Conflitto eterno

Palestina-Israele-Labirinto

I morti sono morti.

Israeliani o Palestinesi che siano. E il dolore identico, quello che si rinnova di anno in anno, di mese in mese, di giorno in giorno. Da una parte e dall’altra. Ogniqualvolta un fanatico, un gruppo di fanatici (come ricordava Lucio Caracciolo), da una parte o dall’altra, decide di far esplodere nuovamente la polveriera del Medio-Oriente, buco nero della politica mondiale, fallimento vivente degli USA, dell’Europa, della Russia.

A distanza di tempo, per usare parole di Ida Dominijanni, si fa fatica a reggere la ripetitività del conflitto e del dibattito che ne scaturisce.

Entrambi i popoli hanno diritto alla pace. Gli abitanti delle città di Israele hanno il diritto di camminare per strada senza il timore che gli arrivi un razzo sparato dai territori sulle teste, e il popolo Palestinese ha diritto di vivere nelle proprie case senza il timore che un raid aereo le rada al suolo solo perché in famiglia c’è un cugino del nipote del figlio che imbraccia un fucile o tira sassi.

L’unica cosa che mi colpisce, ad ogni recrudescenza del conflitto, è la sproporzione che Israele mette in campo nel rispondere agli attacchi subiti. Sproporzione di mezzi, tra uno degli eserciti più organizzati del mondo che fronteggia i militanti di Hamas e i combattenti “civili”. E sproporzione tra i morti, in genere nel rapporto 1 a 10 a sfavore dei palestinesi. Nessuno sarebbe contento se il rapporto fosse 1 a 1, sia chiaro. E a chi muore, ai suoi cari, cambia poco sapere che il dolore è condiviso da altre 10, 100 o 1000 persone. Ma anche questo è un dato che, nella sua crudezza, finisce per alimentare ulteriormente l’odio.

Mi vengono sempre in mente le parole di MLK: “La vecchia legge dell’occhio per occhio lascia tutti ciechi”.

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