E niente, poi auguriamoci che non si chiami davvero Polo della Speranza. Primo perchè Polo mi fa pensare a Polo delle Libertà. E mi viene in mente Bossi giovane che nelle interviste pronunciava la parola Polo in un modo così sguaiato: paaaaaaaaaoaoaooaalo. E poi il Polo mi ha sempre fatto venire in mente il freddo, i brividi. Ecco, i brividi.
Poi, signori miei, amici democratici e progressisti e liberali e moderati e di Centro, la Speranza mi sa di chi si appella al Signore, se ci crede, o a un’entità astratta, tipo Quelo, e si augura che gli vada di lusso. Perchè l’impresa è di quelle disperate. Ecco. Qui la speranza non c’entra. C’entrano le proposte. Chiare, coerenti, riconoscibili. Fatte, magari, da persone credibili. E siccome la Carta d’Intenti è ontologicamente poco concreta, altrimenti si sarebbe chiamata Carta delle Proposte, o Carta dei Fatti, allora tocca proprio farli, ‘sti referendum. Così magari Buttiglione tace per sempre, oppure davvero l’acqua diventa bene comune, oppure si riforma il walfare e il mondo del lavoro sul serio.
Sul patto tra Democratici e Progressisti conlaggiuntadiforzeliberalimoderate e di Centro (con la lettera maiuscola, mi raccomando), concordo con Pepecchio.
E aggiungo: facciamola la Carta d’Intenti. Ma poi riempiamola di contenuti. Di proposte vere. Senza ingannare nessuno. Perchè secondo me serviva un post scriptum: tutto quello che leggerete nella presente carta troverà attuazione se saranno d’accordo gli altri, ossia le forzeliberalimoderateediCentro. E magari pure quelle progressiste (perchè i Democratici dovremmo essere noi, giusto?). Quindi se alcune cose che ci stanno scritte non le faremo, pazienza.
L’articolo di Irene Tinagli comparso oggi su La Stampa ve lo posto tutto. Perchè c’azzecca su tutto, parola per parola.
Qualche mese fa, con l’epilogo del governo Berlusconi e la rinuncia di maggioranza e opposizione a nuove elezioni, tutti pensammo che un’epoca si stesse chiudendo. Pensavamo che quella scelta fosse il preludio di una grande fase di riorganizzazione e rinnovamento politico: nuova legge elettorale, nuovi leader, nuovi programmi, nuova fase politica. Qualcuno parlava addirittura di una terza repubblica alle porte. Ma finora non è stato così. E basta vedere come i partiti hanno usato questi mesi e come si stanno muovendo oggi, per capire che non accadrà nemmeno nel tempo che ci resta da qui alla primavera 2013. Berlusconi ha appena annunciato che si ricandiderà come leader del Pdl, mentre il partito democratico sta di nuovo temporeggiando sul tema primarie. Alla vigilia dell’assemblea nazionale del Pd di venerdì in cui il tema è esploso in maniera più virulenta, Franceschini aveva dichiarato che le modalità per identificare il candidato premier sono ancora da decidere e che, se proprio si dovessero fare le primarie, Bersani sarebbe «il» candidato del Pd (come se eventuali altri membri del Pd che decidessero di presentarsi alle primarie fossero i candidati di qualche altro partito).
Non importa se poi Berlusconi cambierà di nuovo idea o se il Pd farà davvero le primarie aperte dentro al partito: quello che colpisce di queste dichiarazioni è il tono e il messaggio che lanciano. E’ il modo con cui questa classe dirigente, che ci accompagna da decenni e che ci ha portato sull’orlo del disastro economico e sociale, si ripresenta di fronte ai cittadini col piglio di chi è il padrone assoluto della vita politica del Paese, e che quindi si riserva il diritto di decidere se, quando e come un rinnovamento sarà concesso.
