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I Rom e noi

“Io non sono razzista, però i Rom mi stanno sul cazzo”.

Quante volte avete sentito un’affermazione del genere? Io tante, penso anche voi.

Quella di Rom, Sinti e Caminanti è la più discriminata delle minoranze, di sicuro nel nostro Paese, probabilmente in tutto il Continente.

I luoghi comuni sui Rom si sprecano da sempre.

Rubano, ma non mi consta che esistano statistiche che indichino una percentuale più alta di condannati in via definitiva per furto tra i Rom rispetto al resto della popolazione.  Ruberanno né più né meno rispetto al resto degli italiani.

Rubano i bambini, ma non si è mai registrato alcun processo per sequestro di minori a carico di membri della comunità Rom.

È vero, in alcune situazioni può destare allarme il fenomeno dei borseggiatori sui mezzi pubblici, come è vero che in alcuni casi le esalazioni provocate dal bruciare la plastica per ricavare il rame da rivendere siano un problema per la salute pubblica.

Però proviamo a pensare cosa vuol dire vivere nei campi, sia regolari sia irregolari, nei quali sono stati relegati a vivere nelle nostre periferie. Senza che, nella stragrande maggioranza dei casi, le istituzioni abbiano provato a mettere in piedi uno straccio di progetto di integrazione, lasciando al solito alle associazioni di volontariato il compito di assistere, le persone, i bambini, di avviare progetti di scolarizzazione per i minori.  E non è un caso che nei Paesi dove invece si è investito di più in integrazione, come in Spagna, sia minore il tasso di discriminazione.

Senza poi contare il fatto che secondo stime consolidate circa il 50% dei Rom presenti sul territorio italiano sono cittadini Italiani. Non è che hanno acquisito la cittadinanza italiana. No, sono proprio italiani di etnia Rom. Italiani come noi. Però italiani poveri. Italiani Rom poveri.

E allora, pur ammettendo per assurdo (ovviamente non lo penso affatto, non è che si possa impedire ad un cittadino Europeo povero, che non ha commesso reati di alcun tipo, di girare libero per l’Europa ) che tutti i Rom non italiani debbano tornare al loro paese d’origine, semmai ne abbiano uno (Macedonia, Romania, Spagna, o altro), con i Rom Italiani, poveri, che stanno in Italia che ci facciamo?

I campi sono una vergogna, e a detta di molti andrebbero chiusi. Sono d’accordo. Occorre però trovare altre soluzioni abitative. Quando si cercano altre soluzioni abitative, necessarie per poter provare ad immaginare percorsi di integrazione, succedono i casini come quelli di questi giorni a Torre Maura (non voglio entrare nel merito di quanto successo, quello delle periferie degradate di Roma e di altre città italiane è un fenomeno complesso).

In generale, per molti, moltissimi, almeno tutti quelli che dicono “non sono razzista ma i Rom mi stanno sul cazzo”, i Rom semplicemente dovrebbero sparire, volatilizzarsi, non esistere. Magari andrebbero sterminati. O deportati. O quantomeno incarcerati per il solo fatto di essere Rom, in una chiamata in correità per qualsiasi nefandezza e per il solo fatto di essere Rom. Ecco, tutto questo a casa mia si chiama razzismo.

L’Art. 3 della Costituzione stabilisce che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Discriminare un gruppo di persone per razza o condizioni sociali, come recita la nostra Costituzione, è la definizione esatta di razzismo. Punto.

Grandi Opere Vs Opere Grandi

Dopo aver partecipato alla manifestazione degli studenti #FridayForFuture ho fatto un salto anche a Piazza del Popolo, dove si sono riuniti gli edili (e non solo) di CGIL, CISL, e UIL per chiedere al governo di sbloccare i cantieri e far ripartire il settore delle costruzioni. 

Ho ritrovato le facce di molte delle persone che vedo all’opera quando vado in cantiere, non esattamente gli stessi ma comunque i volti della fatica, del sacrificio, del lavoro duro. Nutro per questi operai un rispetto sacro, anche quando alcuni mi fanno incazzare vedendoli poco attenti spesso non per colpa loro, alle condizioni di sicurezza nelle quali svolgono il proprio lavoro.

Sono rimasto in piazza un po’, a guardarmi in giro e ad ascoltare le parole che provenivano dal palco.

Sia chiaro, penso anche io che il settore delle costruzioni abbia bisogno di nuova linfa, perché troppi posti di lavoro si sono persi negli ultimi anni e perché troppo alto è il gap infrastrutturale che l’Italia sconta sia rispetto ad altri Paesi, sia rispetto a differenti aree geografiche del nostro stivale. Ma non si può pensare che solo le Grandi Opere siano portatrici di sviluppo e siano capaci di rimettere in moto l’economia.

Certo, la Sicilia sconta anni di mancati investimenti, di opere non realizzate o realizzate male, di trasporti su gomma affidati ad amici degli amici che hanno impedito lo sviluppo di una rete ferroviaria degna di un paese civile, e quindi ben vengano gli investimenti sulla direttrice Palermo-Catania-Messina. L’AV si ferma a Salerno, e sebbene la linea ferroviaria tra Salerno e Reggio Calabria sia a doppio binario permangono criticità di tracciato e di infrastruttura che rendono ancora troppo lunghi i tempi di percorrenza per raggiungere lo stretto di Messina. Del Ponte non ne parlo per pietà. Nel tempo la Napoli-Bari sarà raddoppiata, sono già partiti i primi due lotti dell’opera, mentre un pezzo del raddoppio alle porte di Foggia è stato già completato. Andare da Roma sull’Adriatico con il treno in tempi ragionevoli resta ancora un miraggio, mentre si sta invece cercando di arrivare al raddoppio completo della linea Adriatica, risolte le criticità delle gallerie di Cattolica, Ancona e Ortona. Parlo di ferrovie perché è il mondo che conosco, e perché ritengo che vada comunque, se parliamo di grandi infrastrutture, privilegiato il trasporto su ferro anziché quello su gomma, tanto nelle città quanto per collegare i grandi e piccoli centri produttivi del Paese. Anche per questo ritengo che andrebbe fatto un serio studio per capire quali delle ferrovie nel tempo dismesse potrebbero essere ripristinate con investimenti pubblici che finanzino non solo i lavori necessari a rimetterle in funzione ma anche un servizio universalistico di cui far godere pendolari e turisti.

Per quanto riguarda le strade, le cronache di questi mesi ci mostrano in tutta la sua drammaticità quanto sia importante la manutenzione dell’esistente. Proprio per questo non concordo con quanto sostenuto nel corso della manifestazione unitaria degli edili che una delle opere prioritarie per il Paese sarebbe l’autostrada Roma-Latina (e la bretella Cisterna-Valmontone). Ne ho avuto modo di parlare varie volte nel passato, e potete trovare qualcosa qui, qui, qui e qui.

