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Concetta Iolanda Candido

Prima di tutto mi sento di ringraziare mille e mille volte Gad Lerner. Con il suo  libro ha tenuto in vita la storia di Concetta Iolanda Candido, storia che, altrimenti, sarebbe durata il tempo di un flash al TG di mezza sera, di un trafiletto in cronaca. Concetta Iolanda Candido, appunto. Operaia.  Un giorno, esasperata, entra in una sede INPS di Torino e si da’ fuoco. Non voleva morire, Concetta. No (anche se ancora oggi percorre una strada difficile di riabilitazione fisica e morale, dopo aver rischiato la vita per mesi). Voleva essere, il suo, un gesto estremo di protesta di tutti quelli che avevano deluso le sue aspettative, dai datori di lavoro, alle istituzioni. Si sentiva presa in giro, Concetta, lei che con infinita dignità e riservatezza aveva deciso di tenere nascosta anche alla famiglia la sua difficile situazione economica a seguito del licenziamento avvenuto qualche mese prima. Così, quando per un intoppo burocratico si è vista accreditare sul suo conto una cifra irrisoria rispetto a quanto le spettava e si aspettava, come arretrati sulla NASPI, per tirare a campare qualche mese e saldare qualche debito, quella mattina del 27 giugno, tra le persone attonite dell’ufficio nel quale tante volte era entrata per chiarire la propria situazione, ha tirato fuori le bottiglie di alcool che aveva in borsa e si è accesa.

Nel libro ci sono anche le storie dei salvatori di Concetta, Anas e Roberto, gli unici che hanno avuto la prontezza di prendere in mano un estintore e spegnerla, salvandole la vita.  Anas e Roberto che hanno vissuto la stessa disperazione e solitudine di Concetta, senza arrivare al suo gesto estremo Ci sono le storie delle colleghe di Concetta, che con lei si chiamavano “vendicatrici”, licenziate anche loro, ma che fortunatamente la NASPI l’avevano avuta tutta intera. Ma soprattutto nel libro c’è la storia di ciò che è diventato il lavoro, il suo mercato, nell’Italia di oggi. E la storia delle incapacità della politica, del sindacato, della società di interpretare le dinamiche del lavoro che cambia e di dare rappresentanza a chi oggi non ha voce, ai deboli.

Io non so se dietro alla svalorizzazione dei diritti, all’isolamento dei lavoratori, alla diminuzione delle tutele, all’impoverimento del valore sociale del lavoro ci sia un disegno ordito da qualcuno per meglio combattere conto le masse organizzate o, semplicemente, non si è stati in grado, chi aveva la responsabilità di governare i processi in atto nel mondo, di interpretare le nuove (o vecchi?) necessità dei lavoratori davanti a fenomeni epocali che hanno investito tutto il globo.

Quello che so, che appare evidente, è che le disuguaglianze sono aumentate ovunque, che molti padroni (o padroncini) hanno capitalizzato al massimo delle possibilità concesse dalle norme la chance di aumentare i loro profitti sottraendo diritti ai lavoratori. La parcellizzazione del lavoro nella maggior parte dei settori produttivi (edilizia, servizi, forniture, consulenze, manutenzione, trasporti, scuola, sanità) ha reso i lavoratori sempre più deboli ed esposti all’isolamento, anticamera della disperazione di persone come Concetta. E nel mondo alla rovescia che si è costruito in questi anni per alcuni diventa persino inaudito che Concetta e le sue colleghe accampino dei diritti, che si rivolgano al sindacato davanti ai ricatti dell’azienda che ha deciso prima di esternalizzare il loro lavoro, poi di disfarsene.

Ora, che da parte delle destre, o dei neo liberisti, o dei neocentristi di tutto il mondo si sia deciso di abbandonare al loro destino le nuove masse di precari, di sottopagati, di sfruttati, ci sta, è la loro natura. Il dramma è che la sinistra mondiale non è ancora stata in grado di dare rappresentanza a chi, oggi, è disposto anche a lavorare gratis pur di mantenere vivo un legame flebilissimo con il mondo del lavoro. E la sinistra italiana con la sinistra europea e mondiale, soffre ormai da anni di questa incapacità. Nonostante le buone intenzioni dei singoli, il presidio delle crisi industriali, la vicinanza espressa in vertenze che hanno caratterizzato il mondo del lavoro sui territori, l’impegno profuso nell’interessarsi alle vicende umane e lavorative del quartiere nel quale si vive e si prova a fare politica.

