel frattempo i lavori sono andati avanti, anche se per il solo cunicolo esplorativo, però adesso non so quanto senso abbia bloccare tutto. Paradossalmente l’opera, qualora si decidesse di farla, credo dovrebbe costare di più e non di meno, nel senso che occorrerebbe sedersi, definitivamente, attorno ad un tavolo con le popolazioni locali e definire una partita di opere compensative che diventino patrimonio condiviso di quelle comunità e rassicurarli definitivamente sul bassissimo impatto ambientale della fase di realizzazione. Faccio presente che un’opera di quel genere, anche più mastodontica, si sta già costruendo nel nostro Paese,  si chiama tunnel del Brennero e non sento tutte queste polemiche. Forse perché non c’è la parola “TAV” davanti a “tunnel del Brennero”. A parte la galleria di base che sarà la più lunga del mondo con i suoi 64 km, sul versante italiano ci sono altre opere “accessorie”. Tra un po’ inizieranno a spostare il fiume Isarco, per dire. Però non se ne parla. Voglio solo dire che bisognerebbe mettere da parte un po’ di massimalismo e provare a ragionare, cercando d tenere insieme tutto: le esigenze delle popolazioni locali, la credibilità di una nazione che non può cambiare accordi internazionali a seconda delle maggioranze di governo perché si mette a repentaglio la credibilità di una a intera nazione. Senza però attribuire a una linea ferroviaria proprietà taumaturgiche per l’economia di una Paese di 60 milioni di abitanti.

In definitiva, quindi, nessuna preclusione ideologica per le Grandi Opere ma probabilmente per il nostro Paese avranno maggiore effetto prociclico, in un periodo di stagnazione, Opere Grandi.

Romanzo musicale

Per uno nato nel 1971 farsi una propria cultura musicale, a cominciare da quando si è piccoli, poteva dipendere da diversi fattori: genitori appassionati, fratelli maggiori rockettari, amici gajardi, predisposizione personale. A me non so bene cosa sia successo, ma di certo una mano grandissima me l’ha data la radio.

Era il 1979 e il riff di My Sharona  di The Knack, ascoltato da qualche parte, deve avermi colpito a tal punto da condizionare tutto quello che sarebbe successo in futuro. Andai da Consorti, che era un negozio a Viale Giulio Cesare dovo oggi c’è La Feltrinelli, o forse in un negozio che mi sembrava grandissimo a Via Baldo degli Ubaldi (non è che vivessi a Roma, ci andavo quando andavamo a trovare i miei nonni, che abitavano ai confini tra Valle Aurelia e Balduina). Poi magari mi colpì pure la copertina del 45 giri che ho ancora conservato a casa dei miei, con Sharona in bella mostra.

Fatto sta che le origini della mia passione per la musica sta tutta lì.

My Sharona.

Seguì Phil Collins, un paio di anni dopo, In The Air Tonight sentita sempre per radio, che poi non conoscevo l’inglese e dicevo “It Te Aronig”, e mia zia Grazia che mi accompagnò sempre da Consorti non capiva cosa dovesse cercare.

Che poi questo di Phil Collins sarà stato uno dei primi video che ho visto, non se se a Discoring. Di lì a poco sarebbe nata DeeJay Television  con tutto quello che ha comportato per noi che siamo usciti vivi dagli anni ’80.

Negli anni successivi qualche caduta che non starò a raccontare (ciascuno ha i suoi scheletri nell’armadio), comunque compravo qualche 45 giri che consumavo con questo (regalato dai cugini di Napoli):

Come dicevo alti e bassi ma poi, di nuovo, scatta qualcosa e mi faccio tutta la gita di seconda media con Rebel Yell di Billy Idol nelle orecchie, sparato con un simil-walkman (a casa nostra sempre imitazioni) .

Nel frattempo tra il 1982 e il 1983 due apparizioni di Vasco Rossi a Sanremo (e come non citare le discussioni  alle medie con Giuseppe che aveva capito che Vasco aveva qualche problema di droga, mentre io no…) che me lo hanno fatto amare per anni (il 33 giri di Va Bene, Va bene Così l’ho consumato) e l’esibizione shock di Peter Gabriel.

Credo che da allora Sanremo l’ho cassato, almeno fino a La Terra dei Cachi con Elio e i suoi amici travestiti da Rockets e con la parentesi di Springsteen di cui parlerò dopo.

