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Il piccolo grande miracolo del III Municipio

Dall’insediamento della nuova giunta, strappata recentissimamente al pecionismo pentastellato da una coalizione di sinistra, è in atto nel III Municipio di Roma una rivoluzione a suo modo straordinaria. Pensate un po’, si sta facendo politica anche con la cultura. Grazie ad un assessore alla cultura illuminato, Christian Raimo (che si schernisce dei suoi meriti) e alle tantissime persone che partecipano alle iniziative messe in campo dal Municipio.

Si è in iniziato il primo di agosto con un incontro sulla lingua italiana che ha visto partecipare Luca Serianni, linguista e autore dei libri sui quali studiano al liceo i miei ragazzi, e più di 500 persone nei giardini della metro a Piazzale Jonio. Si è proseguito all’inizio di settembre con 2000 persone a parlare di cinema con Valerio Mastandrea nell’anfiteatro del Tufello, fino all’altra sera quando, ancora, più di 500 persone si sono ritrovate a Piazza Conca d’Oro ad ascoltare prima, e a discutere poi, di criminalità e delitti romani con Giancarlo De Cataldo. Per chi non conosce i luoghi il III Municipio di Roma è una città nella città, 200.000 residenti, un cinema, un teatro e una piccola biblioteca. I giardini della metro di Piazzale Jonio, l’anfiteatro del Tufello, Piazza Conca d’Oro sono posti abbandonati al degrado, vuoti, inutilizzati, divenuti loro malgrado inospitali, in alcuni casi pensati per esserlo. Svolgere lì queste iniziative vuol dire riappropriarsi degli spazi, riempirli di persone, renderli sicuri. Vuol dire soprattutto fare comunità, e nei tempi che viviamo, quando sembra che sia possibile anche governare a botta di post e di tweet, il poter ritrovarsi fisicamente ad un evento culturale, guardarsi negli occhi, ascoltarsi è l’atto politico (e di sinistra) più alto che si possa immaginare per opporsi al fascismo, al razzismo, al pressapochismo, al doppiopesismo, al pecionismo imperante che sembra dilagare senza argini, a Roma e nel Paese.

Ciò che colpisce è la grande partecipazione, la voglia di avere dei luoghi fisici nei quali portare il proprio corpo per non sentirsi soli, isolati, abbandonati. E la voglia di mettersi a disposizione per la rinascita di una comunità, visto che hanno risposto più di 300 cittadini alla “chiamata alle arti” di Raimo, un progetto collettivo per capire cosa fare per la cultura nel Municipio. E poi c’è la battaglia del Presidente Caudo per la chiusura del TMB di via Salaria, l’impianto di trattamento dei rifiuti indifferenziati che da anni appesta con i suoi miasmi un intero quadrante di città senza che si sia fatto nulla per consentire alle persone semplicemente di respirare, problema nell’annoso problema della gestione dei rifiuti a Roma.

Insomma, una giunta municipale che, fin dai primi passi che ha mosso, lascia ben sperare dopo il nulla assoluto della precedente amministrazione M5S.

Veltroni indica la strada da non seguire

Puntuale come il classico acquazzone d’estate che arriva di pomeriggio, sul tardi, e tu già sai che è una maledizione perché tempo 5 minuti e l’aria sarà ancora più afosa e appiccicosa di prima, ecco l’intervento di Veltroni sul futuro della sinistra.

Ora, io umanamente a Veltroni voglio bene, e il suo intervento me lo sono letto con l’attenzione che meritava. Però posso dire? Che palle!

Una enunciazione di principi generali sui quali chiunque, da sinistra, potrebbe essere d’accordo, ma che perdono di valore se non si fa un minimo di analisi in chiave critica (e soprattutto autocritica) per capire come si sia arrivati a questo punto, chi abbia alimentato, più o meno consapevolmente, populismi, nazionalismi, razzismi che tanto spaventano Veltroni (sia chiaro, spaventano anche me).

Di fondo, l’idea che il PD fosse (e sia ancora), l’unica strada percorribile, che dopotutto un paio di volte oltre il 30% ci è arrivato e quindi basta mettere da parte litigi per contrastare le destre in maniera efficace. Non una parola sul fallimento primordiale del PD, che da subito è stato affetto da guerre tra bande che nessun segretario si è premurato di debellare, non una parola sull’appoggio incondizionato a Renzi e alla sua stagione di pseudo riforme che hanno spalancato le porte a tutto ciò che avviene in questi giorni, ma soprattutto non una parola sull’impianto fallimentare del PD, basato su un modello di stampo blairiano, liberista, neo socialdemocratico, arreso alle logiche dei mercati e dei vincoli di bilancio senz’anima. Faccio autocritica anche io, che ho provato da dentro, per quel poco che ho potuto, a cambiare il percorso del partito nel quel ho militato per un bel po’ di anni.

E subito, dopo lo scritto di Veltroni, si sono annunciate adesioni, partiamo!, è la strada buona, ricostruiamo la sinistra (!!), corroborati dalla bella manifestazione di Milano che si è tenuta in concomitanza della visita del dittatore Orban al suo parigrado italiano.

Ma più che l’ipotesi di un’ammucchiata generale CONTRO l’attuale governo, altro non si riesce ancora a partorire.

La situazione non è semplice, la mazzata di marzo, benché più che prevedibile, non è stata per nulla assorbita da nessuno dell’opposizione. Personalmente continuo a brancolare nel quasi-buio, mentre fiammelle continuano a tenermi viva la speranza e provano ad indicarmi un percorso. Avrebbe senso un cartello elettorale (si potrebbe votare prima di quanto si pensi, e comunque ci sono anche le elezioni europee, l’anno prossimo) anti-razzista, spruzzato da un po’ di società civile e associazionismo, senza che le sue componenti abbiano uno straccio di idea comune sul mercato del lavoro, sul ruolo dell’Europa, sull’immigrazione, insomma sul modello-Paese che si immagina da qui a vent’anni? Per lo più fatto, magari, dagli stessi personaggi che già alle ultime elezioni hanno ampiamente dimostrato di non godere di alcuna fiducia da parte della stragrande maggioranza degli italiani e tanto meno degli italiani di sinistra? E ancora, ha senso presentasi, invece, ciascuno con le sue bandierine, ciascuno forte del suo zerovirgolaqualcosa, ciascuno con il ditino alzato da grillo parlante, formazioni politiche con democrazia interna solo apparente che sembrano solo funzionali al perpetuarsi delle proprie classi dirigenti?