Il succo è che spendendo molto ma molto meno si potrebbe mettere in sicurezza, iniziando in tempi relativamente brevi, la Pontina che continua a mietere vittime e che negli ultimi mesi versa in condizioni pietose, garantendo quindi sia un certo livello di occupazione, sia la possibilità di sviluppo virtuoso dei territori valorizzando le bellezze naturali, paesaggistiche, culturali dei territori.  In termini infrastrutturali, poi, da anni si discute dell’opportunità di realizzare una metropolitana leggera Roma-Latina che consentirebbe comunque di collegare Roma e Latina in maniera funzionale e rispettosa del territorio Ecco un esempio di come si possa uscire da alcuni dogmi, realizzare opere utili e contemporaneamente rivitalizzare il settore delle costruzioni (e non solo). Occorre solo avere chiaro quale modello di sviluppo si vuole adottare, e a mio avviso uno sforzo in più anche lato sindacale si potrebbe fare. Proposte non ne mancano, occorre solo essere laici abbastanza da volerle discutere ed adottare.

Ovviamente non posso che essere d’accordo sul fatto che, in generale, il Paese abbia bisogno di un piano di manutenzione straordinaria di edifici pubblici: scuole, ospedali, palazzi di giustizia, carceri. Da dotare di impianti fotovoltaici, da efficientare dal punto di vista energetico. Tanti piccoli interventi che favorirebbero anche mano d’opera e imprese locali, un circolo virtuoso per tutto il sistema.

E quindi non riesco a capire chi sostiene che per la Torino-Lione passi lo sviluppo di un intero paese. Personalmente sono stato sempre contrario a quell’opera, perché già ai tempi delle prime discussioni era evidente come fossero prive di fondamento le analisi sui futuri traffici merci, e nemmeno si può sostenere più di tanto che un’opera abbia un effetto moltiplicatore sugli scambi commerciali perché se c’è poco da trasportare anche un’opera nuova di zecca trasporterà ben poco.  Ed era comunque evidente, allora come adesso, che attorno a quell’opera comunque ci fossero posizioni ideologiche, tanto favorevoli quanto contrarie, che andavano al di là del merito. Nel frattempo i lavori sono andati avanti, anche se per il solo cunicolo esplorativo, però adesso non so quanto senso abbia bloccare tutto. Paradossalmente l’opera, qualora si decidesse di farla, credo dovrebbe costare di più e non di meno, nel senso che occorrerebbe sedersi, definitivamente, attorno ad un tavolo con le popolazioni locali e definire una partita di opere compensative che diventino patrimonio condiviso di quelle comunità e rassicurarli definitivamente sul bassissimo impatto ambientale della fase di realizzazione. Faccio presente che un’opera di quel genere, anche più mastodontica, si sta già costruendo nel nostro Paese,  si chiama tunnel del Brennero e non sento tutte queste polemiche. Forse perché non c’è la parola “TAV” davanti a “tunnel del Brennero”. A parte la galleria di base che sarà la più lunga del mondo con i suoi 64 km, sul versante italiano ci sono altre opere “accessorie”. Tra un po’ inizieranno a spostare il fiume Isarco, per dire. Però non se ne parla. Voglio solo dire che bisognerebbe mettere da parte un po’ di massimalismo e provare a ragionare, cercando d tenere insieme tutto: le esigenze delle popolazioni locali, la credibilità di una nazione che non può cambiare accordi internazionali a seconda delle maggioranze di governo perché si mette a repentaglio la credibilità di una a intera nazione. Senza però attribuire a una linea ferroviaria proprietà taumaturgiche per l’economia di una Paese di 60 milioni di abitanti.

In definitiva, quindi, nessuna preclusione ideologica per le Grandi Opere ma probabilmente per il nostro Paese avranno maggiore effetto prociclico, in un periodo di stagnazione, Opere Grandi.

Due parole sulle primarie del PD (poi basta)

Parlando sempre da osservatore esterno, della giornata di domenica la cosa da salutare con maggiore soddisfazione è la partecipazione. In assoluto numeri inferiori rispetto al passato, ma visto lo stato di salute del PD in questo primo anno di governo fasciogrillino, e viste le batoste nei recenti appuntamenti elettorali,  un milione e settecentomila persone  (in carne ed ossa) che si sono messe in fila non sono poche, anzi. Al di là dell’esercizio di democrazia occorre anche capire da chi è formato questo milione e settecentomila persone che hanno votato.

Uno zoccolo duro di iscritti/militanti/elettori.

Un po’ di persone per dare una lezione a Renzi e ai renziani, nella speranza che davvero mettessero in atto la minaccia di andar via qualora avesse vinto Zingaretti.

Un altro pezzo per dare un segnale di resistenza democratica al governo.

E infine un’ultima porzione di partecipanti che hanno visto in Zingaretti la possibilità di una virata a sinistra del PD, nella speranza di un effetto positivo a catena per tutto il mondo disgregato della sinistra.

Vorrei soffermarmi sul secondo e sul quarto punto.

Uno dei mali della politica è il trasformismo. la politica italiana non è esente, e il PD nemmeno. Come si suol dire, molti di quelli che si sono professati bersaniani  prima, renziani poi, non hanno avuto alcuna remora a spostarsi con anticipo dalla parte di Zingaretti, avendo addorato il fieto del miccio, come direbbe Eduardo. Sempre pronti a salire sul carro del vincitore, anche in anticipo rispetto ai risultati, anzi condizionandoli sicuramente. Ma le teste sono sempre quelle,  e i modi pure, ed esprimono una concezione politica personalistica, clientelare, familistica (ripeto, da certe storture si salvano davvero in pochi, nel panorama politico italiano) che  costituisce una delle ragioni che ha alimentato la disaffezione dei cittadini alla partecipazione e  che in una certa misura ha contribuito all’allontanamento dei cittadini dai partiti di centro-sinistra, i quali hanno sicuramente un elettorato liquido più esigente rispetto a questioni di tipo “morale”. Potrei fare l’esempio della provincia di Latina, dove il 70% prendeva Renzi e il 70% prende Zingaretti, e gira che ti rigira salvo qualche eccezione i dirigenti sempre quelli sono, e si spostano laddove hanno più convenienza ad andare. Ecco, se Zingaretti vuole rendere ll PD appetibile per un certo tipo di elettorato che ha abbandonato la casa da anni, dovrà fare uno sforzo immane per liberarsi di queste incrostazioni. Avrà la forza, o la voglia, di farlo, quando ad esempio un pezzo delle vecchie classi dirigenti ex-renziane lo sostengono in maggioranza nella Regione Lazio?

