Albinea e dintorni

…e tu vuoi far qualcosa che serva…e farlo prima che il tuo amore si perda…
 
Sono sicuro che lo spirito che ha animato tutti noi, durante tre giorni passati insieme ad Albinea, sia stato anche questo.
Amore per il Paese, amore smisurato per il PD.
Per dirla con PiGi, si è lavorato per la ditta, non c’è che dire. Dal basso, facendo rete, mettendo a fattor comune esperienze, progetti, emozioni.
Dovrebbe esserne fiero.
Ho letto i commenti dei presenti riportati qui e mi associo parola per parola.
Vorrei provare però ad immaginare con tutti voi e con Pippo, Ivan e Debora quali debbano essere i passi successivi per andare, se possibile, sempre più Oltre, senza però perdersi nello spazio infinito che ci circonda.
Anche perché, ascoltando alcuni di voi e soprattutto conoscendo lo spirito che ci ha animati a partire dall’incontro di via Bellezza, a conclusione dei tre giorni la domanda ce la siamo posta in tanti: ma da domani, che si fa?
Allora faccio un passo indietro e vi dico quello che ho capito in merito allo scopo che si è prefissato Andiamo Oltre con il contratto a progetto.
Analizzare i fenomeni socio-politici che, a volte in maniera drammatica, hanno caratterizzato la vita dell’Italia negli ultimi anni e ai quali il PD ha dato risposte vaghe, incomplete, riduttive.
I temi sono noti: precariato, lavoro, Lega, immigrazione, fuga dei cervelli, comunicazione, regole delle politica.
Su questi temi, quindi, elaborare proposte concrete da offrire al PD. Un dono.
Personalmente ho immaginato che tutto ciò avrebbe dovuto avere anche conseguenze politiche. Mi spiego.
Primo: dimostrare alla classe dirigente (nazionale ma anche locale) di un partito atrofizzato che, al di là delle chiacchiere e delle formule congressuali (centralità dei circoli, valorizzazione della base), lavorare dal basso si può. Anche su questioni (vedi il Libro Verde) che possono condizionare le strategie politiche di tutto il PD.
Secondo: stimolare il dibattito interno, nei circoli ma anche negli organismi dirigenti provinciali, regionali e nazionali, grazie alla diffusione delle proposte scaturite dal contratto a progetto.
Terzo: allargare ulteriormente la rete, nel senso che concentrare energie attorno ai progetti sviluppati può far maturare una condivisione di metodo, obiettivi, strategie e quindi provare a  favorire la formazione di una “unitarietà di pensiero” per indirizzare le politiche del PD verso direzioni che rispondano maggiormente alle aspirazioni di chi ha deciso di aderire ad Andiamo Oltre.
Un progetto a lungo termine, dunque, dato che il congresso c’è stato e per far emergere idee e persone “nuove” che contaminino il PD a tal punto da “conquistarlo” presuppone aspettare momenti “istituzionali” (assemblee programmatiche, congressi) per provare a raccogliere i frutti “numerici” del lavoro svolto. In democrazia contano i numeri e quindi i voti, non si sfugge.
Non so se il terzo punto fosse effettivamente tra gli obiettivi di Andiamo Oltre, ma ho pensato che dovesse essere così. Almeno vorrei che fosse così.
Perché non vedo in giro tra i nostri gruppi dirigenti tutto questo desiderio di farsi contaminare da un movimento trasversale come il nostro. Presupporrebbe uno sforzo di sintesi che i nostri dirigenti non hanno fatto alla nascita del PD e che credo non vogliano o non riescano a fare nemmeno adesso. E non credo nemmeno che siano così lungimiranti da capire l’utilità del lavoro svolto in questi tre mesi.
Faccio due esempi.
Al di là dell’apprezzamento formale e della diffusione sostanziale del Libro Verde, pensate che aver messo a disposizione del partito un’analisi dettagliata come quella di Andrea servirà per far recedere dalla proprie posizioni chi, ancora oggi nel PD, considera la Lega un interlocutore per scrivere insieme a loro la riforma del federalismo?
La campagna che promuove il Codice dei Comportamenti della Buona Politica ha avuto un buon successo, ma credete che le regole in esso contenute siano destinate, sic et sempliciter, ad essere fatte proprie nello statuto del PD a seguito di un momento di resipiscenza collettiva da parte dei nostri dirigenti?
Allora torno alla domanda iniziale: ma da domani, che si fa?
Io provo a dire la mia, e invito voi tutti a fare altrettanto.
Credo che Pippo, Debora e Ivan debbano essere più “aggressivi” rispetto a quanto fatto finora.