Nel mezzo, deve esserci dell’altro. Deve esserci la forza di delineare una società nella quale la politica (serve sempre la politica, altrimenti di delega in delega si arriva dove la storia ci ha insegnato), da sinistra, riesca a riconnettersi con gli ultimi, con i bisognosi, con le persone alle quali i cicli economici uniti a provvedimenti sbagliati hanno tolto risorse economiche, certezze sul futuro, alimentando paure sulle quali è facile far leva additando nuovi nemici come la causa della loro povertà, ora gli stranieri, ora l’Europa. Occorre, da sinistra, riconnettersi alle periferie, quelle fisiche e quelle dello spirito, disinnescando la guerra tra poveri che può passare solo dall’efficienza dei servizi, da un welfare che funzioni, da investimenti sulla scuola, sulla cultura in tutte le aree e per tutte le persone che attualmente sembrano abbandonate al loro destino. E dall’occupazione, equamente retribuita, con diritti universalmente riconosciuti e non elemosinati al padrone di turno.

Il primo banco di prova saranno le elezioni Europee. Già per quell’occasione sarebbe importante capire se c’è volontà, più che spazio politico, per immaginare un terza via rispetto alle opzioni “tutti insieme appassionatamente” e “ognun per sè”.

Post 4 marzo, e oltre

Difficile mettere a fuoco le idee dopo il 4 marzo, o forse no.

Quello che stiamo vedendo, patendo in questi giorni (si, io ho un dolore fisico che si aggiunge a quelli che già ho di mio) era prevedibile ma comunque evitabile.

Il voto ha sancito soprattutto la sconfitta del PD e della sinistra in tutte le sue forme, ma non era affatto scontato che dovesse nascere un governo Lega-M5S, viste le bordate che sono stati soliti tirarsi reciprocamente nel corso degli ultimi tempi. Così, per memoria, vi posto due dei video che più sono circolati in rete in questi tempi e che testimoniano la profonda stima tra le attuali forze di maggioranza. Poi, ci mancherebbe, sono forze democraticamente elette in Parlamento ed è più che legittimo che con un sistema proporzionale le maggioranze si formino dopo il voto, però, ecco, qua siamo ben oltre le schermaglie pre-elettorali. Vabbè

Evitabile se solo il PD avesse scelto quantomeno di andare a vedere le carte, nel momento in cui si profilava la possibilità di far partire un dialogo con M5S. Come candidamente hanno ammesso, per i pentastellati l’importante era andare al governo, forti del loro 32 e rotti percento, e quindi poca differenza avrebbe fatto per loro governare con PD anziché Lega. Del resto destra e centro (il PD non è un partito di sinistra) pari sono quindi le possibilità di successo erano decisamente alte, seppur percorrendo una strada tutta in salita.

E invece è entrato in scena lui, il finissimo stratega mangiatore di popcorn, al secolo Renzi Matteo di Tiziano da Rignano sull’Arno che, non pago degli insuccessi inanellati uno appresso all’altro dopo la sbornia delle Europee (le lune di miele con gli elettori possono durare più o meno, ma finiscono sempre) ha deciso, da vero segretario del PD, che al tavolo non ci sarebbe nemmeno dovuti avvicinare.

E quindi eccoci tutti a soffrire per il governo attuale.

Un governo che presenta novità tanto eclatanti quanto inquietanti.

Un Presidente del Consiglio che sostanzialmente non conta niente, messo lì come due chiappe su un ramo (come ebbe a dire John McEnroe ad un arbitro durante uno dei suoi memorabili match). Ministri sconosciuti che hanno l’autonomia di un paracarro. (altra citazione, per pochissimi addetti ai lavori) Tutti pronti ad essere immediatamente smentiti, appena profferiscono verbo, dal vero capo della compagine, Matteo Salvini. E intanto la Lega si mangia M5S, visto l’assoluta irrilevanza politica del suo omologo, viste le incazzature di quella parte della base elettorale di M5S che proviene da una storia di sinistra e viste le affinità di quella parte della base elettorale di M5S più populista, sovranista, razzista e che quindi troverà naturale schierarsi con l’originale.

Quindi i provvedimenti del governo. Ad oggi, in realtà, zerovirgolazero. Bastano i proclami, le chiusure dei porti, la guerra alle ONG, gli attacchi a Saviano, le dimostrazioni di cielodurismo nei confronti di altri leader europei che sicuramente fomentano gli adepti ma che in sostanza non fanno altro che isolare il nostro Paese senza che si ottengano risultati invece tanto sbandierati dalla maggioranza. Sulla bestialità dei provvedimenti anti-migranti voluti da Salvini non c’è nemmeno necessità di tornare, basta dire che l’Italia è la culla del Mediterraneo, fin dagli albori della civiltà che ha sempre fatto dell’accoglienza, del mescolamento tra razze, del meticciato culturale il suo punto  di forza,  e invece oggi si trova ad utilizzare disperati che fuggono da guerre, stupri, povertà, come clave da sbattere sul tavolo quando ci si trova a discutere con altri Paesi. Ecco, quale forza enorme si sarebbe avuta, sugli stessi tavoli, se si fossero sbattuti i pugni forti del proseguire a salvare vite nel Mediterraneo? L’Italia, con il patto di Visegrad, con la sottocultura del rifiuto dell’altro, del rigetto della solidarietà tra popoli, dell’autarchia fascistoide che quel patto ha espresso non dovrebbe entrarci nulla e di fronte ad un governo apertamente xenofobo, razzista, lepenista, fascista la pregiudiziale che nutro è talmente forte e radicata in me che non ci sarà alcun provvedimento che potranno adottare che avrà il mio personale plauso.

In questo periodo, come in quello elettorale e anche prima, l’Europa è al centro del dibattito, talmente al centro che viene usata anche come macchina da fumo per nascondere, agli occhi di chi ha creduto alle promesse di Lega e M5S, l’impossibilità di realizzare ciò che molti hanno creduto fosse possibile, dall’abolizione della Fornero (la riforma in discussione aumenterà l’età pensionabile), il reddito di cittadinanza (se lo chiamavano Lavoro Socialmente Utile non  li avrebbe votati nessuno), la flat-tax (che in ogni sua forma è incostituzionale). Sia chiaro, l’Europa, anzi, meglio, i suoi governanti e le sue istituzioni, in questi anni ci hanno messo del loro per rendersi invisi ai popoli europei. Le ragioni le conosciamo tutti, e le abbiamo vissuti tutti sulla nostra pelle, nel bene (poche volte) e nel male (molto più spesso). Ma non è con l’autarchia, con il sovranismo che nega l’altro, con i dazi, con le guerre commerciali, con la svalutazione della moneta nazionale e l’inflazione galoppante che si risolveranno i problemi dell’Europa. La soluzione sta nella democratizzazione delle istituzioni, nella partecipazione diretta dei popoli alle scelte che li riguardano, nella costituzione di regole e strumenti comuni che tutti gli stati membri dell’Unione  dovranno impegnarsi ad adottare e difendere.

