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Il pezzo che manca alla sinistra unita a metà

Nel fine settimana scorso si sono svolte le assemblee provinciali unitarie di Sinistra italiana, Possibile e MdP per definire i delegati (1500) che parteciperanno all’assemblea nazionale del 3 dicembre prossimo, appuntamento che segnerà il via ufficiale della lista unica di sinistra in vista delle elezioni politiche di primavera, con tanto di nome, simbolo, e probabilmente leader (se Pietro Grasso scioglierà la riserva).

Come tutti sapete coloro i quai si sono riconosciuti nel percorso iniziato a partire dal 18 giugno con l’assemblea del Teatro Brancaccio non ci saranno, a seguito dei contrasti scoppiati nelle settimane scorse e che non poche polemiche hanno generato in questi giorni.

Lungi dal volere in alcun modo contribuire alle polemiche di cui sopra, spesso sopra le righe, talmente fuori le righe, anche da parte di importanti dirigenti di partito, da farmi pensare che non si stava spettando altro che il momento di rovesciarsi reciprocamente addosso un bel po’ di veleno che si era evidentemente accumulato nelle settimane precedenti, provo a dire la mia su quanto accade in questi giorni.

Nutro un senso di delusione, di incompletezza, e quindi anche di disillusione.  Mi hanno colpito negativamente le reazioni stizzite dei partiti davanti alle critiche mosse da Tomaso Montanari e Anna Falcone,  che a loro volta non sono stati teneri nel criticare chi, fino a poco prima, doveva essere un fidato compagno di viaggio. Senza voler demonizzare il percorso intrapreso da SI, Possibile e MdP, sicuramente partecipato (e la partecipazione è sempre una buona notizia), e soprattutto partecipato da tantissimi compagni che conosco di persona e ai quali riconosco capacità e ottime intenzioni, però credo che di fondo, nel voler proclamare la propria autonomia e autosufficienza rispetto ad altri percorsi partecipativi, e nel contempo invitare tra le proprie fila chi in quei percorsi interrotti si è riconosciuto, commettano un errore di valutazione abbastanza evidente.

Mi spiego con un esempio, e mi perdoneranno le persone che cito nel caso lo stia facendo a sproposito, ma credo che quanto riferito a loro sia comunque paradigmatico e applicabile anche ad altre realtà.

Tra le associazioni che hanno aderito al percorso del Brancaccio c’è Baobab Experience, che tutti a Roma abbiamo imparato a conoscere per l’opera meritoria ed eroica che compiono quotidianamente in aiuto dei rifugiati in transito nella nostra città. Chi fa politica di questi tempi sa quanto sia complicato “istituzionalizzare” (perdonatemi il temine) associazioni che operano nel sociale, da un lato per una loro naturale ritrosia a tenere rapporti con i partiti che stanno nel palazzo (nonostante, e questo va conosciuto, quanto Stefano Fassina, Pippo Civati, Nicola Fratorianni si siano spesi, anche in parlamento, per dare voce alle loro battaglie), dall’altro per la loro variegata composizione che rende quel mondo, i loro volontari, difficilmente inquadrabili all’interno delle singole forze parlamentari. Però Baobab Experience si è ritrovato nel percorso del Brancaccio, al pari di altre associazioni che quel 18 giugno hanno partecipato, sono intervenute e hanno iniziato una collaborazione, a fare rete tra di loro per dare un contributo alla costruzione di una sinistra che fosse la più ampia e contaminata possibile. In questo senso il mondo del Baobab, e altri con loro, sarebbe stato un valore aggiunto per tutta la nascente sinistra italiana. Nei giorni scorsi Andrea Costa, il loro portavoce, ha sottoscritto l’appello rivolto ai partiti affinché fosse riaperto il dialogo con le 100 piazze per il programma promosse da Montanari e Falcone. A questo appello i partiti hanno risposto tempo scaduto, invitando chi aveva partecipato a quelle assemblee ad unirsi durante gli incontri del 25 e 26 novembre scorso. Ecco, l’errore di fondo sta nel pensare che la partecipazione dei singoli, per esempio di Andrea Costa, sia equivalente alla partecipazione dell’associazione che rappresenta. Come se i singoli, con tutto il rispetto, possano in sé racchiudere le esperienze di un mondo e rappresentarlo all’interno di un percorso politico.

Non funziona così. Purtroppo.

