Archivi autore: Raffaele

La segregazione razziale a Lodi. A.D. 2018

Sia chiaro, a Lodi, nella civilissima Lombardia, nella civilissima Italia, non si sta combattendo, sulla pelle dei bambini, una guerra ai furbetti, come dice il ministro della malavita, che non pagano la mensa scolastica.

No.

Sta accadendo che pur di introdurre la segregazione razziale la Sindaca,  e già il fatto che sia una donna a mettere in atto questo schifo mi fa ancora più schifo, ha ordinato che i figli dei migranti che frequentano la scuola debbano sottostare a regole assurde. Premessa d’obbligo è che se un migrante manda i figli a scuola significa che è una persona che lavora, che ha una casa, che produce un reddito regolare, certificato.  È una famiglia che sta provando ad integrarsi nel nostro paese. Quindi a Lodi ai migranti, ai fini del calcolo ISEE, si chiede anche di produrre certificazione che attesti il fatto che nei loro paesi di origine non abbiano altri redditi o immobili. Come se sia pensabile, con tutto il rispetto, che in Senegal, in Congo, in Eritrea, esistano degli uffici funzionanti che possano rilasciare tali attestazioni. E quindi, senza documentazione, alle famiglie di migranti viene applicata la tariffa più alta prevista per usufruire della mensa. E siccome queste famiglie non possono permetterselo, allora i loro figli sono costretti a portarsi il pasto da casa, e a consumarlo separatamente dai bambini italiani.

Una barbarie totale. Sulla pelle dei bambini.

All’ospedale Bambin Gesù di Roma, che ultimamante mi capita di frequentare, c’è una cartello che recita così: il grado di civiltà di un Paese si misura da come si occupa dei bambine.

Ecco, l’Italia sta diventando un paese incivile, Razzista. Xenofobo. Fascita. Nazista.

Padroni a casa nostra (ma con le pezze al culo)

Checché ne dicano gli esponenti di M5S, che giorno dopo giorno negli equilibri del governo continuano a contare meno dello sputo di un lama in un lago andino, il disegno  leghista appare abbastanza chiaro. Il sempre più stretto legame tra il fascista Salvini e la nazista Le Pen, che lanciano l’ossimoro sovranista internazionale, ha come unico scopo quello di far saltare l’Europa e l’Euro per tornare alle monete nazionali, alle banche degli stati, all’autarchia economica, politica e finanziaria.

Tutti bravi, nella compagine governativa, a sbraitare contro i mercati che non capiscono, che speculano, che affossano. Accomunando, tra l’altro, istituzioni europee e mercati finanziari, come se fossero un’unica entità. Forse molti, invece, non hanno capito, o fanno finta di non capire, che anche le monete nazionali sarebbero esposte ai mercati. Non è che esci dall’Euro e puff, come per miracolo, i mercati non esistono più.

Chi sono i mercati? Ci sono banche, investitori istituzionali, fondi pensione, speculatori. Cosa fanno? Investono, comprano titoli, e soprattutto finanziano il debito dei Paesi tipo l’Italia che hanno bisogno di soldi per funzionare. Se ritengono che il soggetto al quale hanno prestato i soldi abbia difficoltà a restituirli, i soldi te li danno lo stesso ma chi riceve dovrà pagare interessi maggiori. Questi sono i mercati. Come si può ovviare a questa semplice regola di economia che anche i bambini capiscono? I soldi te li fabbrichi in casa. Stampi moneta. Eliminata la BCE, le banche nazionali iniziano a immettere liquidità. a vagonate. E per la legge della domanda e dell’offerta, se in giro c’è molta disponibilità di un bene, qual bene vale meno. Ecco che la nostra Lira, Liretta, si svaluta, l’inflazione sale, il potere d’acquisto scende, ma che ce frega? Padroni a casa nostra. Sicuri? Potrebbe anche arrivare qualche amico che ti dice: tranquillo, i soldi te li do io. Un personaggetto alla Putin, per dire. Amico degli amici. Oppure i tanto odiati cinesi (signora mia se stanno a compra’ tutto!), che magari col tempo potrebbero acquisire a prezzi stracciati pezzi dello stato (asset, imprese), pare che fanno qualcosa per niente, quelli.

Insomma, vedo in giro nostalgici delle tempeste monetarie, della svalutazione del 1992, del debito pubblico esploso, del volemose bene, del fàmo come cazzo ci pare. Saranno guai per tutti, e soprattutto per le generazioni future.

Sulla sua pelle

La pelle di Stefano Cucchi.