Una spocchia che denuncia non solo una visione della politica ma anche del rapporto intergenerazionale e dei processi di rinnovamento completamente distorta. Una mentalità perfettamente sintetizzata dal segretario del Pd Pierluigi Bersani quando qualche mese fa, replicando a distanza al sindaco di Firenze Matteo Renzi, dichiarò che il partito era apertissimo ai giovani, purché si mettessero «a servizio». Un’immagine terribile, che evoca i giovani come materiale ad uso e consumo dei dirigenti e delle logiche di partito. Berlusconi, che ama definirsi uomo di fatti più che di parole, non ha fatto dichiarazioni del genere ma ha semplicemente agito seguendo questa stessa logica quando ha indicato Alfano come suo successore, per poi buttarlo in un angolo pochi mesi dopo e riproporsi egli stesso in prima linea. E non danno esempi migliori le alte dirigenze di partiti più piccoli come la Lega Nord o l’IdV.
Al di là delle ripercussioni che questa situazione politica ha sulla nostra immagine e credibilità internazionale, non va sottovalutato l’effetto che esso ha al nostro interno. Atteggiamenti e dichiarazioni di questo genere, infatti, non solo mortificano i cittadini e la loro voglia di cambiamento, ma anche tutte le migliaia di persone giovani e meno giovani che da anni si battono con passione all’interno dei partiti per un loro rinnovamento, per un ricambio di idee e di persone vero e profondo.
Fino a un paio di anni fa si diceva che la colpa era delle giovani leve, che non erano abbastanza critiche, indipendenti, che non avevano il coraggio di sfidare i propri leader, di discutere, di proporre, di lanciare messaggi chiari. Ma negli ultimi anni di giovani indipendenti e determinati abbiamo cominciato a vederne, in entrambi gli schieramenti. Le elezioni amministrative, per esempio, sono state occasioni in cui alcune di queste figure «rinnovatrici», più o meno giovani, hanno saputo mettersi in gioco ed affermarsi con successo. Ciascuno di questi successi avrebbe dovuto lanciare un segnale chiarissimo ai vertici nazionali dei partiti. E invece niente.
Ma se nemmeno dissentire e proporre, se nemmeno costruirsi un profilo autonomo e di valore nelle amministrazioni locali o nelle professioni serve per legittimarsi nelle dinamiche partitiche, cosa devono fare i giovani e i rinnovatori di ogni età per poter cambiare davvero qualcosa?
E’ davvero difficile dare una risposta a questo interrogativo. Ma di fronte alla situazione attuale sembrerebbe che l’unica alternativa per rompere l’arroganza di chi si crede ancora il padrone del pollaio, sia uscire dal recinto e provare a costruire qualcosa di nuovo con quello che il mondo fuori dai vecchi partiti ha da offrire: nuove esigenze, idee e risorse. Un percorso difficile, che richiederà a questi rinnovatori di smettere i panni dei ribelli rompiscatole e di indossare quelli dei leader a tutto tondo, con i rischi e le responsabilità che cio’ comporta. Un percorso che potrebbe anche non portare i risultati sperati, ma che almeno darà agli italiani quello che oggi non hanno: una scelta.