Passando alla questione delle aspettative sulla direzione politica che Zingaretti darà al PD, mi permetto di coltivare qualche dubbio di fronte all’entusiasmo che alcuni manifestano con l’arrivo del neo-segretario. Io vorrei solo rammentare che in questa fase congressuale che è durata pressoché un anno non mi sembra di aver sentito parole di autocritica su quanto fatto negli anni di governo del PD, a partire dal 2011 e per finire al governo Gentiloni. Nulla sugli accordi con la Libia che hanno istituzionalizzato i lager in quel paese, nulla sulla buona scuola, nulla sul jobs-act, nulla sulle trivellazione, nulla su un piano nazionale dei trasporti, nulla sui morti sul lavoro, nulla sul lavoro povero e senza diritti, nulla sul consumo di suolo, nulla sulla lotta all’evasione fiscale, nulla sulle pensioni, sulla sanità (su questo aspetto vi consiglio di leggere Elisabetta Canitano). Non si può pensare di risultare credibili agli occhi di un popolo vittima di una diaspora e soprattutto nelle menti di un blocco sociale martoriato dalla crisi e dalla precarietà e dall’aumento delle disuguaglianze presentandosi in perfetta continuità con un recente passato che ha lasciato solo macerie nel Paese. Se pensi di rappresentare gli ultimi con ricette di destra, pensando che sia ancora il mercato a dover governare tutto,  che bastino gli incentivi alle imprese, tagliare il cuneo fiscale  e una dose massiccia di investimenti pubblici per ridare fiato all’economia, beh, allora abbiamo già dato. Il Paese ha già dato. Se invece Zingaretti mostrerà di voler allontanarsi da tutto questo, dare un taglio al passato, fare una seria autocritica e cambiare strada beh allora potrebbe aprirsi uno spiraglio per un confronto con altri pezzi della sinistra.  Certo il primo passo da segretario, dal valore politico simbolico altissimo, ossia portare il suo sostegno al movimento SI-TAV, non lascia ben sperare. Perché si parla di tattica (mettere in difficoltà il governo) e di strategia (una certa visione delle grandi opere e del modello di sviluppo del paese), mentre altre situazioni (crisi aziendali tipo Pernigotti, emergenze ambientali tipo Taranto, sfruttamento dei lavoratori tipo Amazon) avrebbero meritato di essere messi al primo posto nelle attenzioni del segretario di un partito che vuole ricucire lo strappo con pezzi di società che non riesce più a rappresentare.

Quota 100: provvedimento espansivo?

Dal basso della mia relativa conoscenza di questioni economiche, mi viene comunque da fare qualche considerazione su quota 100 (che, come s’è ormai abbondantemente capito, è solo una ulteriore possibilità data al lavoratore di uscire dal mondo del lavoro per raggiunti limiti di età o di contributi, a Legge Fornero vigente)  e sul millantato effetto espansivo di tale provvedimento sul ciclo economico del Paese.

Prima cosa, il pensionato avrà un reddito da pensione inferiore a quello percepito quando ancora era a lavoro, quindi avrà una capacità di spesa inferiore. C’è il TFR/TFS, direte voi. A parte il fatto che non si percepirà nella sua interezza appena finito di lavorare, ma non immagino spese folli dei neo-pensionati con il gruzzoletto a disposizione. Magari un bel viaggio, qualche bel viaggio, ma non penso a ostriche, champagne, vestiti ogni giorno. Piuttosto, le somme saranno accantonate per assicurarsi una vecchiaia serena, o per aiutare i figli nel momento dell’acquisto di una casa, per il matrimonio, in caso di difficoltà. Quindi, di quale ripresa dei consumi parliamo?

E poi, non esiste alcuna correlazione tra persone che vanno in pensione e persone che sono assunte. Insomma, non esiste alcun 1:1. Anzi.  C’è  invece il rischio di aprire ulteriori buchi nei bilanci dell’INPS. Un lavoratore alla fine del suo percorso lavorativo dovrebbe guadagnare considerevolmente di più rispetto ad un neo assunto, e di conseguenza i contributi dei neo assunti saranno notevolmente inferiori. Quindi per coprire i contributi dei pensionati serviranno un bel po’ di neoassunti se si vuole tenere il sistema in equilibrio. Se poi si vogliono truccare i conti basta sostituire Boeri. I conti torneranno magicamente.

Insomma, ferma restando la necessità di modificare sul serio la Legge Fornero e tenere conto anche di lavoratori precoci, dei lavori usuranti, di chi non ha una regolarità contributiva (quando ci arrivano a quota 100 questi lavoratori? Mai, continueranno ad andare in pensione a 67 anni e rotti), anche un bambino capirebbe che quota 100 è solo un marchettone elettorale in vista delle Europee, né più né meno degli 80 € di Renzi.

 

La CGIL e le sfide del futuro

 

In queste settimane, e fino all’assemblea conclusiva che si terrà a Bari dal 22 al 25 gennaio 2019,  si sta celebrando il XVIII congresso della CGIL . Alla fine del percorso congressuale la CGIL designerà il nuovo segretario generale, successore di Susanna Camusso.

Da iscritto alla FILT-CGIL, per la quale sono RSU e RLS presso la mia azienda, ho partecipato al congresso territoriale di Roma Sud e Castelli, e al congresso regionale di Roma e Lazio. Il mio primo congresso da sindacalista, dopo anni di congressi di partito. Una esperienza bellissima, che mi ha consentito di conoscere meglio, dal racconto dei lavoratori delegati, realtà lavorative diverse dalla mia e nelle quali emergono criticità devastanti e buone pratiche da esportare altrove. Un dibattito partecipato da donne, uomini, lavoratori, quadri sindacali, rappresentanti istituzionali che non hanno mancato di dare il loro contributo alla discussione.

Tra i diversi interventi ho apprezzato in particolar modo quello di lavoratrici che ancora oggi patiscono dell’assenza di una reale conciliazione vita-lavoro che costringe le donne a scegliere tra famiglia e lavoro, spesso a scapito del posto di lavoro stesso. Il gap di genere, drammaticamente presente a tutti i livelli, resta uno dei principali fattori di mancata crescita del nostro Paese.

Poi l’intervento un lavoratore immigrato che ha ricordato (ce n’è sempre e comunque bisogno) il valore del contributo alla crescita economica di un Paese dei lavoratori che vengono da altri Paesi.

E da ultimo mi ha fatto piacere ascoltare l’intervento di un compagno della mozione di minoranza che, pur da posizioni distanti rispetto a chi ha sostenuto il documento che ha raccolto la quasi totalità dei consensi degli iscritti, ha ribadito la volontà di restare, convintamente, in  CGIL. Uniti nelle differenze.

La prima riflessione che alcuni compagni hanno fatto durante i loro interventi è che ormai la CGIL rappresenta l’unica entità di sinistra capillarmente presente nel paese. L’unica forza di sinistra organizzata che presidia il territorio, i posti di lavoro, discute, dibatte, propone.

La CGIL, a partire dalla sua fondazione (1944), difende i lavoratori italiani. Lo ha fatto nel dopoguerra, negli anni del boom economico, nel ’68, durante gli anni di piombo, durante gli anni ’80, nel periodo della svalutazione della lira, all’entrata nell’Euro, dopo l’11 settembre, durante la peggiore crisi economica dopo quella del 1928 e fino ad oggi.

