Il congresso che sarà

Secondo Pippo Civati. E noi con lui.

Azione popolare è un bel concetto-strumento che Salvatore Settis ha recuperato in una delle sue più recenti pubblicazioni. Azione è anche la parola preferita dei sostenitori di Obama e la matrice di tutte le sue iniziative. Organizing for action ovvero Democracy in action.

Ecco, a chi mi chiede che tipo di campagna congressuale farò, rispondo così: che non sarà semplicemente una campagna per la segreteria, ma sarà una campagna politica, in cui le ‘tesi’ non solo siano associate alle ‘persone’, ma a una grande mobilitazione, che spalanchi le porte del Pd e della politica italiana nel suo complesso, che metta alla prova la democrazia rappresentativa attraverso una grande partecipazione di persone e di idee.

Un congresso per campagne e per azioni che muoverà dai temi di oggi per disegnare un futuro che oggi ci neghiamo, perché qui, secondo qualcuno, dobbiamo stare. E pensare al futuro, soltanto pensarlo, potrebbe fare cadere il governo e mettere in discussione chissà quale certezza.

Un cambio di prospettiva radicale: non un paludato e paludoso congresso per mozioni e correnti, ma una campagna che attraversa l’Italia e che ci porterà comunque lontano, che interpellerà le coscienze e si appellerà ai cittadini perché siano loro i protagonisti.

Un modo per disegnare il Nuovo Partito Democratico fin da ora, ribaltandone le consuetudini, dando senso alla mobilitazione cognitiva (come dice Fabrizio Barca) e morale e civile, sulla base di obiettivi in cui il profilo del Pd finalmente si riconosca, perché netto, perché preciso, perché democratico.

Una campagna che finalmente ci rappresenti e che dimostri che si può fare diversamente, che ci sono alternative e che la sfida è proprio quella di scegliere qual è l’alternativa che ci convince di più.

Per dare una prospettiva di governo al cambiamento, per tornare a fare politica, per dare dignità al conflitto sociale e recuperare la sfiducia.

Un congresso può essere la cosa più noiosa del mondo, se si limita a contare dirigenti, a fare tessere in batteria, a misurare le regole sulla convenienza di qualcuno. Ma può essere la cosa più appassionante, se serve a cambiare.

Sono anni che attendiamo un cambiamento di questo tipo, che si tenga lontano da Scilla e dalla partitocrazia più dura e tetragona e da Cariddi e dal populismo più velleitario. Ora tocca a noi, che abbiamo un piccolo vascello, ma sappiamo che il vento soffia nella direzione corretta.

Non che sia facile, ma se lo fosse, non sarebbe così appassionante.

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