Abbattere o non abbattere?

Molti di voi conosceranno Remo Remotti. Se no, fate in tempo a recuperare.

Remo Remotti attore, poeta, pittore, scrittore. Artista. Folle.

Una delle sue cose più note è sicuramente la poesia Mamma Roma addio, che vi faccio riascoltare.

Alla fine Remotti dice:

“Me andavo da quella Roma
della Banca Commerciale Italiana
del Monte di Pietà
di chi cazzo
di Campo de’ Fiori
di Piazza Navona
quella Roma – Che c’hai ‘na sigaretta? –
e prestame cento lire
quella Roma del Coni
del Concorso ippico
quella Roma del Foro
che portava e porta ancora
il nome di Mussolini
me n’andavo da quella Roma di merda

Mamma Roma! Addio”.

Ecco, a me ha sempre colpito quella frase sul foro Mussolini. Che se andate allo stadio Olimpico vedete che ci sta ancora l’obelisco con la scritta Dux e altre varie amenità. E più volte mi sono chiesto se e quanto fosse corretto tenere lì quei segni della storia, o quanto fosse pericoloso. Se non fosse meglio abbattere quell’obelisco, o quantomeno eliminare la scritta Dux. Eliminare quel simbolo. E però una risposta me la sono data, e cioè che più si è forti nel proprio presente per gli insegnamenti che la storia ci ha dato, e meno occorre temere della storia stessa, del suo ritorno, ed è bene che certi simboli stiano lì, a ricordare quanto terribile e nefasto possa essere stato un periodo storico, o un personaggio.

Sia chiaro, capisco l’impulso irrefrenabile dell’iconoclastia laica, soprattutto a seguito di eventi che generano indignazione, rabbia, frustrazione. Del tipo di quelli che si sono scatenati negli USA a seguito dell’assassinio di George Floyd. E allora può essere comprensibile prendersela con quelle statue, con quei simboli di schiavismo, di colonialismo, negli USA o altrove nel mondo. Perché quelle statue incarnano proprio la sofferenza, l’ingiustizia, l’errore della storia da non ripetere.

Ma replicare quelle proteste nate in quei contesti socio-ambientali che ci parlano del razzismo che ancora oggi pervade larghi strati della società americana, e prendersela con la statua di Montanelli, a che serve?

L’errore di fondo a mio avviso è stato proprio quella di farla, una statua a Montanelli. Sentivo l’altro giorno Paolo Mieli dipingere Montanelli come una pietra miliare della letteratura italiana del 900. Ma dove? Ma quando? Per quali meriti letterari? Per aver cresciuto alla sua scuola Marco Travaglio? Ma detto questo, l’orrore del suo essere fascista dentro e fuori, per i comportamenti aberranti tenuti in Abissinia prima e per non sentire il dovere morale di chiedere scusa poi, forse meritano di tenerla là quella statua, come il foro Mussolini, a imperitura memoria degli errori della storia e degli errori degli uomini. Così chi ci passerà davanti sarà libero di ricordare che grandissimo pezzo di fango fosse quell’uomo e quanto mostruose fossero le idee in cui credeva, alla faccia della contestualizzazione della storia.

Se poi proprio non riuscite a trattenervi dal tirare secchiate di letame o di vernice alla statua di Montanelli, non sarò certo io a fermarvi.

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