Analisi post voto (nel senso che tocca andare in analisi)

Lo ricordo bene il 1994, eccome se lo ricordo. Dopo Tangentopoli, i governi lacrime e sangue, le vittorie del centrosinistra a Torino, Napoli, Roma, Trieste, Catania pensavamo davvero che il Paese avrebbe scelto la gioiosa macchina da guerra guidata da Achille Occhetto. E invece arrivò Berlusconi, che riuscì ad intercettare il voto dei moderati, sdoganò i fascisti, ci asfaltò e vinse le elezioni, con tutto quello che ne è conseguito in questi 24 anni.

Quella fu una mazzata tremenda. Lo ricordo eccome. Non ci capacitavamo, a sinistra, di come fosse stato possibile che gli italiani avessero fatto una scelta di quel tipo. Ci mettemmo mesi ad assorbire la mazzata. L’incredulità, il rifiuto della realtà durò a lungo. Ci sentivamo diversi, culturalmente, moralmente e intellettualmente superiori (in parte sbagliando, ovviamente), rispetto a chi aveva fatto una scelta tanto dirompente quanto inaspettata. E il Paese era diviso, letteralmente in due, a sancire questa (presunta?) diversità tra i blocchi di berlusconiani e antiberlusconiani. Nemici da guardare in cagnesco, gli altri. Alieni. Stranieri.

Oggi, all’esito delle elezioni politiche, niente di tutto questo., almeno per me. Il risultato era abbastanza scontato, si trattava solo di stabilire i rapporti di forza entro un quadro sostanzialmente noto. E, a differenza del 1994, non vivo quel medesimo stato di conflitto rispetto a chi ha espresso un voto diverso dal mio. Sia chiaro, sono deluso, smarrito, e, manco a dirlo, continuo a sentirmi profondamente diverso dai fascisti (quelli veri che purtroppo hanno avuto modo di partecipare alle elezioni) dai leghisti-leghisti che sono razzisti e omofobi fino al midollo (e non gli basterà la foglia di fico di un senatore di colore per sovvertire la realtà), dai grillini-grillini che hanno portato il cervello all’ammasso (vedi alle voci vaccini, complotti, scie chimiche), dai fan acritici di Renzi, da quelli che cantano a squarciagola “meno male che Silvio c’èèèèèèè”. Però poi l’analisi dei flussi ha dimostrato come l’elettorato si sia spostato verso i vincitori delle elezioni: sostanzialmente chi in passato ha votato nel centrodestra ha scelto Salvini, chi ha votato centrosinistra ha scelto M5S. Quindi tra chi ha scelto il partito di maggioranza relativa, a torto o a ragione, c’è anche un pezzo del “popolo di sinistra” che è stato fianco a fianco con molti di noi negli anni passati e, nonostante la loro scelta, non riesco a sentirli indistintamente tutti stranieri, al pari di quanto invece avvenne con chi scelse Berlusconi, Lega Nord e i neofascisti nel 1994.

Come si è arrivato a tutto ciò, al risultato elettorale che ha anche sancito la sostanziale estinzione della sinistra, per come siamo stati abituati a conoscerla, nel nostro Paese?

Si possono individuare motivi esogeni e motivi endogeni, che in parte si rincorrono e intrecciano indissolubilmente.