Si è persa l’occasione per amalgamare mondi differenti, e la cosa che mi fa impressione è che i partiti non se ne stiano curando molto, tetragoni nella loro scelta di utilizzare le assemblee per blindare scelte che hanno fatto sostanzialmente a tavolino salvo concedere a chi avesse partecipato, da non iscritto, qualche posto in lista. Liste bloccate, peraltro, tanto osteggiate quando si tratta di discutere di leggi elettorali ma altrettanto apprezzate quando si vogliono evitare sorprese e i voti delle assemblee servono a ratificare anziché a scegliere. Sostanzialmente il de profundis delle primarie, tanto care a molti, ma evidentemente non più attuali.

Tralasciando poi i giudizi personali su Tomaso Montanari e Anna Falcone (“Stronzi”, “Hanno rotto il cazzo, loro e il loro civismo”, “Hanno iniziato loro” mi ha scritto un altissimo dirigente di uno dei tre partiti al qual chiedevo di metter fine alle polemiche e cercare una strada unitaria), che sono anche loro due persone per bene, preparate, coerenti e che non hanno chiesto alcunché per loro, altro motivo del contendere sono state le richieste che hanno formulato in merito alla futura composizione delle liste per la composizione del Parlamento. La presenza nei posti concretamente eleggibili della lista proporzionale di un 50% di donne; di un 30 % di under 40; di un 50% di candidati mai stati in Parlamento e infine la non candidabilità di chi ha avuto ruoli di governo. Tali proposte sono state bollate come un mix di rottamazione e grillismo. Obiettando che l’inesperienza ha prodotto una legislatura nella quale i “giovani” parlamentari non hanno brillato per capacità. Ecco, anche questa mi sembra un argomento un po’ misero per opporsi alla richiesta di Alleanza Popolare, come ad arrendersi all’ineluttabilità dell’equazione giovane età=inesperienza=fallimento, come se la differenza non debba essere fatta dalla qualità delle persone che si scelgono a prescindere da esperienza ed età. Che poi capirei avessero proposto il 100%, ma si sono limitati a percentuali molto più basse…

Insomma, invece di avere l’ambizione, a sinistra, di far meglio di quanto fatto nel recente passato al PD e da M5S, si è preferito volare basso, ed arrendersi al destino cinico e baro che non consente di selezionare al meglio le classi dirigenti del futuro, Un po’ poco.

In definitiva si poteva fare meglio,  e di più, e siccome molti di noi vogliono la luna accontentarsi di un cielo con qualche stella e molte nuvole sparse, personalmente, non mi rende entusiasta.  Soprattutto temo che l’effetto moltiplicatore che ci sarebbe stato con un percorso condiviso verrà fatalmente meno. 1+1+1+1+1 avrebbe potuto fare 10, anche 12. Temo invece che 1+1+1 farà 6, 7. Ciò non toglie che continuerò a seguire con interesse tutto ciò che si muove a sinistra, perché quella è casa mia.

 

I dolori della nascente sinistra

Io non so se esista realmente una sorta di maledizione, un demone meschino che induce quasi ad ogni pie’ sospinto quel mondo indistinto, eppur distinguibilissimo, che va sotto il nome di “sinistra” a farsi del male da sola ogniqualvolta sembra prefigurarsi la possibilità di costruire qualcosa di utile per un pezzo di Paese.
O se, tolto il demone, resti solo la meschinità degli uomini, dei singoli, le loro ambizioni.
La loro capa, insomma.
Nella dicotomia partiti-di-sinistra Vs civismo vedo, per ora, solo una ulteriore occasione persa.
Non voglio attribuire, nelle  vicende di queste ore, colpe, responsabilità, retropensieri, patenti di alcunché a chicchessia.
Prendo atto, con estrema amarezza, della situazione. Probabilmente ciò a cui assistiamo  avviene anche perché, come ha osservato Andrea Ranieri, il periodo immediatamente prossimo allo svolgimento di elezioni politiche non è il migliore per “costruire la sinistra”.
Vedo però degli elementi di criticità nel percorso che Sinistra Italiana, Possibile, MdP e Alleanza Popolare hanno intrapreso in questi mesi.