Senza una visione  di ciò che dovrà essere l’Europa anche il dibattito a sinistra, che già presenta la linea dell’encefalogramma piatta, sarà definitivamente destinato a fallire. Come dicevo all’inizio delle mie riflessioni i veri sconfitti alle elezioni sono stati i partiti di sinistra o presunta tale e a quattro mesi dal voto salvo rarissime eccezioni non è stato fatto uno straccio di autocritica per capire cosa sia successo, quali siano gli errori da non ripetere e da dove ripartire.  Quello che vedo in giro è una diffusissima volontà auto assolutoria che lascia tutto com’è sperando che passi la nottata o che finisca l’idillio tra una parte del paese e il governo attuale, come se i fallimenti altrui dovessero bastare per traghettare sic et sempliciter i voti dauuna parte all’altra. Non è così. Le ultime elezioni hanno dimostrato che una parte sempre più consistente dell’elettorato preferisce non votare piuttosto che scegliere soluzioni che non convincono. E così com’è, o come se la stanno immaginando i  suoi presunti leader, la sinistra o presunta tale non se la fila più nessuno.

PD, che mentre Renzi comanda si divide tra propositi di ricostruzione tra Calenda (!!) e Zingaretti e tutti sono contro tutti, come sempre.

LeU,, che oggi lancia il comitato promotore nazionale, fatto di persone rispettabilissime che probabilmente sono già di più rispetto ai loro elettori.

Possibile, unico partito con segretario che si è dimesso sul serio dopo la mazzata del 4 marzo, che continua ad occuparsi di temi importanti su diritti, migranti, caporalato, criminalità ma che ha la rappresentatività di un comitato di quartiere.

PaP, che rappresenta istanze sacrosante del mondo del lavoro, del mondo dei diritti, del mondo dei dimenticati ma ha di poco superato l’1% alle passate elezioni e non può far finta di aver vinto le elezioni. Il massimalismo va bene, ma senza confronto con altre forze politiche che presentano affinità rispetto alla tue non si va lontano.

Nessuno di questi partiti presenta alcuna attrattiva per la stragrande maggioranza dell’elettorato e secondo me vanno sciolti, al più presto. Fatto questo primo passo è necessario definire in quale campo vuole giocare la sinistra della terza decade degli anni 2000, quali parole d’ordine debba mettere al centro della sua azione politica, quali soggetti intenda tutelare, quali i principi irrinunciabili, quali i blocchi sociali da rappresentare.

Tutto ciò non senza che, prima, sia chiaro a tutti che le persone che hanno giocato un ruolo politico fino al giorno prima non possono più rivendicare alcunché per loro stessi e devono, improrogabilmente, lasciare il campo ad altri. Con tutto il rispetto che posso nutrire per le loro storie politiche personali e al di là della loro età anagrafica e del tempo passato in Parlamento. Non li faccio i nomi, tanto li conoscete, sono quelli che stanno in TV, che presenziano, che appaiono, che lanciano appelli, scrivono lettere. Nonostante l’attivismo, il parlamentarizzare questioni che riguardano crisi industriali, licenziamenti, il provare a stare sul pezzo hanno perso la capacità di rappresentare autorevolmente la loro e la nostra parte politica. Non basta più stare nei luoghi del conflitto, mi dispiace per loro, ma hanno tutti fatto il loro tempo.

Si ricominci da persone come Mimmo Lucano, Pietro Bartolo, Andrea Costa, Aboubakar Soumahoro, Marta Fana, Elly Schlein, Ilda Curtii e tutti quelli che possono portare esperienze di amministrazione e di impegno sociale nelle loro comunità esportabili su vasta scala. Devono essere persone così a rappresentare, anche nei media, le idee della sinistra del futuro.

Forse così, ma con un forse enorme, tra cinque anni potremmo provare a ribaltare il cappottone del 4 marzo. Ma non è affatto scontato.

La Terza Via di DiEM25

Tra le discussioni alle quali capita di partecipare negli ultimi tempi non può,  ovviamente, mancare quella sull’Europa. Ho sempre pensato, di fronte agli avvenimenti di questi anni, dalla nascita dell’Euro, passando per l’imposizione dei vincoli di bilancio, per la le legiferazione  sul parmesan cheese, per la crescita delle disuguaglianze e fino ad arrivare al Quantitative Easing, che dovesse esserci una alternativa tre le opzioni “via dall’Euro e ritorno al sovranismo” e “supremazia delle tecnocrazie”. Che fosse doveroso cercare di salvare l’idea di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi seguendo strade che fino ad ora non sono state percorse. Che fosse necessario democraticizzare le istituzioni Europee, dare voce ai cittadini piuttosto che ai governi, unificare quanto più possibile legislazioni, ridistribuire equamente le ricchezze.

Ecco, pare che questa mia ricerca abbia dato buoni frutti.

Da qualche tempo sto seguendo DiEM25, e vi consiglio, se siete come me naufraghi in cerca di acqua fresca e potabile,  di dare un’occhiata.

Cos’è DiEM25? Leggiamo dal sito:

“Pensiamo che anni di politiche scellerate da parte dell’establishment di governo abbiano ottenuto un solo risultato: sprofondare l’Europa in una stagnazione permanente e fare cresce l’estrema destra in tutto il continente.

Dobbiamo rompere il rapporto malato fra un establishment in bancarotta morale ed economica e il ritorno di pulsioni razziste, nazionaliste e xenofobe. Deve esserci un’alternativa. E ora c’è.

Veniamo da tutta Europa: dal suo nord e dal suo sud, dal suo occidente e dal suo oriente, dalle sue metropoli e dai suoi piccoli centri. Veniamo dall’Europa centrale e dalle sue isole, dalle sue montagne e dalle sue pianure, dai suoi grattacieli e dalle sue campagne.

Siamo progressisti, democratici radicali, ecologisti, femministe. Siamo cittadini, attivisti, sindaci, consiglieri comunali. Uniti nelle nostre differenze: di culture, lingue, accenti, provenienze politiche, colori della pelle, identità di genere.