La diffidenza nei confronti dell’Europa ha radici lontane. La tassa sull’Europa di Prodi (in parte restituita) fu pagata magari malvolentieri ma con la fiducia e la speranza, per molti, che sarebbe servito a creare un’Europa migliore, più vicina ai cittadini, più attenta ai bisogni dei singoli. E invece è bastato l’avvento dell’Euro, passaggio epocale ma gestito, ai tempi, con i piedi dal governo di centrodestra, per sovvertire completamente il quadro e nutrire una sempre crescente diffidenza nell’Europa, che è finita per apparire matrigna, sanguisuga, capace solo di imporre vincoli di bilancio, impotente davanti alle tecnocrazie, buona solo a legiferare sul parmesan cheese, nella maggior parte a discapito di aziende, produttori, consumatori italiani. Da qui il primo elemento di successo delle forze antieuropeiste e di conseguente crisi nella rappresentanza della sinistra, che è apparsa più come baluardo dello status quo che forza capace di mettersi alla guida di un processo di riforma profonda delle istituzioni europee. Metteteci pure che effettivamente, in una certa fase storica, buona parte della sinistra poi confluita in LeU ha effettivamente sostenuto il pareggio di bilancio in Costituzione e l’applicazione bovina dei vincoli di bilancio imposti da Bruxelles ed ecco che e uova iniziano a rompersi e la frittata a formarsi. E infatti le uova raramente si rompono da sole, quindi l’imposizione serrata dei vincoli di bilancio ha imposto la scrittura della riforma Fornero (anch’essa votata da “quellidisinistra” che sostenevano il governo Monti),  la madre della maggior parte delle recriminazioni (per non dire di peggio) di moltissimi lavoratori italiani che sono a loro volta sfociate nel voto a Lega e M5S.  Sono strasicuro che ciascuno di voi conosce qualcuno che ha votato Lega per il semplice fatto che, tra le sue promesse (realizzabili, secondo il Bagnai-pensiero, uscendo dall’Euro e ricominciando a stampare moneta…), c’era quella di abolire la riforma Fornero e consentire quindi di andare in pensione ad un’eta decente e soprattutto evitando di arrivare con la badante o il catetere sul luogo di lavoro.  Al solito il punto di forza, o di debolezza, di chi fa politica è la credibilità, e sei sei visto come parte del problema non puoi pensare di essere la soluzione del problema.

E siccome un problema se ne porta sempre appresso un altro, l’innalzamento dell’età pensionabile ha allontanato l’ingresso nel mondo del lavoro di giovani, un circolo vizioso che alimenta la precarietà (manco ce ne fosse stato bisogno vista la situazione già critica che negli anni si è venuta a creare post riforme Treu, Biagi e, da ultimo, Jobs-Act) mentre i diritti dei lavoratori si assottigliano sempre più, fino a scomparire quasi del tutto nelle realtà lavorative post-fordiste alla Amazon, nel settore servizi, fino alla scuola (a tal proposito, se volete approfondire, vi consiglio di leggere Marta Fana).

Altro uovo che ingrandisce la frittata, rotto per gli urti con le altre due. E anche in questo caso gli elettori hanno reputato che la frittata fosse stata fatta anche con la complicità della sinistra, quindi meglio cambiar cuochi. Cuochi nuovi, magari inesperti, sperando che almeno un piatto di cacio e pepe la sappiano cucinare.

Insomma, mi sembra appropriato il concetto espresso da Ennio Fantaschini in Ferie d’Agosto.

Come uscirne, da dove iniziare?

(Apro una parentesi. Qui si parla di LeU, ma personalmente ho diviso il mio voto tra LeU e Potere al Popolo quindi due parole su di loro voglio spenderle. Li ho votati  al Senato e nonostante non fossi d’accordo al 100% con le loro proposte, nonostante la sceneggiata di Viola Carofalo al Brancaccio abbia contribuito, non da sola,  al fallimento di quel progetto che, con tutti i suoi limiti, poteva segnare un punto di svolta nella campagna elettorale e quindi per l’esito delle elezioni, nonostante non abbia condiviso le azioni messe in atto per impedire fisicamente alle persone, in questo caso Massimo D’Alema e Susanna Camusso, di prendere parte ad un convegno all’Università di Napoli, manco fossero stati di Forza Nuova o Casapound. Però ho scelto di sostenerli perché ritengo che rappresentino al meglio quella funzione di mutualismo sociale che un tempo era appannaggio dei partiti di sinistra e che oggi si è persa, perché si sono messi dalla parte dei più deboli con azioni concrete e non a chiacchiere, perché sono dalla parte dei migranti senza se e senza ma. Detto questo, non vedo pure per loro cosa ci sia stato da festeggiare per l’1 e spicci percento raccolto alle elezioni, forse davvero s’era bevuto troppo, la sera delle elezioni. Pur non avendo responsabilità dirette come la sinistra che ha partecipato al governo del Paese, sono stati travolti dalla stessa onda e quindi spero PaP e chi ha ha votato per loro si senta parte del processo di ricostruzione della sinistra in italia, con umiltà e senza preconcetti, perché stanno all’anno zero come tutti noi).