Chiunque abbia a cuore la verità, la giustizia e lo stato di diritto non può non vedere questo splendido film. E soprattutto non può non commuoversi, piangere, davanti all’agonia di Stefano, prima brutalmente picchiato dalle forze dell’ordine e poi lasciato morire dai medici mentre era nelle mani dello Stato, quello Stato nel quale i familiari di Stefano credevano e nel quale continuano a crederee a chiedere verità e giustizia

Se volete approfondire la storia di stefano, potete leggere sia il libro della sorella Ilaria Cucchi, sia il libro di Carlo Bonini.

La frase del film, per me:

“Ma quann’è che smetterete de di’ che siete caduti dalle scale?”

“Quando le scale smetteranno de menacce”.

Il piccolo grande miracolo del III Municipio

Dall’insediamento della nuova giunta, strappata recentissimamente al pecionismo pentastellato da una coalizione di sinistra, è in atto nel III Municipio di Roma una rivoluzione a suo modo straordinaria. Pensate un po’, si sta facendo politica anche con la cultura. Grazie ad un assessore alla cultura illuminato, Christian Raimo (che si schernisce dei suoi meriti) e alle tantissime persone che partecipano alle iniziative messe in campo dal Municipio.

Si è in iniziato il primo di agosto con un incontro sulla lingua italiana che ha visto partecipare Luca Serianni, linguista e autore dei libri sui quali studiano al liceo i miei ragazzi, e più di 500 persone nei giardini della metro a Piazzale Jonio. Si è proseguito all’inizio di settembre con 2000 persone a parlare di cinema con Valerio Mastandrea nell’anfiteatro del Tufello, fino all’altra sera quando, ancora, più di 500 persone si sono ritrovate a Piazza Conca d’Oro ad ascoltare prima, e a discutere poi, di criminalità e delitti romani con Giancarlo De Cataldo. Per chi non conosce i luoghi il III Municipio di Roma è una città nella città, 200.000 residenti, un cinema, un teatro e una piccola biblioteca. I giardini della metro di Piazzale Jonio, l’anfiteatro del Tufello, Piazza Conca d’Oro sono posti abbandonati al degrado, vuoti, inutilizzati, divenuti loro malgrado inospitali, in alcuni casi pensati per esserlo. Svolgere lì queste iniziative vuol dire riappropriarsi degli spazi, riempirli di persone, renderli sicuri. Vuol dire soprattutto fare comunità, e nei tempi che viviamo, quando sembra che sia possibile anche governare a botta di post e di tweet, il poter ritrovarsi fisicamente ad un evento culturale, guardarsi negli occhi, ascoltarsi è l’atto politico (e di sinistra) più alto che si possa immaginare per opporsi al fascismo, al razzismo, al pressapochismo, al doppiopesismo, al pecionismo imperante che sembra dilagare senza argini, a Roma e nel Paese.

Ciò che colpisce è la grande partecipazione, la voglia di avere dei luoghi fisici nei quali portare il proprio corpo per non sentirsi soli, isolati, abbandonati. E la voglia di mettersi a disposizione per la rinascita di una comunità, visto che hanno risposto più di 300 cittadini alla “chiamata alle arti” di Raimo, un progetto collettivo per capire cosa fare per la cultura nel Municipio. E poi c’è la battaglia del Presidente Caudo per la chiusura del TMB di via Salaria, l’impianto di trattamento dei rifiuti indifferenziati che da anni appesta con i suoi miasmi un intero quadrante di città senza che si sia fatto nulla per consentire alle persone semplicemente di respirare, problema nell’annoso problema della gestione dei rifiuti a Roma.

Insomma, una giunta municipale che, fin dai primi passi che ha mosso, lascia ben sperare dopo il nulla assoluto della precedente amministrazione M5S.

Veltroni indica la strada da non seguire

Puntuale come il classico acquazzone d’estate che arriva di pomeriggio, sul tardi, e tu già sai che è una maledizione perché tempo 5 minuti e l’aria sarà ancora più afosa e appiccicosa di prima, ecco l’intervento di Veltroni sul futuro della sinistra.

Ora, io umanamente a Veltroni voglio bene, e il suo intervento me lo sono letto con l’attenzione che meritava. Però posso dire? Che palle!

Una enunciazione di principi generali sui quali chiunque, da sinistra, potrebbe essere d’accordo, ma che perdono di valore se non si fa un minimo di analisi in chiave critica (e soprattutto autocritica) per capire come si sia arrivati a questo punto, chi abbia alimentato, più o meno consapevolmente, populismi, nazionalismi, razzismi che tanto spaventano Veltroni (sia chiaro, spaventano anche me).