Lo fa bene, lo fa male, giudichino i lavoratori stessi. I congressi servono, oltre che a definire i gruppi dirigenti, ad analizzare errori, ad elaborare proposte, a preparare il futuro.

Di questo ha parlato la relazione del segretario della FILT-CGIL Roma e Lazio Eugenio Stanziale, riconfermato durante il congresso che si è svolto gli scorsi 30 e 31 ottobre.

 

Una relazione esaustiva, coraggiosa, a tratti severa e comunque di alto profilo. Una analisi che ha riguardato aspetti del momento storico e politico, nazionale e internazionale, e che, ovviamente, ha preso in considerazione la vita della CGIL, passata, presente e futura.

Ho apprezzato moltissimo la “pars destruens” del ragionamento del Segretario. Raramente, nelle parole del leader di un gruppo dirigente, ho assistito ad una autocritica così puntuale sugli errori fatti dalla nostra Organizzazione. La “pars costruens”, che si può sintetizzare nella necessità di cercare nuovi linguaggi per poter ambire a rappresentare al meglio i lavoratori nel prossimo futuro, riguarda noi tutti e da’ il solco entro il quale la CGIL dovrà muoversi.

Come spesso mi capita ho preferito ascoltare, capire, conoscere piuttosto che intervenire in prima persona al dibattito, ma a posteriori un mio piccolissimo contributo provo comunque a darlo.

Una delle parti della relazione del Segretario che mi ha maggiormente indotto alla riflessione è stata quella sul conflitto e le sue forme. Occorre trovare altre forme che non siano lo sciopero, è vero, ed è questa un sfida da affrontare fin da ora. Ma se è vero che il diritto allo sciopero è garantito dalla nostra Costituzione, è anche vero che l’assenza di una legge sulla rappresentanza, apre la strada a scioperi indetti da micro-sindacati (a volte al di là della ragionevolezza dello sciopero stesso in funzione degli obiettivi che si pone) che spesso finiscono per minare la validità dello strumento in sé, oltre a far incazzare notevolmente gli utenti.

Al di là di questo, però, resta la validità dello strumento e se è vero, come anche il Segretario ha rilevato, che anche l’azione della CGIL contro l’attuale governo sembra poco incisiva, allora credo che potrebbe essere il caso di indire, a brevissimo, uno sciopero generale (magari di mercoledì, così si tolgono da subito argomenti ai soliti detrattori, mi si passi la provocazione).

Non perché, come diceva non mi ricordo chi, scioperare è bello, ma perché motivi per scendere in piazza non ne mancano di certo. A partire dalla natura stessa del governo, omofobo, razzista, xenofobo, fascista, nazista. Basta pensare ai migranti, a Riace, a Lodi.

E se ciò è necessario perché ci sono principi sanciti dalla nostra Costituzione che non possono essere calpestati, diventa ancora più necessario se analizziamo la qualità dei provvedimenti economici che il Governo intende intraprendere.

Sforare il 2,4 % di deficit non è di per sé un tabù, ma ha un senso se l’extra deficit è dedicato ad investimenti in conoscenza, in ricerca scientifica, in borse di studio che rendano accessibile scuola e università anche ai soggetti economicamente più deboli, ad investimenti nella sanità pubblica che rendano possibile curarsi anche per chi non ha risorse economiche, ad azzerare le differenze di genere.

Se è dedicato a mettere in sicurezza le scuole, a combattere il dissesto idrogeologico e mettere in sicurezza il territorio, ad investire sul trasporto locale e sul trasporto su ferro, nell’ambito di un piano di mobilità nazionale che integri treno, aereo, autobus, bicicletta, automobile.

In questi mesi non abbiamo visto nulla di tutto ciò, anzi si inizia una battaglia contro le istituzioni Europee, il cui esito potrebbe essere catastrofico per l’Italia, in nome della flat tax che taglia le tasse ai ricchi per restituire ai ricchi, per premiare gli evasori fiscali, per elargire, con criteri ad oggi ignoti, un reddito di cittadinanza che umilia i poveri, ritenuti incapaci di destinare in maniera virtuosa le somme elargite a seconda delle proprie necessità tanto da dover render conto della moralità delle proprie spese e da essere costretti a spendere in determinati negozi e non in altri.

Assistenzialismo, paternalismo, moralismo, incentivi alla delinquenza e all’evasione fiscale, aumento delle diseguaglianze.

Questo ci riserva il governo del cambiamento.

Nulla per il lavoro, la più grande emergenza del Paese insieme alla criminalità organizzata, altro che immigrazione.

E del resto il buon giorno si era già visto con il cosiddetto decreto dignità, che aveva sostanzialmente avallato la logica perversa del jobs-act, limitandosi a limare qualche aspetto marginale, lunghezza dei contratti, indennizzi per il licenziamento, clausole contrattuali e niente conteneva per ripristinare il sacrosanto diritto di mantenere il proprio posto di lavoro quando si è licenziati senza giusta causa. Perché i lavoratori li vogliono anche loro così, muti e sottomessi, senza diritti, pena il licenziamento e la dignità monetizzata con poche migliaia di euro.

Sono mesi difficili, e tutto potrebbe ancora di più precipitare all’esito delle prossime elezioni europee, vero obiettivo dell’attuale governo che pur di racimolare voti e mettere in discussione l’intero impianto di civile convivenza faticosamente raggiunto nel nostro continente, seppur con  i suoi evidenti limiti mostrati in questi anni, liscia il pelo agli istinti più biechi degli italiani ed elargisce mance elettorali che rischiano di minare definitivamente i conti pubblici del nostro paese. Il tutto mentre nel mondo appare evidente la volontà dei satrapi vecchi i nuovi (Putin, Trump,  e recentissimamente Bolsonaro), ai quali il governo italiano non manca di far arrivare l propria stima ed amicizia, di distruggere l’Europa per rafforzare le mire egemoniche delle vecchie e nuove potenze economiche.

La CGIL ha l’obbligo di mostrare una strada alternativa ai lavoratori che miri a togliere armi al populismo, al sovranismo, tentazione che pure trova proseliti in settori della sinistra italiana, al nazionalismo e di proporre al Paese, nelle piazze, nei luoghi di lavoro di batterci insieme affinché le istituzioni europee siano rese trasparenti, democratiche e responsabili verso i cittadini dell’unione. Non mancano proposte in questo senso, su tutte quelle che sta portando avanti con il suo movimento transnazionale Yanis Varoufakis.

Sempre parlando di conflitto, gli scioperi, le manifestazioni, servono non solo a rendere evidente, appunto, il conflitto stesso ma anche a ricucire, consolidare, costruire rapporti con pezzi di società con le quali si riesce difficilmente a dialogare.