Come ho avuto modo di scrivere oggi su FB commentando un articolo del compagno Cardulli, lungi dal cedere a derive rottamatrici, se è vero che, probabilmente, non c’è tantissima differenza tra il 3% o il 6%, il risultato è stato ampiamente sotto le aspettative e credo che comunque non abbia aiutato il fatto che una parte consistente di chi ha incarnato “il problema” fosse in prima fila a rappresentare LeU. C’è una sparuta rappresentanza in Parlamento, non si sa quando si voterà di nuovo, se tra tre mesi o tra cinque anni, e in genere è più facile che una forza politica sia rappresentata, anche mediaticamente, da chi sta in Parlamento rispetto a chi ne sta fuori. Ecco, io non vorrei che in questi mesi, e magari per cinque anni , LeU fosse rappresentata principalmente (con tutto il rispetto che nutro per la loro storia e l’affetto personale che posso sentire personalmente) da Bersani, Epifani, Stumpo, Grasso, Errani, Speranza, Fassina. Credo che in tempi abbastanza rapidi vada favorito il profondo rinnovamento anche della rappresentanza parlamentare, consentendo a compagne e compagni che non sono stati eletti di crescere anche assumendosi la responsabilità di rappresentare la sinistra in Parlamento.

Certo non basta il rinnovamento delle classi dirigenti per provare a riconquistare la fiducia di chi, sentendosi abbandonato, ha deciso di scegliere altro. Ma è un primo passo. Sarà una strada lunga, lunghissima, durante la quale bisognerà mettere in discussione tutto. Sé stessi in primis, e poi metodi, riti, luoghi di discussione, analisi, certezze. Tutto. Ben vengano le assemblee convocate in questi giorni e quelle che verranno, momenti catartici nei quali è bene che nulla rimanga nell’alveo del non detto. Ma ovviamente non sarà sufficiente. Ne parlavo con il compagno Simone, forse davvero occorre ricominciare dalle Case del Popolo. Forse davvero, con tutte le difficoltà ulteriormente amplificate dalla disintermediazione, dalle nuove forme di comunicazione e partecipazione, occorre ricominciare da un partito strutturato che apra i circoli ai quartieri per offrire non solo un luogo fisico di discussione ed elaborazione ma che sappia far rete per intercettare i bisogni di chi è rimasto indietro. Di sicuro occorre occupare permanentemente e strutturalmente i luoghi del conflitto e rappresentare a livello parlamentare, con atti concreti,  le istanze dei lavoratori, de precari, degli insegnanti, di chi è rimasto indietro, di chi ha visto crescere sulla propria pelle le disuguaglianze, la precarietà, la paura nel futuro (senza però dimenticare la parte sana del tessuto produttivo, le imprese che non delocalizzano , gli imprenditori che senza paternalismo considerano i suoi dipendenti parte della sua famiglia, le aziende che innovano, che rispettano l’uomo e l’ambiente). Paradigmatico, in questo senso, il servizio di #PropagandaLive fuori dai cancelli della fabbrica FCA di Pomigliano d’Arco, patria di Luigi di Maio. Alla domanda di Diego Bianchi sul perché la sinistra non sta più fuori da quei cancelli, la risposta dell’operaio racchiude tutto: perché ha perso la strada.

Ritrovarla non sarà semplice, per niente.  Riconquistare la fiducia di chi si è sentito tradito  sarà un’impresa titanica, che probabilmente si compirà, se si compirà, in non meno di un decennio. Troppa la delusione generata in chi ha sempre votato a sinistra e oggi ha scelto altro. Però secondo me esistono ancora praterie a sinistra, ma non potremo riconquistarle se non sapremo rappresentarla con persone credibili sulle quali far camminare idee, pensieri, azioni.