Ecco, io penso a Concetta e mi chiedo se lei (perché la sinistra, se pensa di svolgere un ruolo nella società di oggi, dovrebbe occuparsi innanzitutto di Concetta e di chi vive una condizione di assoluta precarietà lavorativa e personale), nelle prossime elezioni, potrebbe mai scegliere di sentirsi rappresentata da una sinistra che viene percepita come parte del problema, se non per connivenza sicuramente per incapacità nell’interpretare i bisogni altrui. Non che manchi l’empatia, ci mancherebbe. Ma, lungi dal pensare che solo chi vive sulla propria pelle i disagi di chi oggi non arriva alla fine del mese possa dar loro voce (non credo nel pauperismo di sinistra, insomma), la distanza tra le masse e chi vorrebbe rappresentarle oggi è enorme e non basterà, temo, la campagna elettorale che si terrà fino al 2 marzo prossimo per ribaltare la situazione. Ricostruire la rappresentanza dei deboli è un lavoro che prenderà anni, dentro e fuori del Parlamento.

Temo, insomma, che Concetta non voterà a sinistra. Al massimo si asterrà. E sarà una sconfitta per tutti.

Aspettando il 4 marzo

Da elettore di sinistra guardo con interesse tanto a LeU quanto a Potere al Popolo. Non mi sfuggono le differenze tra queste due formazioni che al momento, in parte l’una e in parte l’altra, pongono la loro attenzione su alcuni dei temi dell’agenda politica che più mi stanno a cuore. Di contro tanto l’una quanto l’altra contengono anche degli aspetti che non riscuotono in me una particolare predilezione.

Ecco allora che in questi giorni mi viene da pensare che sarebbe stato quanto mai opportuno che il cosiddetto “Brancaccio” riuscisse a dare vita ad un percorso diverso, ampio e condiviso. Non perché nutrissi una particolare necessità di affidarmi a Tomaso Montanari e Anna Falcone, peraltro due persone serie che non hanno mai chiesto (e continuano a non chiedere) per loro alcun ruolo né come leader di partito né come candidati a qualcosa. Ma perché continuo a vedere in quel progetto la possibilità (per ora sfumata, un giorno chissà) di mettere davvero insieme quel popolo di sinistra vittima di diaspore, delusioni, disillusioni. Il compimento di quel percorso, se affrontato in maniera sincera e genuina da parte di tutti gli aderenti che davvero avevano intenzione di arrivare ad una meta condivisa, avrebbe portato, credo (mi illudo?) da un lato ad un taglio ulteriore di posizione iper-massimaliste (che hanno provato a cammellare le assemblee territoriali e che si portano un pezzo di responsabilità del fallimento del progetto) e dall’altro ad una minore presenza di personalità che, a torto o a ragione, sono visti come parte del problema della sinistra italiana, se non altro per aver avallato nel recente passato molti dei provvedimenti del PD che oggi si contestano apertamente. Come? semplicemente partendo dall’applicazione delle le regole che erano state proposte per la formazione delle liste per le elezioni politiche, volte a coniugare esperienza e rinnovamento.

Queste le riflessioni di un elettore di sinistra, ad oggi combattuto se scegliere ciò che si avvicina maggiormente alle proprie idee, o ciò che disperda meno il voto, o le persone in lista che riscuotono maggiore fiducia.

Purtroppo l’impossibilità di praticare il voto disgiunto tra uninominale maggioritario e plurinominale proporzionale alla Camera e al Senato non aiuta.

Vedremo (che qua è tutto un vedremo!).

Il pezzo che manca alla sinistra unita a metà

Nel fine settimana scorso si sono svolte le assemblee provinciali unitarie di Sinistra italiana, Possibile e MdP per definire i delegati (1500) che parteciperanno all’assemblea nazionale del 3 dicembre prossimo, appuntamento che segnerà il via ufficiale della lista unica di sinistra in vista delle elezioni politiche di primavera, con tanto di nome, simbolo, e probabilmente leader (se Pietro Grasso scioglierà la riserva).