Insieme, stiamo lavorando a una proposta politica nuova, coerente e credibile, italiana ed europea. Contiamo oltre 70.000 iscritti da tutto il continente e centinai di gruppi locali. Con la partecipazione di tutti i nostri iscritti stiamo sviluppando un programma dirompente e una grande alleanza transnazionale per portare le nostre idee in ogni parte del continente alle elezioni europee del 2019″.

Sul sito, o sul gruppo Facebook, potete trovare informazioni più dettagliate sui fondatori (in primi Yanis Varoufakis, ha bisogno di presentazioni?), sull’organizzazione, sulle campagne, sugli obiettivi. Primo, di breve termine, quello di presentare DiEM25 come partito transnazionale alle elezioni Europee del maggio 2019.

È un percorso lungo, che è iniziato da qualche tempo e che anche in Italia sta portando alla strutturazione sui territori dell’organizzazione.

Tocca studiare un po’ (qui trovate le proposte per il New Deal Europeo) , ma ne vale la pena. Si trovano cose interessanti, come questa scritta da Lorenzo Marsili su Il Fatto Quotidiano.

 

Chiedere scusa (le parole non dette)

“Chiedo scusa.

Chiedo scusa ai giovani che sono costretti a lasciare il nostro Paese anche se hanno studiato,  se sono creativi, se hanno desiderio di mettersi in gioco perché  li abbiamo considerati choosy, o bamboccioni,

Chiedo scusa ai ricercatori universitari, a chi aspira ad una carriera accademica, costretto ad aspettare il proprio turno portando borse al barone di turno.

Chiedo scusa agli insegnanti perché non li abbiamo messi in condizione di dare il meglio di sé, perché abbiamo svilito il loro lavoro, la loro autorevolezza. E agli studenti, perché abbiamo fatto assaggiare loro, con lo sfruttamento dell’alternanza scuola-lavoro, quello che aspetta loro nel mondo del lavoro. E alle loro famiglie, costrette a comprare la carta igienica, mentre le scuole cadono sulle teste dei loro figli.

Chiedo scusa agli operai, perché abbiamo consentito che i loro diritti venissero sacrificati con il ricatto occupazionale, mentre i loro padroni delocalizzavano, o trasferivano le sedi fiscali delle società all’estero.

Chiedo scusa a tutti i lavoratori precari, fattorini, turnisti, pulitori, medici, personale paramedico, professori, ricercatori, manovali, contadini, per non aver permesso loro di pianificare con certezza la propria esistenza, di mettere su famiglia, di guardare con fiducia al futuro.

Chiedo scusa agli imprenditori onesti, quelli che innovano, quelli che considerano i loro lavoratori come il bene più prezioso che esista, da salvaguardare e non da sfruttare, per averli considerati alla stregua di tutti gli altri.

Chiedo scusa alle Partite IVA, anche quelle mascherate da lavoratori dipendenti, perché non abbiamo capito nulla del loro mondo.

Chiedo scusa a chi paga le tasse, per non essere riusciti ad abbattere la maggior fonte di concorrenza sleale del nostro paese.

Chiedo scusa ai risparmiatori, perché non siamo stati capaci di tutelarli mentre per convenienza abbiamo consentito alle banche di fare quello che volevano.

Chiedo scusa agli immigrati, per non essere stati capaci di creare vera integrazione, di impedire di additarli come usurpatori di diritti agli occhi di chi è stato colpito dalla crisi di questi anni.

Chiedo scusa a chi ogni giorno promuove la cultura della legalità, perché troppo spesso abbiamo utilizzato questa parola a seconda delle nostre convenienze.

Chiedo scusa a chi ogni giorno perde ore e ore della propria vita in mezzo al traffico, su mezzi pubblici obsoleti, su reti metropolitane inadeguate, su ferrovie locali trascurate, per non aver pianificato una strategia di trasporti degna di un paese moderno.

Chiedo scusa a chi ogni giorno si ammala a causa dell’inquinamento, a chi soffre per l’incuria del territorio, a chi rischia la vita per frane e inondazioni, a chi non riesce a godere delle bellezze del mare perché non ci siamo presi cura dell’ambiente come avremmo dovuto.

…”

Queste sono le parole che ancora non ho sentito da alcun dirigente di un partito di sinistra, di centrosinistra. Condizione necessaria ma non sufficiente per provare a riconquistare la fiducia degli elettori che se ne sono andati.

Chiedere scusa.

Una doppia assunzione di responsabilità

Quando i cittadini elettori esprimono un voto, quella scelta può assumere diversi significati a seconda di dove si posa lo sguardo dell’osservatore. O a seconda delle convenienze di chi si sente coinvolto in prima persona nell’affare.

Sul post-voto del 4 marzo, in questi giorni e in quelli futuri, se ne sentono e se ne sentiranno di tutte le risme. Confido nella saggezza del Presidente Mattarella per uscire vivi.

C’è chi dice di aver vinto e di avere il diritto di governare anche se non è maggioranza, c’è chi ha perso e vuole stare all’opposizione perché lì ritiene che sia stato messo dagli elettori, c’è chi ha perso ma non sente di dover autoescludersi da assunzioni di responsabilità. Si, nel voto di dieci giorni fa c’è tutto questo, e proprio dalla considerazione che non tutto è netto come sembra, o come qualcuno vuole farlo apparire, occorre ripartire per uscirne.

Metto subito le cose in chiaro: vista l’esperienza che vivo a Roma tutti i giorni, e vista la qualità dei personaggi di punta di M5S (Di Maio, Toninelli, Lezzi, Bonafede, Lombardi…), li considero (quasi del tutto) inadatti a governare in prima persona il Paese. Però gli altri vincitori delle elezioni sono i componenti della coalizione di centrodestra a trazione Salviniana, con il loro programma a base di “prima gli italiani”, “fuori gli immigrati”, “con la polizia senza se e senza ma”, “la flat-tax è equa”, “basta Europa” e questo mi basta. Di fronte alla (voluta) vaghezza di M5S su temi cardine quali immigrazione, sicurezza, Europa, vaghezza che però raccoglie consensi trasversali tanto da far ricordare l’ecumenismo della DC, riesco ancora a discernere tra razzisti, omofobi, fascisti, liberisti, populisti, antieuropeisti veri rispetto a chi raccoglie un voto di ribellione e protesta (non solo, ovviamente) rispetto a tutto quello che è stato fonte di delusione fino ad ora, soprattutto da sinistra. E proprio per la storia comune, anche recente, che caratterizza l’elettorato di M5S, di (parte del) PD, di LeU, allora credo che una strada comune vada trovata, se non vogliamo trovarci una destra becera e lepenista al Governo.

Certo, non a tutti i costi. O facendo ricadere i costi dell’operazione esclusivamente su uno dei possibili alleati.