Ritroviamoci, e forse dal letame nasceranno fiori, come diceva uno bravo.

Pensieri lunghi, diceva un altro ancora più bravo. Lunghissimi.

 

 

 

Da cosa nasce il cattivismo (e come provare a sconfiggerlo)

Approfittando della nevicata, quindi dell’assenza di navetta aziendale e mezzi pubblici, oggi ho camminato un po’ nel quartiere dove lavoro, Colli Aniene-Tiburtino III, per raggiungere a piedi l’ufficio dalla metro S. Maria del Soccorso, andata e ritorno. Mi capita  spesso, a dire, il vero, almeno ogni volta che non prendo la macchina per andare al lavoro. Oggi sarà stata l’atmosfera un po’ più ovattata, non lo so, però guardavo le persone che ho incontrato per strada e riflettevo sugli episodi di “intolleranza” che ci sono stati nel quartiere nei mesi passati.  Anziani che si muovevano con difficoltà sui marciapiedi ridotti a poltiglia, giovani coppie con bambini piccoli che giocavano con le palle di neve, temerari a spasso con il cane.  Pensavo questo, che anche al Tiburtino III  ci sarà più o meno la stessa quantità di razzisti intolleranti che si può trovare ovunque a Roma, e in Italia. Ma, essendo un quartiere diciamo popolare, è sicuramente uno di quei posti nei quali si è più sentita la crisi economica di questi anni. E con il sentire della crisi sono aumentate le paure. Paura per il presente e per il futuro. Per sé, per i propri figli, per i propri cari. E la paura genera rabbia. Rabbia che fa scatenare una guerra tra poveri nella quale alla fine perdono tutti. Ecco, se una responsabilità enorme ha chi ha governato in questi anni è quella di non aver fatto assolutamente nulla per ridurre le disuguaglianze che, invece, sono cresciute a dismisura. I dati che diffonde il governo, e dei quali si beano le forze politiche che lo sostengono, PD in primis, sono assolutamente scollegati da qualsiasi realtà  percepita dalle persone. Per questo è giusto non votare PD e affini alle imminenti elezioni, non verrà nulla di buono per diminuire le diseguaglianze dalla prosecuzione delle politiche dell’attuale governo. Come non verrà nulla di buono  votando centrodestra o estrema destra, che soffiano su queste paure e non faranno che acuire i conflitti già in essere. Come non verrà nulla di buono votando M5S, che hanno dimostrato proprio a Roma di non avere la minima idea di come si governi una comunità, al di là dei nomi altisonanti che sono scelti per fare assessori, o ministri, tutti destinati a cadere come i dieci piccoli indiani. Resta la sinistra. Ora, mi metto nei panni degli abitanti del quartiere, di tutti i quartieri periferici di Roma, d’Italia, e provo a capire quale attrazione possano destare  molti dei candidati di LeU nelle persone impoverite dalla crisi, che hanno perso il lavoro, che sono state costrette ad accettare lavori precari, qualsiasi lavoro sottopagato. Mi auguro di sbagliarmi, ma credo davvero poca attrazione. Con i loro limiti, con le loro utopie,  mi sembra che per chi è rimasto indietro, per gli ultimi, sia molto più rispondente ai propri bisogni un voto per Potere al Popolo, una forza che fa del mutualismo sociale, della lotta alla povertà, della solidarietà, della ridistribuzione delle ricchezze il cardine della propria proposta.

Potere al Popolo non vincerà le elezioni, ma sarebbe bello se superasse la soglia del 3% ed entrasse in Parlamento.