Innanzitutto, come ha ammesso anche Tomaso Montanari, il non essere riusciti a mobilitare in maniera significativa i cittadini nelle 100 assemblee per il programma che evidentemente non hanno fatto registrare, al di là della bontà delle proposte messe in campo, una presenza “fisica” tale da scongiurare scalate organizzate di soggetti “esterni”. E il solo pericolo di una deriva del genere nell’assemblea del 18 ha suggerito di annullare l’evento per evitare che da quell’appuntamento venisse meno lo spirito con il quale il percorso era iniziato.

(Apro una parentesi. si può esprimere soddisfazione per il ritorno della sinistra all’interno dell’Assemblea Regionale Siciliana. Ma il risultato di Claudio Fava e della lista unitaria che lo ha sostenuto è stato largamente deludente, dobbiamo dircelo chiarezza. E anche le assemblee di SI, Possibile, MdP non mi sembra che riescano a muovere folle oceaniche. Tra l’altro il rischio, come dice Alessandro Gilioli, che chi partecipa si fracassi sonoramente i coglioni mi sembra sia abbastanza elevato. Questo per dire che la partecipazione, e i consensi, sono un problema, a sinistra. E da solo il percorso unitario non basta a motivare sufficientemente tutti quelli che in questi anni hanno perso la fiducia per strada. Chiusa parentesi).

E sempre restando alle parole di Montanari, forse sono ingenerose le critiche mosse a Civati, Fratoianni e Speranza di aver deciso tutto a tavolino per quanto riguarda le assemblee provinciali che il 25 e 26 novembre dovranno scegliere i delegati che parteciperanno all’assemblea nazionale unitaria  del 2 dicembre. Voglio pensare, come come continuano a garantire i diretti interessati, che saranno assemblee locali quanto più aperte e scalabili è possibile, nella più ampia accezione del termine scalabile. Senz’altro mi colpisce l’aver sostanzialmente individuato il nuovo leader della sinistra nella figura (degnissima) di Pietro Grasso. Non per la persona, di qualità indiscusse e indiscutibili. Ma per il metodo mi permetto di sollevare qualche dubbio. Capisco la necessità di individuare per tempo una persona che in maniera autorevole, anche in virtù del proprio ruolo istituzionale, possa rappresentare una leadership che deve essere anche collettiva.

(Apro altra parentesi. Alcuni pongono la seguente questione: può Pietro Grasso, uscito dal PD pochi giorni fa, Presidente del Senato scelto anche dal PD e che ha consentito di portate avanti, dallo scranno più alto di palazzo Madama e nell’esercizio delle sue funzioni, tutte le contro-riforme del PD, proporsi in maniera autorevole come leader di uno schieramento che ha la sua cifra distintiva nella strenua opposizione a tutto ciò che il PD ha fatto in questi anni? E più in generale, quanto in questa fase deve essere inclusiva la sinistra nei confronti di chi ha avallato fino all’altro giorno, se non con la convinzione delle idee per disciplina di partito, le politiche messe in campo dal partito principale sostenitore del Governo? Chiudo altra parentesi).

Però sostanzialmente i partiti stanno calando dall’alto una leadership che poi vorranno legittimare con le scelte dell’assemblea (metodo top-down) probabilmente contraddicendo le buone intenzioni più volte manifestate (e ben tetragone in chi si è riconosciuto nel percorso del Brancaccio) di costruire una leadership dal basso che emergesse nel procedere delle varie fasi di discussione/confronto/sintesi (metodo bottom-up).

Insomma, ad oggi non sembrano esserci margini per ricucire lo strappo che si è consumato in questi giorni su questioni che sono dirimenti e sostanziali per il percorso che si sarebbe dovuto intraprendere uniti.

Sarò pessimista, ma allo stato attuale vedo piazze abbastanza vuote e, temo, urne ancor di più.

 

Di vertici e di basi che mancano (per ora)

Un passaggio alla Casa Internazionale delle Donne, lunedì pomeriggio, per vedere un po’ l’aria che tirava nella prima assemblea romana post-Brancaccio di Alleanza Popolare per la Democrazia e l’Uguaglianza.

Tanta gente, buon segno. È l’occasione per salutare qualche persona con la quale ho fatto un pezzo di strada insieme. Ascolto qualche intervento, poi vado via con una sensazione di incompiutezza addosso. Mi rimane un po’ di amaro in bocca, diciamo.

Provo a spiegarmi.