In questi giorni l’arroganza di Di Maio sta assumendo livelli siderali. Aver ottenuto la maggioranza relativissima non implica automaticamente la possibilità di governare. Per lo più da soli. Se il 32 e rotti % degli italiani ha scelto M5S, il 68% NON ha scelto M5S e quindi non si può pretendere che le altre forze politiche si scansino e consentano la nascita di un governo monocolore. Non è un attacco alla democrazia rifiutarsi di collaborare con M5S, e basta con i piagnistei. La maturità politica, qualora raggiunta, implica dialogo, passaggi ufficiali, compromessi, nell’accezione più positiva del termine.

Di contro nel PD ancora bruciano, comprensibilmente, le immagine della diretta streaming del 2013 nella quale Bersani implorava M5S di assumersi una responsabilità per il bene del Paese mentre i suoi interlocutori godevano nell’umiliarlo (a dire il vero immagino abbiano goduto anche un bel po’ di persone NEL PD. Un nome a caso?). Così come è comprensibilmente difficile dimenticare gli insulti (a dire il vero reciproci) che il PD ha dovuto subire, a torto o a ragione, in questi 5 anni di legislatura e durante la scorsa campagna elettorale.

Allora, come provare ad uscirne?

Con due gesti responsabili e nel loro piccolo rivoluzionari, mi si passi il termine.

M5S faccia al PD una proposta ufficiale con 5 punti programmatici chiari e qualificanti sui quali provare a cercare una convergenza. Lavoro, ambiente, diritti, scuola e ricerca, lotta alla criminalità. Se le idee sono quelle di Tridico, credo che bisognerebbe almeno andare a vedere le carte fino in fondo. Di Maio e i capetti vari facciano un passo indietro come gesto di buona volontà e indichino come premier una personalità di alto profilo esterna al Movimento.

Sulla base di questa proposta il PD dia un segnale forte di discontinuità con il passato e utilizzi lo strumento del referendum interno (previsto dallo statuto e mai utilizzato) convocando iscritti ed elettori delle primarie (le ultime o le ultime due) mediante gli elenchi (anche questi mai utilizzati, se non per rompere i cabasisi durante le campagne elettorali). Il referendum l’ha fatto l’SPD in Germania per decidere se sostenere il governo Merkel o meno, non vedo perché non potrebbe essere fatto dal PD per analogo motivo.  Se dal referendum scaturirà un no, avranno deciso gli elettori del PD.

Con l’avvertenza che, si dica no subito o no dopo il referendum, ci si assume la responsabilità di mandare al governo fascisti, omofobi, razzisti, populisti, antieuropeisti, liberisti. In Francia, davanti al pericolo Lepenista, le forze democratiche non hanno avuto dubbi. Forse è il caso di prendere esempio.

Analisi post voto (nel senso che tocca andare in analisi)

Lo ricordo bene il 1994, eccome se lo ricordo. Dopo Tangentopoli, i governi lacrime e sangue, le vittorie del centrosinistra a Torino, Napoli, Roma, Trieste, Catania pensavamo davvero che il Paese avrebbe scelto la gioiosa macchina da guerra guidata da Achille Occhetto. E invece arrivò Berlusconi, che riuscì ad intercettare il voto dei moderati, sdoganò i fascisti, ci asfaltò e vinse le elezioni, con tutto quello che ne è conseguito in questi 24 anni.

Quella fu una mazzata tremenda. Lo ricordo eccome. Non ci capacitavamo, a sinistra, di come fosse stato possibile che gli italiani avessero fatto una scelta di quel tipo. Ci mettemmo mesi ad assorbire la mazzata. L’incredulità, il rifiuto della realtà durò a lungo. Ci sentivamo diversi, culturalmente, moralmente e intellettualmente superiori (in parte sbagliando, ovviamente), rispetto a chi aveva fatto una scelta tanto dirompente quanto inaspettata. E il Paese era diviso, letteralmente in due, a sancire questa (presunta?) diversità tra i blocchi di berlusconiani e antiberlusconiani. Nemici da guardare in cagnesco, gli altri. Alieni. Stranieri.

Oggi, all’esito delle elezioni politiche, niente di tutto questo., almeno per me. Il risultato era abbastanza scontato, si trattava solo di stabilire i rapporti di forza entro un quadro sostanzialmente noto. E, a differenza del 1994, non vivo quel medesimo stato di conflitto rispetto a chi ha espresso un voto diverso dal mio. Sia chiaro, sono deluso, smarrito, e, manco a dirlo, continuo a sentirmi profondamente diverso dai fascisti (quelli veri che purtroppo hanno avuto modo di partecipare alle elezioni) dai leghisti-leghisti che sono razzisti e omofobi fino al midollo (e non gli basterà la foglia di fico di un senatore di colore per sovvertire la realtà), dai grillini-grillini che hanno portato il cervello all’ammasso (vedi alle voci vaccini, complotti, scie chimiche), dai fan acritici di Renzi, da quelli che cantano a squarciagola “meno male che Silvio c’èèèèèèè”. Però poi l’analisi dei flussi ha dimostrato come l’elettorato si sia spostato verso i vincitori delle elezioni: sostanzialmente chi in passato ha votato nel centrodestra ha scelto Salvini, chi ha votato centrosinistra ha scelto M5S. Quindi tra chi ha scelto il partito di maggioranza relativa, a torto o a ragione, c’è anche un pezzo del “popolo di sinistra” che è stato fianco a fianco con molti di noi negli anni passati e, nonostante la loro scelta, non riesco a sentirli indistintamente tutti stranieri, al pari di quanto invece avvenne con chi scelse Berlusconi, Lega Nord e i neofascisti nel 1994.

Come si è arrivato a tutto ciò, al risultato elettorale che ha anche sancito la sostanziale estinzione della sinistra, per come siamo stati abituati a conoscerla, nel nostro Paese?

Si possono individuare motivi esogeni e motivi endogeni, che in parte si rincorrono e intrecciano indissolubilmente.