Concetta Iolanda Candido

Prima di tutto mi sento di ringraziare mille e mille volte Gad Lerner. Con il suo  libro ha tenuto in vita la storia di Concetta Iolanda Candido, storia che, altrimenti, sarebbe durata il tempo di un flash al TG di mezza sera, di un trafiletto in cronaca. Concetta Iolanda Candido, appunto. Operaia.  Un giorno, esasperata, entra in una sede INPS di Torino e si da’ fuoco. Non voleva morire, Concetta. No (anche se ancora oggi percorre una strada difficile di riabilitazione fisica e morale, dopo aver rischiato la vita per mesi). Voleva essere, il suo, un gesto estremo di protesta di tutti quelli che avevano deluso le sue aspettative, dai datori di lavoro, alle istituzioni. Si sentiva presa in giro, Concetta, lei che con infinita dignità e riservatezza aveva deciso di tenere nascosta anche alla famiglia la sua difficile situazione economica a seguito del licenziamento avvenuto qualche mese prima. Così, quando per un intoppo burocratico si è vista accreditare sul suo conto una cifra irrisoria rispetto a quanto le spettava e si aspettava, come arretrati sulla NASPI, per tirare a campare qualche mese e saldare qualche debito, quella mattina del 27 giugno, tra le persone attonite dell’ufficio nel quale tante volte era entrata per chiarire la propria situazione, ha tirato fuori le bottiglie di alcool che aveva in borsa e si è accesa.

Nel libro ci sono anche le storie dei salvatori di Concetta, Anas e Roberto, gli unici che hanno avuto la prontezza di prendere in mano un estintore e spegnerla, salvandole la vita.  Anas e Roberto che hanno vissuto la stessa disperazione e solitudine di Concetta, senza arrivare al suo gesto estremo Ci sono le storie delle colleghe di Concetta, che con lei si chiamavano “vendicatrici”, licenziate anche loro, ma che fortunatamente la NASPI l’avevano avuta tutta intera. Ma soprattutto nel libro c’è la storia di ciò che è diventato il lavoro, il suo mercato, nell’Italia di oggi. E la storia delle incapacità della politica, del sindacato, della società di interpretare le dinamiche del lavoro che cambia e di dare rappresentanza a chi oggi non ha voce, ai deboli.

Io non so se dietro alla svalorizzazione dei diritti, all’isolamento dei lavoratori, alla diminuzione delle tutele, all’impoverimento del valore sociale del lavoro ci sia un disegno ordito da qualcuno per meglio combattere conto le masse organizzate o, semplicemente, non si è stati in grado, chi aveva la responsabilità di governare i processi in atto nel mondo, di interpretare le nuove (o vecchi?) necessità dei lavoratori davanti a fenomeni epocali che hanno investito tutto il globo.

Quello che so, che appare evidente, è che le disuguaglianze sono aumentate ovunque, che molti padroni (o padroncini) hanno capitalizzato al massimo delle possibilità concesse dalle norme la chance di aumentare i loro profitti sottraendo diritti ai lavoratori. La parcellizzazione del lavoro nella maggior parte dei settori produttivi (edilizia, servizi, forniture, consulenze, manutenzione, trasporti, scuola, sanità) ha reso i lavoratori sempre più deboli ed esposti all’isolamento, anticamera della disperazione di persone come Concetta. E nel mondo alla rovescia che si è costruito in questi anni per alcuni diventa persino inaudito che Concetta e le sue colleghe accampino dei diritti, che si rivolgano al sindacato davanti ai ricatti dell’azienda che ha deciso prima di esternalizzare il loro lavoro, poi di disfarsene.

Ora, che da parte delle destre, o dei neo liberisti, o dei neocentristi di tutto il mondo si sia deciso di abbandonare al loro destino le nuove masse di precari, di sottopagati, di sfruttati, ci sta, è la loro natura. Il dramma è che la sinistra mondiale non è ancora stata in grado di dare rappresentanza a chi, oggi, è disposto anche a lavorare gratis pur di mantenere vivo un legame flebilissimo con il mondo del lavoro. E la sinistra italiana con la sinistra europea e mondiale, soffre ormai da anni di questa incapacità. Nonostante le buone intenzioni dei singoli, il presidio delle crisi industriali, la vicinanza espressa in vertenze che hanno caratterizzato il mondo del lavoro sui territori, l’impegno profuso nell’interessarsi alle vicende umane e lavorative del quartiere nel quale si vive e si prova a fare politica.