Mentre è in atto il primo round (o forse siamo già all’ennesimo) della sfida a distanza tra Bersani e Renzi, tra convention dei circoli e big bang degli amministratori, qualche riflessione sorge spontanea. Primo: la radicalizzazione dello scontro farà solo morti e feriti. Non sono un renziano, ho aderito con entusiasmo alla Prima Leopolda pur avendo ben presente il fatto che la personalità di Renzi, più portato a giocare in prima persona che di squadra, avrebbe potuto causare dei problemi al sodalizio con Prossima Italia. Problemi che effettivamente ci sono stati e che hanno portato Matteo e Pippo a dividere le proprie strade. Ma, al di là dei problemi personali tra dirigenti emergenti del PD, la proposta politica di Renzi, pur contenendo alcune idee condivisibili, si fa portatrice di un modello a mio avviso di stampo neo-liberal-socialista, un Blairismo in salsa fiorentina che rischia di acuire quei conflitti presenti in seno alla società italiana (vedi alla voce Marchionne, alla voce dipendenti pubblici) che vanno regolati con senno e non con l’accetta. Da non-renziano, però, trovo indecente la campagna di denigrazione che Renzi sta subendo, completamente incentrata su questioni che nulla hanno a che vedere con il confronto politico. Insulti, insinuazioni, accuse di flirtare con il centrodestra. E via dicendo. Ma qualcuno che si occupi di discutere delle sue proposte, da contrapporre, eventualmente, al modello “conservatore” Bersaniano? Meglio di no. Meglio aggredire chi non si riconosce nella linea del segretario con espressioni del tipo traditori, mentecatti, fighetti, rosiconi. A distanza di 5 anni dalla sua fondazione ecco cosa rischia di rimanere, del PD. Fazioni che si scontrano a botta di insulti, pezzi di partito che stanno sotto lo stesso tetto ma vivono da separati in casa. Che desolazione. Tutto ciò rende evidente, a mio avviso, la necessità di proporre una terza via. Che abbandoni le titubanze di questi anni e le sirene neoliberiste. Una terza via che rappresenti, semplicemente, quello che molti cittadini speravano quando hanno contibuito a fondare il PD. E che riesca ad abbassare i toni e a parlare di politica.
Mentre è in corso la direzione nazionale del PD, dalla quale emerge chiaramente che Bersani ha accolto, finalmente, le richieste di svolgere le primarie per la scelta del candidato premier, già circolano i nomi di chi parteciperà alla competizione, oltre lo stesso Bersani. Ciò che mi conforta è che dietro ciascun nome c’è un’idea di come debba essere il PD, e quindi di quale direzione debba prendere il Paese. Finalmente.
Paradossalmente il PD, che resta l’unico partito tradizionale credibile, ha il pallino in mano. Deve decidere cosa fare, e farlo subito. Se resta immobile, crogiolandosi sull’esistente, verrà travolto. Se invece assumerà su di sè la responsabilità di essere il partito società, portatore sano degli interessi larghi del Paese, se lancerà la sfida di una nuova legge elettorale, se convocherà le primarie per scegliere il Premier e i parlamentari della prossima legislatura, aprendosi davvero allo società e a tutto quello che si è mosso in questi anni, e se dunque candiderà a guidare il partito e quindi il Paese una nuova generazione di dirigente, scelti per merito e non per fedeltà alla linea, allora il PD vincerà le prossime elezioni. E salveremo il Paese dal baratro, e con esso anche l’Europa.
È un compito storico. Non possiamo fallire. Dobbiamo essere all’altezza della richiesta fortissima di cambiamento. E chi ha la responsabilità di guidare il PD in questo momento, deve sentire su di sè tutto il peso di questa delicatissima fase politica.
Un’altra delle cose inspiegabili che fa il PD. O meglio, spiegabile alla luce della distanza che il PD, in occasioni sempre più frequenti, sta mostrando rispetto alla situazione del paese reale. Si chiama scollamento (!), in politichese, giusto?
La vittoria di Hollande, in Francia, è una buona notizia. La Bastiglia è ri-presa, e dopo 17 anni (cazzo, già c’era Berlusconi, nel ’95, quando vinse Chirac!) il PSE torna alla guida del Paese. Ma sarà forse questa, la chiave del successo? Il socialismo rivisitato nel 2012? Hollande ha detto cose di sinistra, non c’è dubbio. E lo stesso stanno facendo i fratelli Milliband in Gran Bretagna. Sperare che anche in Italia si vinca sulla scia del successo francese, però, è illusorio. Non basta congratularsi con Hollande. Probabilmente bisogna imparare qualcosa, da lui. Una cosa su tutte. Fare proposte chiare e condivise dal tuo potenziale elettorato. Tutto l’opposto di ciò che fanno Bersani e il PD. Poi, per carità, si può anche vincere con Casini l’omofobo, facendo politiche di stampo montiano. Sarebbe un’altra pastiglia, di quelle amare che già stiamo ingoiando da tempo.