Di fondo, l’idea che il PD fosse (e sia ancora), l’unica strada percorribile, che dopotutto un paio di volte oltre il 30% ci è arrivato e quindi basta mettere da parte litigi per contrastare le destre in maniera efficace. Non una parola sul fallimento primordiale del PD, che da subito è stato affetto da guerre tra bande che nessun segretario si è premurato di debellare, non una parola sull’appoggio incondizionato a Renzi e alla sua stagione di pseudo riforme che hanno spalancato le porte a tutto ciò che avviene in questi giorni, ma soprattutto non una parola sull’impianto fallimentare del PD, basato su un modello di stampo blairiano, liberista, neo socialdemocratico, arreso alle logiche dei mercati e dei vincoli di bilancio senz’anima. Faccio autocritica anche io, che ho provato da dentro, per quel poco che ho potuto, a cambiare il percorso del partito nel quel ho militato per un bel po’ di anni.

E subito, dopo lo scritto di Veltroni, si sono annunciate adesioni, partiamo!, è la strada buona, ricostruiamo la sinistra (!!), corroborati dalla bella manifestazione di Milano che si è tenuta in concomitanza della visita del dittatore Orban al suo parigrado italiano.

Ma più che l’ipotesi di un’ammucchiata generale CONTRO l’attuale governo, altro non si riesce ancora a partorire.

La situazione non è semplice, la mazzata di marzo, benché più che prevedibile, non è stata per nulla assorbita da nessuno dell’opposizione. Personalmente continuo a brancolare nel quasi-buio, mentre fiammelle continuano a tenermi viva la speranza e provano ad indicarmi un percorso. Avrebbe senso un cartello elettorale (si potrebbe votare prima di quanto si pensi, e comunque ci sono anche le elezioni europee, l’anno prossimo) anti-razzista, spruzzato da un po’ di società civile e associazionismo, senza che le sue componenti abbiano uno straccio di idea comune sul mercato del lavoro, sul ruolo dell’Europa, sull’immigrazione, insomma sul modello-Paese che si immagina da qui a vent’anni? Per lo più fatto, magari, dagli stessi personaggi che già alle ultime elezioni hanno ampiamente dimostrato di non godere di alcuna fiducia da parte della stragrande maggioranza degli italiani e tanto meno degli italiani di sinistra? E ancora, ha senso presentasi, invece, ciascuno con le sue bandierine, ciascuno forte del suo zerovirgolaqualcosa, ciascuno con il ditino alzato da grillo parlante, formazioni politiche con democrazia interna solo apparente che sembrano solo funzionali al perpetuarsi delle proprie classi dirigenti?

Nel mezzo, deve esserci dell’altro. Deve esserci la forza di delineare una società nella quale la politica (serve sempre la politica, altrimenti di delega in delega si arriva dove la storia ci ha insegnato), da sinistra, riesca a riconnettersi con gli ultimi, con i bisognosi, con le persone alle quali i cicli economici uniti a provvedimenti sbagliati hanno tolto risorse economiche, certezze sul futuro, alimentando paure sulle quali è facile far leva additando nuovi nemici come la causa della loro povertà, ora gli stranieri, ora l’Europa. Occorre, da sinistra, riconnettersi alle periferie, quelle fisiche e quelle dello spirito, disinnescando la guerra tra poveri che può passare solo dall’efficienza dei servizi, da un welfare che funzioni, da investimenti sulla scuola, sulla cultura in tutte le aree e per tutte le persone che attualmente sembrano abbandonate al loro destino. E dall’occupazione, equamente retribuita, con diritti universalmente riconosciuti e non elemosinati al padrone di turno.

Il primo banco di prova saranno le elezioni Europee. Già per quell’occasione sarebbe importante capire se c’è volontà, più che spazio politico, per immaginare un terza via rispetto alle opzioni “tutti insieme appassionatamente” e “ognun per sè”.

Scirocco (leggetelo, se vi va)

Ti metti a spulciare la libreria di casa prima di partire, che la vacanza senza libri non è nell’ordine delle cose, e ti imbatti in un volume che sta là da anni, figlio di traslochi passati ed esistenze che si rimescolano. Eredità letterarie. La quarta di copertina ti fa accendere tutte le lampadine possibili e immaginabili, e così divori quelle quasi 500 pagine in men che non si dica. E mentre le avventure dei protagonisti si squadernano sotto i tuoi occhi e nella tua mente, pensi che quello è proprio il libro che avresti voluto scrivere. Sia chiaro, non nutro alcuna velleità letteraria, non ne sono capace, non ho gli strumenti e non saprei nemmeno da dove cominciare. Però tutti abbiamo sognato di essere, che, so, un astronauta, un calciatore, un artista. Qualche volta mi sono immaginato scrittore e ho sempre pensato che una storia come quella raccontata da Girolamo de Michele in Scirocco mi sarebbe proprio piaciuto scriverla.