Come tutti sapete coloro i quai si sono riconosciuti nel percorso iniziato a partire dal 18 giugno con l’assemblea del Teatro Brancaccio non ci saranno, a seguito dei contrasti scoppiati nelle settimane scorse e che non poche polemiche hanno generato in questi giorni.

Lungi dal volere in alcun modo contribuire alle polemiche di cui sopra, spesso sopra le righe, talmente fuori le righe, anche da parte di importanti dirigenti di partito, da farmi pensare che non si stava spettando altro che il momento di rovesciarsi reciprocamente addosso un bel po’ di veleno che si era evidentemente accumulato nelle settimane precedenti, provo a dire la mia su quanto accade in questi giorni.

Nutro un senso di delusione, di incompletezza, e quindi anche di disillusione.  Mi hanno colpito negativamente le reazioni stizzite dei partiti davanti alle critiche mosse da Tomaso Montanari e Anna Falcone,  che a loro volta non sono stati teneri nel criticare chi, fino a poco prima, doveva essere un fidato compagno di viaggio. Senza voler demonizzare il percorso intrapreso da SI, Possibile e MdP, sicuramente partecipato (e la partecipazione è sempre una buona notizia), e soprattutto partecipato da tantissimi compagni che conosco di persona e ai quali riconosco capacità e ottime intenzioni, però credo che di fondo, nel voler proclamare la propria autonomia e autosufficienza rispetto ad altri percorsi partecipativi, e nel contempo invitare tra le proprie fila chi in quei percorsi interrotti si è riconosciuto, commettano un errore di valutazione abbastanza evidente.

Mi spiego con un esempio, e mi perdoneranno le persone che cito nel caso lo stia facendo a sproposito, ma credo che quanto riferito a loro sia comunque paradigmatico e applicabile anche ad altre realtà.

Tra le associazioni che hanno aderito al percorso del Brancaccio c’è Baobab Experience, che tutti a Roma abbiamo imparato a conoscere per l’opera meritoria ed eroica che compiono quotidianamente in aiuto dei rifugiati in transito nella nostra città. Chi fa politica di questi tempi sa quanto sia complicato “istituzionalizzare” (perdonatemi il temine) associazioni che operano nel sociale, da un lato per una loro naturale ritrosia a tenere rapporti con i partiti che stanno nel palazzo (nonostante, e questo va conosciuto, quanto Stefano Fassina, Pippo Civati, Nicola Fratorianni si siano spesi, anche in parlamento, per dare voce alle loro battaglie), dall’altro per la loro variegata composizione che rende quel mondo, i loro volontari, difficilmente inquadrabili all’interno delle singole forze parlamentari. Però Baobab Experience si è ritrovato nel percorso del Brancaccio, al pari di altre associazioni che quel 18 giugno hanno partecipato, sono intervenute e hanno iniziato una collaborazione, a fare rete tra di loro per dare un contributo alla costruzione di una sinistra che fosse la più ampia e contaminata possibile. In questo senso il mondo del Baobab, e altri con loro, sarebbe stato un valore aggiunto per tutta la nascente sinistra italiana. Nei giorni scorsi Andrea Costa, il loro portavoce, ha sottoscritto l’appello rivolto ai partiti affinché fosse riaperto il dialogo con le 100 piazze per il programma promosse da Montanari e Falcone. A questo appello i partiti hanno risposto tempo scaduto, invitando chi aveva partecipato a quelle assemblee ad unirsi durante gli incontri del 25 e 26 novembre scorso. Ecco, l’errore di fondo sta nel pensare che la partecipazione dei singoli, per esempio di Andrea Costa, sia equivalente alla partecipazione dell’associazione che rappresenta. Come se i singoli, con tutto il rispetto, possano in sé racchiudere le esperienze di un mondo e rappresentarlo all’interno di un percorso politico.

Non funziona così. Purtroppo.

Si è persa l’occasione per amalgamare mondi differenti, e la cosa che mi fa impressione è che i partiti non se ne stiano curando molto, tetragoni nella loro scelta di utilizzare le assemblee per blindare scelte che hanno fatto sostanzialmente a tavolino salvo concedere a chi avesse partecipato, da non iscritto, qualche posto in lista. Liste bloccate, peraltro, tanto osteggiate quando si tratta di discutere di leggi elettorali ma altrettanto apprezzate quando si vogliono evitare sorprese e i voti delle assemblee servono a ratificare anziché a scegliere. Sostanzialmente il de profundis delle primarie, tanto care a molti, ma evidentemente non più attuali.