L’impressione, condivisa con una cara persona che era anch’essa lì, è che per ora il bacino di utenza della sinistra romana che ha risposto all’appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari sia il medesimo che alle scorse elezioni ha sostenuto la candidatura di Stefano Fassina. Nulla di male, ci mancherebbe, ma ovviamente non può bastare. Il problema è come allargare il più possibile il campo non tanto della partecipazione (anche quella serve, ovviamente), quanto del consenso.

La platea, ne sono sicuro, era composta per la stragrande maggioranza da persone che si può dire appartengano ad un ceto medio-borghese, con alto livello di scolarizzazione e buone letture. I promotori, e molti di quelli che hanno parlato, sono persone attive, e con merito, sulla scena politica romana (in alcuni casi nazionale) da più o meno tempo. E va bene, da qualche parte, e da qualcuno, bisogna pur iniziare. Mi colpisce però l’assenza di quel pezzo di società che abbiamo, a sinistra, l’obiettivo (e la presunzione) di rappresentare. Dove sono le persone che più hanno patito della crescita delle disuguaglianze (operai, disoccupati, pensionati, precari, studenti, insegnanti) nel nostro paese e che più, di conseguenza, sono stati spinti verso l’astensionismo? Non ne ho visti, lunedì, e non ho visti al Brancaccio.

Più in generale mi pongo il problema se, al di là di esperienze positive di impegno nel sociale che nei quartieri esistono, prendono forma quotidianamente, e che anche singolarmente molti di noi praticano, pur non vivendo in primissima persona situazioni di palpabile disagio socio-economico siamo in grado di dar voce a chi l’uguaglianza non sa più cosa sia. Ri-politicizzare questa fetta di “esclusi”, far nascere una nuova coscienza di classe presuppone un’opera, passatemi il termine, di evangelizzazione che però deve passare anche da figure “profetiche” che per ora non vedo, né come singoli né a livello collettivo. Non necessariamente il leader alla Corbyn o alla Sanders, che se ci fossero ben venga, ma persone semplicemente in grado di rappresentare con autorevolezza e credibilità le istanze che provengono dalla moltitudine di persone che non si sentono rappresentate, a sinistra.  Un intervento, tra i più autorevoli, ha evidenziato la necessità di ripartire da tre parole d’ordine: scuola, ricerca, cultura.

Ma, per esempio, come andare a parlare di dispersione scolastica a Tor Bella Monaca, o a San Basilio, senza correre il rischio di organizzare il solito tavolo tematico tra addetti ai lavori, e che magari vivono per lo più in I o II Municipio, con il risultato di smuovere un nonnulla in termini di allargamento di partecipazione e di consenso ? Come organizzare tavoli territoriali, gruppi di lavoro ristretti (questo uno degli input usciti dall’assemblea per il prosieguo del cammino nelle prossime settimane) senza correre il rischio di parlarsi addosso (perdonatemi il termine) tra vertici con il risultato di non allargare alla base? Come colmare la distanza da quelle periferie che ci hanno voltato le spalle per colpa della nostra inadeguatezza a percepirne sofferenze, criticità, bisogni?

Non ho risposte, e non voglio nemmeno sembrare pessimista. Non lo sono di natura.

Ma questa è la genesi della sensazione di cui parlavo prima. Tra un po’ capiremo se passa o aumenta.