La diffidenza nei confronti dell’Europa ha radici lontane. La tassa sull’Europa di Prodi (in parte restituita) fu pagata magari malvolentieri ma con la fiducia e la speranza, per molti, che sarebbe servito a creare un’Europa migliore, più vicina ai cittadini, più attenta ai bisogni dei singoli. E invece è bastato l’avvento dell’Euro, passaggio epocale ma gestito, ai tempi, con i piedi dal governo di centrodestra, per sovvertire completamente il quadro e nutrire una sempre crescente diffidenza nell’Europa, che è finita per apparire matrigna, sanguisuga, capace solo di imporre vincoli di bilancio, impotente davanti alle tecnocrazie, buona solo a legiferare sul parmesan cheese, nella maggior parte a discapito di aziende, produttori, consumatori italiani. Da qui il primo elemento di successo delle forze antieuropeiste e di conseguente crisi nella rappresentanza della sinistra, che è apparsa più come baluardo dello status quo che forza capace di mettersi alla guida di un processo di riforma profonda delle istituzioni europee. Metteteci pure che effettivamente, in una certa fase storica, buona parte della sinistra poi confluita in LeU ha effettivamente sostenuto il pareggio di bilancio in Costituzione e l’applicazione bovina dei vincoli di bilancio imposti da Bruxelles ed ecco che e uova iniziano a rompersi e la frittata a formarsi. E infatti le uova raramente si rompono da sole, quindi l’imposizione serrata dei vincoli di bilancio ha imposto la scrittura della riforma Fornero (anch’essa votata da “quellidisinistra” che sostenevano il governo Monti),  la madre della maggior parte delle recriminazioni (per non dire di peggio) di moltissimi lavoratori italiani che sono a loro volta sfociate nel voto a Lega e M5S.  Sono strasicuro che ciascuno di voi conosce qualcuno che ha votato Lega per il semplice fatto che, tra le sue promesse (realizzabili, secondo il Bagnai-pensiero, uscendo dall’Euro e ricominciando a stampare moneta…), c’era quella di abolire la riforma Fornero e consentire quindi di andare in pensione ad un’eta decente e soprattutto evitando di arrivare con la badante o il catetere sul luogo di lavoro.  Al solito il punto di forza, o di debolezza, di chi fa politica è la credibilità, e sei sei visto come parte del problema non puoi pensare di essere la soluzione del problema.

E siccome un problema se ne porta sempre appresso un altro, l’innalzamento dell’età pensionabile ha allontanato l’ingresso nel mondo del lavoro di giovani, un circolo vizioso che alimenta la precarietà (manco ce ne fosse stato bisogno vista la situazione già critica che negli anni si è venuta a creare post riforme Treu, Biagi e, da ultimo, Jobs-Act) mentre i diritti dei lavoratori si assottigliano sempre più, fino a scomparire quasi del tutto nelle realtà lavorative post-fordiste alla Amazon, nel settore servizi, fino alla scuola (a tal proposito, se volete approfondire, vi consiglio di leggere Marta Fana).

Altro uovo che ingrandisce la frittata, rotto per gli urti con le altre due. E anche in questo caso gli elettori hanno reputato che la frittata fosse stata fatta anche con la complicità della sinistra, quindi meglio cambiar cuochi. Cuochi nuovi, magari inesperti, sperando che almeno un piatto di cacio e pepe la sappiano cucinare.

Insomma, mi sembra appropriato il concetto espresso da Ennio Fantaschini in Ferie d’Agosto.

Come uscirne, da dove iniziare?

(Apro una parentesi. Qui si parla di LeU, ma personalmente ho diviso il mio voto tra LeU e Potere al Popolo quindi due parole su di loro voglio spenderle. Li ho votati  al Senato e nonostante non fossi d’accordo al 100% con le loro proposte, nonostante la sceneggiata di Viola Carofalo al Brancaccio abbia contribuito, non da sola,  al fallimento di quel progetto che, con tutti i suoi limiti, poteva segnare un punto di svolta nella campagna elettorale e quindi per l’esito delle elezioni, nonostante non abbia condiviso le azioni messe in atto per impedire fisicamente alle persone, in questo caso Massimo D’Alema e Susanna Camusso, di prendere parte ad un convegno all’Università di Napoli, manco fossero stati di Forza Nuova o Casapound. Però ho scelto di sostenerli perché ritengo che rappresentino al meglio quella funzione di mutualismo sociale che un tempo era appannaggio dei partiti di sinistra e che oggi si è persa, perché si sono messi dalla parte dei più deboli con azioni concrete e non a chiacchiere, perché sono dalla parte dei migranti senza se e senza ma. Detto questo, non vedo pure per loro cosa ci sia stato da festeggiare per l’1 e spicci percento raccolto alle elezioni, forse davvero s’era bevuto troppo, la sera delle elezioni. Pur non avendo responsabilità dirette come la sinistra che ha partecipato al governo del Paese, sono stati travolti dalla stessa onda e quindi spero PaP e chi ha ha votato per loro si senta parte del processo di ricostruzione della sinistra in italia, con umiltà e senza preconcetti, perché stanno all’anno zero come tutti noi).

Come ho avuto modo di scrivere oggi su FB commentando un articolo del compagno Cardulli, lungi dal cedere a derive rottamatrici, se è vero che, probabilmente, non c’è tantissima differenza tra il 3% o il 6%, il risultato è stato ampiamente sotto le aspettative e credo che comunque non abbia aiutato il fatto che una parte consistente di chi ha incarnato “il problema” fosse in prima fila a rappresentare LeU. C’è una sparuta rappresentanza in Parlamento, non si sa quando si voterà di nuovo, se tra tre mesi o tra cinque anni, e in genere è più facile che una forza politica sia rappresentata, anche mediaticamente, da chi sta in Parlamento rispetto a chi ne sta fuori. Ecco, io non vorrei che in questi mesi, e magari per cinque anni , LeU fosse rappresentata principalmente (con tutto il rispetto che nutro per la loro storia e l’affetto personale che posso sentire personalmente) da Bersani, Epifani, Stumpo, Grasso, Errani, Speranza, Fassina. Credo che in tempi abbastanza rapidi vada favorito il profondo rinnovamento anche della rappresentanza parlamentare, consentendo a compagne e compagni che non sono stati eletti di crescere anche assumendosi la responsabilità di rappresentare la sinistra in Parlamento.

