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Non aspettarmi vivo

È il titolo del bellissimo saggio di Anna Migotto e Stefania Miretti sulla banalità dell’orrore nelle voci dei ragazzi jihadisti, come recita il sottotitolo.20170506_092543

Una lettura che consiglio vivamente, per provare a capire qualcosa in più della genesi dell’orrore che alimenta le nostre paure, nell’Occidente che diventa palcoscenico, estensione della guerra interna al mondo dell’Islam tra salafiti jihadisti e interpreti “moderati” delle parole del Corano.

Il libro ci parla dei ragazzi e delle ragazze tunisine, di quelli che resistono da “laici” in un Paese che vive le sue difficoltà economiche, la disillusione di una rivoluzione, quella del 2011, riuscita a metà, e di quelli che passano dal rap, dall’heavy metal, dalle ragazze, dalle birre, dalla danza al martirio, in un tempo brevissimo. Ragazzi e ragazze che fino al giorno prima sono stati fianco a fianco nel coltivare le loro passioni e le loro speranze e che da un giorno all’altro prendono strade diametralmente opposte. Padri, madri, fratelli, sorelle che ritrovano si ritrovano il nemico in casa. Il figlio, il fratello, l’amico amato che sparisce e dopo qualche giorno riappare in Siria, completamente trasfigurato.

Io non so se il libro fornisca una lettura parziale o meno del fenomeno, delle motivazioni che spingono i ragazzi a fare delle scelte così tragiche, per loro e per le persone che incontreranno sul loro cammino di morte. Mi appare però evidente, leggendo le pagine del libro, che la religione non c’entri. O meglio, la religione, l’Islam, sia la scusa alla quale faccia comodo a molti, da questa parte del mondo, attribuire la causa di tanto orrore. La religione, e l’interpretazione dei salafiti del Corano, è sicuramente la leva utilizzata dai reclutatori di Da’ish per convincere i ragazzi ad unirsi al Califfato. Ma la molla che scatta nelle teste dei giovanissimi martiri viene caricata nel tempo da una serie di condizionamenti tutti interni alla società tunisina e che possono essere ritrovati tali e quali nelle banlieu parigine, nelle periferie di Bruxelles, nei sobborghi di Stoccolma. Il fallimento degli ideali dei padri (nella stragrande maggioranza dei casi musulmani praticanti), l’inutilità del titolo di studio (anche delle lauree più prestigiose), la mancanza di fiducia nel futuro, l’impossibilità di costruirsi una vita dignitosa viene messa di fronte a delle alternative che lo stato islamico, a Raqqa, in Siria, mette a disposizione subito: un lavoro, uno stipendio, tante mogli, la macchina. E soprattutto il Paradiso, per sé e per 70 persone a scelta. Finemente indottrinati (i reclutatori in questo sono più che professionali, sanno scientificamente individuare i soggetti più fragili) i ragazzi arrivano ad elaborare questo tragico pensiero: ma perché devo vivere senza prospettive in terra, quando mi viene offerto il Paradiso? Unite questa suggestione al senso di fratellanza che spinge i musulmani alla jihad ovunque vedano i loro confratelli in pericolo nei confronti dell’aggressore di turno (Palestina, Kuwait, Iraq, Afghanistan, Siria) ed ecco (perdonate la semplificazione) che si può spiegare il viaggio che tantissimi giovanissimi hanno intrapreso dalla Tunisia, dalla Francia, dal Belgio, dalla Svezia, verso la Siria per poi tornare nei loro paesi a compiere le azioni che tutti abbiamo imparato a conoscere e a temere. Azioni che lasciano increduli amici, parenti, familiari, spesso devastati dal senso di colpa per non aver saputo intercettare (pochi ci riescono) i cambiamenti che hanno portato i loro cari a compiere quei gesti.

Fortunatamente c’è anche chi si rende conto di aver commesso un errore, di essere stato ingannato e quindi prova a percorrere la strada in senso inverso, dalla Siria, da Da’ish a casa, provando a recuperare una normalità che sarà difficile da riacquistare. Nel libro sono narrati anche i ritorni a casa, le gesta eroiche dei padri che fanno di tutto per riavere i loro figli sani e salvi, delle difficoltà delle famiglie che ormai sono bollate come famiglie di terroristi, delle associazioni che si spendono per aiutare le famiglie ad affrontare i problemi legati alla presenza in casa di figlio ex-terrorista.

In conclusione un argomento da approfondire, quello trattato nel libro delle bravissime e coraggiose Migotto e Miretti. Intanto potreste iniziare anche voi con le loro pagine, se siete interessati all’argomento.

p.s. Un grazie a Flavia Perina, sulla sua pagina Facebook ha parlato di questo libro, nei giorni scorsi. Mi sono fidato, e ho fatto bene.

Famiglia e calcio, ossessioni d’Italia

Sono gli argomenti trattati in due degli ultimi libri che ho letto, e che mi permetto di consigliare ai miei affezionatissimi lettori.

Di famiglia, anzi di famiglie ci narra Francesca Fornario ne La Banda della Culla.

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Famiglie etero, famiglie omo, famiglie precarie, famiglie felici (al netto degli eventi della vita). Accomunate dal tema della nascita di un figlio, e dalle difficoltà spesso insormontabili che hanno le persone, nel nostro Paese, a metter su famiglia. A causa di leggi sbagliate, di welfare assente, di pastoie burocratiche, di mancanza di una visione del futuro. Tra eventi tragici e situazioni comiche, ciò che mi ha colpito è che i protagonisti del libro danno sostanza ai loro sogni all’estero, chi in Svezia, chi in Inghilterra, chi dall’altra parte del mondo. Altro che family day.

E poi il calcio.

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Quello dei campi di periferia, delle serie minori. In questo caso romanzate da Marco Massullo in Atletico Minaccia Football Club, squadra improbabile fatta di un mister improbabile e di giocatori improbabili, tutti personaggi  veri come il sangue, la fatica, il sudore, la passione che traboccano su campi altrettanto improbabili. E poi c’è Nino, e non poteva che essere lui a tirare il calcio di rigore decisivo, e per sapere come va a finire dovete leggervelo il libro, e se siete appassionati di calcio non ve ne pentirete.

Ultime letture

Tutti consigliati, ovviamente.

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Del libro di Pippo parlerò a parte.

Number one Jennifer Egan (bellissimo anche Il tempo è un bastardo), soprattutto per la forma. Scatola nera è scritto sotto forma di tweet. Ogni periodo non è più lungo di 140 caratteri. E funziona alla grande.

Manzini ti fa appassionare al suo personaggio Rocco Schiavone, stronzo quanto basta.

Blondel è una scoperta (grazie a Fabio Luzietti e Valentina Catalucci di Radio CIttà Futura).

Manifesto dell’antimafia ci fa fare i conti con noi stessi. Da tenere sul comodino, in borsa, in macchina. Per ricordare sempre. A maggior ragione oggi che è 23 maggio.