Le parole non dette a Piazza Santi Apostoli

Saltato l’appuntamento fuori porta, un giro a Piazza Santi Apostoli ieri l’abbiamo fatto.
Ho salutato con piacere, come immagino molti dei presenti, un po’ di persone che in questi anni abbiamo perso per strada. Anche tante persone del PD: ministri, sottosegretari, parlamentari, consiglieri comunali, semplici iscritti. Alcuni in incognito, altri no. Si leggeva negli sguardi il desiderio di ritrovare un terreno comune, ma sarà davvero possibile?
Nei giorni scorsi evidenziavo la necessità di ripartire, da oggi, senza ambiguità, con una scelta di campo netta. Ecco, non mi sembra che ciò sia avvenuto, ieri, in quella Piazza, ad opera dei promotori dell’iniziativa.
Il discorso più significativo l’ha tenuto Pierluigi Bersani, che ha pronunciato parole condivisibili su fisco, ambiente, lavoro, scuola, in linea con quanto ascoltato al Teatro Brancaccio due settimane fa. Meno bene sull’analisi della storia recente, sul rimpianto della sinistra che nel mondo a metà degli anni ’90 ha conquistato la fiducia degli elettori in molti paesi per poi tradirla con politiche che di sinistra avevano ben poco o che comunque non hanno saputo prevedere i disastri della globalizzazione, delle tempeste finanziarie, delle guerre. Parliamo di Blair, di Schroder, di Clinton ma anche dell’Ulivo, con i suoi leader e i suoi governi, che ha lasciato incompiute riforme (pensiamo solo al modo del lavoro e la mancata regolamentazione del precariato che in quegli anni ha la sua origine) la cui mancanza ancora oggi pesa come un macigno sulla vita delle persone. Su questo solco ha proseguito la sua opera anche il Partito Democratico, negli anni in cui ha governato, e quindi mi perplime alquanto sentire parlare, dal palco di Piazza Santi Apostoli, di centro-sinistra. Perché, e in questo Renzi ha ragione, un centro-sinistra senza il PD non è pensabile. Ma nemmeno è pensabile un PD che faccia ammenda di sé stesso e riconosca il fallimento delle maggiori (pseudo)riforme che ha sostenuto in questi anni. Anzi, Renzi in questi giorni rilancia, e lo fa perché è forte, giustamente, del consenso ottenuto nel congresso che si è chiuso poche settimane fa. E allora ecco l’ambiguità non risolta, la scelta di campo incompiuta, ieri. Le parole udite da quel palco sono, allo stato attuale, del tutto incompatibili con un’alleanza con il Partito Democratico. Sono incompatibili con lo svolgimento di primarie del cosiddetto centro-sinistra. Sono incompatibili con un patto post-elettorale nel caso in cui, come è ormai probabilissimo, si voterà con sistema proporzionale (si tratta solo di decidere quale sarà la soglia di sbarramento).
Eppure si punta ancora ad un centro-sinistra largo, come se ci fosse solo da mettere a punto piccole questioni programmatiche con il partito il cui segretario è Andrea Orlando.
Ecco, le cose non stanno così. Per niente. E quindi fatico a capire come intendano uscirne Pisapia, Bersani, Campo Progressista, Articolo 1, Insieme. Anche se uscissero ancora pezzi di ceto politico e di elettori dal partito di Renzi, il segretario andrebbe avanti come un caterpillar, non è uomo che ammette i propri errori.
Mi è invece più chiaro il percorso segnato da Montanari e Falcone, con Sinistra Italiana, Possibile e chi ci sta. Alternativi al PD. In questa fase non può essere che così.
Spero che i compagni presenti ieri in Piazza Santi Apostoli lo capiscano quanto prima, e agiscano di conseguenza.

Mi interessa di più il 2 luglio 2017

Non credo che sarò a Piazza Santi Apostoli il primo luglio.
No, non devo lavare la macchina né tinteggiare il balcone di casa, ma semplicemente ho preso un impegno fuori Roma da tempo.
Però seguirò con interesse quanto succederà in quella piazza, nella speranza che questo appuntamento tanto atteso serva a mettere definitivamente da parte due elementi che per troppo tempo hanno caratterizzato il dibattito a sinistra e le posizioni dei suoi leader: l’ambiguità e, conseguentemente, la mancanza di decisioni chiare.
Ne hanno sofferto alcuni, per motivi diversi (Civati, Fassina, Bersani, Speranza) e ne continuano a soffrire altri (Cuperlo, Orlando, Gotor).
E i tentennamenti, le decisioni ritardate, sono tra le cause che non hanno contribuito a migliorare la percezione della “sinistra” in quel parte dell’elettorato che da tempo aveva capito che Il renzismo non poteva essere un approdo e nel contempo però vagavano (e moti continuano a vagare) senza bussola.
Quindi, se un messaggio deve venire dalla piazza del primo luglio, è esattamente questo: chi sta lì deve essere alternativo al PD.
Non contro.
Alternativo.
Al PD e non a Renzi.
Perché Renzi è il PD.
Lo hanno deciso, legittimamente, le primarie poche settimane fa.
Pensare quindi che il PD possa essere qualcosa di diverso da quello che è stato in questi anni è puerilmente illusorio.
Decidano Pisapia, Cuperlo, Gotor, Speranza, Bersani, Articolo 1, Campo Progressista, parenti e affini.
O di qua, o di là.
Basta ambiguità.
Basta.
Grazie.