Certo non basta il rinnovamento delle classi dirigenti per provare a riconquistare la fiducia di chi, sentendosi abbandonato, ha deciso di scegliere altro. Ma è un primo passo. Sarà una strada lunga, lunghissima, durante la quale bisognerà mettere in discussione tutto. Sé stessi in primis, e poi metodi, riti, luoghi di discussione, analisi, certezze. Tutto. Ben vengano le assemblee convocate in questi giorni e quelle che verranno, momenti catartici nei quali è bene che nulla rimanga nell’alveo del non detto. Ma ovviamente non sarà sufficiente. Ne parlavo con il compagno Simone, forse davvero occorre ricominciare dalle Case del Popolo. Forse davvero, con tutte le difficoltà ulteriormente amplificate dalla disintermediazione, dalle nuove forme di comunicazione e partecipazione, occorre ricominciare da un partito strutturato che apra i circoli ai quartieri per offrire non solo un luogo fisico di discussione ed elaborazione ma che sappia far rete per intercettare i bisogni di chi è rimasto indietro. Di sicuro occorre occupare permanentemente e strutturalmente i luoghi del conflitto e rappresentare a livello parlamentare, con atti concreti,  le istanze dei lavoratori, de precari, degli insegnanti, di chi è rimasto indietro, di chi ha visto crescere sulla propria pelle le disuguaglianze, la precarietà, la paura nel futuro (senza però dimenticare la parte sana del tessuto produttivo, le imprese che non delocalizzano , gli imprenditori che senza paternalismo considerano i suoi dipendenti parte della sua famiglia, le aziende che innovano, che rispettano l’uomo e l’ambiente). Paradigmatico, in questo senso, il servizio di #PropagandaLive fuori dai cancelli della fabbrica FCA di Pomigliano d’Arco, patria di Luigi di Maio. Alla domanda di Diego Bianchi sul perché la sinistra non sta più fuori da quei cancelli, la risposta dell’operaio racchiude tutto: perché ha perso la strada.

Ritrovarla non sarà semplice, per niente.  Riconquistare la fiducia di chi si è sentito tradito  sarà un’impresa titanica, che probabilmente si compirà, se si compirà, in non meno di un decennio. Troppa la delusione generata in chi ha sempre votato a sinistra e oggi ha scelto altro. Però secondo me esistono ancora praterie a sinistra, ma non potremo riconquistarle se non sapremo rappresentarla con persone credibili sulle quali far camminare idee, pensieri, azioni.

Ritroviamoci, e forse dal letame nasceranno fiori, come diceva uno bravo.

Pensieri lunghi, diceva un altro ancora più bravo. Lunghissimi.

 

 

 

Da cosa nasce il cattivismo (e come provare a sconfiggerlo)

Approfittando della nevicata, quindi dell’assenza di navetta aziendale e mezzi pubblici, oggi ho camminato un po’ nel quartiere dove lavoro, Colli Aniene-Tiburtino III, per raggiungere a piedi l’ufficio dalla metro S. Maria del Soccorso, andata e ritorno. Mi capita  spesso, a dire, il vero, almeno ogni volta che non prendo la macchina per andare al lavoro. Oggi sarà stata l’atmosfera un po’ più ovattata, non lo so, però guardavo le persone che ho incontrato per strada e riflettevo sugli episodi di “intolleranza” che ci sono stati nel quartiere nei mesi passati.  Anziani che si muovevano con difficoltà sui marciapiedi ridotti a poltiglia, giovani coppie con bambini piccoli che giocavano con le palle di neve, temerari a spasso con il cane.  Pensavo questo, che anche al Tiburtino III  ci sarà più o meno la stessa quantità di razzisti intolleranti che si può trovare ovunque a Roma, e in Italia. Ma, essendo un quartiere diciamo popolare, è sicuramente uno di quei posti nei quali si è più sentita la crisi economica di questi anni. E con il sentire della crisi sono aumentate le paure. Paura per il presente e per il futuro. Per sé, per i propri figli, per i propri cari. E la paura genera rabbia. Rabbia che fa scatenare una guerra tra poveri nella quale alla fine perdono tutti. Ecco, se una responsabilità enorme ha chi ha governato in questi anni è quella di non aver fatto assolutamente nulla per ridurre le disuguaglianze che, invece, sono cresciute a dismisura. I dati che diffonde il governo, e dei quali si beano le forze politiche che lo sostengono, PD in primis, sono assolutamente scollegati da qualsiasi realtà  percepita dalle persone. Per questo è giusto non votare PD e affini alle imminenti elezioni, non verrà nulla di buono per diminuire le diseguaglianze dalla prosecuzione delle politiche dell’attuale governo. Come non verrà nulla di buono  votando centrodestra o estrema destra, che soffiano su queste paure e non faranno che acuire i conflitti già in essere. Come non verrà nulla di buono votando M5S, che hanno dimostrato proprio a Roma di non avere la minima idea di come si governi una comunità, al di là dei nomi altisonanti che sono scelti per fare assessori, o ministri, tutti destinati a cadere come i dieci piccoli indiani. Resta la sinistra. Ora, mi metto nei panni degli abitanti del quartiere, di tutti i quartieri periferici di Roma, d’Italia, e provo a capire quale attrazione possano destare  molti dei candidati di LeU nelle persone impoverite dalla crisi, che hanno perso il lavoro, che sono state costrette ad accettare lavori precari, qualsiasi lavoro sottopagato. Mi auguro di sbagliarmi, ma credo davvero poca attrazione. Con i loro limiti, con le loro utopie,  mi sembra che per chi è rimasto indietro, per gli ultimi, sia molto più rispondente ai propri bisogni un voto per Potere al Popolo, una forza che fa del mutualismo sociale, della lotta alla povertà, della solidarietà, della ridistribuzione delle ricchezze il cardine della propria proposta.

Potere al Popolo non vincerà le elezioni, ma sarebbe bello se superasse la soglia del 3% ed entrasse in Parlamento.

Concetta Iolanda Candido

Prima di tutto mi sento di ringraziare mille e mille volte Gad Lerner. Con il suo  libro ha tenuto in vita la storia di Concetta Iolanda Candido, storia che, altrimenti, sarebbe durata il tempo di un flash al TG di mezza sera, di un trafiletto in cronaca. Concetta Iolanda Candido, appunto. Operaia.  Un giorno, esasperata, entra in una sede INPS di Torino e si da’ fuoco. Non voleva morire, Concetta. No (anche se ancora oggi percorre una strada difficile di riabilitazione fisica e morale, dopo aver rischiato la vita per mesi). Voleva essere, il suo, un gesto estremo di protesta di tutti quelli che avevano deluso le sue aspettative, dai datori di lavoro, alle istituzioni. Si sentiva presa in giro, Concetta, lei che con infinita dignità e riservatezza aveva deciso di tenere nascosta anche alla famiglia la sua difficile situazione economica a seguito del licenziamento avvenuto qualche mese prima. Così, quando per un intoppo burocratico si è vista accreditare sul suo conto una cifra irrisoria rispetto a quanto le spettava e si aspettava, come arretrati sulla NASPI, per tirare a campare qualche mese e saldare qualche debito, quella mattina del 27 giugno, tra le persone attonite dell’ufficio nel quale tante volte era entrata per chiarire la propria situazione, ha tirato fuori le bottiglie di alcool che aveva in borsa e si è accesa.

