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Di vertici e di basi che mancano (per ora)

Un passaggio alla Casa Internazionale delle Donne, lunedì pomeriggio, per vedere un po’ l’aria che tirava nella prima assemblea romana post-Brancaccio di Alleanza Popolare per la Democrazia e l’Uguaglianza.

Tanta gente, buon segno. È l’occasione per salutare qualche persona con la quale ho fatto un pezzo di strada insieme. Ascolto qualche intervento, poi vado via con una sensazione di incompiutezza addosso. Mi rimane un po’ di amaro in bocca, diciamo.

Provo a spiegarmi.

L’impressione, condivisa con una cara persona che era anch’essa lì, è che per ora il bacino di utenza della sinistra romana che ha risposto all’appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari sia il medesimo che alle scorse elezioni ha sostenuto la candidatura di Stefano Fassina. Nulla di male, ci mancherebbe, ma ovviamente non può bastare. Il problema è come allargare il più possibile il campo non tanto della partecipazione (anche quella serve, ovviamente), quanto del consenso.

La platea, ne sono sicuro, era composta per la stragrande maggioranza da persone che si può dire appartengano ad un ceto medio-borghese, con alto livello di scolarizzazione e buone letture. I promotori, e molti di quelli che hanno parlato, sono persone attive, e con merito, sulla scena politica romana (in alcuni casi nazionale) da più o meno tempo. E va bene, da qualche parte, e da qualcuno, bisogna pur iniziare. Mi colpisce però l’assenza di quel pezzo di società che abbiamo, a sinistra, l’obiettivo (e la presunzione) di rappresentare. Dove sono le persone che più hanno patito della crescita delle disuguaglianze (operai, disoccupati, pensionati, precari, studenti, insegnanti) nel nostro paese e che più, di conseguenza, sono stati spinti verso l’astensionismo? Non ne ho visti, lunedì, e non ho visti al Brancaccio.

Più in generale mi pongo il problema se, al di là di esperienze positive di impegno nel sociale che nei quartieri esistono, prendono forma quotidianamente, e che anche singolarmente molti di noi praticano, pur non vivendo in primissima persona situazioni di palpabile disagio socio-economico siamo in grado di dar voce a chi l’uguaglianza non sa più cosa sia. Ri-politicizzare questa fetta di “esclusi”, far nascere una nuova coscienza di classe presuppone un’opera, passatemi il termine, di evangelizzazione che però deve passare anche da figure “profetiche” che per ora non vedo, né come singoli né a livello collettivo. Non necessariamente il leader alla Corbyn o alla Sanders, che se ci fossero ben venga, ma persone semplicemente in grado di rappresentare con autorevolezza e credibilità le istanze che provengono dalla moltitudine di persone che non si sentono rappresentate, a sinistra.  Un intervento, tra i più autorevoli, ha evidenziato la necessità di ripartire da tre parole d’ordine: scuola, ricerca, cultura.

Ma, per esempio, come andare a parlare di dispersione scolastica a Tor Bella Monaca, o a San Basilio, senza correre il rischio di organizzare il solito tavolo tematico tra addetti ai lavori, e che magari vivono per lo più in I o II Municipio, con il risultato di smuovere un nonnulla in termini di allargamento di partecipazione e di consenso ? Come organizzare tavoli territoriali, gruppi di lavoro ristretti (questo uno degli input usciti dall’assemblea per il prosieguo del cammino nelle prossime settimane) senza correre il rischio di parlarsi addosso (perdonatemi il termine) tra vertici con il risultato di non allargare alla base? Come colmare la distanza da quelle periferie che ci hanno voltato le spalle per colpa della nostra inadeguatezza a percepirne sofferenze, criticità, bisogni?

Non ho risposte, e non voglio nemmeno sembrare pessimista. Non lo sono di natura.

Ma questa è la genesi della sensazione di cui parlavo prima. Tra un po’ capiremo se passa o aumenta.