Qualche riflessione su domenica (e sulla sinistra)

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A mente fredda, qualche considerazione sull’incontro di domenica al Brancaccio organizzato da Anna Falcone e Tomaso Montanari.
Vado perché ho bisogno come dell’aria che respiro di riconoscermi in un progetto, di sentirmi appieno parte di qualcosa con la quale condividere princîpi, obiettivi, metodi. Di votare con convinzione, e non solo persone di cui ti fidi. L’alternativa sarebbe stare a casa, ma io voglio scegliere.
Teatro pieno, pienissimo (e mi dicono un bel po’ di persone collegate in streaming). Entriamo, ci sediamo, e butto un’occhiata alla platea (sono in galleria). Vedo tante facce conosciute, alcune personalmente di persona ma comunque riconosco la composizione della platea. Età media altina, giovani giovani a dire il vero non ne scorgo tanti, livello di scolarizzazione medio alto. Una platea familiare, insomma. Di sinistra per come siamo abituati a (ri)conoscerla. E (ri)conoscerci.
Parte Montanari e all’inizio il pubblico appare come sospeso. Qualche timido applauso sottolinea i passaggi del suo intervento, ma più lui parla e più gli applausi sono convinti, catartici, liberatori. A me è piaciuto, il suo intervento ha riassunto ciò che, a sinistra, non dobbiamo più essere e ciò che invece dobbiamo essere. I temi su cui puntare (mi interessa la pars costruens, il no a qualsiasi forma di dialogo con il PD la dò come pregiudiziale non derogabile): progressività della tassazione, pacifismo, lavoro dignitoso, difesa del territorio e stop consumo di suolo. E, in definitiva, piena attuazione della Costituzione. Mi fa specie non aver sentito pronunciare la parola mafia, la parola criminalità, nel suo come negli interventi successivi (ho seguito l’evento fino all’intervento di Pippo). Magari qualcuno ci h pensato dopo.
Il messaggio, uno dei messaggi che mi resta è quello che la (ri)costruzione della sinistra non sarebbe certo avvenuta domenica in sei ore al Brancaccio ma c’è un lavoro da fare fuori che è immane. Ma lo sapevamo. I due organizzatori ci dicono quello che già sappiamo: non aspettate input dall’alto.
Organizzatevi.
Commentando con Silvia la giornata ci chiedevamo con quale mezzo politico, con quali parole, con quali facce si possa (ri)costruire la sinistra fuori dalle fabbriche, a Tor Bella Monaca o al Laurentino 38 o in tutte le periferie delle grandi città e in tutti gli ex distretti industriali. Operai al Brancaccio non ce n’erano. Slumpenproletariaten al Brancaccio non ce n’era. Persone che non arrivano alla fine del mese probabilmente nemmeno ce n’erano. Come rappresentare queste fasce della società, da sinistra, senza populismo, demagogia, slogan, con autorevolezza resta la questione delle questioni. La ricetta, personalmente, non ce l’ho. Se qualcuno pensa di essere ferrato in materia, ascolto volentieri.
I fischi.
In uno scenario di Paese nel quale i giornalisti che sanno, o possono permettersi (slumpenproletariaten anche loro, a volte) di esprimere liberamente il loro pensiero sono ahinoi una stretta minoranza, non è che mi aspettassi qualcosa di diverso dal riportare quasi esclusivamente, come sintesi della giornata, le idiosincrasie con MDP Campo Progressista. Che poi ci sono, sia chiaro. E sono da chiarire, definitivamente. Se qualcuno pensa ancora di avere come possibile interlocutore il PD non è che si possa trattenere dal farlo, sinceramente. Scelga, ce ne faremo una ragione. Capivo quindi lo spirito con cui una parte certamente non maggioritaria del pubblico ha contestato Miguel Gotor, ma apprezzo immensamente il suo esserci, il suo non voler spezzare un filo che potrebbe legarlo, in un futuro molto prossimo, a chi invece una scelta di campo l’ha già fatta. O forse no. Come ho apprezzato la presenza di Massimo D’Alema, che si è beccato la sua dose di cazziatone dallo stesso Montanari (credo abbia le spalle larghe a sufficienza) e non solo, ed è rimasto ad ascoltare, spero ad imparare qualcosa.
In conclusione tocca organizzarsi, partecipare, ed essere tetragoni nel non accettare di percorrere strade già percorse e fallimentari, a sinistra. Con chi ci sta.
In autunno si tireranno le somme.
Come disse Enrico: Eccoci.