Mi ha colpito molto una cosa detta da Pippo e Debora domenica mattina durante il dibattito.
Partecipiamo alla Direzione Nazionale, all’Assemblea Nazionale, ma parlano i soliti. Votazioni nemmeno a parlarne.
Abbiamo ben presente, tutti, il livello di astrusità e di inconcludenza raggiunti in consessi del genere.
E allora, nonostante lo statuto imponga una strutturazione dei momenti “democratici” entro i quali esplicitare idee, proposte, nuovi percorsi, non possono essere quelli i luoghi nei quali provare a instillare nel gruppo dirigente del partito l’idea di un PD diverso rispetto a quello attuale.
E nemmeno credo che i progetti presentati da Andiamo Oltre e la cultura politica che sta dietro al “movimento” possano illuminare i nostri dirigenti circa la necessità di pensare a percorsi politici nuovi.
Secondo me c’è bisogno di forzare la mano. Di prendere spazio. Alzare il livello del conflitto.
Altrimenti rischiamo, ancora una volta, che il PD si presenti agli appuntamenti decisivi per il nostro partito e per la vita del paese perseverando negli errori che ne hanno contraddistinto l’azione politica degli ultimi mesi.
Sono già sotto gli occhi di tutti le polemiche in merito alle scadenze elettorali vicine (quali le comunali a Milano, Torino, Bologna, Napoli) e lontane.
Al di là del fatto che i gruppi dirigenti del PD non vogliano tenere nella giusta considerazione le istanze provenienti da altri “pezzi” del partito e della cosiddetta società civile in merito alla necessità di seguire una road-map che preveda scelta dei contenuti, scelta del contenitore, scelta della persona che rappresenti contenuto e contenitore con le primarie, ciò che mi sembra manchi loro in maniera definitiva sia una visione del futuro.
Come immaginano Bersani, D’Alema, Letta, Franceschini e i cacicchi locali l’Italia del 2025? E le città del 2025?
Per me non lo sanno.
Sono troppo accecati dalla risoluzione dei conflitti di breve periodo con alchimie politico-partitiche da aver perso qualsiasi prospettiva su come debbano essere le nostre città e  l’Italia negli anni a venire per quanto riguarda la previdenza, il welfare, l’energia, il mondo del lavoro, il sistema economico, i diritti, le regole.
E siccome non hanno intenzione di ammettere il loro fallimento, allora credo che ci sia la necessità di farglielo capire ma soprattutto di far capire agli elettori del PD che un partito diverso che si proponga con autorevolezza alla guida del paese è possibile.
E non vedo chi altri potrebbe fare ciò oltre Pippo, Debora, Ivan.
Adesso.
Prima che sia tardi.
Troviamo insieme le forme per rendere ancora più evidente rispetto a quanto fatto con il contratto a progetto la presenza di un’anima interna al PD che si muove al di là di personalismi, al di là della cura di interessi lobbistici, al di là di logiche di compromessi di basso profilo con il messia di turno.
Un esempio: rompiamo gli indugi sul candidato a sindaco di Milano. Indichiamone uno. Le persone non mancano. E se dovrà contrapporsi al Penati di turno, meglio. Ci conteremo.
E facciamo lo stesso a Bologna, Napoli, Torino.
Altro esempio: sfidare Bersani e i vertici del PD ad incontri faccia a faccia nelle maggiori Feste Democratiche per far emergere con evidenza la presenza di una classe dirigente del PD che ha una visione del futuro e che, libera dai condizionamenti che hanno bloccato il paese in questi anni (penso alla mancata soluzione del conflitto di interessi e allo scempio che è stato fatto di alcuni strumenti di lotta all’illegalità e alla corruzione dei quali ci siamo fatti complici) è pronta ad assumersi la responsabilità di decisioni storiche per il paese.
Infine denunciare con forza l’ipocrisia di una classe dirigente attuale che perpetua al proprio interno ciò che dice di volere abbattere nel paese. Familismo, cooptazione, scarsa mobilità sociale, assenza del merito nella valutazione dell’operato dei singoli.
Mi rendo conto che aumentare la conflittualità interna al partito in un momento così delicato per l’Italia dal punto di vista socio-economico sia rischioso.
Però, sinceramente, non vedo altra strada per portare non i gruppi dirigenti, ma gli elettori del PD dalla “nostra parte”.
Per non perdere la speranza di vivere in un paese migliore noi e i nostri figli.
Per Andare Oltre.

 

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