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Ci vuole un progetto per stare insieme

 Personalmente Adinolfi non mi piace. Come persona, come politico (!). E non mi piacciono nemmeno le cose che dice. Prendete l’appello ai giovani del PD ad unirsi per battere Bersani e la nomenklatura, poi si vede. Ecco, esempi di raggruppamenti contro qualcuno ne abbiamo avuti tanti, negli ultimi anni. E sappiamo com’è andata a finire. Senza un progetto condiviso non si va da nessuna parte. E Renzi, Civati, Serracchiani, Scalfarotto un progetto comune non ce l’hanno. Forse l’hanno avuto per un periodo, poi Renzi è stato folgorato sulla via di Pomigliano D’Arco, prima che sulla via di Arcore, ed è morto tutto.

 

E amen.

 

Un uomo allena l’Inter

Ieri ascoltavo per radio l’intervista ad un dirigente dell’Inter che parlava di Stramaccioni. Per il tizio Stramaccioni era “il ragazzo”. E allora, va bene l’inesperienza (hai allenato solo le giovanili), ma uno a trentasei anni si può sentire chiamare “ragazzo”? Ma la parola uomo ‘sto paese se l’è scordata? Forever young, insomma. E di conseguenza se vuoi avere un ruolo di responsabilità o sei un miracolato (avere Moratti come presidente ti aiuta, in questo senso) o aspetti, tanto sei un “ragazzo”. Nel calcio come nell’università, nella ricerca, nel mondo del lavoro, nella politica e in tutta la gerontocrazia italiana.

Futuro passato

Un paese che non investe in ricerca, semplicemente, non ha futuro. L’hanno capito prima e meglio di noi, ad esempio, in Francia e in Germania, paesi nei quali anche in periodi di rallentamento dell’economia gli investimenti nella ricerca sono “addirittura” aumentati.

Per non parlare del futuro dei ricercatori, eh.

Come mai

Un tempo si cantava, nei cortei, come mai come mai sempre in culo agli operai. Oggi si potrebbe dire: come mai come mai sempre in culo ai precari?

L’analisi di Marco Simoni sulla precarietà e le conseguenti azioni del governo.

Privi di potere contrattuale, i lavoratori flessibili hanno visto i loro salari diminuire sempre più.

Dal 1996 al 2008, le case sono in media aumentate del 50% al netto dell’inflazione e nelle grandi città anche molto di più. Questi aumenti colpiscono soprattutto i più giovani, che devono acquistare una casa o cominciare un contratto di affitto.

Ricapitolando: mentre i prezzi delle case subivano aumenti vertiginosi, i salari dei lavoratori flessibili diminuivano a causa del loro scarso potere contrattuale, in un contesto in cui essi erano anche privi di sostanziali protezioni sociali. Il concorrere di questi tre fattori ha determinato la precarietà che ormai caratterizza larghissimi strati della popolazione under 40.

Piuttosto che concentrarsi sugli effetti immediati delle singole misure, diventa cruciale riflettere sulle loro interazioni. Assumono allora una nuova prospettiva le proposte di riforma della cassa integrazione e l’idea di un sussidio di disoccupazione generale; l’obiettivo di unificare il mercato del lavoro in una forma contrattuale largamente prevalente; le norme per lo stimolo della concorrenza recentemente approvate e quelle in cantiere; perfino il ripristino di una tassa sugli immobili che può contribuire (non essendo sufficiente) a raffreddare le dinamiche dei prezzi delle abitazioni.

Le colpe dei padri secondo Diamanti

Un grande Ilvo Diamanti, oggi.

“Questi giovani “sfigati”. Senza pensione. Per molto tempo, per sempre, faranno un lavoro atipico e precario. Sicuramente non “monotono”. E, per pagare il debito pubblico accumulato da decenni, dovranno sopportare grandi sacrifici. Per molto tempo ancora.

Forse, il motivo di tanto accanimento è proprio questo. Perché se il mercato del lavoro è chiuso, il debito pubblico devastante, il sistema pensionistico in fallimento, il futuro dei giovani un buco nero, non è per colpa loro, ma delle generazioni precedenti. Dei loro padri e dei loro nonni. Della generazione di Monti, Fornero e Cancellieri. Della “mia” generazione. Forse è per questo che ce la prendiamo tanto con i giovani.
Per dimenticare e far dimenticare che è colpa nostra.

La solita trita e ritrita questione generazionale

A quanto pare Camila, nel PD, non se l’è contesa nessuno. Troppo giovane? Troppo lontano, il Cile, nello spazio e nel tempo? Il modello, probabilmente, è una alla Segolène. O meglio, era. Matura, austera, raffinata. Speriamo non diventi Angela, il soggetto della contesa.

Ma parla per te

“Noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà”.

L’impulso a dire qualsiasi cosa passi per la mente deve essere, per alcuni, irrefrenabile. Assistiamo, desolati, a dichiarazioni inopportune sul tema del mercato del lavoro che arrivano da tutte le parti. Leggendo quest’ultima massima, poi, il pensiero non può che andare a tante ragazze e ragazzi che lasciano le loro città, soprattutto al Sud, per studiare o per lavorare. Terre abbandonate perchè i loro figli migliori hanno perso le speranze di vivere nella città di mamma e papà senza dover sottostare al racket, senza dover chiedere al politico o al funzionario pubblico di turno una raccomandazione per avere qualsiasi cosa possa spettare di diritto ad un cittadino onesto. Una ennesima mancanza di sensibilità da parte di governanti illuminati che pensano di riassumere, con una battuta, un mondo pieno di sfaccettature, di drammi, di speranze. E se hanno un problema di comunicazione, stessero zitti o assumessero qualcuno che le spari meno grosse.  

Pro memoria

Perchè non si può mai sapere cosa ci riserva il futuro. E magari un giorno potrà essere utile, tirare fuori ‘sta foto. Chi può dirlo.