Antitetici e non antiebasta

Ieri ero alla manifestazione della CGIL e mentre vedevo scorrere il corteo all’angolo di Via Cavour un giornalista del TG1 fa una domanda ad un ragazzo: “Ma voi siete anti-Renzi?”. Non ho sentito la risposta perché l’intervistato era nel corteo insieme agli studenti e in quel momento il loro furgone stava passando i Green Day a manetta e quindi davvero non si sentiva un tubo. Però ho pensato a quello che avrei risposto io.

Avrei detto che definirsi anti-qualcuno/qualcosa fa part del solito refrain, qualificarsi per ciò che non si è senza dire come si vorrebbe essere. Avrei detto, piuttosto, antitetici, nel senso letterale del termine. Portatori di tesi opposte.

Sui voucher, ad esempio, tema della manifestazione di oggi, e più in generale sulla dignità del lavoro. Il che vuol dire che il lavoro si paga, con annesse tutele, infortuni, malattie, sicurezza, formazione, contratti. E non si compra dal tabaccaio.

Sulle disuguaglianze, che negli ultimi tre anni sono aumentate a dismisura, e si potrebbe iniziare a redistribuire un po’ di reddito reintroducendo l’IMU sulla prima casa, quantomeno su immobili di valore consistente, e tassando i patrimoni al di sopra del milione di Euro.

Sulla scuola, sull’università e sui saperi, aumentando la quota di PIL investito sulla conoscenza, sull’innovazione e sulla ricerca ai livelli degli altri principali paesi Europei.

Sull’ambiente, sul mare e sul paesaggio, fino ad oggi sacrificato ai desiderata della grande industria, delle imprese di costruzione, delle lobby locali e che invece può essere risorsa infinita per le comunità locali, non senza prima aver iniziato a mettere in sicurezza il territorio.

Sull’Europa e sulle politiche di austerità, che hanno impoverito i popoli, aumentato gli egoismi nazionali e allontanato gli Europei dal sogno di Altiero Spinelli. Si faccia ritorno all’Europa dei popoli e si abbandoni l’Europa dei tecnocrati, dei banchieri, dei freddi vincoli di bilancio.

Sulla lotta alla criminalità e alla corruzione, la tassa maggiore che il nostro paese paga in termini di evasione fiscale, di mancanza di concorrenza, di perdita di opportunità di sviluppo.

Ecco sei parole d’ordine che devono dare il segno dell’antiteticità rispetto Renzi, al PD, agli ultimi governi che si sono succeduti. Non idiosincrasia personale e semplice critica del passato e del presente, ma scelta di campo sulle soluzioni. Questo il terreno di gioco. Proposte concrete, poste in positivo, e rappresentate da persone autorevoli selezionate con metodi nuovi. Assemblee locali che discutono e scelgono i loro rappresentanti senza imposizioni dall’alto. Questo deve fare la sinistra, questo deve fare il popolo della CGIL che oggi era in piazza. Altrimenti, come dicevo ad un autorevole esponente delle sinistra incontrato durante il corteo, avremo perso tutti.

Ascoltare, capire, partecipare

Sabato mattina sarò al Teatro Quirino, a Roma, all’incontro che segna l’inizio di un percorso che spero porterà lontano.

Vado per ascoltare quello che avranno da dire le persone che lì si riuniscono. Che siano parlamentari, semplici cittadini, persone attive nella società, precari, insegnanti, amici, compagni.

Vado per capire se sia davvero finito il tempo delle ambiguità e per ascoltare parole chiare sui rapporti con il Partito Democratico.  Mi aspetto questo soprattutto dai compagni di SEL, ai quali mi sono rivolto nei giorni scorsi per chiedere loro, dal mio modestissimo osservatorio, di fare scelte coraggiose e coerenti. Sinceramente non vedo perché chi è uscito dal PD dovrebbe tornare a farsi il sangue amaro inseguendo improbabili alleanze. Sostenere questa tesi è solo gettare benzina su un fuoco di polemiche che andrebbero semplicemente evitate, se basate su illazioni e considerazioni di fantasia. Del resto lo schema nazionale mi sembra abbastanza chiaro: pur di fermare l’avanzata di M5S Renzi farà di tutto, dal cambiare nuovamente l’Italicum ad alleanze organiche e strutturali anche con Forza Italia, in nome di non so quale pericolo incombente  sulla Nazione. A meno che il pericolo non si chiami democrazia.