Ecco, io penso a Concetta e mi chiedo se lei (perché la sinistra, se pensa di svolgere un ruolo nella società di oggi, dovrebbe occuparsi innanzitutto di Concetta e di chi vive una condizione di assoluta precarietà lavorativa e personale), nelle prossime elezioni, potrebbe mai scegliere di sentirsi rappresentata da una sinistra che viene percepita come parte del problema, se non per connivenza sicuramente per incapacità nell’interpretare i bisogni altrui. Non che manchi l’empatia, ci mancherebbe. Ma, lungi dal pensare che solo chi vive sulla propria pelle i disagi di chi oggi non arriva alla fine del mese possa dar loro voce (non credo nel pauperismo di sinistra, insomma), la distanza tra le masse e chi vorrebbe rappresentarle oggi è enorme e non basterà, temo, la campagna elettorale che si terrà fino al 2 marzo prossimo per ribaltare la situazione. Ricostruire la rappresentanza dei deboli è un lavoro che prenderà anni, dentro e fuori del Parlamento.

Temo, insomma, che Concetta non voterà a sinistra. Al massimo si asterrà. E sarà una sconfitta per tutti.

Ma non è una cosa seria

Nel 2012 partecipai alle parlamentarie del PD, aperte ad iscritti ed elettori (persone in carne ed ossa, non click dietro uno schermo). Per quanto siano uno strumento perfettibile, che non mette al riparo dal selezionare persone che hanno il solo merito di essere obbedienti al loro capo o che non hanno dimostrato alcuna capacità nel corso della loro esistenza, continuo a pensare che siano un buon metodo per selezionare chi deve rappresentare un partito in Parlamento. Di certo non avremmo assistito alle pantomime di questi giorni che hanno riguardato tutti i partiti. Perché di pantomime si tratta. Un agitarsi freneticamente che sa di farsa, come se i vari attori non sapessero esattamente cosa si sarebbe consumato in queste ore. Resta il dubbio se chi abbia subito il “danno” maggiore da tutto ‘sto teatro, se quelli che più si sono lamentati di paracadutati, di territori mortificati, di esclusioni ingiustificate, sia più ingenuo o incapace. Voglio essere buono e propendo per la prima ipotesi.

Aspettando il 4 marzo

Da elettore di sinistra guardo con interesse tanto a LeU quanto a Potere al Popolo. Non mi sfuggono le differenze tra queste due formazioni che al momento, in parte l’una e in parte l’altra, pongono la loro attenzione su alcuni dei temi dell’agenda politica che più mi stanno a cuore. Di contro tanto l’una quanto l’altra contengono anche degli aspetti che non riscuotono in me una particolare predilezione.

Ecco allora che in questi giorni mi viene da pensare che sarebbe stato quanto mai opportuno che il cosiddetto “Brancaccio” riuscisse a dare vita ad un percorso diverso, ampio e condiviso. Non perché nutrissi una particolare necessità di affidarmi a Tomaso Montanari e Anna Falcone, peraltro due persone serie che non hanno mai chiesto (e continuano a non chiedere) per loro alcun ruolo né come leader di partito né come candidati a qualcosa. Ma perché continuo a vedere in quel progetto la possibilità (per ora sfumata, un giorno chissà) di mettere davvero insieme quel popolo di sinistra vittima di diaspore, delusioni, disillusioni. Il compimento di quel percorso, se affrontato in maniera sincera e genuina da parte di tutti gli aderenti che davvero avevano intenzione di arrivare ad una meta condivisa, avrebbe portato, credo (mi illudo?) da un lato ad un taglio ulteriore di posizione iper-massimaliste (che hanno provato a cammellare le assemblee territoriali e che si portano un pezzo di responsabilità del fallimento del progetto) e dall’altro ad una minore presenza di personalità che, a torto o a ragione, sono visti come parte del problema della sinistra italiana, se non altro per aver avallato nel recente passato molti dei provvedimenti del PD che oggi si contestano apertamente. Come? semplicemente partendo dall’applicazione delle le regole che erano state proposte per la formazione delle liste per le elezioni politiche, volte a coniugare esperienza e rinnovamento.