In un intervento ascoltato durante il dibattito una compagna poneva l’attenzione al mondo della scuola e alla necessità di parlare con gli studenti. In questi giorni alcune scuole romane sono in fermento, altre ne seguiranno e credo che sia indispensabile un dialogo con gli studenti, i lavoratori di domani ai quali anche la FILT CGIL di Roma e Lazio si è rivolta per capire cosa sia, per le nuove generazioni, il lavoro. Vi riporto di seguito la “piattaforma” del Liceo Virgilio, che presenta una pressoché totale identità di analisi rispetto alle rivendicazioni della CGIL.

“Virgilio occupato.

Ieri noi studenti del Liceo Virgilio abbiamo deciso di occupare il nostro istituto aderendo alla piattaforma politica cittadina che ha visto nell’occupazione del Liceo Mamiani di martedì il suo primo atto. Se da una parte qualcuno dirà che è la solita pantomima che propiniamo ogni anno, il cui scopo è quello di perdere giorni di scuola, al contrario, rispondiamo che non si tratta di questo, ma di una lotta politica, compito che da sempre avrebbe dovuto avere questa forma di protesta.  Analizzate e comprese le circostanze attuali in cui si trova il nostro paese, insieme agli studenti di altre scuole romane, è nata la volontà di contestare e protestare contro le politiche dell’attuale governo. Abbiamo deciso di opporci con forza a chi ha costruito la propria carriera  politica su xenofobia, razzismo, sessismo, omofobia, di contestare un esecutivo che non rispetta né noi né i diritti umani né la Costituzione sulla quale il nostro paese è fondato. Allo stesso tempo, ci discostiamo in ogni modo dalla sinistra dei passati governi, quella stessa sinistra che ha favorito la precarizzazione del lavoro, che ha svilito la scuola pubblica con tagli alla didattica e all’edilizia e che ha promulgato la riforma della Buona Scuola. Una “sinistra” rappresentata da criminali come l’ex Ministro degli Interni Minniti, che ha causato la morte di migliaia di esseri umani in mare.  Ad oggi, però, questa protesta è diretta contro il governo Salvini-Di Maio, inaccettabile sotto ogni punto di vista. Il gravoso incremento di aggressioni ai danni degli stranieri in Italia non può essere tollerato.  Gli sgomberi delle occupazioni abitative, partiti con un’operazione a Tor Cervara il 7 settembre, hanno lasciato sulla strada centinaia di persone in condizioni tragiche, come nell’episodio di Villa Gordiani del 27 settembre. La proposta di abolizione della legge Mancino avanzata dal Ministro per le politiche per la famiglia, Fontana, è uno dei segni più evidenti della tendenza fascista del governo, confermata anche dalle dichiarazioni del Ministro degli Interni. Più di una volta la Lega è scesa in piazza al fianco di CasaPound che, come è noto, occupa diversi stabili da decenni, e che, al contrario delle occupazioni gestite da forze antifasciste e dai movimenti per la casa, non ha certo da temere sgomberi da questo governo, come ha dimostrato quanto accaduto in Via Napoleone III la settimana scorsa. E’ preoccupante la proposta di equipaggiare la polizia di taser e ancor di più la volontà di abolire il reato di tortura, volontà partita da chi sembra aver voluto dimenticare le vittime degli abusi in divisa e dei morti di Stato. Altrettanto drammatico è lo stanziamento di 2.5 milioni di euro per il decreto “Scuole Sicure”, fondi che avrebbero potuto essere destinati all’edilizia scolastica e che non elimineranno il dilagante problema di spaccio all’interno delle scuole.  Il problema della droga si risolve con studenti consapevoli ed informati, colmando il vuoto sociale, non con la repressione.  Il Virgilio protesta contro il nazionalismo di questo governo e contro il suo emblematico slogan: “Prima gli Italiani” che si accompagna ad una propaganda che strumentalizza tragedie e che crea una lotta fra gli ultimi. Non pretendiamo di rovesciare l’ordine costituito solo con la nostra mobilitazione, ma sentiamo la responsabilità di rendere evidente, in maniera incisiva, il nostro dissenso riguardo tutto questo. In questi giorni fra le scuole si sta elaborando un manifesto comune che porti avanti le nostre idee e possa riunire gli studenti in un fronte oppositivo unito. Non ci stiamo schierando contro il corpo docenti né la presidenza, il nostro dissenso è rivolto a chi governa.  Oggi il Virgilio occupa perché questo non è il nostro governo, non è il nostro cambiamento e non è l’Italia in cui vogliamo crescere!”

Se conflitto dovrà essere, la CGIL non può che stare a fianco degli studenti in lotta.

Tra gli interventi che si sono succeduti durante il dibattito congressuale devo dire che pochissimi sono stati quelli che hanno fatto cenno al dramma della sicurezza sul lavoro, vera emergenza nazionale. Un dramma noto, che i lavoratori conoscono a tal punto da ritenere, come dire, scontato che se ne debba avere a che fare quotidianamente. E forse anche da ciò deriva una sorta di ritrosia nel parlarne. Non so.

Davanti alla strage continua alla quale assistiamo inermi ogni giorno e che coinvolge ogni settore di attività, dall’edilizia agli uffici, dalle fabbriche alle strade, dalle forze dell’ordine agli studenti, davanti all’ipocrisia del termine “morti bianche” utilizzato per catalogare morti che invece sono nere come di più non potrebbero essere, quale cosa più efficace di una enorme, massiccia, mobilitazione nazionale di tutti, tutti, e ribadisco tutti i lavoratori? Sarà che per lavoro mi occupo proprio di sicurezza, soprattutto nei cantieri, ma credo cha anche questo potrebbe essere un buon motivo di conflitto per poter chiedere più risorse agli ispettorati del lavoro, alle ASL, maggiori controlli sulla formazione di datori di lavoro, dirigenti, preposti, lavoratori, piena attuazione di alcune previsioni del D.Lgs. 81/08, tipo la patente a punti delle imprese.

Infine, mi preme dare un modestissimo contributo anche su un altro argomento al quale ha fatto rifermento il Segretario nella sua relazione, ossia i contratti e, in particolar modo, i premi di risultato e welfare aziendale introdotti dall’accordo del 14 luglio 2016. Mi si permetta di farlo utilizzando le parole di Marta Fana, molto migliori delle mie, e del suo libro “Non è lavoro, è sfruttamento”.