Vado per partecipare, con il mio umilissimo e piccolissimo contributo di cittadino, ad un progetto al quale tengo da tempo e che nasce da una esigenza che non è più eludibile, visto anche il fallimento del progetto del PD: dare voce, forza, rappresentanza, nel nostro Paese, nelle nostre comunità, alla sinistra. Semplicemente. Sui temi della legalità, dell’uguaglianza, della giustizia, dei diritti, dell’ambiente, del lavoro, della mobilità, del welfare.

È una sfida agli esiti incerti, difficile, difficilissima, che ha visto fallire molti in passato. Ma chi ha veramente a cuore la nascita di una forza di sinistra ampia, plurale, moderna, europea, aperta alla partecipazione e soprattutto che non aspiri a essere residuale ma ad essere forza di governo nel Paese e nelle città, non può che esserci, sabato mattina al Teatro Quirino. Non è, questo, il tempo dei distinguo, delle ripicche personali, dei processi alle intenzioni, dell’isolazionismo. Non mi interessano le sigle, le formule. Mi interessano i contenuti. I metodi. E va bene la costruzione dal basso che procede di pari passo con la costruzione dall’alto, se alto vuol dire dare maggiore voce anche in Parlamento, nelle Istituzioni alle battaglie che “il basso” discute, prepara, anima con passione e competenza. Dividersi ancora prima di partire è un errore. C’è tanto da fare. Tanta strada da percorrere e suole da consumare. Competenze, esperienze, idee da mettere a fattor comune. Personalmente vorrei che fossimo in molti, moltissimi, e che nessuno, almeno per ora, restasse indietro o pensasse di fare balzi in avanti in solitaria.

Parlando di Coalizione Sociale e di Sinistra

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Sono andato domenica all’assemblea nazionale della Coalizione Sociale, per sentire che aria tirava, per ascoltare qualche intervento e farmi un’idea live di come si sta muovendo un pezzo della sinistra italiana.

La Coalizione Sociale ha un grande potenziale perché le associazioni che ne fanno parte sono la prova vivente, con il loro agire quotidiano, della possibilità di creare un modello di società diverso. Le battaglie per i saperi diffusi, le mobilitazioni dal basso delle comunità di quartiere che operano nel sociale, i presidi nelle fabbriche, il sostegno alle lotte per la difesa dei beni comuni sono un patrimonio dell’intera società italiana. Perché suppliscono ad un welfare ormai inadeguato, perché tengono viva l’attenzione sul dramma della casa, delle fabbriche che chiudono, degli operai che perdono il lavoro, delle scuole che non riescono fino in fondo a seguire gli alunni più deboli. Perché parlano di sostenibilità, di vivibilità delle città, di consumi consapevoli, di riuso di cose e di luoghi.

Però rappresentano ancora un pezzettino della sinistra italiana. Un pezzettino ancora largamente minoritario, che si muove tra i centri sociali, gli esclusi, tra chi da tempo ha scelto una via extraparlamentare per rivendicare i propri bisogni e per mettere in pratica la propria idee di società. Ripeto, utilizzo i termini centri sociali, esclusi, extraparlamentari nella accezione più positiva possibile del termine. Ma non basta, è evidente. Occorrerà fondere le esperienze positive della Coalizione con tutti gli altri mondi della sinistra: gli elettori che hanno abbandonato il PD, da tempo o di recente, tutti quelli che provengono da una storia di sinistra e non hanno più avuto una rappresentanza da un decennio a questa parte, i delusi che non si sono più recati alle urne. Pezzi di sinistra che si stanno, a loro volta, organizzando. E occorrerà farlo dal basso, valorizzando le esperienze sul campo e da qui ripartire per creare una nuova classe dirigente. I padri nobili sono ben accetti, ma non accampino ruoli di primo piano, non chiedano candidature altrimenti la nascente sinistra, che già ha dinanzi a sé un compito difficile, avrà perso in partenza. Si individuino dieci temi fondamentali sui quali costruire una proposta alternativa per il governo del Paese, alternativa al PD e si martelli su quelli, ossessivamente, fino alle prossime elezioni. Si esplorino mondi nuovi nella partecipazione, nella comunicazione, nel coinvolgimento dei cittadini.

È un’impresa, e come tutte le imprese nulla è dato per scontato, nulla è semplice. Ma non è un’impresa impossibile.