Le parole non dette a Piazza Santi Apostoli

Saltato l’appuntamento fuori porta, un giro a Piazza Santi Apostoli ieri l’abbiamo fatto.
Ho salutato con piacere, come immagino molti dei presenti, un po’ di persone che in questi anni abbiamo perso per strada. Anche tante persone del PD: ministri, sottosegretari, parlamentari, consiglieri comunali, semplici iscritti. Alcuni in incognito, altri no. Si leggeva negli sguardi il desiderio di ritrovare un terreno comune, ma sarà davvero possibile?
Nei giorni scorsi evidenziavo la necessità di ripartire, da oggi, senza ambiguità, con una scelta di campo netta. Ecco, non mi sembra che ciò sia avvenuto, ieri, in quella Piazza, ad opera dei promotori dell’iniziativa.
Il discorso più significativo l’ha tenuto Pierluigi Bersani, che ha pronunciato parole condivisibili su fisco, ambiente, lavoro, scuola, in linea con quanto ascoltato al Teatro Brancaccio due settimane fa. Meno bene sull’analisi della storia recente, sul rimpianto della sinistra che nel mondo a metà degli anni ’90 ha conquistato la fiducia degli elettori in molti paesi per poi tradirla con politiche che di sinistra avevano ben poco o che comunque non hanno saputo prevedere i disastri della globalizzazione, delle tempeste finanziarie, delle guerre. Parliamo di Blair, di Schroder, di Clinton ma anche dell’Ulivo, con i suoi leader e i suoi governi, che ha lasciato incompiute riforme (pensiamo solo al modo del lavoro e la mancata regolamentazione del precariato che in quegli anni ha la sua origine) la cui mancanza ancora oggi pesa come un macigno sulla vita delle persone. Su questo solco ha proseguito la sua opera anche il Partito Democratico, negli anni in cui ha governato, e quindi mi perplime alquanto sentire parlare, dal palco di Piazza Santi Apostoli, di centro-sinistra. Perché, e in questo Renzi ha ragione, un centro-sinistra senza il PD non è pensabile. Ma nemmeno è pensabile un PD che faccia ammenda di sé stesso e riconosca il fallimento delle maggiori (pseudo)riforme che ha sostenuto in questi anni. Anzi, Renzi in questi giorni rilancia, e lo fa perché è forte, giustamente, del consenso ottenuto nel congresso che si è chiuso poche settimane fa. E allora ecco l’ambiguità non risolta, la scelta di campo incompiuta, ieri. Le parole udite da quel palco sono, allo stato attuale, del tutto incompatibili con un’alleanza con il Partito Democratico. Sono incompatibili con lo svolgimento di primarie del cosiddetto centro-sinistra. Sono incompatibili con un patto post-elettorale nel caso in cui, come è ormai probabilissimo, si voterà con sistema proporzionale (si tratta solo di decidere quale sarà la soglia di sbarramento).
Eppure si punta ancora ad un centro-sinistra largo, come se ci fosse solo da mettere a punto piccole questioni programmatiche con il partito il cui segretario è Andrea Orlando.
Ecco, le cose non stanno così. Per niente. E quindi fatico a capire come intendano uscirne Pisapia, Bersani, Campo Progressista, Articolo 1, Insieme. Anche se uscissero ancora pezzi di ceto politico e di elettori dal partito di Renzi, il segretario andrebbe avanti come un caterpillar, non è uomo che ammette i propri errori.
Mi è invece più chiaro il percorso segnato da Montanari e Falcone, con Sinistra Italiana, Possibile e chi ci sta. Alternativi al PD. In questa fase non può essere che così.
Spero che i compagni presenti ieri in Piazza Santi Apostoli lo capiscano quanto prima, e agiscano di conseguenza.

Appello ai compagni di SEL

Carissimi compagni di SEL, sono giorni difficili anche per voi, mi rendo conto. Sentirsi dire, come ha fatto ieri Laura Boldrini (autorevolissima esponente del vostro partito), che sulle scelte importanti SEL e il PD non presentano differenze, beh, mi avrebbe fatto arrabbiare non poco. Sentirsi dire che la pensate allo stesso modo sul jobs-act, sul demansionamento, sul controllo a distanza dei lavoratori, sul preside manager, sulla buona scuola, sulle trivelle, sui 3.000 €, sull’italicum, sulla riforma della Costituzione non è proprio il massimo . Di sicuro dentro SEL ci sarà qualcuno tentato dalle sirene del governo, dalla retorica berlusconian-renziana della fiducia, dell’ottimismo che è il sale della vita (politica). E allora forse è giunto il momento di fare chiarezza, al vostro interno. Certo, non è facile. Non è facile liberarsi del vostro ingombrante leader che ormai è la narrazione di sé stesso. Peccato, qualche anno fa avrei consegnato volentieri a Vendola le chiavi di casa del centro-sinistra. Non è facile rinunciare ai posti di governo sparsi tra regioni e comuni. Perché in effetti SEL non è mica Rifondazione Comunista. Là ci stanno quattro reduci, tipi alla Ferrero, alla Mantovani, alla Russo Spena, che al massimo puoi incontrare a piazzale Aldo Moro a volantinare giornali improbabili che si rifanno alla lotta comunista. Là ci stanno assessori, consiglieri, finanziamenti pubblici. Governo e sottogoverno. Come nella regione Lazio. Dove per esempio, a proposito di grandi scelte che non presentano differenze con il PD, tutti d’accordo con la realizzazione della Roma-Latina, con il consumo di suolo, con la mobilità insostenibile.