“… La destrutturazione del CCNL e la sua progressiva derogabilità poggiano anche su altri strumenti, non necessariamente esterni: ad esempio l’utilizzo sempre più estensivo del welfare aziendale, oppure le defiscalizzazione dei premi aziendali…

Ancora una volta si afferma l’idea che il peso dell’adattamento, e perché no, dei sacrifici, debba ricadere unicamente sui lavoratori. Il lavoro da costo fisso si fa sempre più variabile, dal momento che pezzi sempre più consistenti sono determinati dagli indici di produttività ed elargiti sotto forma di premi o di welfare aziendali. Poiché molte delle voci variabili possono essere escluse dal calcolo della pensione, l’abbattimento dei diritti opera non soltanto nel presente, ma anche nel futuro. Soprattutto non si capisce perché i lavoratori dovrebbero cedere parte del proprio diritto alla retribuzione e ai suoi aumenti, che rientrano nella sfera del rapporto di lavoro, in cambio del diritto al welfare, che invece è parte integrante dei diritti di un cittadino in quanto tale…

Non bisognerebbe stancarsi di affermare che la retribuzione e il diritto a un salario dignitoso non sono un regalo, una concessione da elargire ai lavoratori se si comportano come chiede il padrone, ma il sacrosanto diritto materiale al processo di vendita della forza produttiva da parte dei lavoratori stessi, Infine, la logica dei premi aziendali individualizza i rapporti di lavoro creando competizione tra i lavoratori, mettendoli gli uni contro gli altri; vince che lavora di più, non chi mette in discussione le scelte dell’azienda, chi si piega senza tentennamenti ai nuovi orari. In realtà però chi vince è solo ed esclusivamente l’azienda, i suoi profitti…

Per qualsiasi ragione, chi ha il potere di elargire o meno i premi può sempre ritrattare in modo soggettivo o oggettivo, un calo nelle vendite, un incidente, un investimento sbagliato che non produce gli effetti sperati possono compromettere il raggiungimento degli obiettivi per cui scattano i premi. Così la promessa viene meno, ma soprattutto tutto il peso del rischio imprenditoriale ricade e viene assorbito dai lavoratori. Gli stessi che hanno accettato di lavorare di più, più intensamente, nella speranza di ricevere qualcosa. Sarebbe il caso di ricominciare a pensare che quel che viene promesso qui, cioè il salario, è un diritto e non un favore…

Sul piano generale, il ricorso al welfare aziendale come forma di remunerazione ha a che fare con il ruolo dello Stato e della sua funzione democratica nel definire e soddisfare quei diritti che dovremmo considerare non già di cittadinanza, ma proprio universali, quali la casa, la sanità, la pensione, la cura delle persone e l’istruzione, che prescindono dallo status di lavoratore. Da un lato, infatti, in un sistema basato sulla fiscalità generale, cioè sulle tasse versate dai cittadini, principalmente lavoratori, una riduzione del gettito fornisce un assist ai tagli di bilancio per sanità, istruzione, trasporti, assistenza di vario genere. Dall’altro, delegando la definizione del welfare alle imprese, si compie una vera e propria privatizzazione dello stato sociale, lasciando, quindi, un diritto di cittadini in balìa dell’arbitrarietà e degli obiettivi delle imprese.  Se il rischio di un welfare sempre più ristretto e insufficiente ricade sull’intera collettività, esclusi dalla protezione sociale saranno proprio coloro che dovrebbero maggiormente beneficiarne, ovvero i soggetti più vulnerabili: precari, occupati e non, giovani in età scolare…in sintesi si avalla la crescita di povertà e disuguaglianze, rinnegando il principio di sussidiarietà. Un effetto regressivo che si riversa sull’intera società, generalizzando l’iniquità intrinseca della detassazione dei premi di produttività. Questa tendenza al welfare privatizzato non può lasciare i sindacati indifferenti o peggio essere avallata, proprio nel momento in cui sul fronte della contrattazione nel settore pubblico, a livello nazionale e territoriale, ci si batte per il rispetto di diritti minimi in un contesto già ampiamente esternalizzato, su cui è sempre più difficile rivendicare condizioni di lavoro degne, soprattutto per i lavoratori in appalto.

Basta? Alle imprese che acclamano il mercato con la miseria degli altri non basta mai.”

In definitiva, forse occorre aprire un dibattito su questi aspetti a due anni e passa dall’accordo interconfederale. Confrontandomi con un compagno della CGIL di lungo corso, quando ho detto vogliamo il pane e le rose, mi ha invitato a considerare i tempi, e a portare a casa prima il pane. Si, ma io le rose le voglio lo stesso.

Mi fermo, e nel ringraziare i pochi affezionatissimi che arriveranno alla fine di questo articolo, auguro ai compagni della CGIL il meglio.

W la CGIL!

p.s. (al di là di tifoserie e promettendo una analisi un po’ più approfondita, dico che Maurizio Landini sarebbe un ottimo segretario generale della CGIL)

Una doppia assunzione di responsabilità

Quando i cittadini elettori esprimono un voto, quella scelta può assumere diversi significati a seconda di dove si posa lo sguardo dell’osservatore. O a seconda delle convenienze di chi si sente coinvolto in prima persona nell’affare.

Sul post-voto del 4 marzo, in questi giorni e in quelli futuri, se ne sentono e se ne sentiranno di tutte le risme. Confido nella saggezza del Presidente Mattarella per uscire vivi.

C’è chi dice di aver vinto e di avere il diritto di governare anche se non è maggioranza, c’è chi ha perso e vuole stare all’opposizione perché lì ritiene che sia stato messo dagli elettori, c’è chi ha perso ma non sente di dover autoescludersi da assunzioni di responsabilità. Si, nel voto di dieci giorni fa c’è tutto questo, e proprio dalla considerazione che non tutto è netto come sembra, o come qualcuno vuole farlo apparire, occorre ripartire per uscirne.

Metto subito le cose in chiaro: vista l’esperienza che vivo a Roma tutti i giorni, e vista la qualità dei personaggi di punta di M5S (Di Maio, Toninelli, Lezzi, Bonafede, Lombardi…), li considero (quasi del tutto) inadatti a governare in prima persona il Paese. Però gli altri vincitori delle elezioni sono i componenti della coalizione di centrodestra a trazione Salviniana, con il loro programma a base di “prima gli italiani”, “fuori gli immigrati”, “con la polizia senza se e senza ma”, “la flat-tax è equa”, “basta Europa” e questo mi basta. Di fronte alla (voluta) vaghezza di M5S su temi cardine quali immigrazione, sicurezza, Europa, vaghezza che però raccoglie consensi trasversali tanto da far ricordare l’ecumenismo della DC, riesco ancora a discernere tra razzisti, omofobi, fascisti, liberisti, populisti, antieuropeisti veri rispetto a chi raccoglie un voto di ribellione e protesta (non solo, ovviamente) rispetto a tutto quello che è stato fonte di delusione fino ad ora, soprattutto da sinistra. E proprio per la storia comune, anche recente, che caratterizza l’elettorato di M5S, di (parte del) PD, di LeU, allora credo che una strada comune vada trovata, se non vogliamo trovarci una destra becera e lepenista al Governo.

Certo, non a tutti i costi. O facendo ricadere i costi dell’operazione esclusivamente su uno dei possibili alleati.

