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Mi interessa di più il 2 luglio 2017

Non credo che sarò a Piazza Santi Apostoli il primo luglio.
No, non devo lavare la macchina né tinteggiare il balcone di casa, ma semplicemente ho preso un impegno fuori Roma da tempo.
Però seguirò con interesse quanto succederà in quella piazza, nella speranza che questo appuntamento tanto atteso serva a mettere definitivamente da parte due elementi che per troppo tempo hanno caratterizzato il dibattito a sinistra e le posizioni dei suoi leader: l’ambiguità e, conseguentemente, la mancanza di decisioni chiare.
Ne hanno sofferto alcuni, per motivi diversi (Civati, Fassina, Bersani, Speranza) e ne continuano a soffrire altri (Cuperlo, Orlando, Gotor).
E i tentennamenti, le decisioni ritardate, sono tra le cause che non hanno contribuito a migliorare la percezione della “sinistra” in quel parte dell’elettorato che da tempo aveva capito che Il renzismo non poteva essere un approdo e nel contempo però vagavano (e moti continuano a vagare) senza bussola.
Quindi, se un messaggio deve venire dalla piazza del primo luglio, è esattamente questo: chi sta lì deve essere alternativo al PD.
Non contro.
Alternativo.
Al PD e non a Renzi.
Perché Renzi è il PD.
Lo hanno deciso, legittimamente, le primarie poche settimane fa.
Pensare quindi che il PD possa essere qualcosa di diverso da quello che è stato in questi anni è puerilmente illusorio.
Decidano Pisapia, Cuperlo, Gotor, Speranza, Bersani, Articolo 1, Campo Progressista, parenti e affini.
O di qua, o di là.
Basta ambiguità.
Basta.
Grazie.

Qualche riflessione su domenica (e sulla sinistra)

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A mente fredda, qualche considerazione sull’incontro di domenica al Brancaccio organizzato da Anna Falcone e Tomaso Montanari.
Vado perché ho bisogno come dell’aria che respiro di riconoscermi in un progetto, di sentirmi appieno parte di qualcosa con la quale condividere princîpi, obiettivi, metodi. Di votare con convinzione, e non solo persone di cui ti fidi. L’alternativa sarebbe stare a casa, ma io voglio scegliere.
Teatro pieno, pienissimo (e mi dicono un bel po’ di persone collegate in streaming). Entriamo, ci sediamo, e butto un’occhiata alla platea (sono in galleria). Vedo tante facce conosciute, alcune personalmente di persona ma comunque riconosco la composizione della platea. Età media altina, giovani giovani a dire il vero non ne scorgo tanti, livello di scolarizzazione medio alto. Una platea familiare, insomma. Di sinistra per come siamo abituati a (ri)conoscerla. E (ri)conoscerci.
Parte Montanari e all’inizio il pubblico appare come sospeso. Qualche timido applauso sottolinea i passaggi del suo intervento, ma più lui parla e più gli applausi sono convinti, catartici, liberatori. A me è piaciuto, il suo intervento ha riassunto ciò che, a sinistra, non dobbiamo più essere e ciò che invece dobbiamo essere. I temi su cui puntare (mi interessa la pars costruens, il no a qualsiasi forma di dialogo con il PD la dò come pregiudiziale non derogabile): progressività della tassazione, pacifismo, lavoro dignitoso, difesa del territorio e stop consumo di suolo. E, in definitiva, piena attuazione della Costituzione. Mi fa specie non aver sentito pronunciare la parola mafia, la parola criminalità, nel suo come negli interventi successivi (ho seguito l’evento fino all’intervento di Pippo). Magari qualcuno ci h pensato dopo.
Il messaggio, uno dei messaggi che mi resta è quello che la (ri)costruzione della sinistra non sarebbe certo avvenuta domenica in sei ore al Brancaccio ma c’è un lavoro da fare fuori che è immane. Ma lo sapevamo. I due organizzatori ci dicono quello che già sappiamo: non aspettate input dall’alto.
Organizzatevi.
Commentando con Silvia la giornata ci chiedevamo con quale mezzo politico, con quali parole, con quali facce si possa (ri)costruire la sinistra fuori dalle fabbriche, a Tor Bella Monaca o al Laurentino 38 o in tutte le periferie delle grandi città e in tutti gli ex distretti industriali. Operai al Brancaccio non ce n’erano. Slumpenproletariaten al Brancaccio non ce n’era. Persone che non arrivano alla fine del mese probabilmente nemmeno ce n’erano. Come rappresentare queste fasce della società, da sinistra, senza populismo, demagogia, slogan, con autorevolezza resta la questione delle questioni. La ricetta, personalmente, non ce l’ho. Se qualcuno pensa di essere ferrato in materia, ascolto volentieri.
I fischi.
In uno scenario di Paese nel quale i giornalisti che sanno, o possono permettersi (slumpenproletariaten anche loro, a volte) di esprimere liberamente il loro pensiero sono ahinoi una stretta minoranza, non è che mi aspettassi qualcosa di diverso dal riportare quasi esclusivamente, come sintesi della giornata, le idiosincrasie con MDP Campo Progressista. Che poi ci sono, sia chiaro. E sono da chiarire, definitivamente. Se qualcuno pensa ancora di avere come possibile interlocutore il PD non è che si possa trattenere dal farlo, sinceramente. Scelga, ce ne faremo una ragione. Capivo quindi lo spirito con cui una parte certamente non maggioritaria del pubblico ha contestato Miguel Gotor, ma apprezzo immensamente il suo esserci, il suo non voler spezzare un filo che potrebbe legarlo, in un futuro molto prossimo, a chi invece una scelta di campo l’ha già fatta. O forse no. Come ho apprezzato la presenza di Massimo D’Alema, che si è beccato la sua dose di cazziatone dallo stesso Montanari (credo abbia le spalle larghe a sufficienza) e non solo, ed è rimasto ad ascoltare, spero ad imparare qualcosa.
In conclusione tocca organizzarsi, partecipare, ed essere tetragoni nel non accettare di percorrere strade già percorse e fallimentari, a sinistra. Con chi ci sta.
In autunno si tireranno le somme.
Come disse Enrico: Eccoci.