É un libro di qualche anno fa e da quello che si può trovare in rete il suo autore, insegnante di liceo, è un po’ che non scrive più.

In una Bologna squassata da misteri e omicidi, la cui genesi è lontana nel tempo ma resta sempre attuale, fino ai nostri giorni (per alcuni versi il libro sembra anche anticipare  avvenimenti politici che si sono verificati nel nostro paese negli ultimi mesi) un gruppo di personaggi si ritrova a dover risolvere la situazione, per fare i conti con il proprio passato e per far si che, almeno per ciò che è in loro potere, quel passato non torni più.

I protagonisti principali sono reduci, della Seconda Guerra Mondiale alcuni e dei tardi anni ’70 altri, protagonisti, questi ultimi di una stagione della nostra storia che mi ha sempre affascinato e che, dico la verità, avrei voluto vivere. Non tanto per il tragico carico ideologico, che ha portato alla sconfitta di una intera generazione, per stessa ammissione di chi quegli anni li ha vissuti. Sconfitto chi ha preso le armi, chi ha sostenuto scelte folli, ma anche chi ha guardato alla finestra nella speranza che la storia prendesse un corso diverso.  E a loro modo sono sconfitti tutti i protagonisti del libro, salvo che per la redenzione finale che si racconta nella storia di Scirocco.

Quegli anni avrei voluto viverli proprio per esserci, per sentirsi parte di qualcosa più grande di te, per vivere in maniera collettiva le passioni del tempo, per nutrirsi insieme dell’illusione (sic!) che davvero si poteva cambiare il mondo.

Vabbè, leggetelo Scirocco, se vi va, e poi mi direte, sempre se vi va. Dopotutto sognare, innamorarsi, emozionarsi leggendo è sempre un ottimo affare.

 

Il mondo perfetto

Sarà un complotto dei soliti noti, sarà l’economia che, in assenza di regole socialmente sostenibili, si regola da sé e quindi volge naturalmente verso l’aumento costante del divario tra ricchi e poveri, una sorta di entropia delle disuguaglianze, ma sta di fatto che la guerra tra poveri alla quale assistiamo ormai da anni coinvolge tutto e tutti e sembra non aver fine. Che poi sentirsi minacciati da chi sta peggio di te è un attimo, e allora dagli all’immigrato, al bracciante, all’ambulante, al baraccato, al Rom, all’accattone, al musicista di strada, al clochard, al lavavetri, alla prostituta, al bangladino, al rifugiato. La cui condizione di povertà è alimentata da chi non se la passa benissimo.

Uno spaccato della situazione lo offre questo articolo di Internazionale. 

Generalmente al discount è più facile incontrare persone che hanno capacità di spesa inferiore alla media, in cerca di offerte e di prezzi vantaggiosi. A scapito di chi? Dei produttori, che pur di prendere commesse dalla grande distribuzione lavorano in perdita. E su chi si rifanno i produttori? Sugli utenti, con un prodotto di peggiore qualità, e su chi raccoglie e lavora il prodotto, vittima di dumping salariale senza fine. Il povero che fotte il povero.

Altro esempio nell’abbigliamento. I negozi più affollati sono ormai da tempo H&M, Bershka, Pull&Bear, Zara. Compri a poco roba già di suo abbastanza scadente, e come per il cibo se una maglietta costa 10€ qualcuno l’avrà prodotta con paghe da fame, visto che il margine per le aziende c’è sempre. E poi c’è la distribuzione, il trasporto. Tutti strozzati.

Tutti poveri che si fottono tra di loro.

Il mostro. Il nero. Il buio nella mente.

 

Venerdì sera ho perso un amico.
Ma sto perdendo qualcosa di più importante.
Sto perdendo la fiducia nella gente.
La gente per la strada, negli uffici, nelle fabbriche, la gente.
Il popolo del Paese in cui vivo sta diventando un mostro

Parlavo, nei giorni scorsi, del dolore fisico che mi pervade. Latente, non lancinante, non acuto, ma sta là, tutto quanto. Diffuso. Un misto di questo dolore e di paura. Anche di paura. Si, paura di scoprire cose che immagino, di capire meglio cose che so, che rifuggo, che non voglio sapere, scoprire, approfondire. Di quelli che mi stanno attorno. Quelli di cui parla Pierpaolo Capovilla.