Tralasciando poi i giudizi personali su Tomaso Montanari e Anna Falcone (“Stronzi”, “Hanno rotto il cazzo, loro e il loro civismo”, “Hanno iniziato loro” mi ha scritto un altissimo dirigente di uno dei tre partiti al qual chiedevo di metter fine alle polemiche e cercare una strada unitaria), che sono anche loro due persone per bene, preparate, coerenti e che non hanno chiesto alcunché per loro, altro motivo del contendere sono state le richieste che hanno formulato in merito alla futura composizione delle liste per la composizione del Parlamento. La presenza nei posti concretamente eleggibili della lista proporzionale di un 50% di donne; di un 30 % di under 40; di un 50% di candidati mai stati in Parlamento e infine la non candidabilità di chi ha avuto ruoli di governo. Tali proposte sono state bollate come un mix di rottamazione e grillismo. Obiettando che l’inesperienza ha prodotto una legislatura nella quale i “giovani” parlamentari non hanno brillato per capacità. Ecco, anche questa mi sembra un argomento un po’ misero per opporsi alla richiesta di Alleanza Popolare, come ad arrendersi all’ineluttabilità dell’equazione giovane età=inesperienza=fallimento, come se la differenza non debba essere fatta dalla qualità delle persone che si scelgono a prescindere da esperienza ed età. Che poi capirei avessero proposto il 100%, ma si sono limitati a percentuali molto più basse…

Insomma, invece di avere l’ambizione, a sinistra, di far meglio di quanto fatto nel recente passato al PD e da M5S, si è preferito volare basso, ed arrendersi al destino cinico e baro che non consente di selezionare al meglio le classi dirigenti del futuro, Un po’ poco.

In definitiva si poteva fare meglio,  e di più, e siccome molti di noi vogliono la luna accontentarsi di un cielo con qualche stella e molte nuvole sparse, personalmente, non mi rende entusiasta.  Soprattutto temo che l’effetto moltiplicatore che ci sarebbe stato con un percorso condiviso verrà fatalmente meno. 1+1+1+1+1 avrebbe potuto fare 10, anche 12. Temo invece che 1+1+1 farà 6, 7. Ciò non toglie che continuerò a seguire con interesse tutto ciò che si muove a sinistra, perché quella è casa mia.

 

I dolori della nascente sinistra

Io non so se esista realmente una sorta di maledizione, un demone meschino che induce quasi ad ogni pie’ sospinto quel mondo indistinto, eppur distinguibilissimo, che va sotto il nome di “sinistra” a farsi del male da sola ogniqualvolta sembra prefigurarsi la possibilità di costruire qualcosa di utile per un pezzo di Paese.
O se, tolto il demone, resti solo la meschinità degli uomini, dei singoli, le loro ambizioni.
La loro capa, insomma.
Nella dicotomia partiti-di-sinistra Vs civismo vedo, per ora, solo una ulteriore occasione persa.
Non voglio attribuire, nelle  vicende di queste ore, colpe, responsabilità, retropensieri, patenti di alcunché a chicchessia.
Prendo atto, con estrema amarezza, della situazione. Probabilmente ciò a cui assistiamo  avviene anche perché, come ha osservato Andrea Ranieri, il periodo immediatamente prossimo allo svolgimento di elezioni politiche non è il migliore per “costruire la sinistra”.
Vedo però degli elementi di criticità nel percorso che Sinistra Italiana, Possibile, MdP e Alleanza Popolare hanno intrapreso in questi mesi.

Innanzitutto, come ha ammesso anche Tomaso Montanari, il non essere riusciti a mobilitare in maniera significativa i cittadini nelle 100 assemblee per il programma che evidentemente non hanno fatto registrare, al di là della bontà delle proposte messe in campo, una presenza “fisica” tale da scongiurare scalate organizzate di soggetti “esterni”. E il solo pericolo di una deriva del genere nell’assemblea del 18 ha suggerito di annullare l’evento per evitare che da quell’appuntamento venisse meno lo spirito con il quale il percorso era iniziato.