E così arrivo alla prima vera svolta della mia vita musicale, grazie a Giorgio  Noce, nell’estate del 1985. Giorgio all’epoca viveva a Caserta, la sua famiglia si conosceva con la famiglia di mia zia che  viveva a Napoli e comunque Giorgio veniva a villeggiare l’estate a Marina di Minturno. Era un pazzo scatenato, ci raccontava dei suoi viaggi in Inghilterra fatti durante il periodo estivo già negli anni precedenti e un po’ per questo, un po’ mi sembra per qualche cugino altrettanto fuori di testa, già a 15 anni aveva una cultura musicale che a me pareva sconfinata. Iniziò a registrarmi su musicassette di tutto, dagli Smiths agli U2 ai Dire Straits, dai Genesis a Jackson Browne (una versione live di Stay che mi faceva venire i brividi) ai Pink Floyd. E tanta altra roba. Ma soprattutto Giorgio mi registrò The Song Remains The Same dei Led Zeppelin e Born To Run +Darkness On The Edge Of Town di Bruce Springsteen.

Passai l’estate chiuso in salone ad ascoltare a tutto volume (quando non c’erano i miei) e ad imitare con la mazza della scopa sopra una sedia l’assolo di Jimmy Page. E ho detto tutto.

E poi l’incontro con Springsteen fu esplosivo, un amore mai finito, l’unico amore musicale immutato negli anni. Immutato proprio perché Bruce ti scava nell’anima, e ti accompagna nella vita, come un fratello maggiore, come il tuo migliore amico. Un amore condiviso con due dei miei amici eterni, Emiliano e Simone, e forse non è un caso se me li sento come Blood Brothers.

E quindi il 1985, con le passioni musicali, le amicizie, l’inizio delle superiori alle porte e questa estate esplosiva con Live Aid che ci fece ascoltare praticamente tutti gli idoli che stavano facendo in me una breccia che mi avrebbe cambiato la vita per sempre.  E se volete avere un’idea di quello che fu Live Aid, guardate questi due video.

Gli U2 sono rimasti con me per un bel po’, ma nel frattempo all’inizio del liceo la seconda botta, grazie ai compagni di classe di mia sorella, più grande di me.

Francesco (che non c’è più cazzo e lo porto sempre nel cuore) mi fa avere due cassette: Live After Death degli Iron Maiden e World Wide Live degli Scorpions. Non si capisce più niente. L’heavy metal, e poi il trash, il death, lo speed. I Metallica. Boom. Grande gioia di mio padre che torna a casa e mi urla di abbassare la radio con la quale mandavo a manetta i nastri. Diciamo che tra lui e Klaus Meine c’era una certa incompatibilità. Anche con la batteria di Lars Ulrich c’era una certa incompatibilità.

E quindi inizia il periodo dei concerti, il primo in assoluto Eric Clapton il 31 ottobre del 1985 al Palamaggiò di Caserta, in compagnia di Antonio, figlio di un collega di mio padre. E poi, negli anni tanti e tanti altri.

Questa passione per la musica, e quel po’ di conoscenza della materia che mi ero costruito ascoltando di tutto, ha fatto si che durante una gita, nel 1987, trovai un terreno comune con altre persone, con le quali magari non condividevo proprio gli stessissimi gusti ma con le quali scattò un feeling. Fabio e Gianluca su tutti. Fabio che si portava la chitarra e con Roberto sapeva  suonare tutte le canzoni di Simon & Garfunkel, era fissato con i Police e Sting e Nik Kershaw. Insomma iniziai ad allargare ulteriormente i miei orizzonti. Gianluca, che conoscevo dalle medie, studente di violino al conservatorio ma che sapeva suonare tutti gli strumenti.

Così un pomeriggio vado da Gianluca, ci mettemmo ad ascoltare musica e ad un certo punto, visto che c’era lì la sua batteria, mi dice perché non provi. Credo che ci mettemmo a suonare qualcosa dei Maiden che ovviamente per me erano impossibili da riprodurre, e però dai quei primi disastri inizia ad andare da lui più spesso provando a fare cose semplici, e quindi ci venne l’idea di mettere su  un gruppo. Chiamammo Fabio, Gianluca si mise al basso e iniziammo a strimpellare le prime cose. Da allora, siamo stati in simbiosi per altri quattro anni. Quattro anni di prove, di uscite, di serate, di concerti visti insieme, di concerti. Gianluca è passato alla chitarra, sulla quale riusciva ad essere virtuoso almeno quanto non lo fosse al violino, ed entrò Dante al basso, Paolo prima, Mimmo poi, Saverio dopo alle tastiere. Cantavano Fabio e Dante che si alternavano a seconda dei pezzi. Facevamo cover, dagli U2 ai Metallica, dai Pink Floyd ai Rolling Stones, e facevamo tanto, ma tanto casino. Eravamo gemellati con i Prolano Strasse, il gruppo dei fratelli de Fabritiis, con Giuliano, Marcello e Tony che adesso è il cantante del Banco.