In questi giorni l’arroganza di Di Maio sta assumendo livelli siderali. Aver ottenuto la maggioranza relativissima non implica automaticamente la possibilità di governare. Per lo più da soli. Se il 32 e rotti % degli italiani ha scelto M5S, il 68% NON ha scelto M5S e quindi non si può pretendere che le altre forze politiche si scansino e consentano la nascita di un governo monocolore. Non è un attacco alla democrazia rifiutarsi di collaborare con M5S, e basta con i piagnistei. La maturità politica, qualora raggiunta, implica dialogo, passaggi ufficiali, compromessi, nell’accezione più positiva del termine.

Di contro nel PD ancora bruciano, comprensibilmente, le immagine della diretta streaming del 2013 nella quale Bersani implorava M5S di assumersi una responsabilità per il bene del Paese mentre i suoi interlocutori godevano nell’umiliarlo (a dire il vero immagino abbiano goduto anche un bel po’ di persone NEL PD. Un nome a caso?). Così come è comprensibilmente difficile dimenticare gli insulti (a dire il vero reciproci) che il PD ha dovuto subire, a torto o a ragione, in questi 5 anni di legislatura e durante la scorsa campagna elettorale.

Allora, come provare ad uscirne?

Con due gesti responsabili e nel loro piccolo rivoluzionari, mi si passi il termine.

M5S faccia al PD una proposta ufficiale con 5 punti programmatici chiari e qualificanti sui quali provare a cercare una convergenza. Lavoro, ambiente, diritti, scuola e ricerca, lotta alla criminalità. Se le idee sono quelle di Tridico, credo che bisognerebbe almeno andare a vedere le carte fino in fondo. Di Maio e i capetti vari facciano un passo indietro come gesto di buona volontà e indichino come premier una personalità di alto profilo esterna al Movimento.

Sulla base di questa proposta il PD dia un segnale forte di discontinuità con il passato e utilizzi lo strumento del referendum interno (previsto dallo statuto e mai utilizzato) convocando iscritti ed elettori delle primarie (le ultime o le ultime due) mediante gli elenchi (anche questi mai utilizzati, se non per rompere i cabasisi durante le campagne elettorali). Il referendum l’ha fatto l’SPD in Germania per decidere se sostenere il governo Merkel o meno, non vedo perché non potrebbe essere fatto dal PD per analogo motivo.  Se dal referendum scaturirà un no, avranno deciso gli elettori del PD.

Con l’avvertenza che, si dica no subito o no dopo il referendum, ci si assume la responsabilità di mandare al governo fascisti, omofobi, razzisti, populisti, antieuropeisti, liberisti. In Francia, davanti al pericolo Lepenista, le forze democratiche non hanno avuto dubbi. Forse è il caso di prendere esempio.

Ma non è una cosa seria

Nel 2012 partecipai alle parlamentarie del PD, aperte ad iscritti ed elettori (persone in carne ed ossa, non click dietro uno schermo). Per quanto siano uno strumento perfettibile, che non mette al riparo dal selezionare persone che hanno il solo merito di essere obbedienti al loro capo o che non hanno dimostrato alcuna capacità nel corso della loro esistenza, continuo a pensare che siano un buon metodo per selezionare chi deve rappresentare un partito in Parlamento. Di certo non avremmo assistito alle pantomime di questi giorni che hanno riguardato tutti i partiti. Perché di pantomime si tratta. Un agitarsi freneticamente che sa di farsa, come se i vari attori non sapessero esattamente cosa si sarebbe consumato in queste ore. Resta il dubbio se chi abbia subito il “danno” maggiore da tutto ‘sto teatro, se quelli che più si sono lamentati di paracadutati, di territori mortificati, di esclusioni ingiustificate, sia più ingenuo o incapace. Voglio essere buono e propendo per la prima ipotesi.

Quello che ho capito (forse) della situazione in Catalogna

Confesso la mia ignoranza sulla storia della Catalogna, sulle vicende che hanno portato alla situazione di questi giorni. Mi informerò meglio. Salta agli occhi di tutti che la violenza messa in campo dal governo Rajoy è tanto deprecabile quanto vergognosa. Credo però che il referendum abbia sancito un risultato difficilmente contestabile: avendo votato meno della metà dei catalani, la maggioranza dei catalani non vuole staccarsi dalla Spagna. E anche la manifestazione di oggi dimostra che c’è una larga fetta di popolazione spagnola, compreso chi vive in catalogna, che tiene all’unità del Paese. Spero solo che le parti sappiano dialogare e che non intervengano ulteriori strappi che rischiano solo di aumentare il rischio di innescare nel Paese una spirale di violenza che nessuno sa dove andrà a parare.

Latina detta la strada?

A Latina in questa tornata di elezioni amministrative sta avvenendo un piccolo grande miracolo. O forse non non si tratta di un miracolo, ma semplicemente del risultato di un lavoro fatto bene. E cosi succede che Damiano Coletta, medico da sempre impegnato nel volontariato, nello sport, nelle attività culturali della città, a capo della Coalizione Latina Bene Comune, domenica ha moltissime probabilità di diventare il primo sindaco di sinistra di Latina.

Latina la nera, amministrata solo da democristiani o fascisti, da sempre. Latina che ha visto il centrosinistra prendere solo mazzate, con tutti i suoi migliori (?) esponenti: Mansutti, Di Resta, Moscardelli due volte e adesso Forte. Mazzate che non sono mai servite (e tutt’ora non servono) ad azzerare una classe dirigente fallimentare del PDS, dei DS, del PD, cittadina e provinciale, che però ha avuto sempre la furbizia di legarsi al carro dei vincitori. Adesso tutti renziani, figuriamoci se ammetteranno fino in fondo i propri errori. Ma questi, decisamente, sono fatti loro.

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E così succede che da dopo l’estate inizia a prendere corpo la coalizione LBC, che sfrutta al meglio il radicamento sociale di molti dei suoi protagonisti principali, già da tempo attivi in città. Si unisce alla coalizione la parte migliore della sinistra cittadina, molti fuoriusciti dal PD dopo aver provato a cambiarlo, inutilmente, da dentro. Condite il tutto con l’evaporazione di M5S in città che non presenta nessuno a questa tornata elettorale e che però ha tre parlamentari epurati da Grillo e allora capite come LBC possa aver costruito il suo successo, al di là del risultato di domenica.

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È un modello replicabile altrove, e su scala più ampia? Probabilmente si. Prendete Roma. La generosità di Stefano Fassina non è  bastata ad invertite la tendenza negativa della sinistra che non riesce più ad intercettare il proprio elettorato laddove si presenta in forme dal contenuto innovativo dubbio e in più non avendo risolto a priori il nodo dei rapporti col PD. Aggiungeteci poi l’effetto traino di un candidato M5S forte, se non altro per la carica simbolica che assume la competizione per la Capitale del Paese ed ecco che la sinistra, pur continuando a porre questioni fondamentali per la costruzione di una città e di un paese più attento alla giustizia sociale, alla legalità, al rispetto dell’ambiente, raccoglie pochissimo.