(Apro una parentesi. si può esprimere soddisfazione per il ritorno della sinistra all’interno dell’Assemblea Regionale Siciliana. Ma il risultato di Claudio Fava e della lista unitaria che lo ha sostenuto è stato largamente deludente, dobbiamo dircelo chiarezza. E anche le assemblee di SI, Possibile, MdP non mi sembra che riescano a muovere folle oceaniche. Tra l’altro il rischio, come dice Alessandro Gilioli, che chi partecipa si fracassi sonoramente i coglioni mi sembra sia abbastanza elevato. Questo per dire che la partecipazione, e i consensi, sono un problema, a sinistra. E da solo il percorso unitario non basta a motivare sufficientemente tutti quelli che in questi anni hanno perso la fiducia per strada. Chiusa parentesi).

E sempre restando alle parole di Montanari, forse sono ingenerose le critiche mosse a Civati, Fratoianni e Speranza di aver deciso tutto a tavolino per quanto riguarda le assemblee provinciali che il 25 e 26 novembre dovranno scegliere i delegati che parteciperanno all’assemblea nazionale unitaria  del 2 dicembre. Voglio pensare, come come continuano a garantire i diretti interessati, che saranno assemblee locali quanto più aperte e scalabili è possibile, nella più ampia accezione del termine scalabile. Senz’altro mi colpisce l’aver sostanzialmente individuato il nuovo leader della sinistra nella figura (degnissima) di Pietro Grasso. Non per la persona, di qualità indiscusse e indiscutibili. Ma per il metodo mi permetto di sollevare qualche dubbio. Capisco la necessità di individuare per tempo una persona che in maniera autorevole, anche in virtù del proprio ruolo istituzionale, possa rappresentare una leadership che deve essere anche collettiva.

(Apro altra parentesi. Alcuni pongono la seguente questione: può Pietro Grasso, uscito dal PD pochi giorni fa, Presidente del Senato scelto anche dal PD e che ha consentito di portate avanti, dallo scranno più alto di palazzo Madama e nell’esercizio delle sue funzioni, tutte le contro-riforme del PD, proporsi in maniera autorevole come leader di uno schieramento che ha la sua cifra distintiva nella strenua opposizione a tutto ciò che il PD ha fatto in questi anni? E più in generale, quanto in questa fase deve essere inclusiva la sinistra nei confronti di chi ha avallato fino all’altro giorno, se non con la convinzione delle idee per disciplina di partito, le politiche messe in campo dal partito principale sostenitore del Governo? Chiudo altra parentesi).

Però sostanzialmente i partiti stanno calando dall’alto una leadership che poi vorranno legittimare con le scelte dell’assemblea (metodo top-down) probabilmente contraddicendo le buone intenzioni più volte manifestate (e ben tetragone in chi si è riconosciuto nel percorso del Brancaccio) di costruire una leadership dal basso che emergesse nel procedere delle varie fasi di discussione/confronto/sintesi (metodo bottom-up).

Insomma, ad oggi non sembrano esserci margini per ricucire lo strappo che si è consumato in questi giorni su questioni che sono dirimenti e sostanziali per il percorso che si sarebbe dovuto intraprendere uniti.

Sarò pessimista, ma allo stato attuale vedo piazze abbastanza vuote e, temo, urne ancor di più.

 

Parlando di Coalizione Sociale e di Sinistra

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Sono andato domenica all’assemblea nazionale della Coalizione Sociale, per sentire che aria tirava, per ascoltare qualche intervento e farmi un’idea live di come si sta muovendo un pezzo della sinistra italiana.

La Coalizione Sociale ha un grande potenziale perché le associazioni che ne fanno parte sono la prova vivente, con il loro agire quotidiano, della possibilità di creare un modello di società diverso. Le battaglie per i saperi diffusi, le mobilitazioni dal basso delle comunità di quartiere che operano nel sociale, i presidi nelle fabbriche, il sostegno alle lotte per la difesa dei beni comuni sono un patrimonio dell’intera società italiana. Perché suppliscono ad un welfare ormai inadeguato, perché tengono viva l’attenzione sul dramma della casa, delle fabbriche che chiudono, degli operai che perdono il lavoro, delle scuole che non riescono fino in fondo a seguire gli alunni più deboli. Perché parlano di sostenibilità, di vivibilità delle città, di consumi consapevoli, di riuso di cose e di luoghi.