Antitetici e non antiebasta

Ieri ero alla manifestazione della CGIL e mentre vedevo scorrere il corteo all’angolo di Via Cavour un giornalista del TG1 fa una domanda ad un ragazzo: “Ma voi siete anti-Renzi?”. Non ho sentito la risposta perché l’intervistato era nel corteo insieme agli studenti e in quel momento il loro furgone stava passando i Green Day a manetta e quindi davvero non si sentiva un tubo. Però ho pensato a quello che avrei risposto io.

Avrei detto che definirsi anti-qualcuno/qualcosa fa part del solito refrain, qualificarsi per ciò che non si è senza dire come si vorrebbe essere. Avrei detto, piuttosto, antitetici, nel senso letterale del termine. Portatori di tesi opposte.

Sui voucher, ad esempio, tema della manifestazione di oggi, e più in generale sulla dignità del lavoro. Il che vuol dire che il lavoro si paga, con annesse tutele, infortuni, malattie, sicurezza, formazione, contratti. E non si compra dal tabaccaio.

Sulle disuguaglianze, che negli ultimi tre anni sono aumentate a dismisura, e si potrebbe iniziare a redistribuire un po’ di reddito reintroducendo l’IMU sulla prima casa, quantomeno su immobili di valore consistente, e tassando i patrimoni al di sopra del milione di Euro.

Sulla scuola, sull’università e sui saperi, aumentando la quota di PIL investito sulla conoscenza, sull’innovazione e sulla ricerca ai livelli degli altri principali paesi Europei.

Sull’ambiente, sul mare e sul paesaggio, fino ad oggi sacrificato ai desiderata della grande industria, delle imprese di costruzione, delle lobby locali e che invece può essere risorsa infinita per le comunità locali, non senza prima aver iniziato a mettere in sicurezza il territorio.

Sull’Europa e sulle politiche di austerità, che hanno impoverito i popoli, aumentato gli egoismi nazionali e allontanato gli Europei dal sogno di Altiero Spinelli. Si faccia ritorno all’Europa dei popoli e si abbandoni l’Europa dei tecnocrati, dei banchieri, dei freddi vincoli di bilancio.

Sulla lotta alla criminalità e alla corruzione, la tassa maggiore che il nostro paese paga in termini di evasione fiscale, di mancanza di concorrenza, di perdita di opportunità di sviluppo.

Ecco sei parole d’ordine che devono dare il segno dell’antiteticità rispetto Renzi, al PD, agli ultimi governi che si sono succeduti. Non idiosincrasia personale e semplice critica del passato e del presente, ma scelta di campo sulle soluzioni. Questo il terreno di gioco. Proposte concrete, poste in positivo, e rappresentate da persone autorevoli selezionate con metodi nuovi. Assemblee locali che discutono e scelgono i loro rappresentanti senza imposizioni dall’alto. Questo deve fare la sinistra, questo deve fare il popolo della CGIL che oggi era in piazza. Altrimenti, come dicevo ad un autorevole esponente delle sinistra incontrato durante il corteo, avremo perso tutti.

Ascoltare, capire, partecipare

Sabato mattina sarò al Teatro Quirino, a Roma, all’incontro che segna l’inizio di un percorso che spero porterà lontano.

Vado per ascoltare quello che avranno da dire le persone che lì si riuniscono. Che siano parlamentari, semplici cittadini, persone attive nella società, precari, insegnanti, amici, compagni.