Potrebbe, quella indicata da LBC, la strada? Potrebbe essere la fusione calda di pezzi di società, movimenti, liberi cittadini che condividono un progetto e i suoi valori fondativi senza alcun riferimento ai partiti la scelta vincente? Potrebbe, certo. Le elezioni amministrative hanno mostrato la debolezza intrinseca dei partiti di sinistra, vecchi, nuovi e nuovissimi. Forse potrebbe essere più utile, in questa fase, aggregare associazioni e movimenti anche a livello nazionale senza una struttura di partito vero e proprio, magari sfruttando l’appuntamento del referendum di ottobre per creare massa critica e coinvolgere pezzi di società che sviluppano l’orticaria solo a sentire nominare i partiti? Vedremo.

Nel frattempo, in bocca a lupo a Damiano Coletta e agli amici di Latina Bene Comune,

Roma, la metropolitana, l’archeologia

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È di questi giorni la notizia, non certo inaspettata, di importantissimi ritrovamenti archeologici durante i lavori di realizzazione della nuova fermata della Metco C Amba Aradam – Ipponio.

Come valorizzare la massimo i tesori nascosti nel sottosuolo romano, integrandoli con le nuove infrastrutture, delle quali peraltro la città ha un maledetto e disperato bisogno?

A mio avviso l’unica strada resta quella tracciata nel passato da Adriano La Regina  e ripresa di recente da Walter Tocci.

Non bisogna nascondersi dietro le difficoltà archeologiche. Esse, al contrario, possono diventare opportunità, come prevedeva il progetto originario. Per merito di Adriano La Regina, uno dei migliori soprintendenti italiani, si decise di seguire nella progettazione il nuovo “metodo Roma” basato su una forte integrazione tra ingegneri e archeologi. Esso consiste nel collocare i rigidi volumi delle stazioni molto in basso, a ridosso della galleria, a circa trenta metri di profondità, per evitare l’impatto archeologico. Lo strato antico soprastante viene attraversato solo con le scale mobili che possono essere disegnate con più flessibilità e in modo non invasivo anche vicino ai reperti, i quali non solo vengono tutelati ma diventano visibili per i viaggiatori. Le stazioni si trasformano in musei sotterranei che aiutano a scoprire un’altra Roma ancora sconosciuta, ad esempio – sotto il rione Parione – i resti del teatro di Pompeo, un gigantesco monumento antico, oggi visibile per un frammento all’interno di un ristorante vicino Campo de’ Fiori. La linea C è stata progettata per attuare il progetto Fori, secondo lo studio che lo stesso La Regina aveva commissionato negli anni Ottanta a Leonardo Benevolo. La realizzazione dell’infrastruttura di trasporto toglie ogni alibi a coloro che si nascondono dietro problemi di traffico per impedire il progetto. La funzione automobilistica può essere cancellata definitivamente, può essere archiviata come una breve parentesi, non tra le più esaltanti, della lunga storia di quel luogo. Possibile che l’epoca nostra non abbia altro di meglio di un flusso di traffico da consegnare alle generazioni successive?

Con la metro C si può realizzare la totale pedonalizzazione dell’area, eliminando lo stradone del tutto estraneo al paesaggio storico e recuperando invece la geometria e le connessioni delle piazze imperiali. È possibile tornare a passeggiare ai Fori ascoltando il rumore dei passi sul selciato, potendo alzare lo sguardo con lo stato d’animo trasognato dei visitatori del grand tour, in un luogo moderno e antico allo stesso tempo, completamente dedicato all’incontro delle persone tra loro e con la storia. Roma non sarà mai davvero una città moderna finché non porterà a compimento la sistemazione dei Fori. Non sarà davvero città internazionale finché non avrà l’ambizione di proporre al mondo un senso nuovo della “città eterna”. Non sarà autenticamente città storica se non riuscirà a creare una tensione creativa tra passato e futuro. Come in un percorso psicoanalitico la persona nuova emerge da una rielaborazione del proprio vissuto, così per una città storica la vera modernità consiste proprio nel rielaborare il proprio passato, dove per rielaborare non si intende una ripresa retorica della memoria, ma un’attiva opera di riconoscimento. Nella pedonalizzazione svolge un ruolo strategico l’area compresa tra il Colosseo e largo Corrado Ricci. È un luogo paradossale, l’unico in cui si può scavare in tranquillità pur trovandosi nel cuore dell’area archeologica. Infatti, quello che oggi vediamo come un viale era fino agli anni Trenta il sottosuolo della collina Velia, che il duce sventrò per poter aprire la visuale del Colosseo dal balcone di piazza Venezia, ed è quindi privo di reperti.

La versione originaria del progetto della linea C, secondo il “metodo Roma”, utilizzava questa opportunità disegnando sotto il viale e in connessione con la stazione Colosseo un grande foyer di ingresso al parco dei Fori, prendendo a esempio l’accesso ipogeo del Louvre sotto la piramide di Pei inaugurato pochi anni prima. I cittadini che escono dalla metropolitana trovano un grande ambiente di servizi e di accoglienza – oggi totalmente assenti e difficilmente realizzabili in superficie – e possono documentarsi sulla storia antica, vedere un filmato, utilizzare strumenti didattici per i ragazzi ecc., prima di entrare nell’area archeologica all’altezza del Foro della Pace.

Questa versione del progetto è stata abbandonata nel 2010 a favore di una soluzione di basso profilo che purtroppo verrà realizzata se non ci saranno ripensamenti: la preziosa area ipogea viene interamente bloccata dagli impianti della metropolitana, rendendo certo più facile la realizzazione della stazione, ma rinunciando per sempre alla possibilità di dare al parco dei Fori una formidabile porta sotterranea di accesso. È la conseguenza del ritorno a una progettazione separata tra ingegneri e archeologi, i primi vedono in modo unilaterale il problema funzionale e i secondi rinunciano a proporre soluzioni limitandosi a gestire il vincoli. La scissione tra tecnica e storia è non solo una perdita di qualità, ma è la causa dell’inefficienza e dell’aumento dei costi. In mancanza di una progettazione integrata i vincoli sono diventati una manna dal cielo per il costruttore, che li ha strumentalizzati per attivare un enorme contenzioso nei confronti del committente. Tutti questi problemi derivano dall’inserimento dell’opera nella legge obiettivo che ha comportato la rinuncia a un forte controllo pubblico e ha favorito l’impresa privata.

Il Comune deve riprendere in mano il governo dell’opera dotandosi di strumenti di controllo di alta professionalità e provata credibilità. Se si fosse continuato ad applicare il “metodo Roma”, i vincoli sarebbero diventati risorse. E l’amministrazione comunale avrebbe accumulato un know how da esportare ovunque nel mondo si realizzino metropolitane in contesti archeologici.