Però rappresentano ancora un pezzettino della sinistra italiana. Un pezzettino ancora largamente minoritario, che si muove tra i centri sociali, gli esclusi, tra chi da tempo ha scelto una via extraparlamentare per rivendicare i propri bisogni e per mettere in pratica la propria idee di società. Ripeto, utilizzo i termini centri sociali, esclusi, extraparlamentari nella accezione più positiva possibile del termine. Ma non basta, è evidente. Occorrerà fondere le esperienze positive della Coalizione con tutti gli altri mondi della sinistra: gli elettori che hanno abbandonato il PD, da tempo o di recente, tutti quelli che provengono da una storia di sinistra e non hanno più avuto una rappresentanza da un decennio a questa parte, i delusi che non si sono più recati alle urne. Pezzi di sinistra che si stanno, a loro volta, organizzando. E occorrerà farlo dal basso, valorizzando le esperienze sul campo e da qui ripartire per creare una nuova classe dirigente. I padri nobili sono ben accetti, ma non accampino ruoli di primo piano, non chiedano candidature altrimenti la nascente sinistra, che già ha dinanzi a sé un compito difficile, avrà perso in partenza. Si individuino dieci temi fondamentali sui quali costruire una proposta alternativa per il governo del Paese, alternativa al PD e si martelli su quelli, ossessivamente, fino alle prossime elezioni. Si esplorino mondi nuovi nella partecipazione, nella comunicazione, nel coinvolgimento dei cittadini.

È un’impresa, e come tutte le imprese nulla è dato per scontato, nulla è semplice. Ma non è un’impresa impossibile.

Le tutele di chi

Oggi entra in vigore il jobs-act. Fra tre anni avremo la conferma del suo fallimento, quando sarà evidente il numero di contratti a tutele crescenti ancora in vigore. Quanti, insomma, avranno passato la soglia dei tre anni. Saremo stati gufi indovini.

Intanto il principio è stato sancito: la tutela crescente. Tocca solo vedere la tutela di chi. Il CUI nella formulazione Boeri-Garibaldi ripreso nel DDL Nerozzi durante la scorsa legislatura, pur non essendo un provvedimento perfetto, stabiliva la tutela crescente del lavoratore. Nel corso della sua applicazione il soggetto tutelato era comunque il lavoratore, e si rendeva sconveniente per l’impresa liberarsene. Con il jobs-act il principio è rovesciato. Il soggetto tutelato è il datore di lavoro, che ha tutta la convenienza a liberarsi della lavoratore visto che alla fine dei tre anni il saldo tra sgravi fiscali e indennizzo è sbilanciato a suo favore. Calcio nel culo e ricomincia la giostra con un altro.

Quindi, dalle tutele crescenti del lavoratore, soggetto debole nel rapporto di lavoro, alle tutele crescenti del datore di lavoro.  Una cosa di sinistra, insomma.

Licenziare è di sinistra?

licenziato

Dipende. Se licenzi il classico fannullone, l’assenteista, il furbetto, potrebbe anche esserlo. Oppure licenziare il manager, o il gruppo dirigente che porta al fallimento un’azienda.

Potrebbe essere mooooolto di sinistra mandare a casa una classe politica che ha inanellato insuccessi da un bel po’, piuttosto che servirsene, alimentare il trasformismo per diventare capo supremo assoluto.

Ma licenziare chi fa il proprio mestiere per risparmiare, per esternalizzare, lo trovo davvero poco di sinistra. E’ che il paese si sta marchionizzando, sotto i nostri occhi.

Insomma Sindaco Marino, potevi davvero tacere, stavolta. Fai quello che ritieni giusto, ma non appellarti alla sinistra.

L’ennesima analisi del voto

Beh due parole sulle elezioni Europee vanno pur dette, no? Il PD al 40,8% è un sogno di molti di noi, si è andati oltre le più rosee aspettative e probabilmente nemmeno Veltroni avrebbe mai immaginato di arrivare a tanto.