E allora si, è il momento di fare chiarezza, perché conosco molti di voi e so per certo che con il PD attuale avete pochissimo in comune. E il doppio binario nazionale/locale è una contraddizione in termini, un artificio retorico, un’ambiguità tutta vendoliana, se poi la realtà, anche sui territori, è quella delle scelte sbagliate (vedi sopra). Come ho avuto modo di dire, salvo rarissime eccezioni di giunte di sinistra che chiedono un rinnovo del mandato sulla base di scelte chiare su ambiente, diritti, eguaglianza, mobilità, innovazione è impensabile allearsi con il PD alle prossime elezioni amministrative.

Prendete atto che il progetto di SEL è arrivato ad esaurimento, che le fabbriche di Nichi sono un lontano ricordo e che la coalizione Italia Bene Comune è morta il giorno dopo le elezioni. Pensare di riproporla nelle città, nei Comuni, è solo un contributo alla crescita dell’entropia politica.

Scioglietevi. Ciascuno farà le sue scelte. Alcuni andranno nel PD. E diventeranno più realisti del re. O più renziani di Renzi, fate voi. Altri avranno il coraggio di navigare in mare aperto, come molti di noi stanno già facendo. La mia speranza è di incontrarvi lì, e di solcare questo mare su una barca da costruire insieme, pezzo dopo pezzo. Con l’obiettivo della terraferma, però. La terraferma che si chiama sinistra.

Come ti ammazzo il sindacato

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La CGIL è il mio sindacato, sono iscritto da anni alla FILT ma riconosco tutti i limiti dell’azione della CGIL.

Ne parla anche oggi Antonio Padellaro su Il Fatto Quotidiano, che lancia un’appello a Susanna Camusso e a Maurizio Landini:

“…colpisce il declino di un’organizzazione che da troppo tempo non è più capace di farsi carico, come si diceva una volta, degli interessi generali del Paese. Concentrata sulla difesa dei propri iscritti: pochi lavoratori produttivi e soprattutto pensionati e pubblico impiego. Rinchiusa nelle proprie roccaforti e indifferente al degrado della cosa pubblica. E adesso indicata come il male da cui liberarsi. Fate qualcosa.”

Ripongo le mie speranze in Landini. In Susanna Camusso molto ma molto meno.

E la presa di posizione di Susanna Camusso sui referendum proposti da Possibile non fa che rafforzare le mie critiche nei confronti dell’attuale dirigenza della CGIL.

Certo, lo strumento, negli ultimi anni, ha mostrato i suoi limiti. O quantomeno i cittadini hanno spesso dimostrato di non essere troppo disposti ad un coinvolgimento diretto nelle scelte che li riguardano. Misteri italici, visto che, di contro, sovente ci si lamenta di non poter scegliere direttamente. Ma se le firme si raccolgono raccogliendole, resta appunto l’incognita della partecipazione all’eventuale voto. E va da sé che il mancato raggiungimento del quorum sarebbe un bel problema, per tutta la sinistra.

Nutro qualche perplessità sul quesito che riguarda la scuola, non perché non ne condivida lo spirito e il fine, ma perché temo che possa essere utilizzato come referendum pro o contro gli insegnanti, di ogni ordine e grado. Scaricando su di loro le frustrazioni, motivate o meno, di genitori, cittadini, che vedono indistintamente nella classe docente dei nemici, dei fannulloni, dei privilegiati, senza entrare nel merito del quesito. Purtroppo Renzi è stato bravo, in questi mesi, a mettere pezzi di società contro.

Però evocare scenari di riforme dello statuto dei lavoratori o della scuola sui quali impegnarsi prioritariamente (quando? con quali tempi? con quali interlocutori?) come motivazione per non sostenere i referendum mi fa venire solo rabbia. Perché al di là del caso specifico in quelle parole intravedo la farraginosità dell’azione sindacale, i tempi lunghissimi, la sempiterna proposizione di riti che sanno di politica stantia, l’atavica difficoltà nel superare l’attrito di primo distacco, il non voler scardinare equilibri e collateralismi rispetto al governo amico che ancora resistono, come se pezzi di CGIL avessero ancora qualcosa da chiedere ai loro referenti politici che sono rimasti nel PD. A far cosa, nessuno lo sa.

Nelle parole della Camusso vedo il sindacato che resta sempre uguale a sé stesso, che non sa rappresentare le nuove generazioni, che non si intesta battaglie giuste solo perché non ne può rivendicare la primogenitura.  Il sindacato, e la CGIL, se vuole avere un futuro, deve mettere in atto un profondo cambiamento nei metodi e nelle persone.

Altrimenti si rischia di ammazzarlo, il sindacato.