Queste le riflessioni di un elettore di sinistra, ad oggi combattuto se scegliere ciò che si avvicina maggiormente alle proprie idee, o ciò che disperda meno il voto, o le persone in lista che riscuotono maggiore fiducia.

Purtroppo l’impossibilità di praticare il voto disgiunto tra uninominale maggioritario e plurinominale proporzionale alla Camera e al Senato non aiuta.

Vedremo (che qua è tutto un vedremo!).

Sull’accesso gratuito all’Università

 

Se un merito ha avuto la proposta, lanciata da Pietro Grasso, di “abolire le tasse universitarie”, è senz’altro quello di aver riaperto (o forse proprio aperto da zero) il dibattito sull’accesso all’Università e, più in generale, sul diritto allo studio.

Al di là delle semplificazioni da slogan ad uso e consumo della campagna elettorale, se si vuole approfondire la proposta di LeU si può leggere qui qualche dettaglio in più. Sostanzialmente si sostiene che anche l’accesso all’Università deve essere considerato un diritto per tutti (al pari dell’istruzione primaria, della tutela della salute), a maggior ragione in un Paese nel quale i laureati sono pochi rispetto agli altri stati europei e quindi occorre investire in conoscenza, e che in un’ottica di rimodulazione delle aliquote IRPEF i “ricchi” contribuirebbero comunque alla fiscalità generale, ferma restando comunque l’esistenza della tassa regionale per il diritto allo studio.

Chi ha frequentato l’Università, o ha i figli da mantenere all’Università, sa benissimo che le tasse sono una parte delle spese che uno studente deve sostenere. Per i fuori sede ci sono le spese di alloggio, di vitto, e per tutti ci sono le spese per i libri, le dispense, per i trasporti. Se capisco bene al proposta di LeU trasferire alla fiscalità generale i proventi che i più abbienti verrebbero a pagare con la rimodulazione delle aliquote IRPEF (e magari anche con una tassa patrimoniale) comporterebbe poi un secondo passaggio per ritornare a chi frequenta l’Università quanto si deciderà di investire per sostenere il diritto allo studio.

Resto dell’idea che, fatte salve la necessità di una rimodulazione delle aliquote IRPEF nonché dell’introduzione di una tassa patrimoniale per ridurre le sempre crescenti disuguaglianze nel nostro Paese, sarebbe più corretto mantenere attivo un pagamento diretto delle tasse universitarie per i più abbienti, estendendo contemporaneamente le fasce di esenzione e di minore contribuzione in funzione dell’ISEE, proprio per finanziare in maniera diretta tramite borse di studio le spese degli studenti meritevoli e degli studenti che provengono da famiglie con minori possibilità economiche.

Io credo che messa così, la questione possa dare adito a meno dubbi sull’effettiva volontà di agevolare chi ha redditi più bassi. Insomma, messa così mi sembrerebbe più “di sinistra”.

Si o no? Sarebbe facile, in fondo

Dare risposte immediate al possibilismo che pervade la sinistra italiana davanti alle ipotesi di alleanze post-voto con PD o con M5S. La destra no, quella no (ma chi è destra? Casapound? OK. Fratelli d’Italia? Bon. La Lega? Ci siamo. Berlusconi? Alfano? Ah son destra? Ma già è capitato in passato di governarci insieme? Davvero?).

Quindi, dicevamo, due domande semplici semplici che Pietro Grasso, o chi per lui, dovrebbe/potrebbe porre.

Per il PD: lo aboliamo il jobs-act, reintroducendo l’art. 18 e prevedendo come unica forma contrattuale il tempo indeterminato?