Le prove a casa di Fabio, dove un giorno arrivai con la mia batteria (sei tom, timpano cassa e rullante più svariati piatti!!!) comprata da un tipo assurdo di Castelforte che si narrava facesse cose strane, poi a casa di Gianluca, poi nel garage dei miei, infine nella scuola media di Castelforte dove venivano a sentirci personaggi ai limiti dell’inverosimile, Ernesto buonanima che ci scarrozzava dappertutto, i gemelli Toti, Vincenzo Mercione, Stefania Cazzamatta, Almerindo lo stilista, Frankie.

Si ricordano serate memorabili dalle parti nostre, il veglione di capodanno 1989 alla Taverna d’Oro, i concerti in Piazza a Scauri alla festa dell’addio all’estate sempre nel 1989, il concerto mitico al liceo scientifico con tutti i nostri amici assurdi che erano venuti a pogare e fare un casino indicibile,  le serate al circolo velico di Formia interrotte dall’arrivo della polizia, le feste a casa di Giando e a casa dei fratelli de Fabritiis nel 1990, il concerto a San Cosma e la serata successiva per ripagare i debiti accumulati per organizzare quell’evento.

Intanto si inizia l’università, e il sabato tutti a San Cosma alle prove, e le uscite, e le minchiate in macchina con Roberto e Giovanni Caruso, Gianfranco Shock, Dino, Peppe Basitto, Amedeo, Luigi, Roberto. Nelle serate romane infrasettimanali, al culmine di giornate assurde tra lezioni e studio stentato, la scoperta solitaria, nel buio della stanza e dal letto, di Planet Rock , trasmissione radiofonica storica che mi apre altri mondi. Su tutti i Nirvana, visti al Castello , il 19 novembre del 1991 (con gli Urge Overkill a fare da spalla).

E poi i Negazione, conosciuti grazie ai miei amici punk/underground dell’epoca Germano e SuperMario, e anche dei Negazione, e di Marco Mathieu ho già scritto qui.

Anni fantastici. Anni a fare i conti con le proprie inadeguatezze, con le proprie incertezze, con i propri sogni.

Interrotti, per me, nel 1992, con l’arrivo  della serietà e delle responsabilità che erano troppe da sopportare per le mie spalle. Lasciai il testimone a Danilo, e poi i ragazzi iniziarono per un periodo a fare sul serio, e partirono per qualche data a fare da spalla a Roberto Ciotti.

Quindi, batteria lasciata a marcire nel garage dei miei, con la passione per la musica sempre intatta, tanta roba da ascoltare, da conoscere.

Negli anni, la presenza continua, rassicurante, protettiva di Bruce Springsteen, di pure cui ho già scritto qui.

Passa il tempo, passa qualche anno, e si rinasce, si trova la gioia di condividere altra musica ancora, la magia del jazz, del piano, e gli Afterhours, e sempre Springsteen.

Poi, un giorno, quello che non ti aspetti. Daniele, che lavora con te, chiacchierando alla macchinetta del caffè ti dice che suona la chitarra in un gruppo.

Ah si?

Anche io suonavo, la batteria, ma ho smesso da tempo.

Maddai.

Lo sai che cerchiamo un batterista?

Vabbè mai non suono da troppo tempo e poi non ho mai saputo suonare.

E che ti frega, vieni a provare.

Ok.

E così per gioco si ricomincia, con i Foolin’ Dolls dell’epoca, a suonare tutti pezzi, musica e testi,  scritti da Daniele che suona anche la chitarra. Troviamo ospitalità nella Jam House.

Qualcuno se ne va, Daniele decide di credere in me (e gliene sarò sempre grato) e così i Foolin’ rinascono dalle loro ceneri, entrano Cristina e Alessandro ed eccoci qui, ancora a divertirci con la musica.