Convivere con la Mafia?

Vi offro qualche dettaglio in più circa la storia di Mirello Crisafulli, senatore del PD, del quale ho già parlato qui e qui. Il racconto che segue è tratto dal libro “I Complici” di Lirio Abbate e Peter Gomez,e si svolge all’inizio del nuovo millennio. Il PD non c’era ancora ma c’erano i DS e praticamente tutti gli uomini politici che ancora sono protagonisti sulla scena politica  italiana e siciliana.
Al tempo l’idea che con la mafia si possa convivere non è solo appannaggio degli esponenti della Casa della Libertà. Trova numerosi estimatori anche nelle fila dei DS siciliani.
La cosa diventa evidente quando finisce in manette Raffaele Bevilacqua, il boss della provincia di Enna. Anche lui, come molti mafiosi di terza generazione, è un borghese. Di professione fa l’avvocato e nei primi anni novanta, quando era sottocapo della Commissione Provinciale dei Cosa Nostra nonché reggente della famiglia di Barrafranca, viene eletto come consigliere provinciali nelle liste della DC.
Un rapporto simbiotico con Piddu Madonia, tanto che con questi partecipa ad una riunione della Commissione Interprovinciale di Cosa Nostra organizzata ad Enna alla quale partecipano Provenzano, Riina e Santapaola.
Uscito di prigione, diventa il mammasantissima di tutta la sua provincia.
La sorpresa degli investigatori è dunque grande quando, in un video registrato in un albergo, accanto al volto di Bevilacqua appare il faccione simpatico e sorridente di Wladimiro Crisafulli, allora vicepresidente dell’ARS.
Seduti uno di fronte all’altro nell’ufficio del direttore dell’hotel Garden di Pergusa, i due appaiono distesi e sorridenti.
Inizia così, alle 13,45 del 19 dicembre 2001, il primo colloquio tra un capomafia ed un leader istituzionale, interamente registrato da una videocamera. Un documento straordinario che apre una finestra sui rapporti diretti tra mafia e politica in Sicilia, e che, nell’estate del 2003, quando diventa pubblico, crea divisioni e imbarazzo tra i DS, proprio nel periodo in cui il Presidente della Regione Totò Cuffaro finisce indagato per mafia.
Il bubbone esplode ad Enna, la città nella quale, oggi, si vorrebbe candidare Crisafulli alla carica di Sindaco. Qui Crisafulli ha costituito un solido sistema di potere per sua stessa ammissione borderline con il codice penale. “Il mio concetto di legalità” ha detto una volta Crisafulli a Francesco Forgione, allora deputato di Rifondazione Comunista, “è più elastico del tuo”.
Tornando all’incontro, dopo il bacio sulla guancia (se lo avesse raccontato un pentito non ci avrebbe ceduto nessuno!) e i convenevoli di rito, i due cominciano a parlare di politica.
L’avvocato chiede di tenere in giusta considerazione gli amici comuni nel rimpasto programmato della giunta di Piazza Armerina.
Dalla politica si passa agli appalti.
L’avvocato chiede di tenere in considerazione una sua impresa per lavori di diboscamento, e, più in generale, di avere una parte in tutti gli appalti che ci sono in provincia. Quando Bevilacqua si lamenta del fatto che un appalto è stato affidato alla ditta dei fratelli Gulino (uno presidente di Confindustria a Enna, l’altro è stato al vertice di CNA, fedelissimi di Crisafulli), Mirello risponde più volte deciso: “Fatti i cazzi tuoi”.
Infine il sospetto di tangenti.
Non se ne parla esplicitamente, ma i due concordano che una ditta esclusa da un appalto, se vuole il lavoro, “deve battere un colpo, e deve batterlo forte”.
L’incontro si chiude alle 14,05. Le videocamere della squadra mobile, piazzate all’Hotel Garden all’insaputa del direttore per sorprendere una banda di estorsori, hanno registrato un documento a suo modo unico che spinge il direttivo regionale dei DS a censurare il compagno Mirello perché “frequentare boss è inammissibile”, mentre quasi tutte le sezioni di Enna si stringono intorno a lui, chiedendogli di revocare l’autosospensione dalla carica di vicepresidente dell’ARS.
La procura di Caltanissetta indaga Crisafulli per concorso esterno in associazione mafiosa, anche se lo stesso Procuratore Capo Messineo dichiara di non volere forzare la mano con le indagini per evitare scontri istituzionali. Ad altri indagati questi sconti non sarebbero stati fatti.
Alla fine la Procura, il 19 febbraio 2004, chiede e poi ottiene dal GIP l’archiviazione perché quel colloquio non portò ad alcun beneficio per Cosa Nostra. Nella richiesta di archiviazione i PM definiscono inquietanti gli incontri (ce ne sarebbero stati altri successivamente) nonché le telefonate tra Bevilacqua e Crisafulli, stante anche il fatto che un autorevole rappresentante politico non poteva ignorare la nota caratura nel contesto dell’illiceità mafiosa del suo interlocutore. Non ci sono però sufficienti elementi di prova per sostenere che Crisafulli abbia arrecato significativa utilità a Bevilacqua o a Cosa Nostra.
Ce n’è abbastanza per chiudere tutto sul piano penale.
Ma ce ne sarebbe a sufficienza almeno per stroncare la carriera politica di Crisafulli in nome della “questione morale” tanto cara a Enrico Berlinguer, oggi purtroppo caduta in prescrizione. Tanto più nel partito che fu di Pio La torre, morto ammazzato per aver rifiutato anche il minimo contatto con Cosa Nostra.
Crisafulli, invece, viene addirittura promosso.
È un dalemiano di ferro e nel 2006 il partito gli trova un posto sicuro nel collegio Sicilia 2 per la Camera dei Deputati. Quando Di Pietro critica l’incredibile decisione, Luciano Violante (!) gli replica che non esiste alcun motivo di incompatibilità per Crisafulli, che si trova nelle medesime condizioni di Di Pietro “incriminato e poi assolto”. Con la differenza, però che Di Pietro non incontrava boss mafiosi.
Violante, per la cronaca, sedeva nella stessa lista che ospitava Mirello. Numero 1 Rutelli, 2 Violante, 3 Piscitello, 4 Crisafulli.
La storia si ripete nel 2008, con Crisafulli “nominato” senatore grazie alla posizione sicura al numero 5 delle liste del PD.
Qualche considerazione.
Abbiamo aperto il nostro cantiere mettendo tra le priorità il sud, un’altra parte del Paese alla quale non riusciamo più a parlare come un tempo. Il dramma è che al sud abbiamo governato in varie realtà e a lungo, e ciò che risulta evidente è che in molti casi abbiamo finito per sostituire una classe politica autoreferenziale, clientelare e, in alcuni casi, collusa, con un’altra. Con quale credibilità possiamo immaginare, come PD nella sua globalità, di porre la questione Mezzogiorno se poi le persone che dovrebbero consentire al sud di liberare le energie che possiede il suo “capitale sociale” sono le medesime che hanno contribuito affinché questo patrimonio fosse disperso? Urge a mio avviso un azzeramento dei vertici del PD non solo in Sicilia ma anche in Calabria e Campania. Si arrivi a commissariare i vertici regionali del partito inviando una persona o un team di persone scelte evitando logiche correntizie o di fedeltà al capobastone di turno. Persone che si assumano la responsabilità di ricostruire il PD dalle fondamenta e che riconsegnino lo scettro del primato alla politica, intesa come strumento per proporre idee e realizzare nel tempo un progetto condiviso di società. Prima che lo stato di coma del partito diventi irreversibile.

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