Vado per capire se sia davvero finito il tempo delle ambiguità e per ascoltare parole chiare sui rapporti con il Partito Democratico.  Mi aspetto questo soprattutto dai compagni di SEL, ai quali mi sono rivolto nei giorni scorsi per chiedere loro, dal mio modestissimo osservatorio, di fare scelte coraggiose e coerenti. Sinceramente non vedo perché chi è uscito dal PD dovrebbe tornare a farsi il sangue amaro inseguendo improbabili alleanze. Sostenere questa tesi è solo gettare benzina su un fuoco di polemiche che andrebbero semplicemente evitate, se basate su illazioni e considerazioni di fantasia. Del resto lo schema nazionale mi sembra abbastanza chiaro: pur di fermare l’avanzata di M5S Renzi farà di tutto, dal cambiare nuovamente l’Italicum ad alleanze organiche e strutturali anche con Forza Italia, in nome di non so quale pericolo incombente  sulla Nazione. A meno che il pericolo non si chiami democrazia.

Vado per partecipare, con il mio umilissimo e piccolissimo contributo di cittadino, ad un progetto al quale tengo da tempo e che nasce da una esigenza che non è più eludibile, visto anche il fallimento del progetto del PD: dare voce, forza, rappresentanza, nel nostro Paese, nelle nostre comunità, alla sinistra. Semplicemente. Sui temi della legalità, dell’uguaglianza, della giustizia, dei diritti, dell’ambiente, del lavoro, della mobilità, del welfare.

È una sfida agli esiti incerti, difficile, difficilissima, che ha visto fallire molti in passato. Ma chi ha veramente a cuore la nascita di una forza di sinistra ampia, plurale, moderna, europea, aperta alla partecipazione e soprattutto che non aspiri a essere residuale ma ad essere forza di governo nel Paese e nelle città, non può che esserci, sabato mattina al Teatro Quirino. Non è, questo, il tempo dei distinguo, delle ripicche personali, dei processi alle intenzioni, dell’isolazionismo. Non mi interessano le sigle, le formule. Mi interessano i contenuti. I metodi. E va bene la costruzione dal basso che procede di pari passo con la costruzione dall’alto, se alto vuol dire dare maggiore voce anche in Parlamento, nelle Istituzioni alle battaglie che “il basso” discute, prepara, anima con passione e competenza. Dividersi ancora prima di partire è un errore. C’è tanto da fare. Tanta strada da percorrere e suole da consumare. Competenze, esperienze, idee da mettere a fattor comune. Personalmente vorrei che fossimo in molti, moltissimi, e che nessuno, almeno per ora, restasse indietro o pensasse di fare balzi in avanti in solitaria.

Parlando di Coalizione Sociale e di Sinistra

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Sono andato domenica all’assemblea nazionale della Coalizione Sociale, per sentire che aria tirava, per ascoltare qualche intervento e farmi un’idea live di come si sta muovendo un pezzo della sinistra italiana.

La Coalizione Sociale ha un grande potenziale perché le associazioni che ne fanno parte sono la prova vivente, con il loro agire quotidiano, della possibilità di creare un modello di società diverso. Le battaglie per i saperi diffusi, le mobilitazioni dal basso delle comunità di quartiere che operano nel sociale, i presidi nelle fabbriche, il sostegno alle lotte per la difesa dei beni comuni sono un patrimonio dell’intera società italiana. Perché suppliscono ad un welfare ormai inadeguato, perché tengono viva l’attenzione sul dramma della casa, delle fabbriche che chiudono, degli operai che perdono il lavoro, delle scuole che non riescono fino in fondo a seguire gli alunni più deboli. Perché parlano di sostenibilità, di vivibilità delle città, di consumi consapevoli, di riuso di cose e di luoghi.

Però rappresentano ancora un pezzettino della sinistra italiana. Un pezzettino ancora largamente minoritario, che si muove tra i centri sociali, gli esclusi, tra chi da tempo ha scelto una via extraparlamentare per rivendicare i propri bisogni e per mettere in pratica la propria idee di società. Ripeto, utilizzo i termini centri sociali, esclusi, extraparlamentari nella accezione più positiva possibile del termine. Ma non basta, è evidente. Occorrerà fondere le esperienze positive della Coalizione con tutti gli altri mondi della sinistra: gli elettori che hanno abbandonato il PD, da tempo o di recente, tutti quelli che provengono da una storia di sinistra e non hanno più avuto una rappresentanza da un decennio a questa parte, i delusi che non si sono più recati alle urne. Pezzi di sinistra che si stanno, a loro volta, organizzando. E occorrerà farlo dal basso, valorizzando le esperienze sul campo e da qui ripartire per creare una nuova classe dirigente. I padri nobili sono ben accetti, ma non accampino ruoli di primo piano, non chiedano candidature altrimenti la nascente sinistra, che già ha dinanzi a sé un compito difficile, avrà perso in partenza. Si individuino dieci temi fondamentali sui quali costruire una proposta alternativa per il governo del Paese, alternativa al PD e si martelli su quelli, ossessivamente, fino alle prossime elezioni. Si esplorino mondi nuovi nella partecipazione, nella comunicazione, nel coinvolgimento dei cittadini.

È un’impresa, e come tutte le imprese nulla è dato per scontato, nulla è semplice. Ma non è un’impresa impossibile.