Per il M5S: la approviamo subito la legge sullo ius soli?

Due questioni cruciali, lavoro e cittadinanza. Se non si è d’accordo su questo, non c’è possibilismo che tenga. Restano solo le chiacchiere da campagna elettorale.

E per quelle abbiamo dato, grazie

Dal mondo della fantapolitica al mondo del possibile

Credo che immaginare come fattibili alleanze con un PD derenzizzato sia un grave errore politico. Alcuni hanno proclamato ai quattro venti e fino a pochi giorni fa che non esiste differenza tra il PD e il centrodestra. Però oggi si ritiene possibile allearsi con il PD dopo il voto, magari contando su un magro risultato elettorale del Partito Democratico la cui responsabilità, secondo raffinatissimi strateghi, dovrebbe cadere tutta in capo al Segretario. Ciò dovrebbe indurre una contromutazione genetica e un ritorno alla ragione degli affidabilissimi neoparlamentari del PD, scelti direttamente da Renzi, magari già bersaniani della primissima ora. Auguri.

Personalmente non so se in LeU la pensino tutti così, ma in ogni caso se il primun inter pares nonché leader Pietro Grasso dice qualcosa, si immagina che siano tutti d’accordo. Se si tratta di responsabilità e di punti programmatici, mettiamoci dentro pure Berlusconi, che è uguale a Renzi, o no? Magari qualcosa concede pure lui.

Se, come si diceva all’atto della nascita di LeU, che le azioni sono state ripartite al 50% a MdP, al 35% a SI e al 15% a Possibile, allora è ovvio che qualcuno sta già esercitando la golden-share sull’impresa. Resta solo una domanda ai fuoriusciti dal PD della prima e dell’ultima ora: ma avete fatto tutto ‘sto casino per ri-allearvi con il PD?

p.s. amici del PD, astenersi dai commenti. La questione è tutta interna alla nascente sinistra, voi siete di bocca buona, vi fate passate un esercito di aratri sulla panza senza batter ciglio.

 

L’insulto

Ecco un film da non perdere.

Un banale litigio tra due uomini, un cristiano ed un palestinese, diventa un caso nazionale che porta quasi ad una guerra civile, in un paese, il Libano, mai pacificato dopo le guerre che lì si sono succedute a partire dal 1975.

Alla fine i protagonisti mettono da parte un po’ del proprio orgoglio, ma soprattutto riescono ad immedesimarsi nelle tragedie del rivale e riescono così ad ottenere la pace, se non quella delle fazioni che si scontrano in campo aperto, almeno quella interiore. Indicando così la strada per tutti.

Nessuno ha il monopolio della sofferenza, si dice nel passaggio chiave del film.

La storia del Libano è inscindibile dalle vicende che, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, squassano, devastano il Medio Oriente. Questioni complesse, che al di là dei torti e delle ragioni (che per me sono sempre stati chiari, almeno nella vicenda del popolo palestinese), vedono usare le persone, i popoli, a piacimento delle potenze mondiali a seconda delle convenienze del momento storico. Generando conflitti e le sofferenze, per tutti, che ne seguono. Però forse, se questa fosse la volontà di tutti, la strada della pace potrebbe essere imboccata più facilmente se le parti in causa iniziassero a chiedere scusa per quanto è stato fatto e così voltare pagina. Come è stato fatto in Sud Africa con la commissione per la verità e la riconciliazione fortemente voluta da Nelson Mandela.

Non è facile, ma anche in Medio Oriente i popoli hanno il diritto di vivere in pace, ciascuno sulla propria terra.

Roma

Uno dei vantaggi dell’andare in giro per campi di calcio il sabato e la domenica è quello di scoprire pezzi di città, soprattutto in periferia, che difficilmente uno vedrebbe. Così si ha l’occasione di camminare per strade di quartiere, di vedere le persone che si salutano per la via come in un paese di provincia, di vedere nei loro occhi umanità, miserie, problemi, speranze, gioie, dolori.
Nel bene e nel male, anche questa è Roma.