In termini percentuali, s’intende, visto che il 33% del 2008 corrispondeva ad un numero maggiore di voti rispetto al 40,8 odierno. Ma tant’è, la disaffezione al voto sarà un problema che anche il PD dovrà affrontare ma ad oggi di certo non inficia il meraviglioso successo dell’ultima tornata elettorale.

Politici, politologi, analisti, commentatori, giornalisti, sociologi, antropologi e pseudo-tuttiquellidiprima hanno già dato la loro chiave di lettura. Cittadini, militanti, avversari hanno fatto altrettanto, il web se ne cade di analisi del voto e anche io, che non sono nessuno, aggiungo qualche considerazione. Io credo che il risultato della settimana scorsa sia prima di tutto un voto di speranza. Nel senso che molti di quelli che hanno scelto di tornare a votare per il PD (lo zoccolo duro c’è sempre) o lo hanno votato per la prima volta sperano davvero che Renzi e il PD possano dare un futuro a questo Paese. Un voto che non sarà eterno, dunque, ma che potrà essere ribadito solo se le speranze non andranno deluse. Un voto in prestito, insomma, pronto ad andar verso altri lidi un’altra volta. In questo gli italiani sono maestri, diciamo.

Poi ci sono quelli che vogliono rifare la DC, quelli che vogliono un leader forte, quelli che si sono spaventati dalla deriva fascista di Grillo, quelli che votavano Forza Italia e Scelta Civica e UDC e pensano che il PD Renziano possa essere la loro nuova casa (dove magari entrano e mettono i piedi sul tavolo).

Poi ci sono quelli di sinistra, che vedono nel PD l’unico modo di dare peso alla sinistra, che esiste ancora, in questo Paese. Fortunatamente.

Un successo di tutto il PD, perché non mi sembra che ci siano stati amici e compagni che si sono risparmiati, in questa campagna elettorale. E aver convinto a votare PD anche chi era ed è critico nei confronti del PD è comunque un atto di fiducia verso chi fa di tutto affinché il Partito Democratico continui a parlare di ambiente, di diritti, di conflitto di interessi, di consumo di suolo, di lavoro, di precari. E i risultati si sono visti.

Renzi c’ha messo del suo, è indubbio e gliene va dato atto. Però occorre far buon uso del consenso enorme ricevuto. Pensare di comandare, non consentendo alle minoranze di apportare un contributo fecondo al dibattito nel Paese e nel Parlamento sarebbe un errore gravissimo. E sarebbe anche molto poco democratico. A dirla tutta, Renzi del PD fino ad ora si è occupato davvero poco. E i capi e capetti locali, quelli che, per dire, hanno ridotto il PD di Roma in un coacervo di interessi personali che si intrecciano e si mescolano a seconda delle convenienze del momento non riuscendo ad elaborare uno straccio di proposta politica e programmatica per la città, sono saliti tutti sul carro del vincitore.

Poi, peseranno i fatti. I provvedimenti. E saranno solo quelli a dirci quale sarà la direzione intrapresa dal PD. Se prevarrà l’istinto della balena o se il PD diventerà la casa comune di tutti i progressisti italiani, come auspicavamo quando abbiamo contribuito a fondarlo.

Non ve lo nascondo, un po’ sono preoccupato. Morire centrista proprio non mi piacerebbe, ecco. E allora l’impegno a tirare il PD a sinistra si rinnova. Con tutti i miei compagni di viaggio.

Cadono le braccia

“La sinistra vuole solo far nascere templi musulmani ovunque, ma noi crediamo che non è giusto costruire moschee qui quando nei loro Paesi d’origine non si può neppure costruire una chiesa”.

B. (sintassi a parte) a Milano dice delle banalità tali da far invidia all’ultimo ignorante del Paese. Al bar sotto casa ascolto parole molto più sagge.

E a proposito di saggezza, spero che i Milanesi si siano stufati di essere trattati come servi sciocchi (ma non vi basta, come servo,  quella strafica della Moratti?) e votino in massa per Pisapia.

Forca e manette

L’intellighenzia di sinistra italiana vista da Il Riformista:

“Questa cricca non sa più cos’è lo Stato di diritto, se mai l’ha saputo, non porta una sola idea per sconfiggere Berlusconi che non siano gli auspici di carcerazione e le urla di impeachment giudiziario”.

Un altro successo di B.