Nel libro ci sono anche le storie dei salvatori di Concetta, Anas e Roberto, gli unici che hanno avuto la prontezza di prendere in mano un estintore e spegnerla, salvandole la vita.  Anas e Roberto che hanno vissuto la stessa disperazione e solitudine di Concetta, senza arrivare al suo gesto estremo Ci sono le storie delle colleghe di Concetta, che con lei si chiamavano “vendicatrici”, licenziate anche loro, ma che fortunatamente la NASPI l’avevano avuta tutta intera. Ma soprattutto nel libro c’è la storia di ciò che è diventato il lavoro, il suo mercato, nell’Italia di oggi. E la storia delle incapacità della politica, del sindacato, della società di interpretare le dinamiche del lavoro che cambia e di dare rappresentanza a chi oggi non ha voce, ai deboli.

Io non so se dietro alla svalorizzazione dei diritti, all’isolamento dei lavoratori, alla diminuzione delle tutele, all’impoverimento del valore sociale del lavoro ci sia un disegno ordito da qualcuno per meglio combattere conto le masse organizzate o, semplicemente, non si è stati in grado, chi aveva la responsabilità di governare i processi in atto nel mondo, di interpretare le nuove (o vecchi?) necessità dei lavoratori davanti a fenomeni epocali che hanno investito tutto il globo.

Quello che so, che appare evidente, è che le disuguaglianze sono aumentate ovunque, che molti padroni (o padroncini) hanno capitalizzato al massimo delle possibilità concesse dalle norme la chance di aumentare i loro profitti sottraendo diritti ai lavoratori. La parcellizzazione del lavoro nella maggior parte dei settori produttivi (edilizia, servizi, forniture, consulenze, manutenzione, trasporti, scuola, sanità) ha reso i lavoratori sempre più deboli ed esposti all’isolamento, anticamera della disperazione di persone come Concetta. E nel mondo alla rovescia che si è costruito in questi anni per alcuni diventa persino inaudito che Concetta e le sue colleghe accampino dei diritti, che si rivolgano al sindacato davanti ai ricatti dell’azienda che ha deciso prima di esternalizzare il loro lavoro, poi di disfarsene.

Ora, che da parte delle destre, o dei neo liberisti, o dei neocentristi di tutto il mondo si sia deciso di abbandonare al loro destino le nuove masse di precari, di sottopagati, di sfruttati, ci sta, è la loro natura. Il dramma è che la sinistra mondiale non è ancora stata in grado di dare rappresentanza a chi, oggi, è disposto anche a lavorare gratis pur di mantenere vivo un legame flebilissimo con il mondo del lavoro. E la sinistra italiana con la sinistra europea e mondiale, soffre ormai da anni di questa incapacità. Nonostante le buone intenzioni dei singoli, il presidio delle crisi industriali, la vicinanza espressa in vertenze che hanno caratterizzato il mondo del lavoro sui territori, l’impegno profuso nell’interessarsi alle vicende umane e lavorative del quartiere nel quale si vive e si prova a fare politica.

Ecco, io penso a Concetta e mi chiedo se lei (perché la sinistra, se pensa di svolgere un ruolo nella società di oggi, dovrebbe occuparsi innanzitutto di Concetta e di chi vive una condizione di assoluta precarietà lavorativa e personale), nelle prossime elezioni, potrebbe mai scegliere di sentirsi rappresentata da una sinistra che viene percepita come parte del problema, se non per connivenza sicuramente per incapacità nell’interpretare i bisogni altrui. Non che manchi l’empatia, ci mancherebbe. Ma, lungi dal pensare che solo chi vive sulla propria pelle i disagi di chi oggi non arriva alla fine del mese possa dar loro voce (non credo nel pauperismo di sinistra, insomma), la distanza tra le masse e chi vorrebbe rappresentarle oggi è enorme e non basterà, temo, la campagna elettorale che si terrà fino al 2 marzo prossimo per ribaltare la situazione. Ricostruire la rappresentanza dei deboli è un lavoro che prenderà anni, dentro e fuori del Parlamento.

Temo, insomma, che Concetta non voterà a sinistra. Al massimo si asterrà. E sarà una sconfitta per tutti.

Aspettando il 4 marzo

Da elettore di sinistra guardo con interesse tanto a LeU quanto a Potere al Popolo. Non mi sfuggono le differenze tra queste due formazioni che al momento, in parte l’una e in parte l’altra, pongono la loro attenzione su alcuni dei temi dell’agenda politica che più mi stanno a cuore. Di contro tanto l’una quanto l’altra contengono anche degli aspetti che non riscuotono in me una particolare predilezione.

Ecco allora che in questi giorni mi viene da pensare che sarebbe stato quanto mai opportuno che il cosiddetto “Brancaccio” riuscisse a dare vita ad un percorso diverso, ampio e condiviso. Non perché nutrissi una particolare necessità di affidarmi a Tomaso Montanari e Anna Falcone, peraltro due persone serie che non hanno mai chiesto (e continuano a non chiedere) per loro alcun ruolo né come leader di partito né come candidati a qualcosa. Ma perché continuo a vedere in quel progetto la possibilità (per ora sfumata, un giorno chissà) di mettere davvero insieme quel popolo di sinistra vittima di diaspore, delusioni, disillusioni. Il compimento di quel percorso, se affrontato in maniera sincera e genuina da parte di tutti gli aderenti che davvero avevano intenzione di arrivare ad una meta condivisa, avrebbe portato, credo (mi illudo?) da un lato ad un taglio ulteriore di posizione iper-massimaliste (che hanno provato a cammellare le assemblee territoriali e che si portano un pezzo di responsabilità del fallimento del progetto) e dall’altro ad una minore presenza di personalità che, a torto o a ragione, sono visti come parte del problema della sinistra italiana, se non altro per aver avallato nel recente passato molti dei provvedimenti del PD che oggi si contestano apertamente. Come? semplicemente partendo dall’applicazione delle le regole che erano state proposte per la formazione delle liste per le elezioni politiche, volte a coniugare esperienza e rinnovamento.

Queste le riflessioni di un elettore di sinistra, ad oggi combattuto se scegliere ciò che si avvicina maggiormente alle proprie idee, o ciò che disperda meno il voto, o le persone in lista che riscuotono maggiore fiducia.

Purtroppo l’impossibilità di praticare il voto disgiunto tra uninominale maggioritario e plurinominale proporzionale alla Camera e al Senato non aiuta.

Vedremo (che qua è tutto un vedremo!).